{"id":53210,"date":"2019-10-02T13:35:02","date_gmt":"2019-10-02T11:35:02","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53210"},"modified":"2019-10-02T13:35:02","modified_gmt":"2019-10-02T11:35:02","slug":"qualche-riflessione-sul-problema-migratorio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53210","title":{"rendered":"QUALCHE RIFLESSIONE SUL PROBLEMA MIGRATORIO"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><b>DI ITALIA E IL MONDO (Andrea Zhok)<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>1) Premessa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Discutere oggi di immigrazione in Italia, come in Europa in generale, finisce facilmente per fornire occasioni di polemica corrente e per focalizzare su questo o quell\u2019episodio mediatico. Non \u00e8 questa l\u2019intenzione delle brevi considerazioni che seguono. Non prenderemo posizione su decisioni del presente governo, di quello precedente, del Consiglio d\u2019Europa, ecc. L\u2019intento invece \u00e8 quello di chiarire, contestualizzandola storicamente, la cornice economica ed etica entro la quale \u00e8 sensato prendere le nostre decisioni in termini di immigrazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>2) Il contesto italiano in rapporto al fenomeno migratorio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019immigrazione verso l\u2019Italia \u00e8 un fenomeno relativamente recente, che per\u00f2 ha avuto una crescita molto rapida, con direttrici di provenienza che sono variate nel tempo. Gli stranieri residenti in Italia sono al 1\u00b0 gennaio 2018 5 milioni e 144mila (5.144.440), cui vanno aggiunti secondo le stime del Ministero degli Interni circa 600.000 clandestini. Questo significa che la popolazione di stranieri residenti rappresenta l\u20198,57% della popolazione, cui va aggiunto circa un 1% di clandestini, per un totale approssimativo del 9,5%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I gruppi nazionali prevalenti sono, in ordine di grandezza e limitandoci ai gruppi che superano le 100.000 presenze: Romania (1.190.000), Albania (440.000), Marocco (416.000), Cina (290.000), Ucraina (237.000), Filippine (167.000), India (151.000), Moldavia (131.000), Bangladesh (131.000), Egitto (119.000), Pakistan (114.000), Sri Lanka (107.000), Nigeria (106.000), Senegal (105.000).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 che colpisce immediatamente \u00e8 come la percezione pubblica della \u2018problematicit\u00e0\u2019 o \u2018onerosit\u00e0\u2019 di alcuni gruppi di stranieri non coincida con la mole della loro presenza sul territorio. Alcuni gruppi, pur presenti in modo massiccio (Cina, Ucraina, Filippine, India) sembrano aver prodotto un impatto minimo in termini di \u2018disfunzionalit\u00e0 percepita\u2019 rispetto ad altri. Proveremo a vedere in seguito se a questo elemento di \u2018percezione\u2019 corrispondano elementi obiettivi o meno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La situazione italiana ha alcune caratteristiche specifiche rispetto ad altri paesi europei con dimensioni simili. In termini assoluti, in raffronto a paesi di dimensioni comparabili, abbiamo una percentuale di stranieri residenti non particolarmente elevata: come abbiamo detto l\u2019Italia presenta circa il 9,5% di stranieri residenti di contro al 14,8% della Germania; al 14% del Regno Unito; all\u201911,8% della Francia, al 9,9% dell\u2019Austria, al 9,8% della Spagna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019andamento temporale della presenza in Italia \u00e8 per\u00f2 particolare. Rispetto a Francia, Germania o Inghilterra, l\u2019Italia ha iniziato ad assorbire forza lavoro straniera solo in tempi recenti, con una curva degli ingressi molto repentina. Nel 2000 gli stranieri in Italia erano circa un milione, oggi sono oltre 5 milioni, con una quintuplicazione della popolazione straniera nell\u2019arco di 18 anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per comprendere anche le specificit\u00e0 nella percezione pubblica del problema bisogna ricordare come a questa dinamica di crescita si sia aggiunto il fenomeno degli sbarchi clandestini, dovuto alla collocazione geografica del paese. Con l\u2019eccezione della fiammata del 1991, con lo sbarco di circa 50.000 albanesi in pochi mesi, fino al 2010 il tasso di sbarchi si era contenuto in una forbice che andava dai 4.000 ai 50.000, poi a partire dal 2011, con 62.000 sbarchi, \u00e8 iniziata una tendenza alla crescita che ha portato nel 2014 a 170.100, nel 2015 a 153.843, e nel 2016 a 181.436 sbarchi. Ancora nella prima parte del 2017 l\u2019andamento sembrava ricalcare quello del 2016, ma il successo della strategia di contenimento adottata dal ministro Minniti ha ridotto drasticamente gli sbarchi nella seconda met\u00e0 dell\u2019anno, che sono risultati alla fine 119.247.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La rapidit\u00e0 della crescita percentuale della popolazione straniera in pochi anni e il recente fenomeno di immigrazione clandestina di massa sono le coordinate obiettive indispensabili per comprendere il formarsi di una percezione pubblica dell\u2019immigrazione come priorit\u00e0 nazionale. A questo aspetto oggettivo va per\u00f2 abbinato l\u2019aspetto interpretativo, pi\u00f9 specificamente politico, su cui ci soffermeremo in seguito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>3) L\u2019immigrazione dall\u2019Africa subsahariana come caso di studio<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Proviamo ora a concentrare l\u2019analisi su quella componente che, a dispetto di numeri non debordanti, \u00e8 stata percepita negli ultimi anni come maggiormente problematica, ovvero l\u2019immigrazione proveniente dall\u2019Africa subsahariana. Prendiamo questa situazione non solo per il suo carattere di emergenza contingente, ma soprattutto come esempio di problemi che potrebbero verificarsi su altre