{"id":52463,"date":"2019-08-12T00:08:15","date_gmt":"2019-08-11T22:08:15","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=52463"},"modified":"2019-08-11T22:37:01","modified_gmt":"2019-08-11T20:37:01","slug":"domenico-rea-e-lenigma-del-mediterraneo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=52463","title":{"rendered":"Domenico Rea e l&#8217;enigma del Mediterraneo"},"content":{"rendered":"<p>di GIAMPIERO MARANO (FSI Varese)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Domenico Rea sa che non \u00e8 esistita soluzione di continuit\u00e0 fra il politeismo greco-romano e il cattolicesimo meridionale. In realt\u00e0, \u00e8 vero che l&#8217;Italia del sud ha a lungo preservato manifestazioni, pi\u00f9 o meno residuali e tuttavia non riconducibili a puro colore, della quotidianit\u00e0, dell&#8217;arte e della religiosit\u00e0 arcaiche, precristiane: nella <em><i>tammorriata <\/i><\/em>come nelle esibizioni di strada dei <em><i>pazzarielli<\/i><\/em>, negli ex-voto conservati nei santuari, nella confusione gioiosa di alcuni vecchi mercati &#8220;la vita antica rimane per noi un mistero di cui non ci \u00e8 stata lasciata la chiave&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;enigma ha continuato a vivere soprattutto a Napoli, la &#8220;citt\u00e0-mondo&#8221; (F. Arminio) che Rea considera la &#8220;porta misteriosa di tutta l&#8217;Italia meridionale&#8221;; e non sembri una forzatura indebita estendere la definizione all&#8217;intero Mediterraneo tradizionale, se lo stesso &#8220;mistero socio-antropologico indecifrabile&#8221; incarnatosi nel popolo napoletano si ritrova identico a Barcellona o a Istanbul, come lascia intendere Rea \u2013 e a Tangeri, aggiungerebbe con buone ragioni Ben Jelloun<em><i>.<\/i><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma in cosa consiste questo enigma? Dove trovarne la chiave? Non si pu\u00f2 comprendere il Mediterraneo senza avere recuperato &#8220;il mondo pre-alfabetico, intricato e complicato di cui si sa pochissimo&#8221; forse paragonabile al mare (tanto sottovalutato dalla modernit\u00e0 quanto, e non a caso, temuto dagli antichi) che mette pericolosamente in contatto persone e culture differenti, provocando scontri ma anche ibridi, fusioni, intrecci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il millenario mondo pre-alfabetico \u00e8 ci\u00f2 che ha generato per reciproca sovrapposizione e stratificazione le &#8220;antichissime civilt\u00e0 mediterranee&#8221; viste scorrere con disgusto da Harry, il protagonista americano delle <em><i>Lettere da Capri <\/i><\/em>di Soldati, sul volto del sindaco, una &#8220;maschera&#8221; che esprime ai suoi occhi di puritano un&#8217;invincibile ipocrisia e corruzione morale. Ma sui volti, sulle maschere degli uomini mediterranei si legge anche \u2013 e questa \u00e8 un&#8217;evidenza che sfugge per\u00f2 alla coscienza puritana \u2013 la tragedia di un sapere istintivo, immediato che mostra quanto ferocemente &#8220;l&#8217;estrema curva del fato&#8221; abbatta chi sale troppo in alto violando i limiti assegnati dalla legge cosmica (arbitraria, disumana, incomprensibile).