{"id":53641,"date":"2019-10-22T08:30:37","date_gmt":"2019-10-22T06:30:37","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53641"},"modified":"2019-10-21T23:10:03","modified_gmt":"2019-10-21T21:10:03","slug":"giovanni-arrighi-adam-smith-a-pechino-parte-prima","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53641","title":{"rendered":"Giovanni Arrighi, \u201cAdam Smith a Pechino\u201d, parte prima"},"content":{"rendered":"<p>Di <strong>TEMPO FERTILE<\/strong> (Alessandro Visalli)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L\u2019ultimo\u00a0<a href=\"https:\/\/amzn.to\/31kA9Gx\">libro<\/a>\u00a0di Giovanni Arrighi<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>\u00a0conclude un lungo percorso nel quale il sociologo ed economista italiano passa dall\u2019adesione al marxismo e vicinanza all\u2019operaismo, alla svolta sistemica degli anni ottanta, quando insieme ad altri si sforza di generalizzare il punto di vista della \u2018<em>teoria della dipendenza<\/em>\u2019<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, che aveva contribuito a fissare nel decennio precedente insieme a Gunder Frank<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>\u00a0e Samir Amin<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>, in una teoria molto pi\u00f9 comprensiva dei \u201c<em>sistemi mondo<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>. In questo sforzo Arrighi, lavorando sulla traccia di Braudel e in associazione a Immanuel Wallerstein<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>, tenta di produrre delle generalizzazioni feconde. Ovvero teorie e modelli in grado di gettare una luce nuova sul passato ed il presente, ed immaginare possibili futuri. La sua fama diventa larga dalla pubblicazione de \u201c<em>Il lungo XX Secolo<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>\u00a0nel 1994, e poi di \u201c<em>Caos e governo del mondo<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>, con Beverly Silver, nel 1999, ma le sue prime pubblicazioni sono sul sottosviluppo in Africa<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>, quindi alcuni studi di diretta ispirazione marxista sull\u2019imperialismo<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a>, alcuni studi sul mezzogiorno italiano<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>, e relativi alla svolta<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo testo chiude il percorso e la trilogia di studi sui \u201csistemi-mondo\u201d, a pochi mesi dalla morte dell\u2019autore, e ne \u00e8 sia un seguito sia una rielaborazione. Il tema chiave \u00e8 il tentativo, compiuto dall\u2019amministrazione Bush, di reagire alla minaccia di declino che si era presentata sin dalla crisi sistemica degli anni settanta con una forte proiezione imperiale in grado di aprire un nuovo \u201csecolo americano\u201d, essenzialmente tramite il controllo diretto, manu militari, delle regioni chiave per le economie industrializzate. Come si dice sinteticamente, \u201cguerre per il petrolio\u201d, ma in realt\u00e0 \u201cguerre per il mondo\u201d. Il primo tema \u00e8 dunque il lancio, prima, ed il fallimento, poi, di questo progetto di \u201cdominio senza egemonia\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il secondo \u00e8 l\u2019affermazione, o meglio il ritorno, della Cina in posizione centrale nel mondo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo tema, la rinascita economica dell\u2019oriente asiatico, \u00e8 l\u2019effetto di una serie ininterrotta di \u201cmiracoli\u201d economici: il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Singapore, la Malaysia, la Thailandia, infine la Cina.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma l\u2019oriente asiatico, in ombra nella prima parte del secolo scorso (anche se il Giappone gi\u00e0 fa eccezione), non era sempre stato considerato una parte sottosviluppata del mondo. In effetti ancora Adam Smith, nel settecento, aveva un\u2019immagine altamente positiva della Cina come del centro sviluppato del mondo e del luogo di maggiore ricchezza, se pur connotato da una forte stabilit\u00e0. Questa immagine degrada molto rapidamente durante l\u2019ottocento, e alla fine della seconda guerra mondiale la Cina era arrivata ad essere ormai una delle nazioni pi\u00f9 povere del mondo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa situazione inizia a cambiare di nuovo quando negli anni sessanta in Vietnam gli Stati Uniti alla fine sono sconfitti e devono scendere a patti, \u00e8 da allora che accelera e prende sempre pi\u00f9 forza quello che alcuni hanno chiamato \u201cl\u2019arcipelago capitalista\u201d nell\u2019oriente asiatico.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il libro di Arrighi, come lo stesso titolo mostra, utilizza una lettura non convenzionale del capolavoro di Adam Smith \u201c<em>La ricchezza delle nazioni<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>\u00a0per interpretare il particolare tipo di mercato impiantato con enorme successo in Cina, come \u201cnon capitalista\u201d e continuo alla lunga tradizione del paese. Smith del resto sperava che potesse impiantarsi una societ\u00e0 di mercato globale basata su una maggiore equit\u00e0 e rispetto per le diverse aree mondiali di civilt\u00e0, e quindi non fondata sulla forma a suo dire \u201cinnaturale\u201d di sviluppo che il mercantilismo della sua epoca stava impiantando. Secondo il modo di leggere il filosofo morale (la sua prima specializzazione<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>) scozzese che propone questi non \u00e8 affatto stato un teorico dello sviluppo capitalistico, o il suo difensore. Per Arrighi Smith intendeva i mercati come strumento di controllo e di governo della avidit\u00e0 e questo riveste importanza per comprendere le economie di mercato non capitaliste, come quella cinese prima che venissero incorporate in posizione subalterna nel sistema globalizzato di stati guidato dall\u2019Europa.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma cosa \u00e8 \u201c<em>un\u2019economia di mercato socialista<\/em>\u201d, che si vorrebbe creare in Cina, e cosa, invece, la \u201c<em>economia di mercato elitaria<\/em>\u201d (secondo la denuncia di Liu Guoguang nel 2006) che si rischia di creare? Tra il \u201csocialismo con elementi cinesi\u201d dei discorsi ufficiali e la realt\u00e0 di capitalismo selvaggio che si registra spesso c\u2019\u00e8, per Arrighi, un vasto lavoro da fare, nelle lotte del popolo cinese e nella sistemazione delle idee. Questo secondo compito \u00e8 quello che si d\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Adam Smith e la nuova era asiatica<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il libro prende le parti dunque di una sorta di \u201c<em>marxismo neosmithiano<\/em>\u201d che lavora entro la frattura, ben ricordata nelle prime pagine, tra il marxismo de \u201c<em>Il Capitale<\/em>\u201d, concentrato sullo sviluppo delle forze produttive nei centri pi\u00f9 avanzati e che assegna ai relativi lavoratori il compito di guida in quanto testimoni della maggiore contraddizione, e quello delle periferie del mondo, concentrato sulla questione del potere e della lotta nazionale di liberazione.