{"id":53761,"date":"2019-11-05T15:09:20","date_gmt":"2019-11-05T14:09:20","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53761"},"modified":"2019-11-05T15:06:14","modified_gmt":"2019-11-05T14:06:14","slug":"giovanni-arrighi-adam-smith-a-pechino-parte-seconda","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=53761","title":{"rendered":"Giovanni Arrighi, \u201cAdam Smith a Pechino\u201d, parte seconda"},"content":{"rendered":"<p>Di <strong>TEMPO FERTILE<\/strong> (Alessandro Visalli)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Nella\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/10\/giovanni-arrighi-adam-smith-pechino.html\">prima parte<\/a>\u00a0di questa lettura dell\u2019ultimo libro di Giovanni Arrighi era stata fondamentalmente inquadrata la prospettiva teorica dalla quale \u00e8 inquadrato il declino dell\u2019egemone americano e la crescita dello sfidante cinese. In primo luogo appare la pertinenza di una frattura entro la stessa tradizione marxista, cui l\u2019autore per buona parte della sua esistenza si \u00e8 riferito. Frattura che pu\u00f2 essere letta con gli occhiali di Losurdo come conflitto di paradigmi tra il \u201cmarxismo occidentale\u201d<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>\u00a0e \u201corientale\u201d, rispettivamente risalenti a Marx, Engels e seguaci, ed a Lenin, Castro, Ho Chi Min, Guevara, e via dicendo. La decisione dell\u2019autore in proposito \u00e8 di accettare la definizione di \u201cmarxismo neosmithiano\u201d proposta criticamente da Robert Brenner nel 1977 (contro l\u2019ultima versione del secondo genere di marxismo espressa nella \u201cteoria della dipendenza\u201d), ma di ribadirne invece la validit\u00e0 come chiave di lettura dei fatti.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Richiamandosi ad elementi della lettura del grande filosofo scozzese, si tratta per Arrighi di comprendere quindi che cosa volle proporre effettivamente, al di l\u00e0 della semplicistica vulgata della \u201c<em>mano invisibile<\/em>\u201d, Adam Smith nel 1776 e misurare la fecondit\u00e0 delle sue intuizioni, mettendole in relazione con le ragioni del successo cinese. Questo sar\u00e0 il compito della Seconda e Terza Parte del lungo testo. Utilizzandole si pu\u00f2 rovesciare la percezione, che coinvolse in fondo anche Marx, di una sorta di\u00a0<em>naturalit\u00e0<\/em>\u00a0del sentiero di sviluppo occidentale, mettendone in luce anche pi\u00f9 di come comunque fece il grande tedesco la violenta natura. Riconoscere quindi la fondazione del capitalismo nell\u2019estrazione di valore dalle periferie coloniali (per ma verit\u00e0 sia esterne\u00a0<em>sia interne<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"><strong>[2]<\/strong><\/a><\/em>) e la capacit\u00e0 di alimentare e nutrirsi degli squilibri e delle dissimmetrie che esso stesso coltiva<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Riepiloghiamo, ci sono due tradizioni, e secondo quanto ritiene anche Harvey non facilmente armonizzate, nel marxismo:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0quella che risale allo stesso Marx<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>, e anche pi\u00f9 alla sistemazione tardo ottocentesco condotta da Engels e dai suoi successori (Kautsky<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>\u00a0in particolare), e vede una linea di sviluppo endogeno, interno, del capitalismo nel continuo rivoluzionamento delle forze produttive che conducono pro motu proprio ad una maggiore efficienza e razionalit\u00e0. Quel che si chiama normalmente \u201c<em>progresso<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0la seconda, alla quale biograficamente ed emotivamente aderisce l\u2019autore, che vede nel capitalismo un dispositivo di oppressione soprattutto delle periferie deboli del mondo, dei suoi popoli, e di estrazione delle loro risorse. Non c\u2019\u00e8 quindi progresso, ma \u201c<em>accumulazione per espropriazione<\/em>\u201d (Harvey), e, soprattutto, c\u2019\u00e8 una valutazione per molti versi opposta della resistenza alla modernizzazione, al \u201cprogresso\u201d, quando non \u00e8 prodotto dallo sviluppo autonomo e coerente con la propria natura e tradizione.