direttrici, e per cui bisogna approntare una risposta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per quanto il problema degli \u2018sbarchi\u2019 dal Mediterraneo riguardi persone provenienti tanto dal Medio Oriente e dal Maghreb che dall\u2019Africa subsahariana, la situazione in prospettiva pi\u00f9 preoccupante \u00e8 quest\u2019ultima, in quanto non sembra di essere di fronte a crisi passeggere, ma ad una condizione di squilibrio strutturale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In Italia, sulla rotta mediterranea, giungono prevalentemente migranti da Senegal, Nigeria, Tunisia, Guinea, Eritrea, Sudan, Gambia, Costa d\u2019Avorio, e Somalia. Sono quasi tutti paesi con condizioni di vita problematiche, spesso in mano a cordate familistiche che detengono il potere in forme autocratiche ed autoritarie. Salvo il caso del Gambia non si tratta in senso stretto di \u2018paesi poveri\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Tunisia \u00e8 l\u2019unico paese del Maghreb in questa lista. Dal 2010 le vicissitudini politiche seguite alla \u2018primavera araba\u2019 hanno abbattuto un Pil che nei precedenti dieci anni oscillava tra il 2 e il 6% di crescita; da allora il paese \u00e8 in sostanziale stagnazione, nonostante il ritorno ad una situazione di stabilit\u00e0 politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il Senegal \u00e8 il paese dell\u2019Africa subsahariana con la maggiore stabilit\u00e0 politica e con una crescita economica prima facie invidiabile (salvo una breve recessione nel 2012 oscilla negli ultimi dieci anni tra i 2% e il 10% di crescita).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Guinea ha avuto una serie di vicissitudini politiche interne che hanno inciso sull\u2019economia, inducendo un andamento ondivago della produzione, con negli ultimi anni un episodio recessivo e ora una crescita apparentemente solida, oltre il 6%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Nigeria, paese produttore di petrolio, ha visto una crescita del Pil oscillante tra il 4 e il 6% tra il 2005 e il 2015, per poi avere una repentina recessione (2016-2017) ed una ripresa all\u2019attuale 1,5%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Eritrea, dopo una lunga guerra intestina, ha ripreso a crescere nel 2009, tenendo una crescita media un po\u2019 superiore al 4%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche il Sudan \u00e8 un paese produttore di petrolio che ha avuto un tasso di crescita medio negli ultimi 10 anni poco sopra il 4%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il Gambia, uno dei paesi africani pi\u00f9 poveri, ha comunque avuto buona crescita (3-4%) negli ultimi 10 anni, con un episodio recessivo nel 2011.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dopo la conclusione di una guerra civile nel 2011, la Costa d\u2019Avorio, il pi\u00f9 grande esportatore al mondo di cacao, ha infine un\u2019economia che, in termini di Pil, appare galoppante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Senza voler entrare in troppi dettagli, ad uno sguardo generale \u00e8 facile riconoscere che in quasi tutti i casi si tratta di paesi ricchi di risorse naturali, con potenzialit\u00e0 produttive buone e talvolta eccellenti, ma dove tuttavia la ricchezza procapite non riesce ad aumentare in modo significativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 sembra dipendere da una molteplicit\u00e0 di fattori, ma tre si presentano in primo piano: 1) l\u2019organizzazione politica interna \u00e8 spesso conflittuale e disfunzionale, con una distribuzione interna della ricchezza estremamente diseguale, dove a fronte di una ristretta \u00e9lite estremamente benestante c\u2019\u00e8 una parte ampia della popolazione sulla soglia della sopravvivenza; 2) l\u2019elevata crescita demografica suddivide la crescita totale su di una popolazione a sua volta crescente; 3) nei casi pi\u00f9 \u2018favorevoli\u2019, dove il paese \u2018gode della fiducia\u2019 degli \u2018investitori stranieri\u2019, questi ultimi drenano ampia parte del Pil al di fuori del paese. In sostanza, come \u00e8 stato osservato pi\u00f9 volte, parlare di \u2018paesi poveri\u2019 \u00e8 limitativo e fuorviante; si tratta di paesi i cui problemi di ordinamento interno, fragile e conflittuale, si ripercuotono in instabilit\u00e0 e scarsa capacit\u00e0 di imporre le proprie condizioni negli scambi internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se guardiamo all\u2019evoluzione demografica in questi paesi troviamo, come detto, elevata natalit\u00e0, contenuta in parte da una mortalit\u00e0 pi\u00f9 elevata rispetto a quella dei paesi OCSE. Nell\u2019Africa Subsahariana le donne hanno in media 5,2 figli nel corso della loro vita, rispetto all\u20191,6 dell\u2019Europa e all\u20191,9 del Nord America, e la densit\u00e0 media della popolazione nell\u2019Africa subsahariana \u00e8 di 43 abitanti per kmq. Per avere un raffronto, in Italia la demografia \u00e8 in lieve decrescita (-0,12\/anno), con una densit\u00e0 di popolazione di 202 persone per kmq.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pi\u00f9 specificamente in Africa troviamo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Eritrea: crescita demografica = + 2,3%\/anno, densit\u00e0: 51 persone per kmq;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Somalia: crescita demografica = + 2,96%\/anno; densit\u00e0: 24 persone\/kmq; Nigeria: crescita demografica = + 2,64%; densit\u00e0 215\/kmq;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Costa d\u2019Avorio: Popolazione + 2,53%\/anno, densit\u00e0 78\/kmq;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gambia: Popolazione + 3,1%\/anno, densit\u00e0 214\/kmq;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Senegal: popolazione +2,42%\/anno, densit\u00e0 84\/kmq;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Guinea: crescita demografica = + 2,64%\/anno, densit\u00e0 44\/kmq.