{"id":52111,"date":"2019-07-15T05:00:19","date_gmt":"2019-07-15T03:00:19","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=52111"},"modified":"2020-01-02T09:57:11","modified_gmt":"2020-01-02T08:57:11","slug":"la-verita-sul-neoliberalismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=52111","title":{"rendered":"La verit\u00e0 sul neoliberalismo"},"content":{"rendered":"<p><em><strong>Traduzione a cura di Alessandro Castelli (FSI Trento)<\/strong><\/em><\/p>\n<p class=\"western\"><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong>\u00c8 la paura dello Stato nazione come forza democratica che sta alla base del progetto neoliberale.<\/strong><\/span><\/p>\n<p><em>Questo \u00e8 il secondo saggio di una serie in due parti di Phil Mullan che esplora il credo politico ed economico del globalismo. La prima parte, che esplora l\u2019ideologia del globalismo, \u00e8 pubblicata <a href=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=52105&amp;preview_id=52105&amp;preview_nonce=15a6beac95&amp;post_format=standard&amp;_thumbnail_id=52110&amp;preview=true\">qui<\/a>.<\/em><\/p>\n<p>\u2018Neoliberalismo\u2019 \u00e8 una parola oggi spesso usata come un insulto rivolto contro qualsiasi cosa che alla sinistra non piace del capitalismo. Quindi, tutte le caratteristiche discordanti della vita economica contemporanea &#8211; partenariati pubblico-privato, contenimento della spesa pubblica, disuguaglianza e cos\u00ec via \u2013 sono ordinariamente attribuite al \u2018neoliberalismo\u2019, come se quell\u2019etichetta fosse sufficiente per condannarle.<\/p>\n<p>Quando dei commentatori cercano di andare oltre il neoliberalismo come mero peggiorativo tendono a concepirlo come un fenomeno anglo-americano, con la Chicago School of economists, e Ronald Reagan e Margaret Thatcher, presentati come i suoi protagonisti chiave. Ma la verit\u00e0 \u00e8 un po\u2019 diversa. L\u2019eredit\u00e0 intellettuale del neoliberalismo \u00e8 in realt\u00e0 molto pi\u00f9 centroeuropea che non americana o britannica.<\/p>\n<p>Carl Menger, il fondatore della scuola neoliberale austriaca di economia, morto nel 1921, nacque nell\u2019attuale Polonia. E le sue due figure di spicco, entrambe importanti nel corso del XX secolo, provenivano a loro volta dall\u2019Europa centrale e orientale: Ludwig von Mises era ucraino e Friedrich Hayek era nato a Vienna. Ci\u00f2 che questi pensatori condividevano era un insieme di esperienze formative insolite: l\u2019aver vissuto da vicino la rivoluzione russa del 1917 e, in seguito, lo stalinismo e il nazifascismo.<\/p>\n<p>Inoltre, il neoliberalismo non \u00e8, e non \u00e8 mai stato, semplicemente una dottrina economica. Piuttosto, \u00e8 molto di pi\u00f9 un progetto politico, emerso in parte da una critica alla diffusione della sovranit\u00e0 nazionale che scaturiva dalla dissoluzione degli imperi dopo la Prima guerra mondiale. Accanto alla fine degli imperi tedesco e russo, anche gli imperi ottomano e austro-ungarico arrivarono al capolinea. Molti nuovi Stati nazionali, gi\u00e0 visibili politicamente da diversi decenni, presero il loro posto. I pensatori che in seguito si definirono neoliberali erano ostili a questo sviluppo, vedendo nella sovranit\u00e0 nazionale un impedimento alle \u2018libert\u00e0 economiche universali\u2019 che sostenevano. La loro alternativa preferita alla nazione era una mescolanza di \u2018Governo mondiale\u2019 e \u2018sovranit\u00e0 individuale dei consumatori\u2019.<\/p>\n<p>Per esempio, molti di coloro che furono coinvolti nella creazione della famosa societ\u00e0 neoliberale Mont Pelerin, nel 1947, non ultimi von Mises e Hayek, erano cresciuti nell\u2019idea di essere destinati a servire l\u2019impero austro-ungarico, nel frattempo ormai scomparso. Ed essendo ovviamente scontenti di tale situazione, giunsero a promuovere il vecchio impero insieme a un\u2019altra istituzione fallita, la Lega delle Nazioni, come buoni modelli per la federazione internazionale. Tali organizzazioni transfrontaliere, essi credevano, avrebbero potuto contribuire a realizzare l\u2019unit\u00e0 economica tra i Paesi e garantire i benefici di una pi\u00f9 ampia divisione del lavoro.<\/p>\n<p>Negli anni \u201830, i neoliberali erano tra i pi\u00f9 lungimiranti nel favorire interventi sovranazionali sugli Stati per preservare e proteggere l\u2019ordine capitalista basato sulla propriet\u00e0 privata. Verso la fine della Seconda guerra mondiale, von Mises sugger\u00ec di riformare la Societ\u00e0 delle Nazioni come Governo internazionale. Sperava che cos\u00ec facendo si potesse garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone, anticipando cos\u00ec di mezzo secolo il quaderno delle \u2018quattro libert\u00e0\u2019 del mercato unico dell\u2019Unione europea. Von Mises credeva senza dubbio nella \u2018mano invisibile\u2019 del mercato, ma pensava anche che fosse necessario, per prendere in prestito una frase evocativa dallo storico di Harvard Quinn Slobodian, \u2018un guanto di ferro\u2019 di uno Stato sovranazionale per proteggerlo.<\/p>\n<p>La maggior parte dei neoliberali, tra cui von Mises, Hayek e Robbins, accettava la persistenza dello Stato nazione per proporre per\u00f2 una forma di \u2018doppio Governo\u2019: dovevano esserci interventi sia a livello nazionale che sovranazionale. Ci\u00f2 che essi chiamavano questioni \u2018culturali\u2019 potevano ancora essere gestite a livello nazionale, ma la gestione dell\u2019economia sarebbe stata separata dalla nazione e perseguita a livello mondiale. Questo sistema di \u2018doppio Governo\u2019 \u00e8 stato visto come un modo per istituzionalizzare il loro fine ultimo: la separazione della politica dall\u2019economia.<\/p>\n<p>Un doppio Governo separerebbe il dominio degli Stati nazione da quello del capitale e della propriet\u00e0 privata. Ci\u00f2 rappresentava una divisione tra ci\u00f2 che i neoliberali chiamavano <i>imperium<\/i> (la regola delle persone) e <i>dominium<\/i> (la regola delle cose). Essi cercavano di depoliticizzare l\u2019economia in modo permanente, liberandola dall\u2019interferenza della politica e delle persone e lasciandola controllare da uno Stato sovranazionale non politico.