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Abbiamo dunque \u201c<em>Sviluppo del sottosviluppo<\/em>\u201d (Gunder Frank) verso creazione di un mondo \u201cpiatto\u201d e progressista. Abbiamo \u201cdisconnessione\u201d verso \u201cintegrazione\u201d. Come concluder\u00e0, abbiamo \u201cCommonwealth\u201d verso \u201cImpero\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La tesi, spostandosi sul piano storico, come adesso vedremo \u00e8 che nello sviluppo orientale c\u2019\u00e8 stato a lungo un \u201c<em>mercato senza capitalismo<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>, capace di produrre molta pi\u00f9 ricchezza della controparte occidentale, ma anche di intrappolare, in qualche modo, la societ\u00e0 in una sorta di equilibrio che ha limitato l\u2019innovazione (anche tecnica) o la sua diffusione e utilizzo. Non \u00e8 sempre stato cos\u00ec, ma lo \u00e8 stato nel momento decisivo,\u00a0<em>quello dell\u2019incontro con l\u2019occidente<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Sulle tracce della turbolenza globale<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Nella\u00a0<em>Parte Seconda<\/em>\u00a0del libro, per comprendere come tale meccanismo si dispieghi e come d\u2019uso in tutti i libri della \u201ctrilogia\u201d<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>, viene prodotta un\u2019ampia ed estremamente interessante ricostruzione della successione storica delle crisi, a partire dalla lunga depressione dell\u2019800, vivente Marx e che ha il suo termine negli ultimi anni dell\u2019ottocento, quando con la morte di Engels si apr\u00ec nel socialismo tedesco, che svolgeva un ruolo di guida di quello europeo, la controversia Bernstein-Kautsky<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>\u00a0e il revisionismo. Quasi improvvisamente una lunga fase di aspra competizione intercapitalistica, che aveva prodotto prezzi calanti e frequenti crisi locali, con brevissimi intermezzi, termina e i prezzi ricominciano a salire. Si impone allora un clima euforico nel mondo degli affari che passer\u00e0 con il nome di Belle \u00c9poque. Un\u2019epoca nella quale, tuttavia, le ineguaglianze crescono vertiginosamente e i benefici si ripartiscono a vantaggio di pochi. Sul piano internazionale riguardarono soprattutto l\u2019Inghilterra e su quello di classe soprattutto quelle renditiere. La lunga crisi era stata una fase di scarsi profitti, ma di crescente benessere dei lavoratori, mentre la \u201cBelle \u00c9poque\u201d \u00e8 stata, al contrario, una fase di profitti,\u00a0<em>ma non per i lavoratori<\/em>. Crisi e benessere dipendono dai punti di vista.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Anche il lungo boom degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, che sfocia al termine in una crisi dei profitti, deriva da una forma di \u201c<em>sviluppo ineguale<\/em>\u201d tra aree economiche. Ovvero di differenti stati di crescita nel senso proposto da Brenner<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a>; un senso ben applicabile a Germania e Giappone. Ritardatari che infine riescono a raggiungere i paesi guida nella corsa alla frontiera capitalistica. Bisogna anche ricordare che in tutto il trentennio che segue alla fine della seconda guerra, e agli Accordi di Bretton Woods la crescita era stata impetuosa nei paesi guida dell\u2019occidente, ma debole nei paesi \u201csottosviluppati\u201d. Le cause sono state molteplici, come sempre capita: la lotta tra i due blocchi, che tendeva ad esasperare le ragioni di sfruttamento dei satelliti periferici, e accentuava, appunto, la \u201cdipendenza\u201d; lo stretto controllo politico dei flussi di capitale. Quell\u2019assetto crebbe, raggiunse i suoi limiti, e and\u00f2 infine in crisi (una crisi che fu contemporaneamente geopolitica, sociale, economica). La svolta si produsse nel 1965-73 \u00e8 fu resa in ultima analisi necessaria da una sempre pi\u00f9 aspra lotta commerciale, dall\u2019irruzione nelle economie guida di prodotti e merci a basso costo e dalla riduzione del rendimento degli investimenti anche del 40% negli Usa. A questo attacco, a partire dai primi anni settanta gli Stati Uniti reagirono con una drastica svalutazione del dollaro e con la distruzione del regime di Bretton Woods. Una distruzione anticipata da molti segnali e forse prevista.