{"id":52105,"date":"2019-07-01T05:00:42","date_gmt":"2019-07-01T03:00:42","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=52105"},"modified":"2019-06-25T11:02:19","modified_gmt":"2019-06-25T09:02:19","slug":"globalismo-un-mondo-in-catene","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=52105","title":{"rendered":"Globalismo: un mondo in catene"},"content":{"rendered":"<p class=\"western\"><strong><em><span style=\"font-size: 12pt\">Traduzione a cura di Alessandro Castelli (FSI Trento)<\/span><\/em><\/strong><\/p>\n<p class=\"western\"><span style=\"font-size: 14pt\"><strong>La peggior paura dei globalisti non \u00e8 lo Stato \u2013 \u00e8 il popolo<\/strong><\/span><\/p>\n<p><i>Questo \u00e8 il primo saggio di una serie in due parti di Phil Mullan che esplora il credo politico ed economico del globalismo. La seconda parte, sulla genesi e la politica del neoliberalismo, sar\u00e0 pubblicata tra due settimane.<\/i><\/p>\n<p>Siamo entrati in uno di quei periodi della storia in cui l&#8217;ordine mondiale pu\u00f2 essere definito solo come instabile. Alcuni prevedono che ci sar\u00e0 un \u2018momento di Tucidide\u2019, in riferimento alla di questi storia della guerra del Peloponneso di 2500 anni fa. In quest\u2019opera, Tucidide scrisse: \u2018Ci\u00f2 che rese inevitabile la guerra fu la crescita della potenza ateniese e la paura che ci\u00f2 caus\u00f2 a Sparta.\u2019 Oggi potremmo esserci incamminati sulla stessa strada, dal momento che vecchi e nuovi poteri si stanno scontrando: una Cina in crescita sta alimentando le ansie nel declino dell&#8217;America e dell&#8217;Europa e nel frattempo si stanno aggiungendo, a un quadro di per s\u00e9 caratterizzato da un alto indice di discontinuit\u00e0, crescenti tensioni all&#8217;interno del \u2018vecchio\u2019 mondo occidentale.<\/p>\n<p>Un approccio razionale a un mondo in cambiamento sarebbe quello di elaborare collettivamente un nuovo ordine appropriato per la nostra era, da parte di nazioni libere e indipendenti. Tuttavia, la prospettiva dominante globalista \u00e8 stata invece quella di insistere sull&#8217;adesione a un preesistente \u2018ordine internazionale basato su un codice predeterminato di regole\u2019, istituito dopo la seconda guerra mondiale. Ma perpetuare gli attuali accordi giuridici internazionali rischia di ravvivare il fuoco sotto una pentola a pressione gi\u00e0 in procinto di esplodere.<\/p>\n<p>Quando le vecchie potenze si affidano al mero preservare le regole esistenti, ci\u00f2 \u00e8 per il mondo altrettanto pericoloso, delle azioni di coloro che rifuggono tali regole o che cercano di riscriverle, se non di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il motivo per cui i globalisti contemporanei rappresentano una minaccia per la pace mondiale tanto quanto coloro che essi condannano come nazionalisti, caratterizzati da una visione antiquata della politica economica. Quando coloro che si trovano in una posizione dominante usano le loro posizioni privilegiate per cercare di preservare lo status quo a costo di frustrare le aspirazioni dei loro sfidanti si crea un ambiente internazionale potenzialmente esplosivo.<\/p>\n<p>Questa posizione poco saggia appare cos\u00ec popolare tra le \u00e9lite perch\u00e9 riflette il loro profondo attaccamento allo status quo. Le \u00e9lite politiche non promuovono pi\u00f9 visioni alternative per il futuro. Ci\u00f2 non rappresenta solo una perdita di immaginazione, ma rivela anche un\u2019esiziale perdita di fiducia nella capacit\u00e0 delle persone e delle libere nazioni democratiche, di agire responsabilmente. Avendo rinunciato alla deliberazione politica, il seguire delle regole \u00e8 diventato un sostituto della prudenza e di nuove elaborazioni di pensiero.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 molto lontano dal profilo che Immanuel Kant delinea della strada per l&#8217;ordine mondiale nel suo influente saggio sulla pace perpetua. Scrivendo alla fine del XVIII secolo, Kant spiega il suo rifiuto di fare affidamento sul diritto internazionale osservando che la legge non \u00e8 altro che un&#8217;apologia del potere. Invece, sostiene che la causa della pace mondiale potr\u00e0 basarsi esclusivamente sulla libert\u00e0 e la ragione. Kant era infatti convinto che l&#8217;umanit\u00e0 non solo possieda la ragione, ma anche che in ultima analisi sia guidata da essa.<\/p>\n<p>I globalisti di oggi hanno perso la fiducia nella capacit\u00e0 della ragione di guidare le azioni delle persone. Il loro disprezzo per la democrazia \u00e8 stato svelato nel 2016, quando hanno apertamente screditato i cittadini britannici che hanno votato per lasciare l&#8217;Unione europea e i cittadini americani che hanno eletto Donald Trump. L&#8217;indifferenza globalista nel rispettare il processo decisionale democratico si basa sul disconoscimento dell&#8217;efficacia della volont\u00e0 espressa dal popolo.<\/p>\n<p>Questo denuncia anche il fatalismo dietro la prospettiva moderna sulla globalizzazione. Ci viene detto che abitiamo in un mondo determinato dalle forze del mercato globale, forze su cui possiamo avere poca influenza. Ci\u00f2 significa vedere la globalizzazione come una forza oggettiva che sembra quasi impermeabile alla volont\u00e0 e all&#8217;azione umana, e questo a sua volta mostra quale sia il principio globalista pi\u00f9 importante e di pi\u00f9 ampia portata: che il processo decisionale nazionale sia diventato molto meno efficace e tendente a essere ridondante, mentre da noi si sia sempre pi\u00f9 soggetti al capriccio di forze globali impersonali e indipendenti.<\/p>\n<p align=\"CENTER\">\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000\">Il fatalismo del globalismo si auto-riproduce: proprio nel momento in cui afferma, su basi apparentemente solo descrittive, che la democrazia non sia in grado di operare, fa s\u00ec che le persone, normativamente, non abbiano modo di esercitare il controllo sulla globalizzazione<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Prendiamo ad esempio la dichiarazione del 2007 fatta da Alan Greenspan, l&#8217;allora presidente della Federal Reserve, recentemente in pensione, quando un giornale svizzero gli chiese chi sarebbe potuto essere il prossimo presidente degli Stati Uniti. Questi rispose: \u2018siamo fortunati che, grazie alla globalizzazione, le decisioni politiche negli Stati Uniti sono state in gran parte rimpiazzate dalle forze del mercato globale &#8230; non fa alcuna differenza chi sar\u00e0 il prossimo presidente. Il mondo \u00e8 governato dalle forze del mercato.