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Come scrive Arrighi: \u201cNon ci sono dubbi sulla distanza che separa la teoria del sistema capitalistico di Marx dal marxismo di Castro, Amilcar Cabral, Ho Chi Min, o Mao Zedong, una distanza che si poteva superare solo con un atto di fede nell\u2019unit\u00e0 storica del movimento marxista\u201d (p.32). Un tema fondamentale, recentemente ripreso con grande energia da Domenico Losurdo<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa frattura, continua, Arrighi:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cfra marxisti essenzialmente interessati all\u2019emancipazione del Terzo Mondo dall\u2019eredit\u00e0 dell\u2019imperialismo neocoloniale e marxisti che si preoccupavano principalmente dell\u2019emancipazione della classe operaia. Il problema era che se\u00a0<em>Il Capitale<\/em>\u00a0rappresentava effettivamente un\u2019adeguata chiave di lettura del conflitto di classe, i presupposti di Marx a proposito dello sviluppo capitalistico su scala mondiale non sembravano reggere a un\u2019analisi empirica. I presupposti di Marx richiamano molto pi\u00f9 la tesi del \u2018mondo piatto\u2019 che Thomas Friedman \u00e8 andato diffondendo negli ultimi anni.\u201d (p.33)<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Un punto importante.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Alcuni anni prima, del resto, anche David Harvey, in un libro citato ed utilizzato da Arrighi, sottoline\u00f2 lo stesso punto:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cL&#8217;impresa multinazionale, con la sua capacit\u00e0 di spostare rapidamente capitale e tecnologia da un posto all&#8217;altro, di sfruttare risorse diverse, mercati del lavoro, del consumo e opportunit\u00e0 di profitto, organizzando la propria divisione territoriale del lavoro, trae gran parte del suo potere dal comando spaziale e dall&#8217;utilizzo di differenziali geografici in modi non consentiti all&#8217;impresa familiare. In ogni caso le implicazioni delle\u00a0grandi trasformazioni avvenute nella geografia della produzione, del consumo e dello scambio attraverso la storia del capitalismo sono di per s\u00e9, sicuramente, degne di essere studiate.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il confronto diretto con questo compito potrebbe aiutare a curare\u00a0<em>gli scismi e le ferite all&#8217;interno della tradizione marxista<\/em>. Lo stesso Marx ha coraggiosamente abbozzato una teoria della storia capitalista basata sullo sfruttamento di una classe da parte dell&#8217;altra. Lenin, dal canto suo, ha sviluppato una tradizione differente, in cui assume centralit\u00e0 lo sfruttamento delle persone in un luogo da parte di quelle che sono in un altro (la periferia da parte del centro, il Terzo Mondo da parte del primo).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Le due retoriche dello sfruttamento coesistono in modo non facile e la loro relazione resa oscura<\/em>. Il fondamento del marxismo-leninismo \u00e8 quindi ambiguo e ha scatenato aspri dibattiti sul diritto all&#8217;autodeterminazione, sulla questione nazionale, sulle prospettive del socialismo in un solo paese, sull&#8217;universalismo della lotta di classe, e cos\u00ec via\u201d<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Secondo la valutazione di Arrighi la cosa si pu\u00f2 vedere da questo lato: l\u2019analisi empirica mostra che il mondo, nella globalizzazione in qualche modo prefigurata anche da Marx, non si \u00e8 affatto \u201cappiattito\u201d.\u00a0<em>Al contrario<\/em>\u00a0\u00e8 andato soggetto ad una sempre maggiore divergenza. Negli stessi anni in cui le sinistre occidentali si innamoravano dei luoghi pi\u00f9 \u201cavanzati\u201d del \u201claboratorio della produzione\u201d, ricorda l\u2019autore, Andre Gunder Frank \u201cvarava la metafora dello \u2018<em>sviluppo del sottosviluppo<\/em>\u2019<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a>\u00a0proprio per descrivere e spiegare quella vistosa divergenza\u201d. Un modello<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a>\u00a0che fu peraltro criticato proprio dal punto di osservazione del \u201cmarxismo occidentale\u201d, perch\u00e9 \u201cridurrebbe i rapporti di classe a semplici epifenomeni della relazione centro-periferia\u201d. In questo senso va, ad esempio, la critica di Brenner nel 1977<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a>, in un articolo della \u201c<em>New Left Review<\/em>\u201d, nel quale pur riconoscendo senso alla posizione di Frank ne contesta la pretesa conseguenza per la quale la classe sarebbe solo una sorta di \u201criflesso\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Come inizia Brenner:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cla comparsa di\u00a0barriere sistematiche all&#8217;avanzamento economico nel corso dell&#8217;espansione capitalista &#8211; lo \u2018sviluppo del sottosviluppo\u2019 &#8211; ha posto problemi difficili alla teoria marxista.\u00a0\u00c8 emersa, in risposta, una forte tendenza a rivedere bruscamente le concezioni di Marx in merito allo sviluppo economico.\u00a0[\u2026] Sosterr\u00f2 qui che il\u00a0<em>metodo\u00a0<\/em>di un&#8217;intera linea di scrittori nella tradizione marxista li ha portati a spostare le relazioni di classe dal centro delle loro analisi sullo sviluppo economico e il sottosviluppo.\u00a0La loro intenzione \u00e8 stata quella di negare il modello ottimista di progresso economico derivato da Adam Smith, in base al quale lo sviluppo del commercio e la divisione del lavoro determinano senza sosta lo sviluppo economico.\u00a0Tuttavia, poich\u00e9 non sono riusciti a scartare i presupposti del meccanicismo individualista sottostante di questo modello, hanno finito per erigere una teoria alternativa dello sviluppo capitalista che \u00e8, nei suoi aspetti centrali, l&#8217;immagine speculare della tesi \u2018progressista\u2019 che desiderano superare.\u00a0Quindi, molto simili a quelli che criticano,\u00a0concepiscono le relazioni (mutevoli) di classe come emergenti pi\u00f9 o meno direttamente dai requisiti (mutevoli) per la generazione di eccedenze e lo sviluppo della produzione, sotto le pressioni e le opportunit\u00e0 generate da un mercato mondiale in crescita.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Solo, mentre i loro avversari tendono a vedere tali processi determinati dal mercato come innesco, automaticamente, di una dinamica di sviluppo economico, loro li vedono come rafforzamento dell&#8217;arretratezza economica.