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">A questa maggiore competizione Germania e Giappone reagirono cercando di conservare la competitivit\u00e0 contraendo la domanda interna. Segu\u00ec una fase confusa, caratterizzata da manovre dette di \u201cstop and go\u201d, da parte dell\u2019Inghilterra e di tutte le principali economie del mondo (per evitare il progressivo indebolimento delle ragioni di scambio e l\u2019instabilit\u00e0 monetaria anche l\u2019ultimo Johnson ed il primo Nixon cercarono di provare una stretta creditizia, ma la sconfitta alle elezioni del 1970, convinse quest\u2019ultimo a riaprire lo stimolo<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>). Ma in quel contesto le politiche espansive a met\u00e0 dei settanta determinavano tassi di interesse in caduta e fuga dei capitali verso i tassi pi\u00f9 alti di Germania e Giappone, e, conseguentemente la tendenza dei deficit della bilancia commerciale ad andare fuori controllo. Dopo un\u2019altra svalutazione del 7,9% allo Smithsonian Agreement del 1971, nel 1973 tutti si arresero. Complessivamente tra il 1969 ed il 1873 il dollaro si svalut\u00f2 verso il marco del 50%, cosa che consent\u00ec per un poco di recuperare la competitivit\u00e0 delle merci perduta, ma trasfer\u00ec gli impulsi di crisi in Europa.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Al termine di questo primo periodo di aggiustamento lo sviluppo ineguale nel senso dell\u2019inseguimento tra grandi potenze industriali fu parzialmente ridotto, ma quello tra queste ed i paesi \u201cin sviluppo\u201d rimase simile. Ma questo determin\u00f2 una tendenza endemica all\u2019eccesso di capacit\u00e0 produttiva a livello mondiale che ridusse per tutti i tassi di profitto. Quindi lo schema interpretativo proposto (che Arrighi riprende, accettandolo, da Brenner) \u00e8 di \u201csovracapacit\u00e0 e sovraproduzione\u201d (tendenziale). Questa condizione di stagnazione in effetti rimase persistente dal 1973 al 1993, per venti anni durante i quali si complet\u00f2 la trasformazione del sistema economico internazionale, ma fu attraversata da tre momenti principali:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">1-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<em>la rivoluzione monetarista<\/em>\u00a0degli anni ottanta, che produsse come effetto principale l\u2019inversione della svalutazione del dollaro e dei flussi di capitale che tornarono, impetuosi, verso l\u2019economia guida (devastando i germi di crescita che si erano nel frattempo aperti nel mondo \u201cin via di sviluppo\u201d). In questo contesto si ebbe la resa della Francia di Mitterrand, dopo il biennio di politiche keynesiane<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">2-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0il \u201c<em>Plaza Accord\u201d<\/em>\u00a0del 1985, che svalut\u00f2 il dollaro verso lo Jen, ponendo bruscamente fine alla crescita Giapponese, che stava seriamente preoccupando le \u00e9lite americane;<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">3-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0il \u201c<em>Reverse Plaza Accord<\/em>\u201d, del 1995, che, al contrario, lo rivalut\u00f2. Questo secondo accordo intervenne a salvare il settore manifatturiero giapponese, spingendo verso l\u2019alto il valore del dollaro e rendendo in conseguenza, in un contesto nel quale il settore manifatturiero americano era in ripresa e quindi i valori azionari erano buoni, la borsa americana estremamente attraente per gli investitori stranieri.