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019unico paese con un tasso di crescita demografica relativamente ridotto \u00e8 la Tunisia, con uno 0,96%, per una densit\u00e0 di 65\/kmq.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalmente qui contano anche i valori assoluti di partenza e perci\u00f2 l\u2019incidenza di crescita della Nigeria, con quasi 200 milioni di abitanti, \u00e8 molto superiore a quella del Gambia, con poco pi\u00f9 di due milioni di abitanti. Con una crescita media del 2,6% la popolazione dell\u2019Africa subsahariana \u00e8 destinata a raddoppiare nell\u2019arco di una generazione (ogni 27 anni).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 che si pu\u00f2 evincere da questi dati demografici \u00e8 una dinamica di fondo. Gran parte dell\u2019Africa Subsahariana adotta una strategia riproduttiva adatta a condizioni di vita rurali e precarie, strategia non dissimile da quella che si poteva ritrovare anche in Europa fino a un secolo fa: le famiglie fanno comparativamente molti figli per tre ragioni: a) l\u2019investimento richiesto (ad esempio in formazione) per il mantenimento di un figlio \u00e8 comparativamente basso; b) il gruppo famigliare rappresenta la principale risorsa economica e di influenza sociale; c) l\u2019incertezza delle condizioni di vita rende sensato considerare la possibilit\u00e0 di decessi precoci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa strategia riproduttiva potrebbe lasciare spazio ad una strategia differente, come spesso predicato dai demografi, solo in presenza di condizioni di sviluppo differenti. Tuttavia al momento i sistemi di organizzazione sociale e produzione, a base familistica, e le condizioni di sfruttamento internazionale non sembrano consentire cambiamenti consistenti: i gruppi dominanti, su base familiare o tribale, spesso tributari a potenze estere, si appropriano di una parte comparativamente molto elevata del Pil, che non alimenta n\u00e9 servizi locali, n\u00e9 la domanda interna. Questo \u00e8 testimoniato anche dall\u2019Indice di Gini, che cerca di misurare il tasso di diseguaglianza economica (dal minimo al massimo, tra 0 e 100). Per quanto l\u2019Indice di Gini sia spesso di ardua misurazione in quei contesti, nella misura in cui lo riteniamo attendibile, esso mostra una forbice reddituale tendenzialmente ampia. Prendendo come parametro la Germania (31.4) o l\u2019Italia (34.7), troviamo il Senegal con 40.3, la Costa d\u2019Avorio con 41.7, la Nigeria con 43.0, il Gambia con 47.3, ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel complesso questa situazione pu\u00f2 essere rappresentata come una sorta di \u2018squilibrio perpetuo\u2019, dove i problemi interni di questi paesi, politici ed economici, vengono allentati ricorrendo alla valvola di sicurezza dell\u2019emigrazione. Tale valvola, tuttavia, si limita a impedire (o limitare) la conflittualit\u00e0 interna, senza indurre mutamenti sistemici e anzi consentendo a quegli squilibri di perpetuarsi indefinitamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 abbastanza evidente come questa dinamica non rappresenti n\u00e9 un meccanismo socioeconomico capace di risolvere i problemi delle relative nazioni africane, n\u00e9 un processo sostenibile nel medio-lungo periodo dai paesi europei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nei paesi industrializzati, il tasso demografico ridotto corrisponde ad un modello sociale dove l\u2019investimento in cura e formazione \u00e8 tendenzialmente elevato, dove i tempi di lavoro e i correlati oneri tendono a lasciare tempi contingentati alla cura famigliare, e dove il raggiungimento delle condizioni economiche favorevoli alla procreazione ne impongono spesso una dilazione considerevole. Queste condizioni, non meno strutturali ed oggettive di quelle che dettano una strategia demografica diversa nel Terzo Mondo, si sono sviluppate in Europa in forme sociali ed economiche dove lo Stato si assume un ruolo di cura e supporto significativo (<em>welfare state<\/em>). Tali forme sociali possono essere messe a repentaglio dai flussi migratori, in forme che vedremo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qual \u00e8 dunque l\u2019effetto dei flussi migratori in Europa? L\u2019effetto dipende naturalmente da paese a paese, a seconda di quali siano le condizioni sociali ed economiche pregresse, ed \u00e8 un\u2019impresa complessa darne un resoconto che quantifichi separatamente l\u2019impatto migratorio rispetto ad altre variabili. Tuttavia, \u00e8 possibile estrarre una dinamica generale di incidenza sia sul piano strettamente economico, che su quello sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>4) L\u2019impatto dell\u2019immigrazione su stato sociale e spesa pubblica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal punto di vista economico un afflusso di immigrati pu\u00f2 influire in modi diversi, a seconda di quanto essi possano essere assorbiti dal locale mercato del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se gli immigrati sono in grado di entrare nel circuito produttivo e di pagare contributi, essi possono incidere positivamente sul benessere economico di un paese. Ci\u00f2 accade quando un paese \u00e8 in una condizione prossima alla piena occupazione, oppure nell\u2019eventuale caso di ingressi settoriali di lavoratori qualificati per supplire a mancanze di offerta lavorativa interna altamente specifiche. Questo secondo caso riguarda tipicamente lavori specializzati e non comporta spostamenti massicci di popolazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se siamo in presenza di moderata disoccupazione, l\u2019afflusso di forza lavoro straniera crea un incremento di concorrenza, che, in un regime di libero mercato, crea una pressione al ribasso dei salari e in generale delle condizioni di lavoro. Questo naturalmente non si