{"id":53025,"date":"2019-09-24T01:00:15","date_gmt":"2019-09-23T23:00:15","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53025"},"modified":"2019-09-23T23:10:24","modified_gmt":"2019-09-23T21:10:24","slug":"sullarticolo-37","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53025","title":{"rendered":"Sull&#8217;articolo 37"},"content":{"rendered":"<p>di MARCO TROMBINO (FSI Genova)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;art. 37 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: &#8220;La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parit\u00e0 di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l&#8217;adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione [&#8230;]&#8221;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E&#8217; sufficiente leggere queste righe per accorgersi subito che niente del genere accade oggi nel mercato del lavoro. Innanzitutto non \u00e8 vero che la donna abbia le stesse retribuzioni degli uomini: gli stipendi medi delle lavoratrici sono mediamente pi\u00f9 bassi, come dimostrano tutti gli studi dei principali istituti statistici. Basta un breve giro su un qualsiasi motore di ricerca per verificarlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Com&#8217;\u00e8 possibile questa situazione nonostante che una precisa norma costituzionale lo vieti? Semplice: perch\u00e9 gli stipendi, nel libero mercato del lavoro privato, sono regolati dal gioco della domanda e dell&#8217;offerta. Poich\u00e9 l&#8217;impiego pubblico \u00e8 in forte contrazione e i dipendenti pubblici in diminuzione numerica, i (pochi) giovani che trovano un lavoro devono necessariamente proporsi presso aziende private. Le quali applicano i criteri di mercato quando decidono quale debba essere l&#8217;offerta di lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qualsiasi CCLN prevede diversi livelli di assunzione (metalmeccanici, commercio, ecc.). Quindi una prima differenza si pu\u00f2 verificare nell&#8217;offerta del livello: se ad un candidato di sesso maschile viene offerto un contratto a sesto livello e alla candidata di sesso femminile viene offerto un contratto al quinto, si crea uno scalino retributivo tra i sessi in maniera perfettamente legale. L&#8217;azienda non \u00e8 tenuta ad offrire per forza un contratto di un certo ordine, ed \u00e8 suo assoluto arbitrio stabilire, sulla base dei dettagli curricolari e del colloquio di lavoro, in quale posizione debba essere inquadrato un neoassunto. Inoltre, all&#8217;interno di un determinato livello contrattuale, la retribuzione pu\u00f2 essere a sua volta variabile perch\u00e9 possono intervenire scatti di anzianit\u00e0, aumenti stabiliti dall&#8217;azienda stessa e cos\u00ec via. Ed \u00e8 cos\u00ec che finisce per ampliarsi la forbice tra i sessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I motivi per cui tale differenza si verifica sono di difficile determinazione, anche da parte di studi statistici ufficiali, giacch\u00e9 nessun datore di lavoro ammetter\u00e0 mai di stimare meno le donne degli uomini, per ovvi motivi legati alle leggi in vigore sulla discriminazione di genere. Pi\u00f9 confessabile, e a volte confessata, \u00e8 la discriminazione nei confronti delle donne che sono intenzionate ad avere figli: andare in maternit\u00e0 implica assentarsi dal posto di lavoro, costringere l&#8217;azienda a trovare un sostituto, perdere tempo a passare consegne; a responsabili e manager tutto questo, sovente, non garba. Tanto pi\u00f9 che viviamo in una cultura in cui avere figli non \u00e8 pi\u00f9 considerato un obbligo morale ma un&#8217;opzione evitabile; nei paesi dove i bambini in famiglia sono ancora un fatto normale le aziende non si pongono neanche il problema dell&#8217;assenza della donna per maternit\u00e0 (in alcuni paesi dell&#8217;Est Europa la maternit\u00e0 dura 3 anni, ragion per cui non esistono asili nido, eppure le donne lavorano lo stesso&#8230;). In Italia invece, dove il figlio \u00e8 considerato un ingombro, qualcuno tende in fase di colloquio a favorire i candidati maschi, che questo problema alle aziende non lo porranno mai. Con buona pace dell&#8217;art. 37 della Costituzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fermo restando che difficilmente un quadro normativo sarebbe in grado di cambiare, da solo, una radicata mentalit\u00e0 discriminatoria, l&#8217;intervento dello Stato diviene essenziale al fine di correggere il fenomeno. Se in un&#8217;azienda, a parit\u00e0 di livello e di anzianit\u00e0, le retribuzioni medie di un genere superano quelle dell&#8217;altro oltre ad una certa forbice, devono scattare sanzioni. Le discriminazioni causate da situazioni di maternit\u00e0 devono essere punite in maniera esemplare, perch\u00e9 tra l&#8217;altro contribuiscono fortemente all&#8217;implosione demografica e alla disincentivazione dell&#8217;infanzia. L&#8217;assunzione presso enti pubblici non comporta necessariamente l&#8217;annullamento delle disparit\u00e0 di trattamento, ma un concorso pubblico presenta parametri sicuramente meno soggettivi di un colloquio di lavoro privato; l&#8217;espansione del settore lavorativo pubblico avrebbe &#8211; in maniera parziale, intendiamoci &#8211; effetti benefici anche da questo punto di vista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma il contributo pi\u00f9 importante deve venire dalla consapevolezza delle donne stesse, che devono tornare a considerare la stabilit\u00e0 lavorativa, la retribuzione e una maternit\u00e0 serena come sacrosanti diritti che spettano loro. E devono tornare a battersi per questo. In quest&#8217;epoca si sente spesso parlare di diritti delle donne, ma raramente se ne sente parlare nei termini di quello che dovrebbe essere il pi\u00f9 importante di tutti: il salario.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARCO TROMBINO (FSI Genova) &nbsp; L&#8217;art. 37 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: &#8220;La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parit\u00e0 di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. 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