<\/p>\n<p>Le idee neoliberali e proto-globaliste anticiparono la successiva depoliticizzazione della politica economica che \u00e8 diventata cos\u00ec evidente negli ultimi decenni. In effetti, dagli anni \u201880, in particolare nei Paesi occidentali, l\u2019autorit\u00e0 e il processo decisionale sono stati esternalizzati a organismi non sottoposti al mandato popolare come le banche centrali indipendenti e, in modo ancora pi\u00f9 palese, all\u2019UE. I politici nazionali in tutta Europa hanno conferito parte del loro potere e delle loro responsabilit\u00e0 all\u2019apparato di Bruxelles e a volte, molto convenientemente, hanno attribuito a esso la colpa di ci\u00f2 di negativo che stava accadendo. La responsabilit\u00e0 per le politiche interne pu\u00f2 essere elusa quando si afferma che le \u2018regole dell\u2019UE\u2019 precludono di fare ci\u00f2 che le persone vogliono o di cui hanno bisogno.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000;\">\u00c8 stata l\u2019esperienza dei neoliberali negli anni tra le due guerre che ha alimentato la loro aperta ostilit\u00e0 alla democrazia di massa<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Da un lato, le idee sviluppate dal neoliberalismo tra le due guerre sembravano anticipare pienamente il quadro economico postbellico composto da FMI, dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (IBRD) &#8211; successivamente ribattezzata Banca mondiale \u2013 dall\u2019Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT), e, in seguito, dalla Comunit\u00e0 europea (che divenne l\u2019UE). D\u2019altra parte, quando queste istituzioni furono effettivamente poste in essere, molti neoliberali pensarono fossero difettose, per via del fatto che avevano ancora ceduto troppo potere economico agli Stati nazione.<\/p>\n<p>Tuttavia, questa convinzione non ha impedito ai neoliberali di diventare parte attiva del nuovo regime. La versione tedesca del neoliberalismo, che nel 1950 fu ribattezzata Ordoliberalismus, fu probabilmente la pi\u00f9 esplicita nello spiegare le responsabilit\u00e0 necessarie dello Stato. Prima della guerra, il fondatore dell\u2019Ordoliberalismus, Walter Eucken, della Scuola di Friburgo, ha chiesto uno \u2018Stato forte\u2019 per poter superare gli interessi delle lobby. Secondo Werner Bonefeld, uno scienziato politico, questa forma di neoliberalismo ha concepito la relazione tra mercato e Stato come quella tra un\u2019economia libera e uno Stato forte.<\/p>\n<p>In questo spirito Lars Feld, l\u2019attuale direttore del Walter Eucken Institute (istituito a met\u00e0 degli anni \u201850 dopo la morte di Eucken nel 1950), descrive il \u2018classicismo neoliberale\u2019 come il Governo che fornisce il quadro normativo, costituzionale e legale per plasmare i mercati. Nel dare le sue ragioni perch\u00e9 sia necessario sposare il \u2018libero mercato\u2019, ha spiegato che il Governo non dovrebbe intervenire nelle decisioni economiche quotidiane. Inoltre, Feld descrive lo Stato come la \u2018forza concentrata\u2019 del sistema delle libert\u00e0.<\/p>\n<p>Bonefeld suggerisce quindi che l\u2019Ordoliberalismus \u00e8 meglio caratterizzato come un liberalismo autoritario, che da allora \u00e8 stato realizzato sotto forma di UE (1).<\/p>\n<p>Il globalista del dopoguerra Jan Tumlir, avvocato e capo economista del GATT per quasi due decenni, dal 1967 al 1985, ha a sua volta concepito l\u2019UE in termini neoliberali. Come ha affermato nel 1983, \u2018la protezione dell\u2019economia privata da parte del Governo \u00e8 stata l\u2019idea eminente nel formare l\u2019impresa europea\u2019(2).<\/p>\n<p>Hayek perseguiva lo stesso approccio nel sostenere istituzioni globali per salvaguardare il capitalismo. Per lui, ci\u00f2 significava proteggere ci\u00f2 che definiva il \u2018diritto negativo\u2019 per gli investimenti stranieri di essere al riparo dall\u2019esproprio e il diritto di spostare capitali liberamente attraverso i vari confini di Stato.<\/p>\n<p>Di qui la festosa accoglienza da parte di molti neoliberali nei confronti dell\u2019Unione economica e monetaria (UEM), dell\u2019UE e della Banca centrale europea indipendente (BCE). Ci\u00f2 equivaleva a una \u2018costituzione economica\u2019 per l\u2019Europa. Allo stesso modo, alcuni neoliberali sostengono anche le discusse disposizioni sugli accordi di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati nei recenti accordi mega-commerciali, che danno alle imprese che operano in territori stranieri diritti legali sullo Stato nazione ospitante.<\/p>\n<h2 class=\"western\"><\/h2>\n<p class=\"western\"><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong>Le guide dell\u2019ordine globale<\/strong><\/span><\/p>\n<p>La realizzazione postbellica di una versione ridotta dell\u2019idea \u2018doppio Governo\u2019 stabil\u00ec la coesistenza dello Stato nazione accanto a una serie di organismi internazionali. L\u2019obiettivo era un mondo dove gli Stati fossero sottoposti a un controllo pi\u00f9 rigido rispetto a quello posto in essere dalla Societ\u00e0 delle Nazioni. Questa aspirazione nacque dalle esperienze strazianti della prima met\u00e0 del 20\u00b0 secolo. Mentre l\u2019egemonia globale degli Stati Uniti era una precondizione per questo ordine postbellico, \u00e8 importante notare che le figure dell\u2019Europa continentale furono fondamentali nel modellare le forme assunte da tale ordine. Ci\u00f2 rifletteva il fatto che le esperienze dell\u2019occupazione tedesca e della guerra furono avvertite in modo particolarmente acuto nell\u2019Europa centrale. E l\u2019ordine del dopoguerra fu una risposta proprio a tali esperienze.<\/p>\n<p>Tre preoccupazioni motivarono gli architetti dell\u2019ordine postbellico: la prima era un ritorno del fascismo, del conflitto internazionale e, in definitiva, di un\u2019altra guerra mondiale; in secondo luogo, un possibile collasso del sistema economico, come era quasi accaduto nella crisi degli anni \u201830; terzo, erano spaventati dal potere delle masse e dalla gente comune che iniziava a pretendere di occuparsi personalmente delle problematiche sociali e politiche.<\/p>\n<p>Quest\u2019ultima paura era cresciuta sin dalla rivoluzione russa e venne in seguito rafforzata dall\u2019idea, diffusa anche se fuorviante, che Hitler e i nazisti fossero stati eletti democraticamente nel 1933 (3). La fusione di queste tre preoccupazioni, che ora esaminer\u00f2 pi\u00f9 dettagliatamente, aiuta a spiegare le politiche e i comportamenti dei globalisti nel periodo postbellico.