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Quel che segu\u00ec \u00e8, come sottolinea Brenner nel 2002<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>, una \u201cmessa in libert\u00e0 di un torrente di liquidit\u00e0 proveniente dal Giappone e dall\u2019Oriente asiatico e in generale dall\u2019estero che si rivers\u00f2 sui mercati finanziari americani, provocando una brusca riduzione dei tassi di interesse che spian\u00f2 la via a una forte crescita dell\u2019indebitamento della grandi societ\u00e0 che prendevano a prestito per comprare azioni di borsa\u201d. Peraltro, a dimostrazione del carattere di forte progettualit\u00e0 geopolitica (il contesto primario \u00e8 sempre il dominio del capitale occidentale, ed anglosassone in particolare) le autorit\u00e0 monetarie giapponesi facilitarono molto il processo continuando politiche di espansione monetaria e mitigando le limitazioni per gli investimenti all\u2019estero. Part\u00ec cos\u00ec la bolla di fine secolo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il rovescio della medaglia fu che le grandi aziende, che furono il motore principale della fase, entrarono ovunque in un periodo di forte indebitamento. Una condizione che per essere risolta in modo definitivo rendeva necessario passare per una fase di deflazione dei debiti (privati) che non si fece allora, non si \u00e8 fatta alla data del libro, non si \u00e8 fatta ancora.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Secondo Brenner le teorie che invece vedono nella\u00a0<em>forza del movimento operaio<\/em>\u00a0nella contingenza degli anni sessanta e settanta, il fattore decisivo nel comprimere i profitti e minacciare le basi del meccanismo dell\u2019accumulazione capitalista sono eccessive. In effetti questo fattore ci fu, ma quello decisivo non fu la pressione \u201cverticale\u201d entro il sistema produttivo, ma quella \u201corizzontale\u201d della competizione tra capitalisti e tra sistemi. Arrighi accetta solo fino ad un certo punto questa ipotesi e attira l\u2019attenzione \u201csull\u2019intera foresta di quella crescente marea multinazionale di conflitti sui salari e le condizioni di lavoro culminata fra il 1968 e il 1973\u201d, la quale spinge verso l\u2019alto i salari reali pi\u00f9 dell\u2019incremento della produttivit\u00e0. Questa esplosione ebbe effetto sulla contrazione del saggio di profitto, come ovvio, ma ebbe anche un effetto marcato e di lunga durata sull\u2019andamento della competizione intercapitalistica. In questa crisi, al contrario di quella del 1870-90, ci fu anche un effetto inflazionistico rilevante (mentre in quella fu deflazionistico) e la rottura monetaria (mentre in quella domin\u00f2 il gold standard). Il motivo fondamentale per gli Usa sarebbe che i costi\u00a0<em>politici\u00a0<\/em>di una politica deflazionista (che \u00e8 quella standard nell\u2019assetto capitalistico) erano troppo alti, data la situazione di alta conflittualit\u00e0 interna e relativa alla guerra del Vietnam. A Nixon serviva invece una qualche espansione per frenare la rabbia popolare. Peraltro la forza contrattuale dei lavoratori, come una delle cause per l\u2019abbandono del gold standard \u00e8 ancora pi\u00f9 evidente in Francia, dove De Gaulle lasci\u00f2 andare le politiche per evitare che la protesta studentesca del 1968 si saldasse con quella dei lavoratori. Insomma, per come la mette il nostro:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cCome suggerisce l\u2019esperienza degli Stati Uniti e della Francia, la capacit\u00e0 di pressione del movimento operaio durante la transizione dal boom alla relativa stagnazione della fine degli anni sessanta e dei primi anni settanta non era un semplice riflesso della competizione intercapitalistica come era stato il caso durante l\u2019inizio della svolta recessiva alla fine del diciannovesimo secolo. Al contrario essa fu sufficientemente forte da esercitare un\u2019azione significativa non solo sulla stretta dei profitti che caratterizz\u00f2 la transizione, ma anche nell\u2019indirizzare la svolta recessiva lungo un percorso inflazionistico piuttosto che deflazionistico. Certo, sui profitti agiva contemporaneamente anche la concorrenza tra le aziende e certo dall\u2019indirizzo inflazionistico dato dalla recessione i lavoratori non trassero particolari vantaggi n\u00e9 per loro n\u00e9 per la loro capacit\u00e0 di pressione\u201d (p.147).