\u2019(1)<\/p>\n<p>Questo riassume il pi\u00f9 importante corollario politico della credenza nella globalizzazione ascendente: che la teoria e la pratica della sovranit\u00e0 nazionale e dello Stato nazione siano indebolite da un mondo immerso in un processo di rapido cambiamento. Ma senza lo Stato nazione, non abbiamo lo strumento principale della sovranit\u00e0 popolare. Il fatalismo del globalismo si auto-riproduce: proprio nel momento in cui afferma, su basi apparentemente solo descrittive, che la democrazia non sia in grado di operare, fa s\u00ec che le persone, normativamente, non abbiano modo di esercitare il controllo sulla globalizzazione<\/p>\n<p>Che un globalista come Greenspan sminuisca la democrazia non \u00e8 un caso. L&#8217;antipatia per la politica, e in particolare per la politica di massa, \u00e8 stata una caratteristica presente nel globalismo sin dalle origini, vale a dire negli anni &#8217;20 e &#8217;30, quando tale concetto venne per la prima volta elaborato.<\/p>\n<p>\u00c8 quasi emozionante rendersi conto che invece questo periodo storico, fino a questo momento, offre molti esempi del semplice fatto che la globalizzazione non sia un processo naturale. Il mondo interconnesso di oggi \u00e8 stato costruito lungo decenni, specialmente dal secondo dopoguerra, da un&#8217;alleanza di politici, di altre \u00e9lite e di esperti, tra cui personaggi come lo stesso Greenspan. La globalizzazione non pu\u00f2 essere legittimamente presentata come un fenomeno auto-guidato, separato dalla politica.<\/p>\n<p class=\"western\"><strong><span style=\"font-size: 14pt\">La regola delle regole<\/span><\/strong><\/p>\n<p>La globalizzazione, in breve, si riferisce alla convinzione che il mondo &#8211; economicamente, politicamente ed ecologicamente &#8211; si sta riducendo rapidamente nelle sue dimensioni sociali e fisiche. Ma cosa intendiamo per \u2018globalismo\u2019 e \u2018globalisti\u2019? Chi sono?<\/p>\n<p>Alcuni descrivono i globalisti come la \u2018folla di Davos\u2019, le persone che si riuniscono in Svizzera ogni anno in occasione degli incontri annuali del World Economic Forum. Molti volano con un jet privato o con un elicottero per indicare che sono la cr\u00e8me dell\u2019\u00e9lite globalista. Ma i globalisti sono molto pi\u00f9 numerosi di coloro presenti a Davos.<\/p>\n<p>Includono coloro che guidano grandi societ\u00e0 e gestiscono istituzioni internazionali come l&#8217;Organizzazione mondiale del commercio (OMC), il Fondo monetario internazionale (FMI) o l&#8217;UE. Ma, a ragione, includono anche la maggior parte delle persone che gestiscono le organizzazioni ufficiali e le istituzioni statali dell&#8217;Occidente. Particolarmente importanti, negli ultimi due decenni e ancor pi\u00f9 dopo la crisi finanziaria, sono i leader delle banche centrali presumibilmente \u2018indipendenti\u2019. Pensiamo allo stesso Greenspan, che pur credendo che il mondo sia governato da impersonali forze di mercato, ha ben pensato di dedicare pi\u00f9 di due decenni della sua vita a guidare la banca centrale degli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Il globalismo, a sua volta, descrive la prospettiva dominante dell&#8217;establishment politico e imprenditoriale occidentale del dopoguerra. Abbiamo gi\u00e0 parlato del suo attaccamento a un codice predeterminato di regole. Di fatto, una definizione dell\u2019ethos globalista pu\u00f2 essere questa: \u2018devozione a un mondo di regole\u2019. Molti globalisti illustrano le loro credenziali \u2018liberali\u2019 molto pi\u00f9 attraverso la loro devozione a tali regole che attraverso il perseguimento attivo dell\u2019autonomia e della libert\u00e0.<\/p>\n<p>John Ikenberry, uno scienziato politico globalista e apologista del dominio degli Stati Uniti, ha riassunto questo con la sua affermazione che gli americani sono meno interessati a governare il mondo che a \u2018creare un mondo di regole\u2019 (2). Allo stesso modo, nella sua acclamata analisi della crisi finanziaria, lo storico Adam Tooze ha scritto che la crisi aveva esposto chiaramente come la globalizzazione sia basata su delle regole. Tematizzando la visione convenzionale della globalizzazione come un \u2018processo quasi naturale\u2019, Tooze ha sottolineato che in realt\u00e0 ci deve essere un notevole accordo tra volont\u00e0 diverse per far funzionare un regime basato su delle regole. La globalizzazione \u00e8 in realt\u00e0 \u2018un&#8217;istituzione, un manufatto di costruzione politica e legale deliberata\u2019 (3).<\/p>\n<p>Certo, la devozione alle regole non significa che i politici globalisti vi si attengano sempre: i Governi globalisti, specialmente nei Paesi pi\u00f9 potenti, sono noti per rompere tali regole con relativa tranquillit\u00e0 quando il loro interesse nazionale lo richiede. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno violato regolarmente le regole che dichiarano di sostenere, conducendo interventi militari non autorizzati e operazioni segrete all&#8217;estero.<\/p>\n<p>E la Commissione europea, dal canto suo, tratta gli Stati pi\u00f9 grandi che infrangono le regole del budget molto pi\u00f9 indulgentemente di altri pi\u00f9 piccoli. Ad esempio, Germania e Francia, tra molti altri Paesi dell&#8217;UE, hanno spesso infranto la regola di stabilit\u00e0 e il patto di crescita dell&#8217;UE per limitare i deficit pubblici al tre per cento del PIL senza essere significativamente sanzionati.<\/p>\n<p>Sebbene il Governo formale delle regole sia stato la norma globalista dalla Seconda guerra mondiale, non \u00e8 iniziato da allora. Il desiderio tra le due guerre da parte di Gran Bretagna, Francia, Germania e altri Paesi sviluppati di tornare al <i>gold standard<\/i> prebellico esprimeva il desiderio dei politici di essere in grado di seguire determinate regole. Sebbene il ricongiungimento del <i>gold standard<\/i> fosse successivamente considerato un grosso errore, in sintonia con la famosa critica di Keynes, negli immediati anni del dopoguerra il ritorno era un obiettivo per lo pi\u00f9 incontestato. Alla fine del 1925, 35 valute in tutto il mondo erano ufficialmente convertibili in oro o erano state stabilizzate da almeno un anno. Il ritorno al <i>gold standard<\/i> era visto come una regola che, in effetti, era stata \u2018sospesa\u2019 solo a causa delle circostanze emergenziali dovute alla guerra.