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il mondo prealfabetico, oscuro &#8220;come la violenza di vivere almeno una volta, perch\u00e9 una volta si vive&#8221;, poggia su una crudelt\u00e0 essenziale solitamente occultata da una contro-tradizione profilattica e immunizzante (ne \u00e8 un esempio la poesia di Di Giacomo), nel timore che rivelarla possa distruggere il mito del paese del sole e del mare, contro il quale polemizzava Anna Maria Ortese. Rea riconosce a Boccaccio il merito di avere colto la violenza sorgiva e ambigua che infetta il Mediterraneo, fecondandolo: nelle novelle pi\u00f9 amate da Rea &#8211; quelle di Landolfo, Andreuccio e Peronella, anche se non andrebbe dimenticata la sfortunata storia d&#8217;amore fra Gerbino, principe normanno di Palermo, e la figlia del re di Tunisi (<em><i>Decameron<\/i><\/em>, IV, 4) &#8211; Boccaccio riesce a vedere la &#8220;cattiveria inaudita, ferma, immobile&#8221; di una realt\u00e0 nella quale il sentimento tragico e antico delle cose coincide con la percezione dell&#8217;unicit\u00e0 della vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa consapevolezza ha il potere di devastare e trasformare anche materialmente l&#8217;individuo, effetto tanto pi\u00f9 rilevante in un quadro antropologico nel quale, a differenza di quanto avviene in epoca moderna, la fisicit\u00e0 prevale sempre sulla psicologia. Il mistero mediterraneo \u00e8 il contrarsi e consumarsi di tutto il senso della vita nell&#8217;unico, interminabile istante della festa e del dono: &#8220;Pigliate il pollo pi\u00f9 grasso per mio figlio (&#8230;) Cacciate tutto. Ormai ho capito che la vita \u00e8 una stronzata&#8221;). Il mistero \u00e8 l&#8217;invisibile che si fa corpo e illusione effimera, \u00e8 visione del mondo come apparenza e gioco incomprensibile di un bambino. E&#8217; proprio di tale natura la scena a cui, mezzo secolo fa, potevano assistere i passeggeri di un autobus su quell&#8217;autostrada Napoli-Pompei oggi diventata, ha osservato Arminio, una pista per automobiline da corsa: &#8220;la giornata che nelle prime ore era apparsa umida e nuvolosa, si era aperta e liberata, fino ad apparire stabilmente sgombra di nubi, nuova, fresca, come un fiore dalla corolla abbondante e armoniosa, appena nato (&#8230;) Sembra di andare in un paesaggio dipinto da una fanciulla, sotto il sigillo di un sole di cui si vedono distintamente i raggi, quale pi\u00f9 lungo, quale pi\u00f9 corto e tremolante (&#8230;) Dinanzi a un siffatto paesaggio dolce e quasi languido, nell&#8217;autobus invaso di luce, i viaggiatori non riescono a leggere, n\u00e9 a pensare, n\u00e9 a distrarsi in un modo qualsiasi. Si abbandonano&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell&#8217;immediato dopoguerra, cio\u00e8 negli anni che preannunciavano il tramonto imminente della civilt\u00e0 contadina e in cui uscivano <em><i>Ges\u00f9 fate luce!<\/i><\/em>e <em><i>Ritratto di maggio<\/i><\/em>, Eliade pubblicava <em><i>Il mito dell&#8217;eterno ritorno <\/i><\/em>e Dodds <em><i>I Greci e l&#8217;irrazionale.<\/i><\/em>\u00a0Questi due celebri saggi agevolano la comprensione della mentalit\u00e0 prealfabetica caratteristica dei personaggi di Rea, che agiscono in uno spazio storico solo nominalmente novecentesco. Immersi nella stessa <em><i>shame culture <\/i><\/em>studiata da Dodds, ossessionati dalla difesa dell&#8217;onore come gli eroi micenei ma appartenendo, diversamente da questi, alle classi subalterne, essi sono dominati dalle semplici pulsioni elementari della fame e del sesso che la miseria e la promiscuit\u00e0 attizzano continuamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando in <em><i>Quel che vide Cummeo<\/i><\/em>\u00a0la proprietaria del battello attribuisce il tradimento del marito a una fattura d&#8217;amore, non fa che ripetere, sia pure a un altro livello della scala sociale e dunque con un diverso registro linguistico, lo stesso pensiero di Agamennone, che incolpa Zeus, il destino e le Erinni (<em><i>Iliade<\/i><\/em>, XIX, vv. 86 sgg.) dell&#8217;iniziativa scellerata di sottrarre la concubina ad Achille. Accostando la psicologia omerica a quella del contadino