verifica ad ogni livello, ma solo in quegli ambiti lavorativi in cui la manodopera immigrata \u00e8 in grado di fornire un contributo lavorativo. Di norma il fenomeno \u00e8 percepito nelle occupazioni con minore valore aggiunto. Tale processo viene spesso salutato con favore da una parte della classe imprenditoriale, mentre viene percepito come un problema dai lavoratori autoctoni, specialmente quelli meno qualificati, le cui condizioni sul mercato del lavoro tendono a degenerare. Naturalmente l\u2019idea che \u2018esistano lavori che gli italiani \/ europei non vogliono pi\u00f9 fare\u2019 \u00e8 una sciocchezza: quel che \u00e8 vero \u00e8 solo che mestieri al di sotto di certi livelli salariali sono accettabili solo per chi \u00e8 prossimo alla disperazione. Un sistema che dia per scontato che \u00e8 impossibile elevare le condizioni di lavoro dei mestieri meno piacevoli, e che dunque, per preservare i margini dei ceti benestanti, si richiede l\u2019importazione di persone disperate, rappresenta un tale abisso morale da non richiedere particolari commenti. Per una bizzarra perversione concettuale, chi sostiene questa tesi di sfruttamento sistematico spesso ammanta s\u00e9 stesso di virt\u00f9 umanitarie ed etichetta chi la contesta di razzismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Infine, se siamo in condizioni di elevata disoccupazione, il sistema economico non \u00e8 in grado di assorbire alcuna nuova forza lavoro. In queste circostanze un afflusso migratorio genera fatalmente esiti altamente problematici, che incidono sul sistema di welfare e\/o sulle risorse statali. I nuovi arrivi, non trovando occupazione non possono fornire alcuna risorsa al paese con i propri contributi. Al tempo stesso,\u00a0<em>quanto pi\u00f9 esteso e generalista \u00e8 un sistema di welfare<\/em>, tanto pi\u00f9 esso viene messo sotto tensione da tali nuovi arrivi, che inevitabilmente pesano su asili nido, case popolari, servizio sanitario pubblico, assistenza alla povert\u00e0, ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 ha anche un effetto indiretto di logoramento del welfare negli stati che lo offrono. Infatti, gli Stati che offrono di meno in termini di servizi pubblici e ammortizzatori sociali (scarso welfare e ampie aree privatizzate) sono anche meno oberati dall\u2019afflusso di persone disoccupate o maloccupate. I servizi di welfare degli Stati pi\u00f9 socialmente generosi sono messi in tensione dall\u2019utenza addizionale e riducono perci\u00f2 la propria qualit\u00e0 ed accessibilit\u00e0. Questo deterioramento alimenta l\u2019opinione comune e l\u2019azione politica favorevole ad una sostituzione del servizio pubblico con un servizio privato, che per sua natura non \u00e8 universalistico e non rappresenta un onere per le casse dello stato. Perci\u00f2, con un meccanismo indiretto ma intuitivo, un\u2019immigrazione incontrollata produce pressioni per la riduzione del welfare pubblico e la privatizzazione dei servizi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel peggiore dei casi, infine, i soggetti che non riescono ad entrare nel circuito dell\u2019economia legale si ritroveranno in quello dell\u2019economia illegale, quando non senz\u2019altro in quella criminale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>5) L\u2019impatto dell\u2019immigrazione sull\u2019ordinamento sociale<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Prendiamo ora in considerazione l\u2019altro lato, oltre a quello economico, dell\u2019impatto di un\u2019immigrazione eccedente le capacit\u00e0 di assorbimento di un paese. Fino a che l\u2019immigrazione riesce a integrarsi essa pu\u00f2 rappresentare un arricchimento, come testimoniano, per dire, i ristoranti etnici di molte grandi citt\u00e0. C\u2019\u00e8 tuttavia un nesso causale ovvio tra l\u2019impossibilit\u00e0 di integrazione economica e la tendenza a nutrire le fila della criminalit\u00e0: chi non pu\u00f2 vivere legalmente vivr\u00e0 illegalmente. Inoltre, sia la cultura di provenienza sia la specifica formazione culturale del migrante non sono variabili neutrali quanto alla facilit\u00e0 o difficolt\u00e0 di integrazione. Persone che presentano maggiori difficolt\u00e0 di integrazione culturale possono essere pi\u00f9 difficilmente assorbibili dal tessuto lavorativo (dove tale assorbimento \u00e8 ancora possibile) e finire pi\u00f9 facilmente per minare la convivenza e la legalit\u00e0. Troviamo una conferma di questi due effetti nei dati relativi alla popolazione carceraria italiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Al 31 dicembre 2017 i detenuti stranieri in Italia erano 19.745 su 57.608 detenuti totali, dunque il 34,27% del totale a fronte di una popolazione straniera residente del 9,5%. Questo dato sembra segnalare una maggiore propensione a delinquere nella popolazione straniera, propensione sensatamente ascrivibile alla maggiore difficolt\u00e0 di integrazione sociale ed economica. \u00c8 stato peraltro osservato, giustamente, come la popolazione carceraria straniera tenda ad essere sovrarappresentata per la maggiore difficolt\u00e0 ad avere accesso a servizi sostitutivi al carcere. Tuttavia, come vedremo, questa difficolt\u00e0 non pu\u00f2 spiegare se non in piccola parte l\u2019asimmetria tra le percentuali in oggetto (9,5% vs 34.27%).