<\/p>\n<p>Si pens\u00f2 che la ri-adozione dello standard imponesse una certa \u2018disciplina\u2019 politica attraverso azioni vincolanti di politica fiscale e monetaria. In questo spirito, Montagu Norman, il governatore della Banca d&#8217;Inghilterra, vide il ritorno all&#8217;oro come un \u2018cavalcavia\u2019. Una comune adesione al <i>gold standard<\/i> da parte dei Paesi sviluppati cre\u00f2 una regola internazionale <i>de facto<\/i>.<\/p>\n<p>\u00c8 pertinente per un apprezzamento del significato di regole oggi vincolanti per ogni Stato sottolineare che l&#8217;essenza della regola dello standard dell&#8217;oro era un meccanismo di impegno interno: dal momento che mantenere l\u2019allineamento limitava fortemente lo spazio di manovra per le politiche domestiche, farlo legava le mani del Governo, proteggendo cos\u00ec la classe politica dalle pressioni democratiche per abbandonare le politiche deflazionistiche basate su una moneta forte. In effetti, la rottura del <i>gold standard<\/i> nel 1914 \u00e8 stata in parte attribuita al sorgere della democrazia, perch\u00e9 erano le masse a subire il maggior numero di misure di austerit\u00e0 interne adottate per mantenere l&#8217;adesione alla regola, masse che per\u00f2 avevano appena guadagnato il diritto di voto.<\/p>\n<p>In retrospettiva, \u00e8 facile vedere come il ritorno alla sopravvalutata regola del <i>gold standard<\/i> caus\u00f2 moltissimi danni economici e sociali durante il periodo tra le due guerre in Gran Bretagna e altrove. E una tenace adesione alle regole conseguenti al <i>gold standard<\/i> contribu\u00ec infine alle tensioni che hanno portato alla ripresa del conflitto globale nel 1939. Tuttavia, questa lezione non venne appresa: all&#8217;indomani del bagno di sangue della Seconda guerra mondiale, furono raddoppiati gli sforzi per cercare di governare attraverso delle regole valide per tutti gli attori in gioco.<\/p>\n<p>Ora passiamo a descrivere una caratteristica sempre pi\u00f9 evidente della scuola globalista: la sua promozione dello Stato di diritto.<\/p>\n<p class=\"western\"><strong><span style=\"font-size: 14pt\">Il malleabile \u2018Stato di diritto\u2019<\/span><\/strong><\/p>\n<p>I globalisti spesso definiscono il liberalismo come sostegno allo \u2018Stato di diritto\u2019. Tuttavia, il significato di questo termine \u00e8 probabilmente \u2018meno chiaro oggi di quanto sia mai stato\u2019 (4). Inoltre, un leader del movimento dei <i>critical legal studies<\/i> ha suggerito che, alzando il livello della giustizia procedurale, fare appello allo &#8216;\u2018Stato di diritto\u2019 consente ai potenti di \u2018manipolare le sue forme a proprio vantaggio\u2019 (5). Dovremmo essere consapevoli di questa flessibilit\u00e0 quando sentiamo la formula \u2018Stato di diritto\u2019, soprattutto dal momento che viene usata cos\u00ec spesso nelle affermazioni globaliste ed \u00e8 di conseguenza importante valutare tale formula nel contesto in cui viene utilizzata.<\/p>\n<p>Storicamente, non vi \u00e8 dubbio che lo Stato di diritto sia stato un elemento cruciale nella diffusione della libert\u00e0 e della sovranit\u00e0 popolare. Questa visione giuridica della libert\u00e0 \u00e8 stata ben catturata da un eminente esponente della Corte Suprema del periodo interbellico, di nome Louis Brandeis, quando questi osserv\u00f2 che \u2018la storia della libert\u00e0 \u00e8 in larga misura la storia delle osservanze procedurali\u2019.<\/p>\n<p>La caratteristica chiave del tradizionale principio dello \u2018Stato di diritto\u2019 \u00e8 che tutti sono uguali davanti alla legge, sia i funzionari della legge stessa sia i comuni cittadini che dovrebbero essere soggetti ai suoi dettami. Nessuno &#8211; nemmeno il pi\u00f9 ricco uomo d&#8217;affari o il politico pi\u00f9 in vista &#8211; dovrebbe essere \u2018al di sopra della legge\u2019. In questa modo, lo Stato di diritto diventa una sentinella di importanza vitale nei confronti dell&#8217;esercizio arbitrario del potere. In passato ha sicuramente contribuito a promuovere un sano scetticismo nei confronti dei governanti da parte dei governati.<\/p>\n<p>L&#8217;idea dello Stato di diritto ha avuto origine nell&#8217;Antica Atene quando il <i>nomos<\/i> (il primato della legge) prese il posto della <i>physis<\/i> (la natura) come modo migliore di ordinare la societ\u00e0. Sotto la democrazia ateniese, ogni cittadino, indipendentemente dalla ricchezza e dal potere, era uguale secondo la legge. Rappresentando i poveri del loro tempo, i marinai ateniesi nell&#8217;agor\u00e0 sostenevano la legge per proteggere le masse contro i capricci dei ricchi e dei potenti.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000\">Con la diffusione del suffragio di massa nel 20\u00b0 secolo, l&#8217;idea di porre dei vincoli su ci\u00f2 che i governanti potevano fare si \u00e8 trasformata in vincoli su ci\u00f2 che potevano fare i Governi eletti dal popolo. <\/span><\/strong><\/p>\n<p>Il concetto di Stato di diritto fu adottato anche durante la Repubblica Romana. Nei primi anni della repubblica, solo l&#8217;\u00e9lite di Roma sapeva quali erano le leggi, che ovviamente favorivano l&#8217;aristocrazia. Nel 450 aC., dopo circa 50 anni di repubblica, questo particolare difetto fu corretto. Le leggi romane furono scritte per la prima volta come le \u2018dodici tavole\u2019, in modo che tutti potessero conoscere la legge. Rendere pubbliche le leggi diede la parit\u00e0 a tutti, consentendo alla legge di trattare tutte le persone allo stesso modo.<\/p>\n<p>Il principio dello Stato di diritto fu reintrodotto in tempi moderni attraverso la gloriosa rivoluzione britannica del 1688, quando si rimosse i diritti \u2018divini\u2019 dei re e i privilegi politici degli aristocratici per fare in modo che il potere politico potesse essere esercitato solo in base a procedure e vincoli prescritti da leggi pubblicamente note. Questo Stato di diritto fece s\u00ec che tutte le persone, compresi i funzionari governativi, dovessero obbedire alle leggi e venissero giudicate nei tribunali se non lo facevano. Inoltre, le leggi potevano essere cambiate solo attraverso le procedure costituzionali e non potevano essere annullate o scavalcate da singoli decreti.