\u00a0Di conseguenza, non tengono conto n\u00e9 del modo in cui le strutture di classe, una volta stabilite, determineranno in effetti il \u200b\u200bcorso dello sviluppo economico o del sottosviluppo su un&#8217;intera epoca, n\u00e9 del modo in cui emergono queste stesse strutture di classe: risultato di lotte di classe i cui risultati sono incomprensibili in termini di sole forze di mercato\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L\u2019accusa a Frank e compagni \u00e8 quindi di una sorta di meccanicismo che, in effetti, potrebbe anche essere inteso dalla dinamica del testo (ed in particolare dalla parabola complessiva della scuola). In particolare la polemica Frank-Amin, seguita alla pubblicazione nel 1999 di \u201c<em>Re-Orient<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a>, mentre Amin prende la direzione esattamente opposta e riformula in termini pi\u00f9 ampi i concetti della vecchia \u201cteoria della dipendenza\u201d, ribadendo la necessit\u00e0 di una, almeno parziale, \u201cdisconnessione\u201d per acquisire autonomia e autogoverno, Frank ormai guarda alla totalit\u00e0 e considera quindi ogni sviluppo come effetto non di un movimento interno (ad esempio di sviluppo delle forze produttive nella dialettica tra le classi sociali, dalla quale si pu\u00f2 verificare storicamente l\u2019insorgenza del capitalismo), ma di una rete di influenze e determinazioni sempre estesa a livello mondiale. Nativamente estesa a livello mondiale. Se tutto dipende dall\u2019economico, ma questo \u00e8 sovradeterminato dall\u2019insieme totale delle relazioni internazionali, allora la lotta, che pure continua a rivendicare nella forma dei \u201cmovimenti antisistemici\u201d, non pu\u00f2 pi\u00f9 avere alcun progetto possibile.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La tesi circa l\u2019insorgenza storica del capitalismo di Brenner riformula invece in modo pi\u00f9 tradizionale quella di Marx evidenziando le condizioni, contingenti, per le quali paesi esposti al commercio internazionale, ed in esso quindi incorporati, sviluppano le condizioni dello sviluppo capitalistico (concentrazione dei mezzi di produzione fuori dei ceti produttivi e competizione causata dallo spiazzamento dei ceti dirigenti). A questo modello marxiano contrappone quello, che definisce \u201cNeosmithiano\u201d, basato su specializzazione e divisione del lavoro sotto la spinta della messa in contatto commerciale del quale quello di Frank sarebbe solo un caso particolare.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Arrighi utilizza questa distinzione, accettando la qualifica che non condivide fino in fondo di \u201cneosmithiano\u201d, per segnalare la differenza tra processi che costituiscono mercati non capitalistici e processi di sviluppo capitalistico. Secondo la sua ricostruzione i primi processi erano sviluppatissimi nell\u2019oriente fino al diciannovesimo secolo in assenza del secondo; quindi, mentre, come vedremo, la Cina restava in qualche modo intrappolata in un \u201cequilibrio di alto livello\u201d<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\">[21]<\/a>, l\u2019Europa ne venne liberata dalla scoperta dell\u2019America. E\u2019 per questo che mentre al tempo di Smith la Cina era considerata pi\u00f9 avanzata, ad un certo punto part\u00ec una \u201cgrande divergenza\u201d<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a>, malgrado l\u2019Europa non avesse affatto mercati pi\u00f9 efficienti n\u00e9 per le merci n\u00e9 per i fattori di produzione. Secondo Pomeranz, infatti, nel 1789 i principali mercati europei erano\u00a0<em>meno\u00a0<\/em>aperti alla concorrenza, nei termini delimitati da Smith, di quanto lo fossero quelli cinesi.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Le questioni teoriche e pratiche che derivano da questa \u201criscoperta di Smith a Pechino\u201d sono diverse: occorre spiegare le cause del salto energetico che impiega l\u2019occidente, passando al carbone fossile, presente in abbondanza ma non usato nella stessa maniera anche in Cina, e, seconda cosa, bisogna spiegare perch\u00e9 la globalizzazione a regia inglese, nel diciannovesimo secolo, porti con s\u00e9 la divergenza. La prima domanda vede enfatizzato da Wong<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a>\u00a0il salto di intensit\u00e0 dato dall\u2019uso del combustibile, invece da Frank<a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\">[24]<\/a>\u00a0l\u2019opposta condizione di relativa scarsit\u00e0 di capitale e lavoratori<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\">[25]<\/a>, e la Pomeranz<a href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\">[26]<\/a>\u00a0la diversa dotazione di risorse insieme al rapporto centro-periferia \u201cossia al fatto che i paesi chiave dell\u2019Europa nordoccidentale ricavano dal continente americano materie prime e vi esportano manufatti in misura considerevolmente maggiore di quanto i paesi guida dell\u2019Asia riuscissero a fare con le proprie periferie\u201d (p.41). Naturalmente il nuovo tipo di periferia che la conquista dell\u2019America crea, con la tratta degli schiavi e il sistema coloniale europeo, l\u2019imposizione di forme mai viste di agricoltura intensiva ad altissimo sfruttamento (nella piantagione di Cortez lavoravano quindicimila indios in condizione di schiavit\u00f9<a href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\">[27]<\/a>) fanno la differenza.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Un ruolo molto importante, in questo scambio, lo gioca l\u2019argento americano, estratto in miniere-lagher e reinvestito in commerci di lunga percorrenza, in particolare con l\u2019Asia. Anzi l\u2019Asia per tutto il diciottesimo secolo in pratica lo drenava quasi tutto (tra l\u2019altro, come vedremo, questo facile drenaggio \u00e8 uno dei fattori che convince i Qing che non \u00e8 indispensabile munirsi di forti flotte e autonoma capacit\u00e0 di commercio di lunga distanza).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Un modello che tenta di spiegare tutti questi fattori nella loro complessa relazione \u00e8 quello tentato da Karou Sugihara<a href=\"#_ftn28\" name=\"_ftnref28\">[28]<\/a>\u00a0che pone l\u2019accento sulla \u201c<em>rivoluzione industriosa<\/em>\u201d, che si sarebbe verificata in oriente dal sedicesimo al diciottesimo secolo insieme a tecnologie ed istituzioni ad alto contenuto di lavoro, a causa della scarsit\u00e0 relativa di risorse coltivabili. L\u2019insieme di questi fattori ha comportato una notevole crescita della popolazione e anche del tenore di vita. Mentre in passato la popolazione cinese aveva oscillato entro la \u201ctrappola malthusiana\u201d dalle parti dei cento milioni di persone, all\u2019improvviso giunse infatti a quattrocento milioni. Nel 1800 quindi su basi di mercato, ma senza alcuna evoluzione in direzione industriale, si sviluppa una economia forte ed autosufficiente, fortemente introversa, basata sulla famiglia e la comunit\u00e0 di villaggio. Si tratterebbe in parole semplici di un sentiero di sviluppo del tutto diverso da quello seguito dall\u2019occidente e che Marx inclinava a vedere come necessario<a href=\"#_ftn29\" name=\"_ftnref29\">[29]<\/a>: la proletarizzazione e creazione delle classi contrapposte degli operai e dei capitalisti. Il modello antropologico che si impone predilige chi sa fare pi\u00f9 lavori diversi ed \u00e8 abituato a cooperare e di inserirsi armonicamente nel lavoro della fattoria, affrontando e risolvendo insieme gli imprevisti. Complessivamente il modello prediligeva l\u2019impiego di risorse umane invece che di risorse materiali.