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo dato generale pu\u00f2 essere confermato e precisato analizzandolo per sottogruppi. Questo 34% di popolazione carceraria straniera pu\u00f2 essere suddiviso per macroaree come segue: 7.287 (il 12,64% del totale) provengono dall\u2019Europa di cui 3387 (il 5,87%) da paesi UE; dall\u2019Africa provengono 9.797 detenuti (il 17,00%), dall\u2019Asia 1.357 (il 2,35%) e dalle Americhe 1.096 (il 1,90%). Il dato qui \u00e8 molto grossolano, e andrebbe spezzato per singolo paese di provenienza, ma alcune linee sono di particolare interesse. In particolare colpisce la divergenza tra il dato di presenza sul territorio e quello relativo alla popolazione carceraria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli europei nella popolazione straniera residente sono 2.620.257 (cio\u00e8 il 4,36% della popolazione totale residente in Italia), e nella popolazione carceraria sono il 12,64%. Questo significa che la percentuale di popolazione carceraria di origine europea \u00e8 in una proporzione di 2,89 a 1 rispetto alla percentuale degli stranieri europei residenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli asiatici nella popolazione straniera residente sono 1.053.838 (cio\u00e8 l\u20191,75% della popolazione totale), e nella popolazione carceraria sono il 2,35%). Questo significa che la percentuale di popolazione carceraria di origine asiatica \u00e8 in una proporzione dell\u20191,34 a 1 rispetto a quella degli asiatici residenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli africani (Maghreb incluso) nella popolazione straniera residente sono 1.096.089 (l\u20191,82% della popolazione totale), cui per\u00f2 vanno certamente aggiunti una parte significativa dei 600.000 clandestini, che potrebbe portare la percentuale totale intorno al 2,5%. In termini di popolazione carceraria tuttavia essi ne rappresentano il 17,00%. Questo significa che la popolazione carceraria di origine africana \u00e8 in una proporzione di 6,8 a 1 rispetto a quella degli africani residenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per un raffronto, gli italiani in carcere sono 37.863, che in rapporto alla popolazione italiana rappresenta una proporzione dello 0,74.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come sempre tutti questi dati vanno presi con cautela e verificati con attenzione, tuttavia essi sembrano confermare in maniera netta sensazioni diffuse, spesso sbrigativamente additate come \u2018razzismo\u2019. Cos\u00ec come \u00e8 ragionevole aspettarsi che persone che hanno maggiori difficolt\u00e0 ad integrarsi nell\u2019economia, come un migrante disoccupato, abbiano una maggiore propensione ad entrare in forme di economia illegale o criminale, parimenti \u00e8 ragionevole aspettarsi che divergenze culturali pi\u00f9 accentuate, maggiori difficolt\u00e0 ad identificarsi con usi e costumi del paese ospitante, accentuino la violazione delle regole comuni. \u2013 Di passaggio questo dato scomposto chiarisce anche come l\u2019argomento della maggiore difficolt\u00e0 degli stranieri di accedere a servizi sostitutivi al carcere non sia decisivo: se lo fosse non si comprenderebbe la vasta divergenza nelle proporzioni di cui sopra tra differenti gruppi stranieri, visto che tutti quanti hanno le stesse difficolt\u00e0 di accesso a servizi alternativi in quanto stranieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qui va evitata nel modo pi\u00f9 netto ogni tendenza a trasformare questi dati in discussioni razziali, trattandosi di questioni perfettamente trattabili con variabili schiettamente sociologiche. Tuttavia, il problema rappresentato dalle specifiche difficolt\u00e0 di integrazione, economica, culturale e sociale, con i relativi costi, non pu\u00f2 essere sottovalutato, e in questo contesto l\u2019immigrazione dal continente africano sembra rappresentare un problema di gravit\u00e0 specifica rispetto ai problemi posti da altre provenienze. Ci\u00f2 aiuta forse anche a comprendere le ragioni per cui in Italia il rigetto nei confronti dei flussi migratori si sia accentuato drasticamente in concomitanza con il fenomeno degli \u2018sbarchi\u2019, provenienti dall\u2019altra sponda del Mediterraneo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In sintesi, \u00e8 chiaro e non dovrebbe essere oggetto di controversie, se non ideologiche, che in condizioni lontane dalla piena occupazione un afflusso di popolazione migrante rappresenta per il paese ospitante un logoramento del welfare, un onere economico netto, ed una pressione disgregativa sul piano sociale e legale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come abbiamo notato, esiste un problema di integrazione economica, ma esiste poi anche un problema di integrazione sociale complessivo. Come si \u00e8 visto in paesi con economie pi\u00f9 prospere della nostra, la capacit\u00e0 di integrare gli ingressi lavorativi nel tessuto economico produttivo non garantisce che essi siano anche integrati sul piano sociale. Le periferie urbane di Parigi, Londra e Bruxelles, con le tensioni e gli scontri che vi si verificano da tempo e reiteratamente, stanno l\u00ec a ricordarci come fornire un posto di lavoro sia solo un passo necessario, ma ampiamente insufficiente verso l\u2019integrazione e l\u2019assimilazione, un passo che, se rimane l\u2019unico, apre facilmente la strada a successive situazioni di aspro conflitto. \u00c8 un dato manifesto che vi sono forme di vita e culture con gradi di conciliabilit\u00e0 maggiore o minore. Nei casi di minore conciliabilit\u00e0, la creazione di enclave etniche impermeabili le une rispetto alle altre tende a produrre tensioni tra aspettative differenti in termini di leggi e costumi. Nei periodi di afflusso rapido di popolazione, anche dove le condizioni economiche ne consentano l\u2019impiego, la creazione di tali enclave resta esiziale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo \u00e8 uno dei temi perennemente misconosciuti nel dibattito pubblico corrente. Lo \u00e8 innanzitutto perch\u00e9 \u00e8 un tema obiettivamente delicato e molto difficile da trattare, visto che la \u2018conciliabilit\u00e0 (o inconciliabilit\u00e0) culturale\u2019 non \u00e8 un dato immediatamente evidente, ma \u00e8 l\u2019esito di una pluralit\u00e0 di fattori, legati alla religione, ai costumi popolari pregressi, al livello culturale complessivo. Ma \u00e8 misconosciuto anche perch\u00e9 \u00e8 un tipo di questione che nella prospettiva culturale oggi dominante, di matrice