<\/p>\n<p>Questo approccio fornisce ancora una protezione importante contro oligarchie e dispotismi, e consente la difesa dei diritti delle minoranze. Tuttavia, l&#8217;essenza liberale dello Stato di diritto \u00e8 stata progressivamente erosa lungo il secolo scorso, e in particolare dagli anni &#8217;70. Invece lo \u2018Stato di diritto\u2019 e il sistema giudiziario sono stati trasformati in un veicolo per alcune azioni molto illiberali e antidemocratiche nel loro calpestare i desideri della gente.<\/p>\n<p>Senza dubbio molti globalisti non saranno d&#8217;accordo con questo punto di vista. Tuttavia, \u00e8 probabilmente meno controverso se visto nel contesto delle colonie o neo-colonie. John Sydenham Furnivall \u2013 amministratore coloniale britannico in Birmania per 30 anni, fino ai primi anni &#8217;30, quando torn\u00f2 in patria per diventare uno studioso critico delle politiche imperiali occidentali \u2013 venne soprannominato \u2018l\u2019imperialista riluttante\u2019 quando sfid\u00f2 l&#8217;opinione allora convenzionale secondo cui lo sviluppo economico era la condizione preliminare per l&#8217;autogoverno e la democrazia nei territori colonizzati sostenendo l\u2019esatto contrario: soltanto concedendo l&#8217;autonomia si dar\u00e0 il via allo sviluppo sociale ed economico.<\/p>\n<p>Riflettendo la sua prospettiva pro-democratica, Furnivall sosteneva che lo \u2018Stato di diritto\u2019 imposto dalle potenze occidentali alle loro colonie era principalmente concepito al solo scopo di promuovere il commercio (6) e che questa versione dello \u2018Stato di diritto\u2019, lungi dal potenziare e unire le persone, ampliava s\u00ec il commercio, ma a scapito dell&#8217;integrit\u00e0 sociale e politica della societ\u00e0 coloniale. All&#8217;indomani della Seconda guerra mondiale, quando un&#8217;autentica autonomia del Terzo Mondo era chiaramente assente, l&#8217;affermazione di Furnivall era difficile da contestare.<\/p>\n<p>Quindi l&#8217;appello allo \u2018Stato di diritto\u2019 non dovrebbe essere considerato un bene universale, deve bens\u00ec essere valutato all&#8217;interno di specifiche circostanze sociali e politiche. Si consideri una definizione di liberalismo suggerita dallo scienziato politico Francis Fukuyama: il liberalismo significa avere \u2018regole generalmente accettate che pongono chiari limiti al modo in cui lo Stato [nazionale] pu\u00f2 esercitare il potere\u2019 (7). Questo non sembrerebbe di primo acchito discutibile, tuttavia l&#8217;enfasi sui \u2018chiari limiti\u2019 contiene il potenziale per contrapporre lo \u2018Stato di diritto\u2019 alla volont\u00e0 democratica popolare. \u00c8 quello che \u00e8 successo con la diffusione del suffragio di massa nel 20\u00b0 secolo, quando l&#8217;idea di porre vincoli e limiti su ci\u00f2 che i governanti potevano fare si \u00e8 trasformata in vincoli e limiti su ci\u00f2 che potevano fare i Governi eletti dal popolo. Il significato dello Stato di diritto si \u00e8 spostato, dandogli la precedenza sul Governo \u2013 Governo la cui attivit\u00e0 legislativa \u00e8 frutto da una decisione politica attuata dalla gente comune.<\/p>\n<p>Negli anni &#8217;30, il presidente americano Franklin D. Roosevelt si scontr\u00f2 con questo potenziale blocco giudiziario per la democrazia liberale. Questi e il suo Partito Democratico erano stati eletti nel 1932 con il mandato di attuare misure per combattere gli effetti della Grande Depressione. La Corte Suprema, tuttavia, si pronunci\u00f2 contro alcune delle misure del New Deal come \u2018incostituzionali\u2019 e appoggi\u00f2 solo in modo restrittivo le altre con una decisione non unanime: cinque giudici contro quattro.<\/p>\n<p>Dopo essere stato rieletto nel 1936 con una maggioranza ancora pi\u00f9 ampia, Roosevelt accus\u00f2 la Corte Suprema di \u2018agire non come un organo giudiziario, ma come uno politico\u2019. La sua proposta di rimediare a ci\u00f2 sostituendo i giudici della Corte Suprema non pot\u00e9 ottenere l&#8217;approvazione legislativa &#8211; un&#8217;altra conseguenza dei \u2018pesi e contrappesi\u2019 americani &#8211; ma attraverso il suo mandato elettorale venne visto come vincitore di principio: la Corte Suprema si sent\u00ec in dovere di arrendersi e approvare le sue precedenti politiche del New Deal.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000\">La responsabilit\u00e0 dei Governi di agire in base ai loro mandati elettorali \u00e8 svalutata insistendo sulla loro responsabilit\u00e0 primaria verso lo Stato di diritto<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Lo scontro di Roosevelt con i tribunali negli anni &#8217;30 ha anticipato le tendenze antidemocratiche nell&#8217;evoluzione dello Stato di diritto dopo il 1945. Facendo appello alla santit\u00e0 dello \u2018Stato di diritto\u2019, le istituzioni giuridiche possono considerarsi giustificate nel respingere i desideri del popolo espressi attraverso i voti popolari e le elezioni. La responsabilit\u00e0 dei Governi di agire secondo i loro mandati elettorali \u00e8 svalutata insistendo sulla responsabilit\u00e0 primaria dei Governi verso lo Stato di diritto.<\/p>\n<p>Una formulazione tipica di tutto ci\u00f2 ci viene da Kofi Annan quando era segretario generale delle Nazioni Unite, all&#8217;inizio di questo millennio, il quale difese \u2018un principio di <i>governance<\/i> in cui tutte le persone, le istituzioni e le entit\u00e0, pubbliche e private, incluso lo Stato stesso, sono tenute a fare in modo che le leggi siano pubblicamente promulgate, applicate imparzialmente e passibili di essere giudicate in modo indipendente nella loro coerenza con le norme internazionali sui diritti umani \u2018. Di nuovo, in superficie, questo non sembra apertamente antidemocratico: le istituzioni di Governo dovrebbero essere vincolate dallo Stato di diritto e non dovrebbero essere libere di ignorare le leggi che essi stessi applicano. Ma un altro principio democratico essenziale \u00e8 che i Governi dovrebbero essere responsabili nei confronti del loro elettorato. Le leggi da seguire dovrebbero essere quelle con cui le persone sono d&#8217;accordo. Se un Governo non ha un numero abbastanza alto di elettori non pu\u00f2 entrare in carica; oppure, se gli elettori successivamente alle elezioni non sono d&#8217;accordo con l\u2019azione del Governo, questi possono sostituirlo e cambiarne le leggi alle prossime elezioni.