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Su questo modello, ad esempio nel caso giapponese, si innesta la spinta tecnologica che viene dall\u2019occidente, creando un modello ibrido, ovvero una \u201cindustrializzazione ad alta intensit\u00e0 di manodopera\u201d. Un modello che inizi\u00f2 ad essere competitivo solo nel secondo dopoguerra nelle sue particolari condizioni.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ci sono quindi due modelli distinti di crescita economica:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">1-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<em>Quello smithiano<\/em>, nel quale \u201clo sviluppo si dipana in un contesto sociale dato, sfrutta in funzione della crescita tutti il potenziale che quel contesto racchiude, ma non arriva mai a modificarlo in misura significativa\u201d,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">2-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<em>Il modello marxiano\u00a0<\/em>in cui \u201clo sviluppo economico su basi di mercato invece, tende a distruggere il contesto sociale che lo ospita e a creare le condizioni per l\u2019affermarsi di una nuova struttura sociale (che non necessariamente diventare realt\u00e0) caratterizzata da un diverso potenziale di crescita\u201d (p.56).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Per Smith il mercato \u00e8 del resto un vero e proprio strumento di governo e l\u2019economia politica \u00e8 un ramo delle scienze dell\u2019uomo di stato. La sua presenza presuppone l\u2019esistenza di uno stato forte, \u201ccapace di creare e riprodurre le condizioni necessarie per l\u2019esistenza del mercato stesso\u201d. Si tratta di essere quindi molto lontani dalla pretesa fiducia dogmatica negli effetti benefici di una riduzione dell\u2019intervento statale e nel mercato autoregolato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Insomma, Smith, per Arrighi, \u201csarebbe stato d\u2019accordo con Karl Polanyi\u201d<a href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\">[30]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In relazione al tema della caduta del saggio di profitto<a href=\"#_ftn31\" name=\"_ftnref31\">[31]<\/a>\u00a0(come noto idea che Marx preleva da Ricardo e Smith), il compito dello stato \u00e8 quindi esattamente creare la competizione e proteggerla\u00a0<em>per ridurre i profitti al minimo<\/em>. Ovvero, per contenerli nei termini che siano socialmente accettabili. Lo stato deve operare per superare le contraddizioni che lo sviluppo economico produce.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Un punto molto rilevante nella trattazione di Smith \u00e8 quando viene messo a confronto il tema della divisione del lavoro. Distinguendo tra divisione\u00a0<em>tecnica<\/em>\u00a0del lavoro (la \u201cfabbrica di spilli\u201d all\u2019inizio del libro di Smith) e divisione\u00a0<em>sociale<\/em>\u00a0del lavoro (la relazione tra unit\u00e0 produttive indipendenti), il filosofo scozzese si concentra sulle relazioni tra settori, o tra territori, e i relativi scambi di mercato. Quindi \u201csulla concorrenza come agente di ulteriore divisione del lavoro e specializzazione fra vari comparti del commercio e della produzione; e in conseguenza su cosa debba fare un governo per promuovere, regolare e sfruttare la sinergia fra concorrenza e divisione del lavoro\u201d (p.65). Quando si concentra esclusivamente sulla divisione del lavoro lo fa per evidenziarne i difetti (nel ridurre l\u2019uomo a una sola dimensione).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Venendo ai sentieri di sviluppo nell\u2019opera di Smith si trovano contrapposti uno sviluppo \u201cnaturale\u201d, graduale e per linee interne, attribuito alla Cina, che passa gradualmente dagli investimenti sull\u2019agricoltura, poi alle manifatture ed infine al commercio estero. Ed uno sviluppo \u201cinnaturale e retrogrado\u201d, e quindi \u201ccompletamente rovesciato\u201d, attribuito al caso olandese. Qui si parte dal commercio estero, che induce lo sviluppo di manifatture di lusso e raffinate, di qui allo stimolo all\u2019agricoltura con il surplus guadagnato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Tornando alla questione del modello \u201csmithiano\u201d verso quello \u201cmarxiano\u201d, e quindi alla discussione con Brenner, autore marxista con il quale Arrighi si confronta in tutto il libro, \u00e8 riconosciuto che Marx sviluppa un programma di ricerca completamente diverso da quello del filosofo scozzese (di cui ha, comunque, grandissimo rispetto). Ad esempio, rispetto allo sguardo verso i governi che esprime il suo predecessore Marx esprime una prospettiva che guarda alle \u201cclassi sociali\u201d; non gli interessa se una \u201cnazione\u201d si impoverisce o si arricchisce, ma\u00a0<em>chi<\/em>, all\u2019interno di questa, lo fa. Quindi al centro della ricerca non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 la concorrenza (che pure \u00e8 accuratamente modellata, ma con uno sguardo che potremmo dire \u201cmicro\u201d), ma \u201cil conflitto di classe e il progresso tecnologico sui luoghi di produzione\u201d. Ancora, c\u2019\u00e8 il \u201csegreto laboratorio della produzione\u201d e non la circolazione tra i luoghi di produzione (\u00e8 chiaro che ognuno di questi elementi \u00e8 presente in Marx, e su ognuno la sua analisi \u00e8 accurata ed efficace, ma la narrazione che li tiene insieme \u00e8 in qualche modo rovesciata).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Diamo da parola ad Arrighi:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cQuesto spostamento nella natura e negli argomenti della \u2018narrazione\u2019 ha finito per creare una gran confusione relativamente alla teoria implicita di Marx dello sviluppo nazionale. Dico implicita perch\u00e9 di una simile teoria non v\u2019\u00e8 traccia esplicita nel pensiero di Marx. Vi si trova invece una teoria dello sviluppo capitalistico su scala mondiale che coglie, anticipandoli, i tratti di quella che oggi chiamiamo \u2018globalizzazione\u2019 ma sbaglia nel predire che lo sviluppo capitalistico avrebbe \u2018appiattito\u2019 il mondo, nel senso in cui Thomas Friedman usa questa espressione.