<\/p>\n<p class=\"western\"><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong>1) Prevenire i conflitti<\/strong><\/span><\/p>\n<p>La preoccupazione immediata dei globalisti riguardava la ripresa del conflitto internazionale. Non sorprende che i termini \u2018globalismo\u2019 e \u2018globale\u2019 abbiano iniziato a guadagnare consenso subito dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale (4).<\/p>\n<p>La conflagrazione del 1939 segn\u00f2 l\u2019inizio della prima vera guerra globale. Fino ad allora, la guerra del 1914-18 era stata generalmente chiamata la Grande Guerra. Pur con qualche teatro bellico anche in Asia e in Africa, questa guerra venne combattuta prevalentemente sul suolo europeo. Alcuni sostengono che la Grande Guerra inizi\u00f2 a essere definita guerra mondiale nel 1939. Si ritiene che la rivista Time abbia coniato il termine \u2018Prima guerra mondiale\u2019 nel suo numero del 12 giugno 1939. Nella consapevolezza della minacciosa possibilit\u00e0 di una guerra globale, non pass\u00f2 molto tempo prima che qualcuno iniziasse a pensare che fosse necessario un piano globale per il mantenimento della pace.<\/p>\n<p>E fu qui che che per la prima volta si vide quanta enfasi i globalisti conferiscano al sovranazionale a spese della nazione. Rosenboim, ad esempio, descrive una rete transnazionale di pensatori globalisti quale conseguenza diretta dei traumi della guerra, poich\u00e9 le brutali conseguenze delle azioni compiute dalla Germania e dal Giappone, nella loro sovranit\u00e0, sembravano sopraffare qualsiasi precedente apprezzamento dei benefici della sovranit\u00e0 nazionale. Fritz Scharpf, ex direttore dell\u2019Istituto Max Planck per lo Studio delle Societ\u00e0, scrisse che dopo il 1945 l\u2019autorit\u00e0 politica su scala nazionale sembrava perdere gran parte della sua pretesa di \u2018ottimalit\u00e0\u2019 (5).<\/p>\n<p>Scharpf era in buona compagnia. Gli internazionalisti di varie fedi politiche criticarono gli Stati sovrani, nel loro essere intrinsecamente \u2018egoisti\u2019, come causa della guerra, mettendo in discussione l\u2019efficacia dello Stato nazionale come unit\u00e0 politica autonoma. Poich\u00e9 una federazione di nazioni democratiche era stata necessaria per sconfiggere il fascismo, un simile tipo di collettivit\u00e0 sembrava una visione appropriata per un durevole ordine postbellico. Era anche chiaro che la semplice reintroduzione di un raggruppamento a base volontaria come la Societ\u00e0 delle Nazioni non sarebbe stata sufficiente per preservare la pace. Quindi, istintivamente, adottarono la via tecnocratica dell\u2019adozione di regole e sistemi istituzionali validi per tutti gli Stati per cercare di cementare la cooperazione internazionale.<\/p>\n<p>Da qui la priorit\u00e0 che i nuovi globalisti diedero nel 1944, anche se il bagno di sangue continu\u00f2 in Europa e in Asia, al sistema monetario internazionale di Bretton Woods per regolare i tassi di cambio e istituire il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. Questi accordi internazionali furono forgiati per impedire il ripetersi delle caotiche condizioni interbelliche. L\u2019ONU fu varata a San Francisco nel giugno del 1945. Un anno dopo a Ginevra, Lord Cecil, che aveva diretto la prima assemblea della Societ\u00e0 delle Nazioni, nel 1920, dichiar\u00f2: \u2018La Lega \u00e8 morta. Lunga vita alle Nazioni Unite.\u2019 Il GATT venne lanciato un anno dopo, nel 1947. La creazione del GATT incarn\u00f2 un certo tipo di narrazione postbellica su ci\u00f2 che aveva causato il conflitto, una narrazione, cio\u00e8, che fosse inclusiva e conciliatoria, grazie al fatto che andava a sottolineare le cause economiche piuttosto che politiche della guerra stessa. Cos\u00ec, si poteva dare la colpa della guerra a un\u2019escalation che era iniziata con l\u2019uso di politiche commerciali discriminatorie, principalmente attraverso le tariffe doganali. Di conseguenza, il primo articolo del GATT impegn\u00f2 i suoi membri alla non discriminazione. Conosciuto come \u2018clausola della nazione pi\u00f9 favorita\u2019, le concessioni commerciali concesse a un membro dovevano essere applicate immediatamente e senza condizioni a tutti gli altri membri. L\u2019adesione a questa disposizione proibirebbe quindi il tipo di politiche commerciali discriminatorie che erano state perseguite negli anni \u201830 e che sembravano aver portato alla rivalit\u00e0 inter-imperialista.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000;\">L\u2019approccio antidemocratico top-down dei globalisti \u00e8 stato ben illustrato in occasione di una conferenza degli Stati Uniti nel 1958 sulle esigenze di sviluppo dell\u2019Africa: non c\u2019era un solo africano presente<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Simili sentimenti erano alla base della carta fondativa delle Nazioni Unite, in cui i membri si erano riuniti per \u2018salvare le generazioni successive dal flagello della guerra\u2019. La risoluzione collettiva dei problemi sembrava molto allettante per leader che, per due volte nella loro vita, avevano visto la guerra portare \u2018un immenso dolore all\u2019umanit\u00e0\u2019 (6).<\/p>\n<p>Tuttavia, questo appello alle responsabilit\u00e0 degli Stati membri ha fatto s\u00ec che alcuni globalisti della met\u00e0 del secolo fossero apertamente delusi dal fatto che la carta delle Nazioni Unite continuasse ad abbracciare la sovranit\u00e0 nazionale dello Stato. Alcuni intellettuali, da H.G. Wells e Barbara Wootton allo stesso Hayek, esprimevano dei dubbi sulla creazione di un\u2019organizzazione internazionale che dipendesse dalla sovranit\u00e0 dei suoi Stati membri, finendo persino per rafforzarla. Ma, in realt\u00e0, questa dipendenza era il risultato del ruolo decisivo svolto dall\u2019apparato dello Stato nazione nel perseguire collettivamente e vincere la guerra, un fatto, questo, che mitig\u00f2 l\u2019idea di ridurre completamente il ruolo dello Stato nazionale a guerra finita.<\/p>\n<p>In effetti, la pianificazione organizzata che aveva sostenuto il successo dello sforzo bellico alleato aveva impressionato anche i pensatori di destra. Tuttavia, continuavano a sostenere che nel nuovo spazio politico globale che si era sviluppato la nazione era semplicemente troppo limitata per essere efficace da sola e quindi chiedevano una qualche forma di organizzazione internazionale pur mantenendo un ruolo per lo Stato nazionale al di l\u00e0 delle modifiche a esso apportate. Alla fine, la maggior parte dei globalisti \u00e8 andata avanti con la costruzione di un nuovo ordine intorno agli Stati nazionali esistenti, limitando i loro poteri senza abolirli.