greco contemporaneo, Dodds afferma che \u00e8 improprio applicarvi il concetto di libero arbitrio; allo stesso modo, nel mondo culturalmente rurale di Rea l&#8217;uomo viene considerato come un burattino nelle mani di forze soverchianti: di qui la teatralit\u00e0 degli atteggiamenti assunti da protagonisti e comparse, chiamati a recitare in ogni momento davanti a un pubblico numeroso e attentissimo, innamorato dell&#8217;<em><i>ammoina<\/i><\/em>\u00a0e delle parole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il punto di vista di Rea \u00e8 lo stesso dei suoi personaggi. Attraverso Rea parla il <em><i>demos<\/i><\/em> omerico, la plebe che abita i bassi; da sempre costretta a vivere fuori dalla storia, perennemente incompresa dagli intellettuali e disprezzata per la presunta indolenza sia dalla borghesia meridionale sia dai settentrionali, la plebe appare diversa e a s\u00e9 stante non solo somaticamente ma anche antropologicamente, cosicch\u00e9 la sua capacit\u00e0 di esprimere una vita interiore ricca e sofisticata le permette di conservare perfino &#8220;nelle pi\u00f9 violente furie (&#8230;) un&#8217;illuminazione di bene&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La visione prealfabetica e popolare del mondo \u00e8 l&#8217;unica possibile e Rea le si consegna senza riserve, riproducendo il &#8220;colore di favola extrastorica&#8221; (M. Pomilio) tipicamente arcaico che essa riesce a conferire agli eventi reali. Gli uomini del popolo non esistono in quanto individui compiuti ma, come in Verga, si definiscono soltanto in relazione a un archetipo sacro: &#8220;Tori Cappuccia, vecchio e rinsecchito come sant&#8217;Alfonso&#8221;. Poich\u00e9 la religiosit\u00e0 mediterranea esclude la possibilit\u00e0 di una rappresentazione antropomorfica della divinit\u00e0 suprema,<strong><b>\u00a0<\/b><\/strong>l&#8217;archetipo \u00e8 sempre costituito dai santi o dalla Madonna, cio\u00e8, proprio come succede nelle comunit\u00e0 premoderne studiate da Eliade, da intermediari con i quali viene instaurato un contatto diretto e intimo, specularmente opposto all&#8217;irraggiungibilit\u00e0 di Dio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In <em><i>Quel che vide Cummeo <\/i><\/em>emerge un altro tratto arcaico: il rapporto fra morte e abbondanza (l&#8217;inferno come cucina: tema che peraltro, come suggerisce Camporesi nel <em><i>Paese della fame<\/i><\/em>, si presta a una lettura in chiave esoterica). Dell&#8217;inferno \u00e8 un&#8217;evidente allegoria la vecchia tufara abbandonata chiamata &#8220;Purgatorio&#8221;, una &#8220;buia distesa (&#8230;) in cui discendemmo non alle foci dello spirito \u2013 come diceva don Locu \u2013 ma alle feci del nostro corpo&#8221;, che funge per migliaia di abitanti di Nofi da rigugio antiaereo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pensi poi al racconto <em><i>La botola<\/i><\/em>, nel quale la casa di una vedova si trasforma come per miracolo in una contrada di Bengodi, piena zeppa di &#8220;maccheroni, ruoti di carne, di parmigiane di melenzane, fritture di pesce, zucchini all&#8217;agro, una cinquantina di bottigliette di birra, due cocomeri grossi come la Terra, sei fiaschi di vino, bicchieri, stoviglie, tovaglioli, che i camerieri andavano distribuendo ai presenti. La casa del morto si trasform\u00f2 nella casa della Resurrezione&#8221;. L&#8217;accumulazione, figura sintattica cara a Rea come al Basile del <em><i>Pentamerone <\/i><\/em>e spia eloquente della sua adesione al sentimento popolare, va intesa come la traduzione letteraria del sogno di giustizia dei poveri, del mito di Cuccagna a cui si ispira il presepe