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In effetti l\u2019aspettativa di un imminente appiattimento del mondo era cos\u00ec viva in Marx da spingerlo a basare interamente la sua teoria dello sviluppo capitalistico sull\u2019assunzione di un mondo senza confini, in cui la forza-lavoro \u00e8 totalmente spossessata di ogni mezzo di produzione e tutte le merci, ivi compresa la stessa forza-lavoro, vengono liberamente scambiate, a un prezzo all\u2019incirca pari alla sua riproduzione\u201d (p.88)<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Si tratta di una rappresentazione piuttosto semplificata<a href=\"#_ftn32\" name=\"_ftnref32\">[32]<\/a>, ma fondamentalmente corretta.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La differenza tra le teorie dello sviluppo economico nazionale di Marx (implicita) e di Smith (espressa) sono principalmente connesse con la critica dello scopo della trasformazione in merci fatta propria dal capitalista. Per Marx lo scopo \u00e8 l\u2019accumulo di denaro (D-M-D\u2019) mentre per Smith di utilit\u00e0 (si potrebbe dire M-D-M\u2019). Naturalmente il processo di circolazione completo \u00e8 una stringa di M-D-M-D\u2019-M\u2019\u2019-D\u2019\u2019-M\u2019\u2019\u2019,\u2026) e quindi si tratta di focalizzazione. La seconda differenza \u00e8 che entrambi identificano nel commercio di lunga distanza l\u2019elemento cruciale del decollo capitalista dell\u2019Europa, ma per Smith \u00e8 \u201cinnaturale\u201d, mentre per Marx\u00a0<em>\u00e8 semplicemente il capitalismo<\/em>. Ne deriva una svalutazione radicale di tutto ci\u00f2 che si oppone al pieno dispiegarsi della logica della borghesia, e quindi in primo luogo del \u201cmodello asiatico\u201d. Modello che sarebbe sconfitto dalla maggiore efficienza e quindi dal minore prezzo delle sue merci<a href=\"#_ftn33\" name=\"_ftnref33\">[33]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma il centro della critica che Marx svolge all\u2019economia politica di Smith \u00e8 che i cambiamenti tecnici ed organizzativi che interessano la societ\u00e0 non sono originati essenzialmente dalla concorrenza che induce la nascita di nuovi settori specializzati e stimola la divisione del lavoro,\u00a0<em>ma dall\u2019incessante conflitto tra il lavoro ed il capitale per la divisione del surplus<\/em>. Ne segue che i capitalisti scaricano la pressione della concorrenza sui lavoratori (come scrive gi\u00e0 Engels nel 1844<a href=\"#_ftn34\" name=\"_ftnref34\">[34]<\/a>\u00a0mettendo in concorrenza i lavoratori anzich\u00e9 concorrere con gli altri capitalisti) attraverso la continua innovazione e quindi, al suo tempo, ampliando dimensione e concentrazione delle unit\u00e0 produttive. L\u2019aumento della dimensione delle unit\u00e0 produttive e della divisione tecnica del lavoro sono quindi le condizioni essenziali della crescita della classe dei capitalisti e della stagnazione di quella dei lavoratori spossessati dei mezzi di produzione. Cio\u00e8, come si pu\u00f2 dire, \u201ci mutamenti tecnici ed organizzativi non sono neutri ma hanno un segno di classe\u201d. Naturalmente gli effetti anche per Marx, come per Smith, sono deleteri per le qualit\u00e0 morali ed intellettuali dei lavoratori.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Altre differenze sono nella nozione di\u00a0<em>tendenza alla crisi<\/em>, presente nell\u2019uno e assente nell\u2019altro (che, casomai vede una tendenza alla stabilizzazione, ovvero alla stagnazione di alto livello); per Marx la crescita della concorrenza e la riduzione del tasso di profitto non sono dirette ad uno stato stazionario, ma piuttosto ad una \u201cdistruzione creatrice\u201d che in Arrighi ha tre possibili dimensioni: aumento delle dimensioni dei capitali e riorganizzazione del sistema di aziende; creazione di un sovrappi\u00f9 di popolazione e di un nuovo schema di divisione del lavoro internazionale; comparsa di nuovi epicentri di accumulazione capitalistica. Nel suo insieme il capitalismo ha quindi una spinta immanente a infrangere i suoi limiti, superando le fasi di sovraccumulazione con l\u2019allargamento.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa posizione di Marx \u00e8 fatta propria da Giovanni Arrighi ma solo a livello globale, invece secondo lui a livello dello sviluppo nazionale, o dell\u2019intera Europa, non \u00e8 adeguato a dare conto della insorgenza del capitalismo stesso, o della rivoluzione industriale. In questo punto si allinea alle tesi dell\u2019ultimo Gunder Frank o di Hosea Jaffe<a href=\"#_ftn35\" name=\"_ftnref35\">[35]<\/a>, \u201cle differenze tra i processi di sviluppo dell\u2019economia di mercato in Europa e nell\u2019Oriente asiatico non sono riconducibili alla presenza o all\u2019assenza di specifiche istituzioni politiche o economico-commerciali, ma piuttosto alla loro combinazione in due differenti strutture di potere\u201d. In altre parole non si trattava di avere pi\u00f9 o meno \u201ccapitalisti\u201d, ma del potere di imporre il proprio interesse di classe a scapito dell\u2019interesse nazionale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Come scriveva Braudel:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cSi pu\u00f2 parlare di trionfo del capitalismo solo quando esso si identifica con lo stato, quando si fa stato. Nella sua prima grande fase, quella delle citt\u00e0-stato italiane come Venezia, Genova e Firenze, il potere era saldamente nelle mani di una \u00e9lite di ricchi. Nell\u2019Olanda del diciassettesimo secolo, l\u2019aristocrazia che esprimeva i Reggenti, governava a beneficio, e spesso sotto la direttiva dei mercanti, imprenditori e banchieri. Analogamente, la Gloriosa rivoluzione del 1688 in Inghilterra segn\u00f2 l\u2019accesso al potere degli imprenditori sull\u2019esempio olandese\u201d<a href=\"#_ftn36\" name=\"_ftnref36\">[36]<\/a><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo fenomeno va connesso con la tendenza a reagire alla caduta del tasso di profitto con l\u2019espansione finanziaria e con la competizione interstatale per attrarre questi flussi finanziari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>\u00a0&#8211; Giovanni Arrighi (1937, 2009)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a>\u00a0&#8211; La \u201cteoria della dipendenza\u201d negli anni sessanta domina il campo della critica anticapitalista di matrice marxista e che si muter\u00e0 prima nella \u201cteoria dei sistemi mondo\u201d per poi dissolversi progressivamente.