<\/p>\n<p class=\"western\"><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong>2) Contenere la crisi capitalistica<\/strong><\/span><\/p>\n<p>La seconda preoccupazione che andava a motivare l\u2019ordine del dopoguerra era la paura di una crisi del sistema capitalistico. Il crollo degli anni \u201830 aveva scosso Hayek e i suoi colleghi della scuola austriaca altrettanto gravemente di quanto avesse scosso i pensatori pi\u00f9 convenzionali quali John Maynard Keynes e i suoi colleghi. Hayek e Keynes semplicemente presero dei percorsi diversi per salvare il capitalismo. Significativamente, per\u00f2, le strade intraprese non erano poi cos\u00ec diverse, come illustrato nel famoso Colloquio Walter Lippmann, svoltosi a Parigi nel 1938.<\/p>\n<p>\u00c8 qui che von Mises, Hayek e gli altri presenti scelsero l\u2019etichetta \u2018neoliberalismo\u2019 per le loro idee. Walter Lippman, un influente giornalista americano che era stato in precedenza direttore della ricerca per il consiglio della Grande Guerra del presidente Woodrow Wilson, forn\u00ec un volto noto al grande pubblico all\u2019ordine internazionale in arrivo.<\/p>\n<p>Gli atti del Colloquio incorporarono la stessa riflessione che Keynes fece nel respingere le idee del laissez faire del diciannovesimo secolo. Il loro obiettivo non era principalmente quello di limitare lo Stato, ma di ripensare il tipo di Stato necessario per salvaguardare il mercato dal collasso. Molti al Colloquio riconobbero che il mercato autoregolamentato era un mito e sapevano per esperienza amara che il capitalismo autoreferenziale non funzionava. L\u2019economia quindi aveva bisogno di sostegno da parte dello Stato. Accettare un ruolo economico per lo Stato al di l\u00e0 di quello del metaforico \u2018guardiano notturno\u2019 faceva parte del pensiero neoliberale sin dal suo inizio.<\/p>\n<p>L\u2019attuale narrazione secondo cui il neoliberalismo globalista sia \u2018anti-Stato\u2019, per quanto fittizia, pu\u00f2 attingere a ci\u00f2 che venne detto al Colloquio, pur con qualche attenzione. Alcuni partecipanti criticarono fortemente quella che venne definita \u2018l\u2019illusione del controllo\u2019. Tutti loro, volendo che lo Stato preservasse il capitalismo, respinsero con veemenza le proposte socialiste di Stato come \u2018controllo generale\u2019 dell\u2019economia mediante \u2018un\u2019autorit\u00e0 intelligente, ripudiando tali idee come tanto ingenue quanto dannose dal momento che consideravano l\u2019economia come un qualcosa determinato dalle milioni di risposte individuali ai prezzi, un quadro chiaramente troppo complesso perch\u00e9 venisse ricostruito, compreso e controllato da qualsiasi economista o da qualsiasi autorit\u00e0 centrale.<\/p>\n<p>Da parte nostra, poich\u00e9 il tema \u00e8 fondamentale nelle odierne teorie della globalizzazione, facciamo notare che questa enfasi sulla \u2018complessit\u00e0\u2019 era presente anche prima del 1939, e uno sguardo alla discussione prebellica invalida l\u2019affermazione di alcuni globalisti contemporanei secondo la quale la complessit\u00e0 sia un fattore relativamente nuovo, derivante dal nostro mondo globalizzato e in rapido movimento e che, come tale, necessiti di far ripensare la democrazia perch\u00e9 questa forma di Governo era fattibile solo in tempi caratterizzati da una maggiore semplicit\u00e0 e linearit\u00e0, tempi identificati come gli anni prima del 1980. Tuttavia, come vediamo qui, l\u2019idea della complessit\u00e0 \u00e8 stata a lungo usata per giustificare la limitazione delle pratiche democratiche.<\/p>\n<p>Negli anni \u201830, la conclusione dei neoliberali era che sebbene l\u2019economia fosse troppo complessa per essere controllata, avrebbe potuto almeno essere in qualche modo organizzata. Questo tentativo di ordine non solo avrebbe cementato la cooperazione internazionale, ma avrebbe aiutato anche a frenare le tendenze destabilizzanti del capitalismo e a prevenire le crisi del capitalismo, da qui il desiderio di regole per regolare il capitalismo stesso. Un\u2019altra loro conclusione era che, affinch\u00e9 il mercato potesse imporre il proprio ordine, esso dovesse essere protetto da un \u2018quadro extra-economico\u2019 sotto forma di una struttura legale, costituzionale e normativa.<\/p>\n<p>Dopo il 1945, il pi\u00f9 grande successo economico degli Stati Uniti fu proprio la rinascita del capitalismo internazionale dalle macerie della depressione e della guerra. Il FMI e l\u2019IBRD avviarono il processo di ristrutturazione del capitalismo nell\u2019Europa occidentale e in Giappone. Sotto le ulteriori pressioni della Guerra Fredda in corso, gli Stati Uniti si assunsero la responsabilit\u00e0 diretta di accelerare la ricostruzione del capitalismo occidentale.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000;\">E se Hayek pensava che \u2018la democrazia ha bisogno dell\u2019arma rappresentata da Governi forti\u2019, temeva anche che le democrazie potessero conferire ai Governi \u2018troppo potere\u2019.<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Il Giappone fu ricostruito sotto un\u2019efficace occupazione americana, guidata dal generale Douglas MacArthur. Per la rinascita europea, gli Stati Uniti presero l\u2019iniziativa con il piano Marshall, lanciato nel 1947. Come dimostrano questi interventi dello Stato nazione americano, le attivit\u00e0 economiche internazionali non furono intraprese escludendo lo Stato nazionale. Tutto il contrario: le organizzazioni internazionali e gli Stati nazionali hanno lavorato in tandem. Le decisioni prese a livello sovranazionale si basavano sugli Stati nazionali per la loro attuazione, individualmente o in collaborazione.