<\/p>\n<p>Questa relazione \u00e8, nel migliore dei casi, offuscata, o persino sovvertita, quando i funzionari non eletti delle Nazioni Unite affermano che la legge che vogliono essere osservata dai Governi debba essere in accordo con certi standard \u2018internazionali\u2019. Quando a tali \u2018norme\u2019, spesso vaghe e imprecise, a livello internazionale viene dato un veto effettivo sulla legislazione nazionale, le capacit\u00e0 decisionali delle persone vengono in linea di principio ignorate, anche se non sempre nella pratica.<\/p>\n<p>Inoltre, questa prospettiva sullo Stato di diritto, in cui le azioni del Governo devono soddisfare determinati criteri stabiliti a livello internazionale, ha gi\u00e0 legittimato l&#8217;intervento internazionale negli affari di Stati sovrani. Molte nazioni sono state invase a causa dell\u2019accusa che stavano infrangendo la legge, inclusi negli ultimi tempi Somalia, Serbia, Iraq, Libia e Siria. Come ha osservato lo storico Mark Mazower, l&#8217;appello alla legge \u00e8 diventato un \u2018vocabolario di permessi, un mezzo per affermare un potere, e un controllo, che normalizza il discutibile e giustifica l&#8217;eccezione\u2019 (8).<\/p>\n<p>Il crescente uso dello Stato di diritto per convalidare l&#8217;erosione della sovranit\u00e0 nazionale fa parte della pi\u00f9 ampia reinvenzione dell&#8217;ordine internazionale postbellico, nella misura in cui alle istituzioni internazionali postbelliche viene sempre pi\u00f9 attribuita un&#8217;autorit\u00e0 superiore a quella dei Governi nazionali. La loro preminenza rispetto alla sovranit\u00e0 popolare le dota di un potere sacro e quasi incantato.<\/p>\n<p>Le risposte pubbliche di molti globalisti al ben noto disprezzo e ostilit\u00e0 di Trump verso queste organizzazioni hanno reso tali opinioni pi\u00f9 esplicite. Una raccolta di studiosi di relazioni internazionali ha sostenuto di preservare l&#8217;ordine internazionale esistente contro alcune delle esplosioni anti-globaliste di Trump in una dichiarazione pubblicata sul New York Times (27 luglio 2018) in cui si sosteneva che l&#8217;ONU, la NATO, l&#8217;OMC, l&#8217;UE e le altre istituzioni postbelliche hanno fornito \u2018stabilit\u00e0 economica\u2019 e \u2018sicurezza internazionale\u2019, essendo la sorgente di \u2018livelli senza precedenti di prosperit\u00e0\u2019 e del \u2018periodo pi\u00f9 lungo nella storia moderna senza guerra tra grandi poteri &#8216;. Dare cos\u00ec tanta influenza alle istituzioni internazionali trasforma un desiderio in una falsa realt\u00e0.<\/p>\n<p>Non potremo mai sapere se avremmo avuto un lungo periodo di \u2018pace\u2019 \u2013 ossia un periodo in cui le nazioni pi\u00f9 importanti a partire dal 1945 hanno evitato di guerreggiare tra loro \u2013 anche senza queste istituzioni perch\u00e9 esiste una sola storia. Tuttavia, queste istituzioni alla fine esprimono solo le forze e le pressioni delle nazioni che le inventano. Di per s\u00e9, le istituzioni non possono fare nulla quando i pi\u00f9 potenti fra gli Stati membri le ignorano. La Societ\u00e0 delle Nazioni, ad esempio, \u2018fall\u00ec\u2019 nell\u2019impedire la Seconda Guerra Mondiale non a causa di qualche difetto istituzionale, ma perch\u00e9 le nazioni capitaliste erano in rotta di collisione a causa dei conflitti economici e geopolitici del tempo. La Societ\u00e0 delle Nazioni era impotente a impedirlo.<\/p>\n<p>Un altro esperto di relazioni internazionali, Stephen Walt di Harvard, non solo ha rifiutato di firmare la dichiarazione del New York Times, ma ha anche messo in dubbio le sue ipotesi. Ha spiegato che queste istituzioni sono state istituite in un&#8217;epoca diversa dal presente e che la maggior parte di esse non sono pi\u00f9 appropriate per il mondo di oggi. Walt ha ammonito che la nostalgia di un passato che non \u00e8 mai esistito non avrebbe aiutato a risolvere i problemi contemporanei. Il cosiddetto \u2018ordine liberale\u2019 non era proprio il nirvana che la gente ora immagina fosse.<\/p>\n<p>Walt ha dimostrato che questo non \u00e8 mai stato un ordine completamente globale. C&#8217;era anche un \u2018terribile comportamento illiberale\u2019 in corso, anche da parte di Paesi e leader che proclamavano costantemente \u2018valori liberali\u2019. Gli Stati Uniti, ha ricordato ai suoi colleghi, hanno appoggiato molti governanti illiberali autoritari durante tutta la Guerra Fredda (e hanno continuato a farlo da allora). Un pi\u00f9 recente disprezzo per le regole internazionali si \u00e8 palesato quando gli Stati Uniti hanno guidato l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq nel 2003 senza l&#8217;approvazione dell&#8217;ONU.<\/p>\n<p>Le amministrazioni della Casa Bianca non hanno esitato a infrangere le regole dell&#8217;ordine liberale per seguire i loro interessi nazionali. Questo \u00e8 ci\u00f2 che accadde quando gli Stati Uniti smantellarono unilateralmente il sistema di cambio di valuta di Bretton Woods nel 1971, perch\u00e9 non potevano pi\u00f9 seguire le regole che avevano approvato in precedenza. Gli interessi nazionali assunsero semplicemente maggiore importanza per gli Stati Uniti rispetto all\u2019onorare il loro impegno nei confronti del sistema monetario internazionale.<\/p>\n<p>Tornando a Walt, nel prosieguo del suo ragionamento questi ha sottolineato che alcune delle istituzioni difese oggi sono in realt\u00e0 una fonte del problema che stiamo analizzando, fornendo l&#8217;esempio della NATO, organismo creato in un diverso momento storico per coordinare il potere militare occidentale durante la Guerra Fredda e che dalla fine di questa si \u00e8 trasformato in una fonte di disordine. Infatti, il suo obiettivo di una \u2018espansione verso est tanto assidua quanto mal concepita\u2019 ha riacceso, e non alleviato, delle tensioni internazionali,.<\/p>\n<p>Dotare queste istituzioni di un potere supremo non \u00e8 solo traviante, ma \u00e8 anche corrosivo per la democrazia. La promozione dell&#8217;autorit\u00e0 istituzionale internazionale non eletta va a minare l&#8217;autorit\u00e0 nazionale regolarmente eletta e il depauperamento del ruolo dei cittadini nel processo decisionale \u00e8 ulteriormente intensificato quando ci viene detto che le organizzazioni internazionali sono i veri costruttori di pace e i veri ingegneri della prosperit\u00e0. La presunta onnipotenza di questi corpi conferisce loro uno status quasi sacro. Questo \u00e8 il motivo per cui alcuni globalisti considerano sacrilego anche soltanto criticare tali istituzioni.