\u00a0Il punto teorico \u00e8 che le istituzioni ed i rapporti economici (ma anche quelli sociali e culturali, o politici) che si osservano nel mondo \u201ccentrale\u201d e \u201csviluppato\u201d, e quelli che si osservano nelle \u201cperiferie\u201d e \u201csottosviluppate\u201d, sono il prodotto le une delle altre in una dialettica che si sviluppa attraverso relazioni reciproche di dipendenza e conflitto nella reciproca connessione. I paesi pi\u00f9 forti drenano \u2018surplus potenziale\u2019 (Baran) da quelli deboli e in questo modo determinano il loro sottosviluppo. In questo modo i primi si avvicinano al loro \u201cpotenziale\u201d, mentre i secondi ne restano distanti. Come scriver\u00e0 Andre Gunder Frank (in\u00a0\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/03\/andre-gunder-frank-capitalismo-e.html\"><em>Capitalismo e sottosviluppo in America latina<\/em><\/a>\u201d, 1967), l\u2019accumulazione del capitale che avviene in questa forma \u00e8 quindi nella sua essenza e di necessit\u00e0 ineguale. Questa struttura di accumulazione, che drena risorse verso la catena dei centri e la porta all\u2019esterno dei paesi (per questo) sottosviluppati, \u201cpenetra come una catena il mondo sottosviluppato nella sua totalit\u00e0, creando una struttura di sottosviluppo \u2018interna\u2019\u201d. \u00c8 questa la ragione per la quale nessuna posizione interclassista e nazionalista ha possibilit\u00e0 di avere successo nel superamento del sottosviluppo. Il sottosviluppo non \u00e8 una questione esterna, ma \u00e8 una intera struttura costitutiva delle soggettivit\u00e0 e quindi degli assetti politici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a>\u00a0&#8211; Andre Gunder Frank (1929, 2005)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a>\u00a0&#8211; Samir Amin (1931, 2018)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a>\u00a0&#8211; La \u201c<em>teoria dei sistemi mondo<\/em>\u201d \u00e8 l\u2019evoluzione da una parte della \u201cTeoria della dipendenza\u201d, dalla quale eredita l\u2019idea che l\u2019interconnessione tra i paesi procede attraverso le loro relazioni commerciali e gli scambi di capitale, relazioni funzionali, pi\u00f9 marginalmente individui, ma lascia cadere la tattica della \u201cdisconnessione\u201d e quindi della ricerca di indipendenza e sostituzione delle importazioni (anche di capitale), ovvero le varianti della linea Listiana. Traendo ispirazione principale al lavoro di Ferdinand Braudel andando in effetti a sostituire la lettura di derivazione marxista e connessa con la linea genealogica del pensiero antimperialista otto-novecentesco (in particolare Lenin), che rileggeva la relazione padrone\/servo in un\u2019ottica ancora connessa con il nazionalismo metodologico, per la quale si individuava una catena di principali\/agenti funzionalmente connessi principalmente dalle relazioni commerciali, ovvero dagli scambi, con un paradigma che negli anni novanta si manifesta nel contesto del successo del globalismo e del paradigma della \u201cstoria globale\u201d (Sebastian Conrad, \u201c<a href=\"https:\/\/amzn.to\/2JbAQfR\">Storia globale<\/a>\u201d). Lo spostamento di scala, in qualche modo debitore sia del clima post-modernista sia della infatuazione per le \u2018scienze della complessit\u00e0\u2019, parte da una critica appropriata dell\u2019eurocentrismo ma \u00e8 attraversato dal rischio di tradursi in una nuova versione di filosofia della storia sul modello moderno-lineare invalso in occidente sulla scorta della rivoluzione scientifica e la sistemazione newtoniana. L\u2019eurocentrismo cacciato dalla porta potrebbe, insomma, rientrare dalla finestra. In questa direzione interviene la forte critica di Gunder Frank, a partire da \u201cRe-Orient\u201d e in buona misura risulta corretta dal libro in oggetto. Per la critica di Frank si veda \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/03\/andre-gunder-frank-per-una-storia_39.html\"><em>Per una storia orizzontale della globalizzazione<\/em><\/a>\u201d, parte seconda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a>\u00a0&#8211; Immanuel Wallerstein (1930, 2019)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0&#8211; Giovanni Arrighi \u201c<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/03\/giovanni-arrighi-il-lungo-xx-secolo.html\"><em>Il lungo XX secolo<\/em><\/a>\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a>\u00a0&#8211; Giovanni Arrighi, Beverly Silver, \u201c<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/06\/giovanni-arrighi-beverly-j-silver-caos.html\"><em>Caos e governo del mondo<\/em><\/a>\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a>\u00a0&#8211; Nel 1969 pubblica \u201c<em>Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a>\u00a0&#8211; Nel 1978, \u201c<em>La geometria dell\u2019imperialismo: i limiti del paradigma hobsoniano<\/em>\u201d, e nel 1982, \u201c<em>Dinamiche della crisi mondiale<\/em>\u201d;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a>\u00a0&#8211; Arrighi, \u201c<em>Semiperipheal development: the politics of southern Europe in the twentieth century<\/em>\u201d, 1985, \u201c<em>Il capitalismo in un contesto ostile<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a>\u00a0&#8211; Arrighi, \u201c<em>Antisystemic movement<\/em>\u201d, 1989<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a>\u00a0&#8211; Adam Smith, \u201c<em>La ricchezza delle nazioni<\/em>\u201d, \u00e8 stato completato nel 1776.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a>\u00a0&#8211; Adam Smith nasce a Kirkcaldy il 5 giugno 1723 e muore ad Edimburgo il 17 luglio 1790, studia filosofia sociale e morale all\u2019universit\u00e0 di Glasgow e poi a Oxford, dal 1751 \u00e8 professore di logica e dall\u2019anno successivo di filosofia morale a Glasgow. La sua prima opera importante \u00e8 \u201c<em>Teoria dei sentimenti morali<\/em>\u201d (1759), seguita da \u201c<em>Lectures on justice, police, revenue and arms<\/em>\u201d (1763). Quindi la sistemazione del pensiero economico giunto fino a lui (fisiocratici e mercantilisti) e la proposta di una prospettiva di sintesi in \u201c<em>Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni<\/em>\u201d, nel 1776.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a>\u00a0&#8211; Domenico Losurdo, \u201c<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/12\/domenico-losurdo-il-marxismo-occidentale.html\"><em>Il marxismo occidentale<\/em><\/a>\u201d. Nel testo Losurdo indica una frattura fondamentale (naturalmente con qualche eccezione) tra due tradizioni del marxismo mondiale: quella occidentale e quella orientale. Poich\u00e9 il marxismo in pratica ha sempre trionfato in paesi non imperialisti, non dominanti e centrali, e deboli oltre che periferici, si \u00e8 sempre imposto il tema dell\u2019indipendenza e della difesa dalle brame coloniali, ovvero la sopravvivenza. In occidente, invece, il capitalismo si \u00e8 sviluppato sempre come pensiero critico e quindi il tema centrale \u00e8 diventato l\u2019antiautoritarismo in chiave di antinazionalismo e di attesa messianica e millenaristica di una finale dissoluzione dello stato. Mentre in\u00a0occidente prevale lo spirito utopico, ad esempio espresso dall\u2019auspicio blochiano della fine dell\u2019economia del denaro, in oriente, si pone quello dello sviluppo economico e delle forze produttive, come indispensabile leva per poter difendere le conquiste sociali dall\u2019aggressione concreta delle forze organizzate del capitale occidentale. Chi sostiene questa posizione, nel punto di passaggio \u00e8 gi\u00e0 Lenin. Mentre Bloch esprime quest\u2019auspicio della fine dell\u2019economia mercantile nel 1918, o Walter Benjamin nel 1920, il capo della rivoluzione russa sposta progressivamente il tiro, e sulla spinta della necessit\u00e0 ridefinisce la priorit\u00e0 dalla posizione della distruzione dello Stato (ai fini della sua ricostruzione) di \u201c<em>Stato e rivoluzione<\/em>\u201d, del 1917, con la NEP del 1921, in cui lo sviluppo economico di un paese ancora arretrato \u00e8 il tema cruciale.