<\/p>\n<p>Questa relazione tra lo Stato e il capitalismo liberale internazionale \u00e8 ben ripresa dalla formula \u2018<i>embedded liberalism\u2019<\/i>, formula coniata nei primi anni \u201880 dallo scienziato politico John Ruggie per descrivere l\u2019espressione internazionale dell\u2019economia mista keynesiana. I Governi nazionali del dopoguerra che si trovavano all\u2019interno di questi organismi internazionali non erano scoraggiati dall\u2019agire, al contrario era loro richiesto di farlo. In effetti, ci si aspettava che gli Stati si assumessero grandi responsabilit\u00e0, avendo un ruolo ben preciso nel mantenere la stabilit\u00e0 del mercato e la crescita economica. Ad esempio, le nazioni che aderirono al sistema di Bretton Woods si impegnarono a seguire le nuove regole multilaterali dei tassi di cambio fissi ma regolabili. Ci\u00f2 era in aggiunta ad aiutare le proprie economie attraverso l\u2019interventismo statale nazionale. Inizialmente, il nuovo regime internazionale riconciliava apertamente le iniziative economiche multilaterali con gli interventi statali nazionali (7). In contrasto con la smodata globalizzazione contemporanea dello Stato nazione, l\u2019intervento internazionale e quello nazionale non erano visti come opposti e contrastanti fra loro.<\/p>\n<p class=\"western\"><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong>3) Controllare le masse<\/strong><\/span><\/p>\n<p>La terza preoccupazione che andava a motivare il globalismo \u00e8 la sfiducia nelle masse. Le \u00e9lite politiche dell\u2019Europa occidentale e dell\u2019America, dopo la Seconda guerra mondiale, erano decise a evitare gli sconvolgenti disordini sociali degli anni tra le due guerre. Il passaggio quasi immediato alla Guerra Fredda assicur\u00f2 che questo angoscioso ricorso rimanesse molto rilevante. Le preoccupazioni per il conflitto di classe avevano una pesante influenza non solo sull\u2019estensione dello statalismo del welfare domestico, ma anche sull\u2019istituzione del nuovo regime internazionale.<\/p>\n<p>I globalisti vedono l\u2019\u2019ordine\u2019, di qualsiasi tipo esso sia, come necessario per contenere l\u2019inaffidabilit\u00e0 e il rancore inerenti alla popolazione. Interpretano la storia come una prova del fatto che la gente comune preferisca l\u2019ordine e la sicurezza derivanti da una sorgente autoritaria alla libert\u00e0 e alla democrazia. Concludono che \u00e8 stata l\u2019assenza di un ordine internazionale negli anni tra le due guerre che permise l\u2019ascesa al potere di Mussolini, Hitler, Franco e Stalin. Forse, scrisse lo studioso di politica estera Robert Kagan, se gli Stati Uniti avessero fatto nel 1919 quello che fecero nel 1945 &#8211; stabilendo un ordine mondiale liberale &#8211; potremmo non aver mai conosciuto l\u2019Hitler dei nostri libri di storia (8).<\/p>\n<p>I globalisti neoliberali come Hayek non differivano dai keynesiani quando si parla dei livelli dell\u2019intervento statale, piuttosto la loro opposizione veniva dall\u2019associare le politiche di Stato keynesiane con il socialismo e le masse indisciplinate, perch\u00e9 identificavano l\u2019economia mista postbellica come una variante del socialismo di Stato, che odiavano. Lungi dal negare l\u2019attivismo di Stato in linea di principio, i neoliberali erano molto pi\u00f9 preoccupati per l\u2019influenza del marxismo e dell\u2019Unione Sovietica, cos\u00ec come per il fascismo nazionalsocialista da cui molti di loro erano fuggiti. Era il loro rifiuto di queste forme di controllo statale che rafforzava il loro scetticismo sulla democrazia, scetticismo che per alcuni di loro diventava aperta ostilit\u00e0 verso la democrazia di massa.<\/p>\n<p>Il teorico politico americano Wendy Brown ha suggerito che gli appartenenti al nucleo originale dei neoliberali degli anni tra le due guerre non fossero soggettivamente antidemocratici, ma che il loro convincimento riguardo la necessit\u00e0 di mantenere la politica separata dall\u2019economia si \u00e8 evoluto fino a diventare la richiesta di mantenere la politica isolata dalle \u2018richieste emotive delle masse ignoranti\u2019 (9).<\/p>\n<p>Come un altro resoconto del funzionamento del processo decisionale politico nell\u2019Europa del dopoguerra spiega:<\/p>\n<p><em>\u2018L\u2019isolamento dalle pressioni popolari e, pi\u00f9 in generale, una profonda sfiducia nei confronti della sovranit\u00e0 popolare stanno alla base non solo degli inizi dell\u2019integrazione europea, ma anche della ricostruzione politica dell\u2019Europa occidentale dopo il 1945 in generale&#8230; Gli \u2018assetti costituzionali\u2019 erano tutta una questione di distanziamento delle politiche europee dagli ideali di sovranit\u00e0 parlamentare e delegando il potere a organismi non eletti, come le corti costituzionali, o allo Stato amministrativo in quanto tale \u00bb(10).<\/em><\/p>\n<p>Un approccio tecnocratico e anti-politico al coordinamento internazionale postbellico si adattava anche all\u2019agenda degli Stati Uniti. Invece di una \u2018lega\u2019 basata su una presunta fiducia condivisa nei valori civili da parte delle singole persone, gli Stati Uniti enfatizzavano i benefici delle competenze scientifiche e tecniche collettive. Basandosi sull\u2019espansione del lavoro dell\u2019apparato tecnico della Societ\u00e0 delle Nazioni, gli americani cercavano un meccanismo permanente basato su delle regole, andando per\u00f2 ben oltre la semplice sicurezza toccando settori economici, assistenziali e sociali.<\/p>\n<p>Almeno nelle discussioni anglo-americane, tali organizzazioni, nel momento in cui furono implementate, mantennero idealmente la motivazione di servire la democrazia. Tuttavia, era evidente fin dall\u2019inizio che le nazioni pi\u00f9 piccole, e il <i>demos<\/i> in generale, avrebbero effettivamente avuto poca voce in capitolo sul modo in cui tali istituzioni avrebbero operato. Ci si aspettava che tutti i membri delle Nazioni Unite obbedissero alle decisioni del Consiglio di sicurezza, che era dominato dai cinque grandi (Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica, Cina e Francia). Secondo l\u2019articolo 2 dell\u2019ONU, anche i non membri avrebbero dovuto fare lo stesso.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, l\u2019uso del termine \u2018democrazia\u2019 spesso era sottoposto a uno slittamento semantico dalle potenze dominanti allo scopo di favorire gli interessi di quest\u2019ultime. Secondo il Governo britannico del dopoguerra, il colonialismo era giustificato come \u2018un\u2019illustrazione pratica di democrazia sotto tutela\u2019. Contrariamente all\u2019idea che la nuova ONU dovesse promuovere l\u2019autodeterminazione universale, la sua carta evit\u00f2 ogni chiara imposizione per la piena indipendenza delle colonie, limitandosi a impegnare le potenze coloniali a promuovere \u2018al massimo\u2019 gli interessi e il benessere degli abitanti di quest\u2019ultime, ora ribattezzati \u2018territori non autonomi\u2019.