<\/p>\n<h2 class=\"western\"><\/h2>\n<p class=\"western\"><strong><span style=\"font-size: 14pt\">Stato anti-nazione, ma non anti-statalista<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Il globalismo \u00e8 spesso percepito come il corollario naturale di un&#8217;economia sempre pi\u00f9 unificata a livello mondiale. Sembra probabile che la crescente interdipendenza delle economie nazionali dalla fine del XIX secolo sia stata una base necessaria per l&#8217;emergere del globalismo. Ma non era abbastanza. In che modo le idee globaliste sono diventate cos\u00ec potenti?<\/p>\n<p>Tornando alla dichiarazione di Greenspan del 2007, \u00e8 bene mettere in risalto tre punti.<\/p>\n<p>In primo luogo, coglie l&#8217;ethos fatalista del globalismo: \u2018Difficilmente fa differenza chi sar\u00e0 il prossimo presidente. Il mondo \u00e8 governato dalle forze del mercato.\u2019 L&#8217;implicazione \u00e8 che, poich\u00e9 gli Stati nazionali non controllano nulla, c&#8217;\u00e8 poco che possiamo fare per influenzare le cose con il voto. \u00c8 il mercato che determina le nostre condizioni di vita.<\/p>\n<p>In secondo luogo, \u00e8 lo stesso autore che rende tale dichiarazione particolarmente significativa. Fino al suo ritiro, pochi mesi prima, Greenspan era stato regolarmente festeggiato come \u2018l&#8217;uomo pi\u00f9 potente del mondo\u2019, ed \u00e8 bene mettere in rilievo che la sua esternazione \u00e8 avvenuta prima della crisi finanziaria, quando la sua reputazione, e quella dei banchieri centrali in generale, ha perso parecchio smalto. Possiamo comunque apprezzare l&#8217;ironia insita nel fatto che l&#8217;ex leader della banca centrale pi\u00f9 potente del mondo metta in luce l&#8217;impotenza di tale istituzione una volta posta di fronte alla globalizzazione. La contrapposizione tra il potere reale che persone come Greenspan hanno e le loro asserzioni di impotenza non \u00e8 un paradosso incidentale del globalismo, ma \u00e8 intrinseco a esso.<\/p>\n<p>E in terzo luogo, il fatto che Greenspan abbia origini rintracciabili nell&#8217;Europa centrale non \u00e8 privo di importanza per la storia del globalismo, anche se nel suo caso si tratta di un esponente di seconda generazione.<\/p>\n<p>Greenspan \u00e8 nato a New York negli anni &#8217;20, vivendo prima nel distretto di Washington Heights. All&#8217;epoca era conosciuto come \u2018Francoforte sull\u2019Hudson\u2019, a causa del gran numero di immigrati ebrei dalla Germania. I suoi genitori erano in realt\u00e0 di origine centroeuropea: suo padre rumeno, sua madre ungherese. La discendenza di Greenspan \u00e8 rilevante a causa dell&#8217;importante influenza del neoliberalismo classico sullo sviluppo del pensiero globalista.<\/p>\n<p>Due diverse narrazioni sul globalismo possono essere lette nella dichiarazione di Greenspan. La narrazione standard e pi\u00f9 popolare \u00e8 quella del globalismo come gemello del \u2018neoliberalismo\u2019, che esprime la visione del \u2018fondamentalista del mercato\u2019 secondo cui l&#8217;intervento statale \u00e8 negativo per l&#8217;economia e quando un Governo interferisce troppo con il potere autoregolamentato dei mercati liberi va a minare la prosperit\u00e0 del sistema. Questa prospettiva spiega perch\u00e9 Greenspan considerava come una circostanza \u2018fortunata\u2019 quella in cui la globalizzazione stava rendendo superfluo il Governo nazionale. Potremmo chiamarla la narrativa \u2018anti- Stato\u2019.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000\">Ci\u00f2 a cui i globalisti sono realmente ostili non \u00e8 lo Stato, ma la politica<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Una narrazione alternativa \u00e8 in realt\u00e0 molto pi\u00f9 pertinente: stiamo parlando di una narrazione \u2018contraria alla politica\u2019, in particolare \u2018contraria alla politica di massa\u2019. La dichiarazione di Greenspan incorpora la presunzione, piuttosto diffusa, che l&#8217;Occidente abbia raggiunto la \u2018fine della politica\u2019. Ci\u00f2 presume che la politica abbia perso la sua efficacia di fronte alle forze globali. Di conseguenza, anche semplicemente porre in essere delle politiche, in particolare delle politiche economiche, \u00e8 ora irrilevante se non dannoso, perch\u00e9 tutto \u00e8 guidato e determinato dalla forza impersonale della globalizzazione.<\/p>\n<p>Lo storico americano Quinn Slobodian ha spiegato questa narrazione \u2018contraria alla politica&#8217; nel suo eccellente libro, <i>Globalists: The End of Empire and Birth of Neoliberalism<\/i> (2018). Slobodian ha caratterizzato il globalismo come la convinzione che \u2018alla politica non rimanga altro che un ruolo passivo\u2019, dal momento che l&#8217;unico attore in gioco rimasto \u00e8 l&#8217;economia globale&#8217;. Questa seconda narrazione mette in luce la centralit\u00e0 e il dominio della negazione della libera volont\u00e0 umana.<\/p>\n<p>La narrazione standard anti-Stato \u00e8 in realt\u00e0 fuorviante. I globalisti non sono realmente contro lo Stato. I globalisti, all&#8217;interno delle loro varie istituzioni nazionali e internazionali non vanno al lavoro al mattino per mettere i piedi sulla scrivania e rimanersene l\u00ec a non fare nulla tutto il giorno nella loro presunta avversione all&#8217;attivit\u00e0 statale. Ci\u00f2 a cui sono veramente ostili non \u00e8 lo Stato, ma la politica.<\/p>\n<p>I globalisti si preoccupano dei politici ribelli, rissosi e magari persino irrazionali che si impegnano in attivit\u00e0 che deragliano dal loro modello liberale. Ci\u00f2 significa anche che sono sospettosi della democrazia stessa, perch\u00e9 presumono che le masse non siano cos\u00ec razionali e lucide come loro, anzi, le persone comuni sono suscettibili di essere influenzate, illuse o ingannate a tal punto da eleggere \u2018politici ribelli, rissosi e magari persino irrazionali\u2019.<\/p>\n<p>Persino i neoliberali apertamente dichiarati tra i globalisti non sono contrari all&#8217;attivismo statale in quanto tale. Certamente, spesso denunceranno la pianificazione e il controllo dello Stato sugli affari ma, di base, sono ancora pi\u00f9 preoccupati di ci\u00f2 che considerano l&#8217;impatto destabilizzante della politica. In particolare, criticano ci\u00f2 che chiamano \u2018politica discrezionale\u2019, ovvero quegli atti di Governo eseguiti sotto l\u2019egida di decisioni politiche, che pensano interferiscano con il libero funzionamento delle spontanee forze di mercato. Tuttavia, sono abbastanza favorevoli allo Stato che aiuta a realizzare il loro ideale di un ordine di mercato libero dalla politica.