liberale, viene delegittimata in partenza, in quanto l\u2019esistenza stessa di identit\u00e0 collettive (societ\u00e0, comunit\u00e0, nazioni, ecc.) \u00e8 considerato un atavismo o un nonsenso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ad essere misconosciuto qui \u00e8 un dato di fondo, ovvero che nessuna societ\u00e0 \u00e8 in grado di funzionare sulla sola base delle leggi formali, scritte, dei codici implementati da tribunali e carabinieri. In ogni sistema normativo (perfino nei contratti redatti tra contraenti volontari) esiste sempre un\u2019ampia parte di \u2018tacito senso condiviso\u2019 che non pu\u00f2 essere formalizzato, non pu\u00f2 essere esplicitato, ma che presuppone una comunanza di vita, un\u2019esistenza di vissuti pregressi comuni, di percorsi formativi comuni, ecc. Per quanto, come \u00e8 ovvio, non ci siano due individui che abbiano esattamente gli stessi trascorsi e le stesse radici, comunque esistono gradi di maggiore o minore conciliabilit\u00e0, e i confini tradizionali degli Stati nazione rappresentano a tutt\u2019oggi la maggiore discontinuit\u00e0 in questo ambito di \u2018comunanza informale\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fino a quando l\u2019ospitalit\u00e0 concerne numeri limitati o casi episodici, chiunque si trapianti in un nuovo paese tende naturalmente ad assimilarsi, anche senza un intervento intenzionale da parte dello Stato. Ma quando si \u00e8 di fronte ad afflussi massicci in tempi brevi, la tendenza a creare comunit\u00e0 chiuse, che replicano le forme di vita dei paesi d\u2019origine \u00e8 pressoch\u00e9 irresistibile. E mentre nel caso di differenze culturali blande ci\u00f2 pu\u00f2 rappresentare un problema minore, in altri casi esso pu\u00f2 costituire un processo potenzialmente deflagrante, come le\u00a0<em>banlieue<\/em>\u00a0parigine ci ricordano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>6) Tre argomenti a favore dell\u2019immigrazione e il contesto italiano<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Torniamo nello specifico al caso italiano e alla recente sensibilizzazione di una parte cospicua della popolazione al problema migratorio. Per comprendere quanto accaduto \u00e8 necessario ricordare insieme la catena degli eventi oggettivi e il modo in cui essa \u00e8 stata discussa nel dibattito pubblico e sui media.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Che obiettivamente ci sia stato un doppio processo capace di ingenerare allarme lo abbiamo sottolineato sopra: abbiamo assistito ad una crescita rapida della popolazione straniera e negli ultimi anni ad un fenomeno di sbarchi clandestini accentuato e apparentemente irrefrenabile. Rispetto a questo quadro oggettivo il monopolio di una posizione semplicemente avversa \u00e8 stato detenuto dalla Lega. Ma nonostante la Lega (come Lega Nord) sia stata al governo per otto degli ultimi diciotto anni (2001-2006 e 2008-2011) il dibattito mediatico \u00e8 stato dominato da varianti di tre argomenti, tutti e tre in forme diverse favorevoli all\u2019immigrazione. Possiamo chiamarli per comodit\u00e0 espressiva, rispettivamente, a) l\u2019argomento \u201cumanista\u201d, b) l\u2019argomento \u201cfatalista\u201d e c) l\u2019argomento \u201cutilitarista\u201d. Va notato come spesso tali argomenti, nonostante si appellino a istanze incompatibili, vengano usati liberamente come opzioni alternative, tali per cui, se una opzione appare impercorribile, ci si appella senza remore ad una differente. Questo procedimento argomentativo d\u00e0 talvolta la sgradevole impressione che qualunque cosa vada bene purch\u00e9 supporti il fine predeciso, cio\u00e8 il sostegno alla libert\u00e0 di immigrazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>6.1) L\u2019argomento umanista<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo argomento \u00e8 probabilmente quello pi\u00f9 difendibile. Si tratta di un appello di natura deontologica alla necessit\u00e0 di aiutare i meno fortunati e al rispetto dei diritti umani. Questo appello, umanamente condivisibile, presenta per\u00f2 tutti i tipici problemi degli appelli a diritti\/doveri fondati aprioristicamente e svincolati dal contesto reale di applicazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C\u2019\u00e8 innanzitutto il problema dell\u2019identificazione di\u00a0<em>chi<\/em>\u00a0sia prioritariamente da aiutare. In un periodo affluente, di benessere diffuso, con condizioni di lavoro agiate, redditi generali crescenti, pu\u00f2 essere facile identificare il bisognoso e motivare cos\u00ec il soccorso. Molto meno facile farlo quando precariet\u00e0 reddituale e lavorativa sono ampiamente presenti. Esercitare comparazioni di fino circa chi sia pi\u00f9 \u2018sfortunato\u2019 tra i bisognosi prossimi e quelli remoti, tra l\u2019infanzia negata della periferia di Napoli o quella di Abuja, diventa un\u2019impresa francamente improbabile. In ogni caso le difficolt\u00e0 di vita non sono mai misurate dai dati sul Pil medio pro-capite, visto che livelli di sviluppo e di organizzazione differenti richiedono risorse molto differenti per tenere la testa sopra la linea di galleggiamento. Peraltro, sul piano politico, a chi nutra fondati timori per il futuro proprio o della propria famiglia non si pu\u00f2 realisticamente chiedere di posporre questi timori all\u2019aiuto di ignoti estranei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nella stessa ottica appellarsi, in maniera pi\u00f9 o meno vaga, ai \u2018diritti umani\u2019 \u00e8 una mossa retoricamente brillante, ma vacua. Chi si prenda la briga di visionare gli articoli della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 pu\u00f2 facilmente notare come essi siano ampiamente disattesi in tutto il mondo, per diversi miliardi di persone, e per moltissime persone anche nel nostro paese. Chi volesse prendere l\u2019appello ai \u2018diritti umani\u2019, come imposizione di