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Alla fine la tesi fondamentale di Arrighi \u00e8 che, semplicemente, l\u2019inflazione funzionava meglio della deflazione per usurare la capacit\u00e0 di lotta dei lavoratori che caddero sotto i colpi della controrivoluzione di Reagan e Thatcher. Un ruolo, tuttavia altrettanto importante in questo passaggio lo giocarono le relazioni nord-sud del mondo e quindi l\u2019impatto della decolonizzazione. Questa fu influenzata dal clima della guerra fredda e dalla crisi egemonica americana susseguente alla guerra persa in Vietnam. Il fattore che fu determinante non fu la pressione dei lavoratori, o il conflitto concorrenziale, ma \u201cgli effetti diretti e soprattutto indiretti dell\u2019escalation del Vietnam sulla bilancia dei pagamenti negli Stati Uniti\u201d (p. 153). La variabile di sistema fu la lotta per la supremazia e per contrastare nazionalismo e comunismo nel terzo mondo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u00c8 questo il contesto nel quale la svalutazione del 1969-73 del dollaro fin\u00ec per far cadere il peso della crisi dei profitti, causata da questo complesso di fattori, su Germania<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>\u00a0e Giappone, provocando una redistribuzione degli oneri come sottoprodotto di misure per recuperare margini. Questo assetto di politiche giunse al suo massimo al termine degli anni settanta.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">A questo punto acceler\u00f2 la svolta finanziaria e per evitare il \u201cmacello dei capitali\u201d che avrebbe curato la tendenza alla sovrapproduzione per\u00f2 al prezzo della perdita di egemonia di troppi (sia ceti e aziende sia nazioni) il capitalismo si ritir\u00f2 nel suo \u201cquartier generale\u201d (Braudel), ovvero, appunto,\u00a0<em>nei mercati finanziari<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La svolta monetarista ha questo senso, si tratta di\u00a0<em>una inversione<\/em>: \u201cgli Stati Uniti sono passati dal ruolo di principale sorgente mondiale di liquidit\u00e0 e di investimenti diretti all\u2019estero che avevano coperto durante gli anni cinquanta e sessanta, a quello di principale nazione debitrice e di pozzo di liquidit\u00e0 che non hanno pi\u00f9 abbandonato ormai dagli anni ottanta\u201d (p.165).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u00c8 dai mercati finanziari che in ultima istanza gli Stati Uniti ottengono quel che non avevano ottenuto n\u00e9 con le armi n\u00e9 con l\u2019industria, ovvero\u00a0<em>la sconfitta dell\u2019Unione Sovietica e, insieme, il disciplinamento del sud del mondo<\/em>. Svolse un ruolo la corsa degli armamenti, il crescente indebitamento di tutti i paesi satelliti dell\u2019Urss (che crolleranno in pochi anni), la crisi messicana del 1982, la recessione e liquidazione ideologica e politica dello Stato Assistenziale come parte di un vasto progetto di ricostituzione \u201cdell\u2019esercito di riserva industriale\u201d e quindi dei margini della produzione (p.168).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma se questo fu lo scheletro della svolta, l\u2019interpretazione di Arrighi, come nei suoi precedenti libri, passa per la nozione di\u00a0<em>crisi di egemonia<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\"><strong>[15]<\/strong><\/a><\/em>\u00a0degli Stati Uniti, che aveva visto un suo momento alto nel New Deal Rooseveltiano e nella sua ipotesi di estensione al mondo, tramite le Nazioni Unite; poi nel consolidamento negli anni del keynesismo militare e nella politica di contenimento della sfida sovietica sulla base di pi\u00f9 poli industriali dominanti (Germania, Giappone in primis), che dovevano restare sempre dominanti<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>\u00a0e quindi l\u2019appoggio strategico alla Comunit\u00e0 Economica Europea come necessario contrappeso al socialismo sia esternamente sia internamente. Ne segue una diagnosi, \u201clo sviluppo ineguale [nel senso di Brenner] all\u2019ombra dell\u2019egemonia prodotta dagli Stati Uniti non fu dunque un processo spontaneo prodotto dall\u2019azione \u2018dal basso\u2019 dei capitalisti impegnati nell\u2019accumulazione ma un processo incoraggiato dall\u2019alto\u201d (p.173). Un processo, dunque, non solo \u201ccapitalistico\u201d (nel senso di Marx e di Brenner), ma anche \u201cpolitico\u201d, o meglio, naturalmente \u201cgeopolitico\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Gli obiettivi che si poneva l\u2019egemone americano erano infatti politici, nel mettere in piedi il sistema di potere del dopoguerra, e fallirono non tanto nel lasciar emergere Germania e Giappone come nuovi competitori, quanto nel riuscire a garantire benessere e pace sociale (gli anni sessanta e settanta sono anni di asprissimi conflitti sociali nelle \u201cperiferie interne\u201d) e dominio sul resto del mondo emergente.