<\/p>\n<p>Per esempio, Lionel Robbins, uno dei principali economisti neoliberali della Gran Bretagna del 20\u00b0 secolo, simpatizzava con la concezione liberale classica di ordine nazionale basato su uno Stato forte e deciso e sempre pi\u00f9 spesso, a partire dagli anni &#8217;30, suggeriva che lo stesso principio di uno Stato forte e deciso dovrebbe applicarsi anche su scala internazionale, in qualche forma di autorit\u00e0 federale.<\/p>\n<p>Allo stesso modo, l&#8217;ardente neoliberale Friedrich Hayek, nel suo libro del 1979 <i>Legge, legislazione e libert\u00e0<\/i> ha respinto esplicitamente l\u2019idea, a suo dire appunto inesatta, che egli fosse un sostenitore di uno \u2018Stato minimo\u2019. Egli ha sostenuto che fosse \u2018indubbio che un Governo di una societ\u00e0 avanzata dovesse utilizzare il suo potere di raccogliere fondi per la tassazione per fornire una serie di servizi che per vari motivi non possono essere forniti, o non possono essere forniti in modo adeguato, dal mercato\u2019. Questo non \u00e8 certo un manifesto per il globalismo dei piccoli Stati.<\/p>\n<p>Per coincidenza, Hayek ha negato di essere un purista anti-Stato proprio quando un nuovo primo ministro britannico, Margaret Thatcher, stava dicendo ai suoi colleghi di gabinetto che il libro del 1944 di Hayek <i>La via della schiavit\u00f9<\/i> dovrebbe essere una lettura obbligatoria. Nonostante il fatto che la Thatcher abbia la reputazione di paladina del libero mercato, l&#8217;espansione, piuttosto che la contrazione, dello Stato durante il suo mandato fa s\u00ec che il necrologio apparso sulle colonne dell\u2019Economist dell\u20198 aprile 2013 fosse appropriato: questo portavoce del globalismo e del libero mercato afferm\u00f2 che l&#8217;essenza del thatcherismo fosse \u2018uno Stato forte\u2019 aggiunto al pi\u00f9 pieno impegno per una \u2018economia libera\u2019.<\/p>\n<p>In un&#8217;intervista rilasciata dal quotidiano cileno durante la dittatura militare del generale Pinochet, Hayek ha rafforzato tale prospettiva: <i>&#8216;quando un Governo si trova in una situazione di totale discontinuit\u00e0 nei confronti del passato e non ci sono regole riconosciute, \u00e8 necessario creare regole per dire cosa si pu\u00f2 fare e cosa no. In tali circostanze \u00e8 praticamente inevitabile che qualcuno abbia poteri quasi assoluti &#8230; Pu\u00f2 sembrare una contraddizione che sia io fra tutte le persone a dirlo: in genere io chiedo di limitare i poteri del Governo nella vita delle persone e sostengo che molti dei nostri problemi siano dovuti, appunto, a un potere eccessivo attribuito al Governo. Tuttavia, quando mi riferisco a un potere di tipo dittatoriale, sto parlando solo di un periodo di transizione dove tale potere sia visto come mezzo per ristabilire democrazia e libert\u00e0 nella loro pienezza. Questo \u00e8 l&#8217;unico caso in cui io possa giustificare e raccomandare una dittatura.\u2019<\/i> (9)<\/p>\n<p>Che sia temporaneo o meno, Hayek sostiene esplicitamente uno Stato forte e persino autoritario per stabilire delle regole, da cui si pu\u00f2 concludere che la figura pi\u00f9 famosa del neoliberalismo non era uno \u2018statista minimo\u2019.<\/p>\n<p>Quando i globalisti alludono all&#8217;essere anti- Stato, in realt\u00e0 esprimono la loro opposizione allo Stato nazione, piuttosto che all&#8217;intervento statale di per s\u00e9. Inoltre, quando sono critici dello Stato nazione, non sono nemmeno realmente contro la \u2018nazione\u2019 come entit\u00e0 politica esistente. Piuttosto, sono per lo pi\u00f9 contrari all&#8217;idea di una nazione in grado di esprimere una politica nazionale.<\/p>\n<p>La maggior parte dei globalisti all&#8217;interno delle \u00e9lite occidentali odierne si sente estranea politicamente e culturalmente alle proprie istituzioni nazionali. Questo pu\u00f2 portarli a essere in contraddizione rispetto all\u2019interesse nazionale, oppure, persino, a dubitare che sia giusto perseguire tali interessi. Le \u00e9lite trovano pi\u00f9 facile fare le cose attraverso le reti internazionali perch\u00e9 sono gi\u00e0 sempre pi\u00f9 distaccate dalle vite e dalla visione del mondo dei cittadini comuni a casa.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000\">Soprattutto, i globalisti sono uniti da un desiderio per un mondo separato dalla democrazia popolare e dalla necessit\u00e0 di ottenere il mandato da parte del popolo stesso.<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Di pi\u00f9, considerano sospette le nazioni che pongono in essere delle politiche a causa della loro intrinseca associazione con la gente comune di quella nazione. La loro preoccupazione di fondo \u00e8 come le persone comuni, molte delle quali non condividono il loro pensiero a loro dire avanzato, possano influenzare ci\u00f2 che lo Stato fa attraverso il processo democratico. E poich\u00e9 la democrazia esiste solo nella forma nazionale, questa preoccupazione \u00e8 alla base del loro svalutare lo \u2018Stato nazione\u2019.<\/p>\n<p>\u00c8 quindi una caricatura ingannevole sostenere che i globalisti cercano un mondo \u2018senza confini\u2019 o una societ\u00e0 a \u2018Stato zero\u2019. Alcuni lo fanno, ma ci\u00f2 che li unisce davvero \u00e8 la brama di un mondo separato dalla democrazia popolare e dalla necessit\u00e0 di ottenere il mandato da parte del popolo. Gli Stati rimangono importanti ma si ritiene che operino al meglio attraverso azioni delegate a burocrati e regolatori esperti, non a legislatori e politici sottoposti al mandato popolare.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 ci\u00f2 che guida l&#8217;impulso costituzionalista e legalista all&#8217;interno del globalismo &#8211; cercare di limitare le politiche economiche nazionali attraverso discipline basate su regole. La regolamentazione legale del commercio non viene pi\u00f9 affidata a dei controlli democratici nazionali, ma a delle regole che limitano l&#8217;autonomia legislativa. Il legalismo \u00e8 un modo per i politici di provare ad assolversi dalle proprie responsabilit\u00e0 quando le cose vanno male: \u2018Stavamo solo seguendo le regole\u2019.