un \u2018dovere inderogabile\u2019, si troverebbe in un vicolo cieco. Molte persone incontrate quotidianamente sull\u2019autobus o per strada vedono i propri \u2018diritti umani\u2019, a partire da quelli sociali, palesemente violati (sia prendendo come riferimento la Dichiarazione del 1948 che la Costituzione italiana). Ci\u00f2 significa che il presunto obbligo \u2018kantiano\u2019 deve necessariamente essere temperato con un\u00a0<em>criterio selettivo<\/em>: possiamo essere d\u2019aiuto sempre solo a una netta minoranza degli aventi bisogno in senso assoluto. Ma una volta riconosciuto che un criterio selettivo deve esserci, il passo ulteriore \u00e8 abbastanza diretto: nel patto sociale che fonda ciascuno Stato ci si vincola innanzitutto a diritti e doveri reciproci nell\u2019ambito della medesima nazione. Questa \u00e8 la dimensione primaria cui dobbiamo rivolgerci in termini di doveri di aiuto. Solo nel momento in cui questa sfera di soddisfacimento dei diritti sociali fosse adeguatamente coperta, avrebbe senso aprire un secondo livello di prossimit\u00e0, rappresentato ad esempio da chi desideri insediarsi nel nostro paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>6.2) L\u2019argomento fatalista<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il secondo argomento, anch\u2019esso frequentemente sollevato di fronte al fenomeno migratorio, suona pi\u00f9 o meno cos\u00ec: siamo di fronte ad un movimento storico, epocale, fatale, di fronte cui opporre resistenza \u00e8 futile, pretenzioso ed illusorio; migrazioni e spostamenti di popoli ci sono sempre stati e nessuno pu\u00f2 farci nulla: meglio dunque disporci in maniera adattiva alla nuova situazione. Questo argomento, frequentemente ripetuto nei salotti televisivi non meno che in pensosi editoriali, \u00e8 stato uno di quelli che hanno nutrito in maggior misura il successo della Lega di Matteo Salvini alle ultime elezioni. Infatti, il combinato disposto di crescita di stranieri e sbarchi da un lato e appello alla resa di fronte ad un \u2018ineluttabile movimento storico\u2019, ha prodotto naturalmente un\u2019acuta \u2018sindrome da invasione\u2019. Inutile sottolineare come l\u2019idea di un\u2019invasione possa essere accettata con serena compiacenza solo da una minoranza di persone altamente ideologizzate. L\u2019argomento fatalista cos\u00ec dispiegato \u00e8 stato tra i maggiori contributori di quella svolta nella percezione pubblica che ha reso in qualche modo obbligati gli interventi di Minniti prima e di Salvini poi. La questione infatti era diventata quella di dimostrare sul piano pratico come, volendo, il flusso migratorio potesse essere arrestato o ridotto ai minimi termini. Cosa puntualmente avvenuta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>6.3) L\u2019argomento utilitarista<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con ci\u00f2 si arriva al terzo e ultimo argomento. Questo \u00e8 forse l\u2019argomento sollevato pi\u00f9 spesso nell\u2019ultimo periodo, in particolare nella versione per cui l\u2019afflusso migratorio, colmando il deficit di crescita demografica italiana, servirebbe a pagarci le pensioni. In questo argomento ci sono una quantit\u00e0 di fallacie logiche del tutto indipendenti da stime numeriche o calcoli pi\u00f9 o meno affidabili. Qual \u00e8, infatti, il modello di pagamento delle pensioni che esso prefigura? Se l\u2019immigrazione \u00e8\u00a0<em>necessaria<\/em>\u00a0per pagare le pensioni, ci\u00f2 significa che per riuscire a pagare le pensioni un sistema dovrebbe avere un numero di lavoratori in ingresso sempre crescente rispetto ai lavoratori in uscita. In sostanza si dice che senza crescita demografica infinita, o senza drenare risorse umane da paesi poveri, i paesi industriali non potrebbero pagare quanto dovuto ai pensionandi. In sostanza si propone come norma un sistema in perenne squilibrio che \u2018vampirizza\u2019 risorse umane altrui. \u00c8 peraltro difficile capire come un modello del genere possa essere sostenibile nel tempo, in particolare in paesi con densit\u00e0 di popolazione gi\u00e0 molto elevata (come tutta l\u2019Europa occidentale).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Detto questo, bisogna ricordare che gli introiti della previdenza sociale non dipendono dal \u2018numero dei lavoratori\u2019, ma dal reddito complessivo dei lavoratori e dalla percentuale di questo reddito versato in contributi. Il modo pi\u00f9 ovvio per supplire a difficolt\u00e0 del sistema pensionistico sarebbe aumentando i redditi dei lavoratori attuali, e\/o aumentando gli occupati, non certo aumentando indefinitamente il numero assoluto di lavoratori sempre pi\u00f9 impoveriti. In un paese con la disoccupazione a doppia cifra e 100.000 giovani con alta formazione in uscita ogni anno, dire che per pagare le pensioni bisogna far entrare persone destinate a lavori a basso valore aggiunto o, pi\u00f9 spesso, al lavoro nero o alla disoccupazione, pu\u00f2 valere solo come una provocazione, non come una proposta costruttiva. \u00a0Incidentalmente, tutto questo discorso non sfiora neppure la prospettiva a brevissimo termine in cui, a causa della crescente automazione, si prevede una riduzione della domanda di lavoro pur in presenza di produttivit\u00e0 crescente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se si prende come argomento a favore dell\u2019accoglienza degli afflussi migratori l\u2019idea che lo si debba fare nel nome dell\u2019utilit\u00e0 economica, questo argomento andrebbe svolto con coerenza in tutte le sue implicazioni. Questo ragionamento implica che in presenza di disoccupazione locale, nel paese ospitante non dovrebbe entrare assolutamente nessuno, salvo eventuali contingenti mirati a momentanee scoperture di personale con precise qualifiche (e solo fino a quando il paese non sia in grado di riconvertire forza lavoro locale a quei compiti). Un afflusso di migranti