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Sar\u00e0 la \u201c<em>controrivoluzione monetarista<\/em>\u201d, insieme al dilagare dell\u2019economia finanziaria che ne \u00e8 causa ed effetto, a ottenere infine i due risultati. Si tratta di un punto di svolta complesso, nel quale ebbe un ruolo \u201cl\u2019eurodollaro\u201d<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a>\u00a0ed una massa di capitali mobili che quadruplica tra il 1967 ed il 1970. Dominarono due fenomeni paralleli: l\u2019esplosione salariale, con conseguente erosione relativa dei profitti, e la massa di capitali parcheggiati. Si tratt\u00f2 di una enorme massa di manovra ed un fiume in continua crescita che finisce per fare concorrenza alle istituzioni monetarie e statunitensi.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ci sono per Arrighi in sostanza\u00a0<em>tre tendenze<\/em>\u00a0che si rafforzano a vicenda:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">1-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0La rottura del sistema di parit\u00e0 fisse,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">2-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Una posizione pi\u00f9 aggressiva dei paesi del terzo mondo,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">3-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0La mancanza di domanda di impieghi.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo processo ebbe un successo enorme, l\u2019intera struttura della societ\u00e0 si rivolt\u00f2, la direzione e qualit\u00e0 dei consumi pass\u00f2 da una trazione da parte dei consumi di massa ad una trazione condotta dai consumi \u201cdistintivi\u201d. L\u2019egemonia della classe sociale \u201caffluente\u201d, che esibisce i propri consumi facendone elemento del prestigio, della legittimit\u00e0 a dirigere, e della stessa propria qualit\u00e0 morale, si impose sulla precedente semi-egemonia \u201cpopolare\u201d. Il processo trov\u00f2 i suoi cantori e trov\u00f2 i suoi critici, ma fu praticamente irresistibile.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Si trattava di una nuova Belle Epoque fondata su un meccanismo che, in basso, \u00e8 sostenuto da una continua anticipazione di futuro, una costante espansione finanziaria e quindi delle strutture del debito e che, secondo Arrighi, nel lungo periodo potrebbero portare ad un \u201cnuovo crollo sistemico\u201d (\u00e8 in realt\u00e0 molto pi\u00f9 vicino, dato che il libro esce nel 2007). Qui domina la riduzione della concorrenza attraverso l\u2019estensione delle relazioni clienti-fornitore \u2018captive\u2019, basate sull\u2019associazione di monopoli e monopsoni, e l\u2019interconnessione internazionale per sfuggire, o per arbitrare, ai regimi di regolazione.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u00c8 il modello Wall Mart degli anni novanta, sulla base del quale, generalizzandolo, si imporr\u00e0 nel nuovo millennio il modello della \u201cgig economy\u201d<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a>\u00a0e di \u201cAmazon\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma se l\u2019egemonia americana, pur con questa enorme ripresa di centralit\u00e0 (ovvero incremento del dominio) \u00e8 per Arrighi comunque in disfacimento,\u00a0<em>la fase imperiale<\/em>\u00a0si afferm\u00f2 come puro e brutale dominio solo dal 2001. A seguito dell\u2019opportuno attentato delle Torri Gemelle (occasione presa al volo) Bush lanci\u00f2 un nuovo programma imperiale ripetendo la mossa fortunata di Roosevelt (che us\u00f2 l\u2019attacco di Pearl Harbor per fare la guerra di cui aveva bisogno per risolvere la crisi