\u00a0Nel 1923, nella famosissima\u00a0<em>\u201cLettera al Congresso<\/em>\u201d, un Lenin ormai morente scrive, infatti: \u201csarei pronto a dire che per noi il centro di gravit\u00e0 si sposta sul lavoro culturale,\u00a0<em>se non fossimo impediti dai rapporti internazionali, dall\u2019obbligo di lottare per la nostra posizione su scala internazionale \u2026<\/em>\u00a0davanti a noi si pongono due compiti fondamentali, che costituiscono un\u2019epoca. Si tratta del compito di trasformare il nostro apparato statale, che proprio non vale nulla e che abbiamo ereditato al completo dall\u2019epoca precedente\u201d. E prosegue: \u201cil nostro secondo compito consiste nel lavoro culturale fra i contadini. E questo lavoro ha come scopo economico appunto la cooperazione\u201d (in questo riecheggiano\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2017\/11\/karl-marx-la-comune-rurale-e-la.html\">i temi<\/a>\u00a0dell\u2019ultimo Marx stesso). Ma, e questo \u00e8 cruciale: \u201cquesta rivoluzione culturale comporta delle difficolt\u00e0 incredibili, sia di carattere puramente culturale (poich\u00e9 siamo analfabeti) che di carattere materiale (poich\u00e9 per diventare colti \u00e8 necessario\u00a0<em>un certo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, \u00e8 necessaria una certa base materiale<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa della \u201ccerta base materiale\u201d \u00e8 l\u2019ultima parola della Lettera. L\u2019ultimo lascito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a>\u00a0&#8211; David Harvey, \u201c<em>Geografia del dominio<\/em>\u201d, Ombre Corte, 2018, p.67 [trad. parziale di \u201c<em>Space of capital: towards a Critical Geography<\/em>\u201d, 2001].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a>\u00a0&#8211; Andre Gunder Frank chiama \u201csviluppo del sottosviluppo\u201d la relazione perversa tra centri e periferie per la quale lo sviluppo dei primi dipende e incentiva il sottosviluppo dei secondi. Questa tesi si sfumer\u00e0 notevolmente nella teoria dei \u201csistemi-mondo\u201d e sar\u00e0 contrastata da altri autori marxisti \u201coccidentali\u201d, come Robert Brenner.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a>\u00a0&#8211; Arrighi lo descrive in questo modo, una metafora varata per descrivere spiegare quella vistosa divergenza [tra i paesi sviluppati e quelli in ritardo]. La divergenza, sosteneva, altro non era che l\u2019espressione di un processo di espansione capitalistica globale capace di generare allo stesso tempo sviluppo (ricchezza) al centro (Europa occidentale e poi America del Nord e Giappone) e sottosviluppo (povert\u00e0) nel resto del pianeta\u201d. p.34<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a>\u00a0&#8211; Robert Brenner, \u201c<a href=\"https:\/\/newleftreview.org\/issues\/I104\/articles\/robert-brenner-the-origins-of-capitalist-development-a-critique-of-neo-smithian-marxism\">The origin of capitalist development: a critique of neosmithian Marxism<\/a>\u201d, \u201cNew Left Review\u201d, I\/104, luglio 1977.\u00a0Si veda anche \u201c<a href=\"https:\/\/newleftreview.org\/issues\/I108\/articles\/robert-brenner-reply-to-sweezy\">Reply to Sweezy\u201d,<\/a>\u00a0NLR, I\/108, marzo 1978, e Paul Sweezy, \u201c<a href=\"https:\/\/newleftreview.org\/issues\/I108\/articles\/paul-sweezy-comment-on-brenner\">Commento su Bremmer<\/a>\u201d, NRL i\/108, marzo 1978.\u00a0Ben Fine, \u201c<a href=\"https:\/\/newleftreview.org\/issues\/I109\/articles\/ben-fine-on-the-origins-of-capitalist-development\">On the origin of capitalist development<\/a>\u201d, I\/109, Maggio 1978, Alex Callinicos, \u201c<a href=\"https:\/\/newleftreview.org\/issues\/I109\/articles\/ben-fine-on-the-origins-of-capitalist-development\">England\u2019s transition to capitalism<\/a>\u201d, I\/207, 1994.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a>&#8211; Nel 1999 con \u201c<a href=\"https:\/\/amzn.to\/2YxrPmf\"><em>Re-Orient<\/em><\/a>\u201d Gunder Frank improvvisamente rompe con le premesse eurocentriche della \u201cscuola dei sistemi-mondo\u201d e tutti i suoi amici della \u201cbanda dei quattro\u201d (Frank, Amin, Arrighi, Wallerstein). Arriva a sostenere che\u00a0<em>un<\/em>\u00a0\u201csistema mondo\u201d \u00e8 sempre esistito, almeno da seimila anni. Da allora cicli di sviluppo e crisi, trasportati dalle linee di commercio a lungo tragitto si sono susseguiti a livello planetario (con i necessari slittamenti). Ma anche l\u2019accumulazione di capitale come principio di organizzazione delle leadership egemoniche e la dialettica centro\/periferie sarebbe una caratteristica permanente. La civilt\u00e0 occidentale non ha quindi alcuna specificit\u00e0, non ci sono punti dai quali sarebbe partita, non ci sono demarcazioni, non c\u2019\u00e8 un eccezionalismo. Rispetto alle differenze conta pi\u00f9 la continuit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\">[21]<\/a>\u00a0&#8211; Che ad un certo punto arresta il circolo tra dimensione del mercato, divisione del lavoro e miglioramento economico, a causa dell\u2019urto con limiti geografici, o istituzionali, insuperabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\">[22]<\/a>\u00a0&#8211; Titolo del libro di Kenneth Pomeranz, \u201c<em>La grande divergenza<\/em>\u201d, del 2000.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\">[23]<\/a>\u00a0&#8211; Bin Wong, \u201cThe role of the chinese state in long-distance commerce\u201d, 1997<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\">[24]<\/a>\u00a0&#8211; Andre Frank, \u201c<em>Re orient<\/em>\u201d, 1998. In questo libro avviene la svolta contro l\u2019eurocentrismo delle teorie dominanti e l\u2019abbandono dello schema della sostituzione delle importazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\">[25]<\/a>\u00a0&#8211; Mentre in Cina abbondano i lavoratori e scarseggia in senso relativo il capitale, in Europa \u00e8 l\u2019opposto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\">[26]<\/a>\u00a0&#8211; Pomeranz, cit.