<\/p>\n<p>Anche l\u2019\u00e9lite politica americana, sostenendo un approccio \u2018evolutivo\u2019 all\u2019autodeterminazione, manteneva un apprezzamento della democrazia quando questa si fosse dimostrata come retta da personale qualificato. Negli anni \u201850 il segretario di Stato del presidente Eisenhower, John Foster Dulles, spieg\u00f2 che gli Stati Uniti sostenevano l\u2019indipendenza politica nazionale solo quando la popolazione di un Paese si era dimostrata sufficientemente \u2018civilizzata\u2019. Avevano bisogno di essere \u2018capaci\u2019 di sostenere l\u2019indipendenza e di assolvere le responsabilit\u00e0 nazionali in conformit\u00e0 con le \u2018norme accettate delle nazioni civili\u2019. Ci\u00f2 che era \u2018accettabile\u2019 era definito dal Governo degli Stati Uniti in quel momento in carica, non dalle persone di quei Paesi.<\/p>\n<p>L\u2019approccio antidemocratico top-down dei globalisti \u00e8 stato ben illustrato in occasione di una conferenza degli Stati Uniti nel 1958 sulle esigenze di sviluppo dell\u2019Africa: non c\u2019era un solo africano presente. Gli organizzatori pensarono semplicemente che gli africani sarebbero stati da una parte scarsamente istruiti e dall\u2019altra, probabilmente, faziosi e di mentalit\u00e0 ristretta, a differenza degli esperti occidentali presenti, motivati da null\u2019altro che dalle loro conoscenze scientifiche.<\/p>\n<p>Tumlir fu ancora pi\u00f9 esplicito nell\u2019esternare la sua paura delle masse, sia quando disse che l\u2019ordine economico internazionale stava \u2018proteggendo il mercato mondiale\u2019 dalle pressioni popolari oppure quando spieg\u00f2, nel suo ruolo allora di capo economista al GATT, che ogni volta che c\u2019\u00e8 la democrazia, c\u2019\u00e8 anche la possibilit\u00e0 che le masse possano impadronirsi dello Stato, dal momento che in democrazia lo Stato stesso \u2018cessa di essere un Governo e diventa un\u2019arena per i combattimenti gladiatori di interessi organizzati\u2019. Il grande rischio della democrazia, concluse Tumlir, \u00e8 che pu\u00f2 portare al socialismo. Il vero problema a livello istituzionale, sempre secondo Tumlir, \u00e8 che i Governi democratici potevano agire contro gli interessi vitali delle loro stesse societ\u00e0. Quindi, \u00e8 necessaria una costituzione formale per \u2018strutturare\u2019 o \u2018limitare\u2019 la discussione politica. La Banca Mondiale ha successivamente richiamato l\u2019attenzione su ci\u00f2 che ha descritto come i \u2018pericoli intrinseci\u2019 di una maggiore apertura e partecipazione: ampliare le opportunit\u00e0 della partecipazione pubblica \u00e8 visto come una via per aumentare le richieste fatte allo Stato, incrementando, sempre secondo la Banca Mondiale, il rischio di ingorgo o del fatto che gruppi di interesse dichiarati si impadroniscano dello Stato. Laconicamente, Tumlir riassunse la logica soggiacente ai sistemi basati su delle regole cos\u00ec: \u2018le regole internazionali proteggono il mercato mondiale dai Governi\u2019 (11). Le regole stabilite dalle \u00e9lite internazionali apparentemente riconoscono gli interessi di una societ\u00e0 nazionale meglio di quanto non possa fare il suo stesso popolo. In questo modo, le regole non mettono solo le catene su ci\u00f2 che i Governi possono fare, ma giustificano anche il rifiuto di impegnarsi in un dibattito politico con il popolo che li ha eletti.<\/p>\n<p align=\"CENTER\"><strong><span style=\"color: #000000;\">I globalisti e i neoliberali parlano di \u2018libero mercato\u2019 e \u2018libero scambio\u2019, ma la libert\u00e0 che li motiva veramente \u00e8 la libert\u00e0 dalla politica<\/span><\/strong><\/p>\n<p>Analogamente, la Banca Mondiale ha richiamato l\u2019attenzione su un meccanismo che vede le istituzioni internazionali avere un ruolo di primo piano per far assumere ai Governi nazionali degli impegni esterni quando essi devono intraprendere dei cambiamenti interni, e potenzialmente impopolari. Questi impegni esterni rendono pi\u00f9 difficile per i Governi fare marcia indietro sulle riforme interne di fronte all\u2019opposizione popolare. Le regole e la democrazia quindi non si mescolano bene: le regole sono utilizzate per sostenere l\u2019insistenza sull\u2019assenza di alternative (TINA) e non c\u2019\u00e8 alcun senso nel discutere anche le alternative perch\u00e9 ci sono delle regole da seguire.<\/p>\n<p>Tumlir spieg\u00f2 anche come le regole internazionali possono aiutare a salvare i politici nazionali dalle pressioni interne: \u2018L\u2019ordine economico internazionale [potrebbe agire] come un ulteriore strumento di trinceramento per proteggere la sovranit\u00e0 nazionale contro l\u2019erosione interna.\u2019 In questa formulazione orwelliana \u2018proteggere la sovranit\u00e0 nazionale\u2019 implica il suo contrario: significa invece proteggere l\u2019establishment politico nazionale dai desideri del popolo di una data nazione.<\/p>\n<p>Con un ordine istituzionalizzato pi\u00f9 ampio, i politici nazionali sono in grado di convalidare le loro azioni \u2013 o il loro contrario \u2013 con l\u2019obbligo di perseguire gli interessi dell\u2019economia mondiale, o della \u2018globalizzazione\u2019, o dell\u2019UE o delle regole del WTO. In altre parole, \u00e8 conveniente che i leader nazionali abbiano un padrone sovranazionale a cui dare la colpa presso il proprio elettorato, in modo tale da poter alzare le spalle e dire: \u2018dovevamo farlo, non c\u2019era un\u2019alternativa\u2019.<\/p>\n<p>Ad esempio, durante la crisi del debito dell\u2019eurozona nel 2015, la maggioranza degli elettori greci ha respinto i termini dell\u2019accordo di salvataggio stipulato a Bruxelles e a Berlino. In risposta, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha riassunto sinteticamente la prospettiva globalista: \u2018Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole.\u2019<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che il rifiuto di Hayek dello \u2018statalismo minimo\u2019 in <i>Diritto, Legislazione e Libert\u00e0<\/i> sia accompagnato da una pesante critica alla democrazia. In particolare, Hayek criticava quella che lui chiamava la democrazia rappresentativa \u2018illimitata o sfrenata\u2019, la democrazia che aveva portato cio\u00e8 a delle politiche economiche, secondo lui, stupide e dannose. Questa conclusione si basava sul fatto che Hayek non ammetteva l\u2019ipotesi che ci fosse la possibilit\u00e0 di controllare l\u2019economia, cosa che lo portava a confutare un\u2019altra affermazione, ovvero che le persone possano essere padrone del proprio destino.<\/p>\n<p>Hayek diede un perfetto esempio rappresentante del globalismo neoliberale quando opin\u00f2 che limitare le libert\u00e0 politiche, inclusi i diritti democratici, era talvolta necessario per preservare la libert\u00e0 economica. E se Hayek pensava che \u2018la democrazia ha bisogno dell\u2019arma rappresentata da Governi forti\u2019, temeva anche che le democrazie potessero conferire ai Governi \u2018troppo potere\u2019. Per questo spiegava di essere sempre stato molto attento a distinguere tra \u2018le democrazie limitate\u2019 e le \u2018democrazie illimitate\u2019. E la sua preferenza era per la variet\u00e0 limitata.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il motivo per cui nel corso della sua vita, e specialmente dopo il 1945, Hayek e altri globalisti neoliberali ponevano una crescente fede nella legge, sia nazionale che sovranazionale. Hayek distingueva il ruolo positivo che la \u2018legge\u2019 pu\u00f2 svolgere dai pericoli di uno \u2018Stato legislativo\u2019. Quindi vedeva con sfavore l\u2019espansione della democrazia in tutto il mondo perch\u00e9 essa consentiva potenzialmente degli interventi legislativi sull\u2019 economia, cosa che Hayek vedeva come esiziale per la separazione dell\u2019economia dalla politica.<\/p>\n<p>Ora \u00e8 ampiamente accettato, specialmente tra gli europei, che la legge sovranazionale possa prevalere sul diritto nazionale all\u2019interno dei tribunali nazionali. Le operazioni di alto profilo della Corte di giustizia europea dell\u2019UE lo dimostrano. Ma questa tendenza antidemocratica non significa che i globalisti siano sempre ostili ai tribunali nazionali. Al contrario, molti riconoscono che i tribunali nazionali hanno il vantaggio rispetto a quelli internazionali di una maggiore parvenza di legittimit\u00e0. In pratica, si ritiene che anche i giudici nazionali siano pi\u00f9 affidabili dei Governi democratici per l\u2019applicazione del diritto internazionale. Ci\u00f2 indica che per i globalisti lo sfavorire la politica favorendo invece la legge assume un\u2019importanza ancora maggiore della stessa promozione del sovranazionale.<\/p>\n<p>Questo tipo di pensiero conferma che lo scetticismo globalista nei confronti dello Stato nazionale \u00e8 in gran parte guidato dai timori del suo contenuto democratico, piuttosto che dei suoi aspetti legati alle politiche di massa. I globalisti temono lo Stato nazione solo nella misura in cui esso sia un meccanismo a favore del potere democratico. Ci\u00f2 vale a dire che la negazione globalista dell\u2019efficacia delle politiche statali nazionali \u00e8 in gran parte una negazione dell\u2019accettazione della politica democratica.<\/p>\n<p>L\u2019attacco globalista e neoliberale al nazionalismo e alla sovranit\u00e0 \u00e8 in realt\u00e0 un attacco al potere \u2018illimitato\u2019 del popolo, di cui Hayek era cos\u00ec critico. L\u2019insieme delle preoccupazioni della nostra \u00e9lite globalista e spesso neoliberale \u00e8 una combinazione, lo abbiamo visto, tra la paura di un ritorno di un conflitto internazionale, il timore per una nuova crisi economica e una spiccata insofferenza nei confronti della democrazia popolare. Inutile dire che \u00e8 proprio quest\u2019ultima ci\u00f2 che preoccupa di pi\u00f9 tale \u00e9lite a livello quotidiano, \u00e9lite che si oppone strenuamente alla sola idea di persone comuni che possano intromettersi nelle loro pratiche e procedure di stampo tecnocratico.<\/p>\n<p class=\"western\"><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong>In conclusione<\/strong><\/span><\/p>\n<p>Motivati da queste tre preoccupazioni &#8211; conflitto internazionale, collasso capitalista e sfiducia nei confronti della gente &#8211; i globalisti pragmaticamente, ma spesso con fervore, sono pi\u00f9 che favorevoli all\u2019uso delle istituzioni statali per mantenere e stabilizzare le relazioni economiche capitaliste. Tuttavia, le regole \u2018liberali\u2019 del regime finanziario internazionale furono costruite pi\u00f9 per aumentare la capacit\u00e0 delle organizzazioni internazionali che non per limitare gli interventi dei singoli Governi, e quindi i globalisti sono a loro agio nel gestire non solo le istituzioni internazionali ma anche quelle nazionali, purch\u00e9 queste possano costituire una protezione dalla necessit\u00e0 di ottenere, e democraticamente, un mandato popolare.<\/p>\n<p>I globalisti e i neoliberali pretenderanno ancora e ripetutamente di aver assoluta fede nel \u2018mercato libero\u2019 e nel \u2018libero scambio\u2019. Ma la libert\u00e0 che li motiva davvero non \u00e8 la libert\u00e0 dall\u2019intervento statale, \u00e8 la libert\u00e0 dall\u2019intrusione della politica. Alla fine ci\u00f2 si riduce alla libert\u00e0 di non dover rispondere al popolo. Il triplice obiettivo di proteggere il capitalismo dalla guerra, dalla rottura e dall\u2019intrusione popolare, e in definitiva dall\u2019insurrezione popolare, \u00e8 ci\u00f2 che richiede il desiderio globalista di frenare gli effetti potenzialmente dirompenti sui processi del mercato della democrazia nazionale.<\/p>\n<p>La sintesi di queste tre paure rappresenta il nucleo anti-politico del globalismo neoliberale. Slobodian descrive appropriatamente il neoliberalismo come non tanto una teoria sulla natura del mercato o dell\u2019economia, quanto piuttosto una teoria del rapposto tra la legge e lo Stato. Il globalismo informato neoliberale \u00e8 molto pi\u00f9 un progetto politico che economico. Il contributo pi\u00f9 importante di Hayek al globalismo non \u00e8 il suo attaccamento romantico al libero mercato, ma le sue argomentazioni su quello che ha definito il \u2018detronizzare la politica\u2019. L\u2019ironia \u00e8 che l\u2019obiettivo neoliberale di \u2018depoliticizzare l\u2019economia\u2019 \u00e8 di per s\u00e9 un\u2019agenda politica.