del New Deal) e di Truman (quando costru\u00ec la \u201cguerra fredda\u201d per poter proseguire le politiche espansive al livello necessario senza che i capitali si opponessero<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a>). Considerando la persistenza del trauma della sconfitta del Vietnam, per\u00f2, lo fece attraverso la \u201cdottrina Powell\u201d: colpire subito con una enorme sproporzione e disimpegnarsi. In Afganistan e soprattutto in Iraq la prima parte and\u00f2 bene, ma la seconda fu uno spettacolare fallimento. Gli Stati Uniti si ritrovarono ancora una volta in un pantano, e con una continua emorragia di capitali.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Alla fine fu un fallimento ancora pi\u00f9 grave, anche perch\u00e9 il resto del mondo rifiut\u00f2 la guerra americana e si rifiut\u00f2 di sostenerne i costi.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In conseguenza anche l\u2019idea di un ordine mondiale riformato per mano militare, anzich\u00e9 con il \u201cdolce commercio\u201d come voleva Clinton nel suo entusiasmo democratico per la globalizzazione, fall\u00ec.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Restava quindi il dilemma di come finanziare la guerra:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">1-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Attraverso un aumento delle tasse,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">2-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Aumentando l\u2019indebitamento con l\u2019estero,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">3-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Rendendo la guerra autosufficiente,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">4-\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Sfruttando il ruolo del dollaro.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In effetti furono tentati tutti, ma alla fine fu soprattutto il dollaro a svalutarsi, del 35% (come accadde peraltro dopo la guerra del Vietnam). Naturalmente si tratta di una politica rischiosa perch\u00e9 funziona solo fino a che la fiducia reggeva. Precisamente una politica che danneggia tutti i detentori di dollari fuori casa e, in particolare, le riserve valutarie sovrane<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a>\u00a0in dollaro, ovvero il ruolo dello stesso come \u201cvaluta di riserva\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma c\u2019\u00e8 soprattutto un altro lato della cosa: fino a che gli Usa restarono invischiati nella guerra del golfo crebbe anche la dipendenza dalle importazioni e dal credito estero a buon mercato. In queste condizioni non si poteva infatti cercare di ostacolare la crescita del nuovo paese che stava emergendo a sfidare il ruolo centrale americano: la Cina. Infatti in queste condizioni lo squilibrio della bilancia commerciale non poteva essere combattuto con i dazi, in quanto avrebbero potuto far aumentare l\u2019inflazione a causa della necessaria sostituzione delle importazioni a basso prezzo cinesi con altre comunque pi\u00f9 care.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma allora, fino a che non si scioglie questo nodo, l\u2019aumento dell\u2019influenza cinese, che estende i suoi rapporti con paesi decisivi come l\u2019Iran ed il Venezuela, o con parte dell\u2019Africa, resta difficilmente contenibile.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Nel\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/10\/giovanniarrighi-adam-smith-pechino.html\">seguito<\/a>\u00a0del libro Arrighi guarder\u00e0 molto pi\u00f9 da vicino questa crescita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>\u00a0&#8211; Domenico Losurdo, \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/12\/domenico-losurdo-il-marxismo-occidentale.html\">Il marxismo occidentale<\/a><\/em>\u201d, 2017.