napoletano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le feste devono essere onorate in particolare da chi non ha niente, gozzovigliando fino all&#8217;ultimo perch\u00e9 nessuno sa se nell&#8217;altro mondo sar\u00e0 possibile ritrovarsi insieme: l&#8217;istante \u00e8 tutto, l&#8217;istante \u00e8 divino. In questa prospettiva, che \u00e8 autenticamente metafisica, il sacro antico non coincide pi\u00f9 con quello cristiano, mite e benigno, e anche nella variante carnevalesca, inoffensiva solo apparentemente, esso presenta un&#8217;indubbia carica di ostilit\u00e0 nei confronti dell&#8217;uomo: \u00e8 per questo che la festa popolare di Materdomini, rievocata nelle sequenze iniziali di <em><i>Ninfa plebea<\/i><\/em>, non pu\u00f2 essere tale senza il morto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sofferenza fisica prepara nel migliore dei modi il viaggio oltremondano (&#8220;un corpo tatuato e istoriato di fatica per il Grande Giudizio&#8221; \u00e8 quello della moribonda Rita di <em><i>Una vampata di rossore<\/i><\/em>) e ancora<strong><b>\u00a0<\/b><\/strong>Eliade ci spiega che nell&#8217;area mediterranea e mesopotamica il dolore dell&#8217;uomo viene ricondotto archetipicamente alla passione di una divinit\u00e0 che muore e risorge, Tammuz. Se in questo ciclo di morte e rinascita \u00e8 inevitabile che l&#8217;esperienza del sacro si accompagni all&#8217;irruzione del &#8220;basso&#8221; non solamente in senso sessuale (&#8220;le puzze, gli effluvi rancidi delle vesti, gli umori corporali superiori e inferiori di uomini e donne, combinati alle effusioni nerastre delle candele che illuminavano a giorno le navate, erano micidiali: dal tempo dei tempi era stato sempre quello l&#8217;odore delle chiese&#8221;), la festa cattolica rivela le sue ascendenze dionisiache quando, come in <em><i>Ninfa plebea<\/i><\/em>, coinvolge l&#8217;intera natura, che nel Mediterraneo tradizionale vive in piena simbiosi con l&#8217;uomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le case non sono prodotti artificiali ma creature anch&#8217;esse, i bambini vengono allevati con gli animali da cortile, la campagna penetra fin dentro la citt\u00e0: &#8220;l&#8217;uomo \u00e8 solo davanti al creato e si ha l&#8217;impressione di diventare una forma immemore della natura&#8221;. Questa metamorfosi riguarda, ovviamente, la fisionomia umana stessa: \u00e8 il caso dei sarnesi, di antica stirpe contadina, che sono tozzi come i loro alberi, oppure di Maria di <em><i>Una vampata di rossore<\/i><\/em>, che ha un &#8220;corpo vasto e montuoso, avvallato e dirupato come una vecchia terra&#8221;. Con tutte le contraddizioni e le ingiustizie di cui \u00e8 capace, il Mediterraneo tradizionale \u00e8 appunto una terra, vecchia ma fertile, ancora in grado di creare nuove civilt\u00e0 e nuove lingue come quelle nate dal breve incontro fra i soldati americani e il popolo napoletano durante la guerra. La rigenerazione del cosmo dall&#8217;abbandono e dal disordine \u00e8 una verit\u00e0 che era sfuggita a Ortese quando, nel 1953, uscita sconvolta dalla visita al III e IV Granili, scrisse che l&#8217;Italia meridionale era un cadavere, un mondo senza futuro.<\/p>\n<p><em>[da\u00a0<\/em>Lo splendore delle apparenze<em>, Oedipus 2016]<\/em><\/p>\n<p><em>n.b. I passi citati di cui non \u00e8 riportato l&#8217;autore sono tratti tutti dalle opere di Domenico Rea<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GIAMPIERO MARANO (FSI Varese) Domenico Rea sa che non \u00e8 esistita soluzione di continuit\u00e0 fra il politeismo greco-romano e il cattolicesimo meridionale. 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