in presenza di disoccupazione pi\u00f9 che \u2018fisiologica\u2019 pu\u00f2 solo sostituire lavoratori gi\u00e0 impiegati (comprimendo i salari) o nutrire il lavoro nero: in entrambi i casi nessuno contributo giunge ai cespiti che pagano le pensioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>7) Conclusioni e modelli di integrazione possibili<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel complesso, le linee generali che sembrerebbe ragionevole adottare nei confronti del fenomeno migratorio (parliamo dei cosiddetti \u2018migranti economici\u2019) sembrano chiare. Se si ha a cuore il paese, nella situazione attuale e per il prevedibile futuro, ogni ingresso di popolazione migrante dev\u2019essere rigorosamente regolamentata, il che significa che deve poter essere possibile bloccare gli accessi (altrimenti parlare di \u2018regolamentazione dei flussi\u2019 \u00e8 solo una chiacchiera). La consegna, con riferimento alla cosiddetta \u2018migrazione economica\u2019 dev\u2019essere quella di accogliere solo quantit\u00e0 di persone integrabili sia lavorativamente che socialmente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A grandi linee ci\u00f2 potrebbe implicare l\u2019adozione di questi indirizzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Innanzitutto il paese deve avere un canale ufficiale per gli ingressi\u00a0<em>legali<\/em>, canale che possa essere modulato in modo restrittivo e selettivo, e che consenta l\u2019inoltro di richieste d\u2019asilo per ragioni umanitarie. Queste ultime, fino a quando rimangono entro numeri non esorbitanti, possono essere considerate in eccezione alle esigenze di funzionalit\u00e0 del paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per quanto concerne la migrazione di tipo economico, in prima istanza, il modello di accoglimento pu\u00f2 essere di tipo funzionalista, simile a quello dei\u00a0<em>Gastarbeiter<\/em>\u00a0tedeschi, dunque con permessi funzionali, limitati, rinnovabili, senza la pretesa, n\u00e9 l\u2019aspettativa che un processo di assimilazione avvenga. Questo processo ha senso solo per numeri limitati, e per periodi limitati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In seconda istanza, quando c\u2019\u00e8 l\u2019aspettativa che la permanenza lavorativa si protragga nel tempo \u00e8 opportuno entrare nell\u2019ottica di una strategia \u2018assimilazionista\u2019, mirata in ultima istanza alla creazione di nuovi cittadini. Questa strategia deve farsi carico di alcuni elementi di supporto all\u2019integrazione di tipo culturale e linguistico, e deve portare, dopo un congruo numero di anni (dieci?) alla possibilit\u00e0 di richiedere la cittadinanza. La cittadinanza dovrebbe peraltro essere conferita solo previo superamento di alcune prove (una seria prova di italiano parlato, e una conoscenza normativa di base, con particolare riferimento alla normativa costituzionale). A chi obietti che anche alcuni cittadini italiani potrebbero essere in difficolt\u00e0 a superare tali prove bisogna replicare che ci\u00f2 sarebbe una buona ragione per dedicare sforzi primari alla formazione degli italiani, non certo una ragione per abbassare ulteriormente il livello di formazione medio. In ogni caso, il senso di tali prove \u00e8 quello di supplire, almeno in parte, alla mancanza di un retroterra pregresso comune, che per gli autoctoni si estende a numerosi livelli informali impossibili da insegnare \u2018tecnicamente\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Infine, chiunque abbia a cuore l\u2019esistenza futura del proprio paese, la tenuta di qualche forma di stato sociale, e la prosperit\u00e0 della propria popolazione deve respingere radicalmente i modelli di accoglimento di tipo \u2018pluralista\u2019 o \u2018multiculturalista\u2019. Tali modelli infatti tendono a creare enclave incomunicabili, conflitti sociali endemici, e difficolt\u00e0 nel governo del territorio. Una volta di pi\u00f9, a chi obietti che da tali difficolt\u00e0 l\u2019Italia \u00e8 gi\u00e0 afflitta, bisogna replicare che questo \u00e8 solo un argomento per farsene carico seriamente, e non certo per dichiarare per l\u2019ennesima volta la resa di fronte al degrado.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/2019\/09\/28\/qualche-riflessione-sul-problema-migratorio-di-andrea-zhok\/\">http:\/\/italiaeilmondo.com\/2019\/09\/28\/qualche-riflessione-sul-problema-migratorio-di-andrea-zhok\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DI ITALIA E IL MONDO (Andrea Zhok) 1) Premessa Discutere oggi di immigrazione in Italia, come in Europa in generale, finisce facilmente per fornire occasioni di polemica corrente e per focalizzare su questo o quell\u2019episodio mediatico. Non \u00e8 questa l\u2019intenzione delle brevi considerazioni che seguono. Non prenderemo posizione su decisioni del presente governo, di quello precedente, del Consiglio d\u2019Europa, ecc. L\u2019intento invece \u00e8 quello di chiarire, contestualizzandola storicamente, la cornice economica ed etica entro la&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":97,"featured_media":25122,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/germinario-italiaeilmondo.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-dQe","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/53210"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/97"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=53210"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/53210\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":53212,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/53210\/revisions\/53212"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/25122"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=53210"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=53210"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=53210"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}