<\/p>\n<p>In ultima analisi, la sua vera espressione consiste nel tentativo di proteggere il capitalismo dalle influenze democratiche. Gi\u00e0 nel 1932, Eucken, il padre dell\u2019Ordoliberalismus tedesco, aveva apertamente denunciato quella che chiamava la \u2018democratizzazione del mondo\u2019, riferendosi alle masse che entrano in politica attraverso il suffragio universale (sebbene, allora, per lo pi\u00f9 maschile). Quasi 50 anni pi\u00f9 tardi, dopo aver visitato il Cile di Pinochet, Hayek \u00e8 stato altrettanto esplicito riguardo al suo disprezzo per la democrazia. In un\u2019intervista al quotidiano cileno El Mercurio ha affermato di essere \u2018totalmente contro le dittature\u2019 come istituzioni a lungo termine, \u2018ma &#8230; a volte \u00e8 necessario che un Paese abbia, per un certo periodo, qualche forma &#8230; di potere dittatoriale. Personalmente\u2019, ha continuato, \u2018preferisco un dittatore liberale al Governo democratico privo di liberalismo\u2019 (12). Questo riassume perfettamente la filosofia globalista, secondo la quale non si pu\u00f2 avere libert\u00e0 politica senza libert\u00e0 economica, ma la libert\u00e0 economica prospera senza la libert\u00e0 politica.<\/p>\n<p>Un quarto di secolo pi\u00f9 tardi, nel 2015, Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, ha espresso lo stesso messaggio autoritario: \u2018Non pu\u00f2 esserci alcuna scelta democratica contro i trattati europei\u2019. (13) Questo non \u00e8 stato un errore. Alcuni anni prima, quando guidava l\u2019Eurogruppo dei ministri delle finanze, Juncker spiegava: \u2018La politica monetaria \u00e8 un problema serio. Dovremmo discuterne in segreto.\u2019 E aggiunse: \u2018Sono pronto a essere insultato in quanto insufficientemente democratico, ma voglio essere serio&#8230; sono per i dibattiti segreti e strettamente confidenziali\u2019. E da Hayek che sosteneva la dittatura cilena del generale Pinochet negli anni \u201880 agli impulsi antidemocratici della burocrazia dell\u2019UE nel 21\u00b0 secolo il passo non \u00e8 poi cos\u00ec lungo.<\/p>\n<p><span lang=\"en-US\">L\u2019ultimo libro di Phil Mullan, <\/span><span lang=\"en-US\"><i>Creative Destruction: How to Start an Economic Renaissance<\/i><\/span><span lang=\"en-US\">, \u00e8 pubblicato da Policy Press.<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(1) \u2018Authoritarian Liberalism: From Schmitt via Ordoliberalism to the Euro\u2019, di Werner Bonefeld, Critical Sociology, Vol 43, issue 4-5, July 2017<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(2), \u2018Strong and Weak Elements in the Concept of European Integration\u2019, di Jan Tumlir, incluso in Reflections on a Troubled World Economy: Essays in Honour of Herbert Giersch, edito da Fritz Machlup, Gerhard Fels e Hubertus Muller-Groeling, St Martin\u2019s Press, 1983, p36<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 10pt;\">(3) come mostra il libro di Ian Kershaw, Hitler, 1889-1936: Hubris, ci sono state in effetti delle specifiche circostanze antidemocratiche che portarono alle elezioni del marzo 1933.<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(4) The Emergence of Globalism: Visions of World Order in Britain and the United States, 1939-1950, di Or Rosenboim, Princeton University Press, 2017<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(5) \u2018The joint-decision trap: Lessons from German federalism and European integration\u2019, di Fritz Scharpf, Public Administration, Vol 66, no 3, 1988, p 240<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(6) Preambolo alla Carta dell\u2019ONU <\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(7) \u2018International Regimes, Transactions, and Change: Embedded Liberalism in the Postwar Economic Order\u2019, di John Ruggie, International Organization, Vol 36, no 2, Spring, 1982, p393<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(8) The Jungle Grows Back: America and Our Imperiled World, di Robert Kagan, Alfred A Knopf, 2018, pp144-5<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(9) \u2018Who is not a neoliberal today?\u2019, di Wendy Brown, Tocqueville 21 interview, 18 January 2018<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(10) \u2018Beyond Militant Democracy\u2019, di J-W Muller, New Left Review, 73, 2012<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(11) \u2018International Economic Order and Democratic Constitutionalism\u2019, di Jan Tumlir, Ordo, 34, 1983, pp72, 77<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(12) \u2018Friedrich Hayek: An interview\u2019, El Mercurio, 12 April 1981<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 10pt;\">(13) Tradotto da \u2018Pas question de supprimer la dette Grecque\u2019, Le Figaro, 28 January 2015<\/span><\/p>\n<p><em>Per il link all&#8217;articolo originale cliccare\u00a0<a href=\"https:\/\/www.spiked-online.com\/2019\/03\/22\/the-truth-about-neoliberalism\/?fbclid=IwAR3iHU3DjUqds8Dk3atJbV5UtgKSWAhZDH-1sRyglb4xWe5Qcz_fu_VCiEw\">qui<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Traduzione a cura di Alessandro Castelli (FSI Trento) \u00c8 la paura dello Stato nazione come forza democratica che sta alla base del progetto neoliberale. Questo \u00e8 il secondo saggio di una serie in due parti di Phil Mullan che esplora il credo politico ed economico del globalismo. La prima parte, che esplora l\u2019ideologia del globalismo, \u00e8 pubblicata qui. \u2018Neoliberalismo\u2019 \u00e8 una parola oggi spesso usata come un insulto rivolto contro qualsiasi cosa che alla sinistra&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":68,"featured_media":52118,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[5101],"tags":[187,174,1558,1209,549,237,6428,96,6429,6415,1213,6427,6426],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/hayek-600x338.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-dyv","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/52111"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/68"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=52111"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/52111\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":52280,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/52111\/revisions\/52280"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/52118"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=52111"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=52111"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=52111"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}