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\">[27]<\/a>\u00a0&#8211; Cfr. Tzvetan Todorov, \u201c<em>La conquista dell\u2019America<\/em>\u201d, 1984. In particolare il tema del diverso sguardo che gli occidentali esercitano sul mondo e sull\u2019uomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref28\" name=\"_ftn28\">[28]<\/a>&#8211; Karou Sugihara, \u201cThe european miracle and the east asian miracle towards a new global economic history, \u2018Sangyo to keizal\u2019\u201d, 2003<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref29\" name=\"_ftn29\">[29]<\/a>\u00a0&#8211; Questo \u00e8 un punto che diventa recentemente controverso, per citare un recente studio su Marx di Marcello Musto: \u201cCon continuit\u00e0, dunque, dalle prime formulazioni della concezione materialistica della storia, risalente agli anni \u201840, fino agli ultimi interventi degli anni Ottanta, Marx mise in evidenza la relazione esistente tra il ruolo fondamentale dell\u2019incremento produttivo generato dal modo di produzione capitalistico, e le precondizioni necessarie alla nascita della societ\u00e0 comunista per la quale il movimento operaio avrebbe dovuto lottare. Le ricerche condotte negli ultimi anni della sua esistenza gli permisero, per\u00f2, di rivedere questa convinzione e di evitare di cadere nell\u2019economicismo che contraddistinse invece le analisi di tanti suoi seguaci\u201d\u00a0(Marcello Musto, \u201c<em>Karl Marx<\/em>\u201d, 2018, p.219). La transizione attraverso la via del capitalismo (separazione dai mezzi di produzione, proletarizzazione, industrialismo e divisione del lavoro tra salariati e capitalisti) con la conseguenza politica della centralit\u00e0 della classe generata dal capitalismo, quella operaia, connessa intimamente con il centro della produzione (con il suo \u201claboratorio\u201d) nella trasformazione in societ\u00e0 socialista, \u00e8 messa in crisi, se pur per abbozzi, dal confronto con il caso Russo. Per l\u2019ultimo Marx, come per Engels, la Russia \u00e8 la probabile frontiera della trasformazione, il luogo dei pi\u00f9 acuti conflitti e contraddizioni, un coacervo del pi\u00f9 retrivo feudalesimo con le forme pi\u00f9 spregiudicate di finanza e la nascente borghesia, ma anche ancora una nazione vastissima e contadina. Osservandola (Marx impara addirittura verso i sessanta anni il russo, per studiare il dibattito in corso tra \u201cpopulisti\u201d e \u201cmarxisti\u201d) prende in considerazione l\u2019ipotesi che la transizione attraverso la proletarizzazione non sia \u201csempre necessaria\u201d, e che sia meramente un fenomeno storico, non un modello astorico. Si veda anche Marcello Musto \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/01\/marcello-musto-lultimo-marx.html\">L\u2019ultimo Marx<\/a><\/em>\u201d, ed il post \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/11\/karl-marx-la-comune-rurale-e-la.html\">Karl Marx, la comune rurale e la questione russa<\/a>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref30\" name=\"_ftn30\">[30]<\/a>\u00a0&#8211; Karl Polanyi, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/08\/karl-polanyi-la-grande-trasformazione.html\"><em>La grande trasformazione<\/em><\/a>\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref31\" name=\"_ftn31\">[31]<\/a>\u00a0&#8211; La caduta del saggio di profitto \u00e8 una delle \u201cleggi\u201d pi\u00f9 centrali e controverse della economia classica. In Marx bisogna partire dal fatto che l\u2019accumulazione dipende (come il profitto) dalla progressiva meccanizzazione del processo produttivo, per\u00f2, ci\u00f2 implica che la produttivit\u00e0 del lavoro cresce continuamente nel capitalismo. Con essa cresce quella che Marx chiama la \u201ccomposizione organica del capitale\u201d. In temini di formule: P = s\u2019 (1 &#8211; q)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con un saggio del plusvalore costante si determina la conseguenza che il saggio di profitto finisce per variare in ragione inversa della composizione organica del capitale, e quindi \u201c<em>se q aumenta, allora p deve diminuire<\/em>\u201d.\u00a0\u00a0Questa \u00e8 la tendenza alla caduta del saggio di profitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref32\" name=\"_ftn32\">[32]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda, ad esempio, la prefazione di Engels, del 1888, a \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/06\/friedrich-engels-dazio-protettivo-e.html\">Dazio protettivo e libero scambio<\/a>\u201d, di Marx (conferenza del 1848).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref33\" name=\"_ftn33\">[33]<\/a>\u00a0&#8211; Scrive nel\u00a0<em>Manifesto del Partito Comunista<\/em>: \u201ci tenui prezzi delle sue merci sono l\u2019artiglieria pesante con cui essa [la borghesia] abbatte tutte le muraglie cinesi\u201d. In effetti per\u00f2 ci volle proprio l\u2019artiglieria non metaforica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref34\" name=\"_ftn34\">[34]<\/a>\u00a0&#8211; Friedrich Engels, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/07\/fredrich-engels-la-situazione-della.html\"><em>La situazione della classe operaia in Inghilterra<\/em><\/a>\u201d, 1844<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref35\" name=\"_ftn35\">[35]<\/a>\u00a0&#8211; Hosea Jaffe (1921, 2014) \u00e8 stato uno storico e scrittore sudafricano noto per tesi molto aspre contro l\u2019eurocentrismo degli studi economici e storici. Abbiamo letto, ad esempio, \u201c<a href=\"https:\/\/www.arte.tv\/it\/videos\/083305-001-A\/cos-e-il-lavoro\/\"><em>Era necessario il capitalismo?<\/em><\/a>\u201d del 2008, in esso si scaglia contro Engels ed in parte Marx mettendo in evidenza le tesi eurocentriche e l\u2019interpretazione del capitalismo come fase necessaria di passaggio verso il socialismo. La sua tesi \u00e8 che il capitalismo \u00e8 regressivo ed ha prodotto danni ingenti ovunque \u00e8 stato applicato in quanto si \u00e8 sempre sviluppato insieme al colonialismo, che \u00e8 ad esso strutturalmente necessario. La questione \u00e8, in altre parole, se la dissoluzione dei modi di produzione \u2018comunitari\u2019, pi\u00f9 o meno dispotici, e \u2018tributari\u2019 (possono anche esserci entrambi contemporaneamente) sia stato un\u00a0<em>progresso<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref36\" name=\"_ftn36\">[36]<\/a>\u00a0&#8211; Ferdinand Braudel, \u201c<em>Afterhoughts on material civilization and capitalism<\/em>\u201d, 1977, p. 64<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di TEMPO FERTILE (Alessandro Visalli) &nbsp; &nbsp; L\u2019ultimo\u00a0libro\u00a0di Giovanni Arrighi[1]\u00a0conclude un lungo percorso nel quale il sociologo ed economista italiano passa dall\u2019adesione al marxismo e vicinanza all\u2019operaismo, alla svolta sistemica degli anni ottanta, quando insieme ad altri si sforza di generalizzare il punto di vista della \u2018teoria della dipendenza\u2019[2], che aveva contribuito a fissare nel decennio precedente insieme a Gunder Frank[3]\u00a0e Samir Amin[4], in una teoria molto pi\u00f9 comprensiva dei \u201csistemi mondo\u201d[5]. 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