<\/p>\n<p>Seguire delle regole \u00e8 un modo per evitare di dover esercitare un giudizio. In questo modo, le regole completano le implicazioni di depoliticizzazione delle teorie della globalizzazione. Se le forze globali denudano lo Stato nazione, l&#8217;adesione alle regole fornisce una, per quanto modesta, foglia di fico per chi sta governando in quel momento.<\/p>\n<p>In una relazione speciale sull&#8217;evoluzione del ruolo dello Stato nel 1997, la Banca Mondiale si \u00e8 affidata a un modo di pensare molto diffuso quando ha chiesto restrizioni sia nazionali che internazionali ai Governi (10). Il rapporto ha affermato che ora \u00e8 \u2018generalmente accettato\u2019 che alcune aree del processo decisionale pubblico richiedano \u2018l\u2019isolamento dalla pressione politica\u2019. Non era chiaro da chi fosse \u2018generalmente accettato\u2019. Senza dubbio tra i globalisti, piuttosto che tra le persone che si trovano sul lato di chi non ha pi\u00f9 possibilit\u00e0 di dire la propria.<\/p>\n<p>In questo spirito, la Banca Mondiale ha suggerito ai Paesi di rafforzare \u2018strumenti formali di moderazione\u2019 attraverso un&#8217;efficace separazione dei poteri e \u2018un\u2019indipendenza giudiziaria\u2019 (11). Ha precisato che \u2018nell\u2019area tecnica e spesso delicata della gestione economica\u2019, una certa protezione del processo decisionale dalla pressione delle lobby politiche era \u2018desiderabile\u2019 (12).<\/p>\n<p>Questa proposta di proteggere la politica economica dalle influenze democratiche non ha espresso il \u2018ritiro dello Stato\u2019, ma l&#8217;aspirazione a uno Stato pi\u00f9 \u2018efficace\u2019 attraverso una \u2018ridefinizione della governance globale\u2019. Per la Banca Mondiale \u2018per miglioramento delle istituzioni pubbliche\u2019 si intende mettere tali istituzioni in grado di definire regole e restrizioni capaci di controllare azioni statali \u2018arbitrarie\u2019 (13).<\/p>\n<p>&#8216;Miglioramento&#8217; suona come un concetto positivo, ma in questo caso implica il controllo del pubblico. La Banca Mondiale ha posto in pratica questa interpretazione, ad esempio, nei primi anni &#8217;80, quando ha applaudito il regime militare di Pinochet in Cile per le sue riforme normative dell&#8217;industria delle telecomunicazioni.<\/p>\n<p><a name=\"_GoBack\"><\/a>Il globalismo quindi, come prospettiva, non \u00e8 affatto contro i confini, n\u00e9 \u00e8 intriso di anti-statalismo, piuttosto vi \u00e8 al suo nucleo \u2013 un nucleo legato alle regole \u2013 un&#8217;avversione per la democrazia e la forma nazionale tramite cui questa \u00e8 esercitata.<\/p>\n<p><span lang=\"en-US\">L\u2019ultimo libro di Phil Mullan, <\/span><span lang=\"en-US\"><i>Creative Destruction: How to Start an Economic Renaissance<\/i><\/span><span lang=\"en-US\">, \u00e8 pubblicato da Policy Press.<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(1) Citato in Buying Time: The Delayed Crisis of Democratic Capitalism, di Wolfgang Streeck, Verso, 2014, p213<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(2) \u2018Illusions of Empire: Defining the New American Order\u2019, di John Ikenberry, Foreign Affairs, March\/April 2004<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(3) Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World, di Adam Tooze, Allen Lane, 2018, p575<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(4) \u2018\u2018The Rule of Law\u2019 as a Concept in Constitutional Discourse\u2019, di Richard Fallon, Columbia Law Review, Vol 97, 1997, p97<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(5) \u2018The Rule of Law: An Unqualified Human Good?\u2019, di Morton Horwitz, Yale Law Journal, vol 86, 1977, pp561, 566<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(6) Colonial Policy and Practice: A Comparative Study of Burma and Netherlands India, di John Furnivall, Cambridge University Press, 1948<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(7) \u2018On Why Liberal Democracy Is In Trouble\u2019, di Francis Fukuyama, National Public Radio, Morning Edition, 4 April 2017<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(8) Governing the World: The History of an Idea, Mark Mazower, Penguin, 2013, p 404<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(9) \u2018Friedrich Hayek: An interview\u2019, El Mercurio, 12 April 1981<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(10) World Development Report 1997: The State in a Changing World, World Bank, 1997<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(11) Ibid, pp109, 117<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(12) Ibid, pp8, 116-17<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt\">(13) Ibid, p3<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><em>Per il link all&#8217;articolo originale cliccare <a href=\"https:\/\/www.spiked-online.com\/2019\/03\/15\/globalism-a-world-in-chains\/\">qui<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Traduzione a cura di Alessandro Castelli (FSI Trento) La peggior paura dei globalisti non \u00e8 lo Stato \u2013 \u00e8 il popolo Questo \u00e8 il primo saggio di una serie in due parti di Phil Mullan che esplora il credo politico ed economico del globalismo. La seconda parte, sulla genesi e la politica del neoliberalismo, sar\u00e0 pubblicata tra due settimane. Siamo entrati in uno di quei periodi della storia in cui l&#8217;ordine mondiale pu\u00f2 essere definito&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":68,"featured_media":52110,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[5101],"tags":[174,1558,502,1209,549,237,1506,6415,6425,104,182,81,82,5298],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/world_economic_forum_blair1-600x338.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-dyp","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/52105"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/68"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=52105"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/52105\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":52114,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/52105\/revisions\/52114"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/52110"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=52105"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=52105"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=52105"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}