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a>\u00a0&#8211; Per avere un\u2019idea di questo punto, che naturalmente merita ben pi\u00f9 elevato approfondimento, pu\u00f2 essere utile rileggere alcuni articoli dei Monthly Review, raccolti nel 1968 nel libro di Leo Huberman e Paul Sweezy \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/09\/leo-huberman-paul-sweezy-la.html\">La controrivoluzione globale<\/a><\/em>\u201d che per lo pi\u00f9 si confronta con il movimento di liberazione delle minoranze nere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a>\u00a0&#8211; Il punto teorico \u00e8 analizzato in particolare nella principale opera della scuola americana, l\u2019ultima di Paul Baran, \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/09\/paul-baran-paul-sweezy-il-capitale.html\">Il capitale monopolistico<\/a><\/em>\u201d, scritto nel 1967 con Paul Sweezy. In esso viene formulato una sorta di \u201cteorema di impossibilit\u00e0\u201d nella fase monopolistica del capitalismo. La rivoluzione sistemica nelle societ\u00e0 del centro capitalistico (monopolista) maturo non avviene dove si aspetta; questo ha, infatti, una immensa capacit\u00e0 di coinvolgimento ed egemonica, ma anche, e nella stessa logica\u00a0produce una capacit\u00e0 di mobilitazione\u00a0<em>alle periferie<\/em>, che di necessit\u00e0 ne devono pagare il prezzo.\u00a0<em>Lo schema della rivoluzione al culmine dello sviluppo delle forze produttive ne viene rovesciato<\/em>: le condizioni dell\u2019instabilit\u00e0 sistemica del capitalismo non si danno al centro, ma nelle sue periferie interconnesse e vitali per la sua sopravvivenza, nel senso specifico che senza l\u2019estrazione di \u2018surplus potenziale\u2019 da queste esso resta condannato alla tendenza alla stagnazione e quindi non \u00e8 in grado di riprodurre il consenso al suo interno.\u00a0Questa forma di capitalismo, diretta e controllata dalle grandi imprese per azioni monopoliste e multinazionali, \u00e8 quindi\u00a0<em>strutturalmente imperiale<\/em>\u00a0e organizzato di necessit\u00e0\u00a0<em>per grandi catene di sfruttamento internazionali<\/em>. Catene che determinano l\u2019estrazione di valore e la contrapposizione tra la massima opulenza e la massima disperazione, entro e fuori le cittadelle assediate delle metropoli occidentali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a>\u00a0&#8211; Ad esempio si legga questo famoso passo: \u201cla produzione basata sul capitale crea da una parte l\u2019industria universale, [\u2026] dall\u2019altra crea un sistema di sfruttamento generale delle qualit\u00e0 naturali ed umane, un sistema della utilit\u00e0 generale, il cui supporto \u00e8 tanto la scienza quanto tutte le qualit\u00e0 fisiche e spirituali, mentre nulla di pi\u00f9 elevato-in-s\u00e9, di giustificato di per se stesso, si presenta al fi fuori di questo circolo della produzione sociale e dello scambio. \u2026 soltanto col capitale la natura diventa un puro oggetto per l\u2019uomo, una pura cosa di utilit\u00e0, e cessa di essere riconosciuta come forza per se; e la conoscenza teoretica delle sue leggi autonome si presenta soltanto come astuzia per subordinarla ai bisogni umani, sia come oggetto di consumo, sia come mezzo di produzione. In virt\u00f9 di questa sua tendenza il capitale spinge a superare sia le barriere e i pregiudizi nazionali sia l\u2019idolatria della natura e la soddisfazione tradizionale, orgogliosamente ristretta entro determinati limiti, dei bisogni esistenti, e la riproduzione del vecchio modo di vivere. Nei riguardi di tutto questo il capitale opera distruttivamente, opera una rivoluzione permanente, abbatte tutti gli ostacoli che frenano lo sviluppo delle forze produttive, la dilatazione dei bisogni, la variet\u00e0 della produzione e lo sfruttamento e lo scambio delle forze della natura e dello spirito\u201d (K. Marx, \u201c<em>Grundisse<\/em>\u201d, p.11)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il tempo della storia,\u00a0invece, non \u00e8 il tempo astratto e vuoto della valorizzazione, ovvero il tempo in ultima analisi del capitale che, trascinando davanti a s\u00e9 lo sviluppo tecnologico in direzione della massima autovalorizzazione e continuamente dissolvendo gli ostacoli, si produce attraverso di esso; ma \u00e8 il tempo, dice nella 14\u00b0 tesi, \u201c<em>quello pieno di \u2018attualit\u00e0\u2019<\/em>\u201d. Ovvero \u00e8\u00a0<em>il tempo di ci\u00f2 che si fa attuale<\/em>\u00a0(ad esempio la Roma antica durante la rivoluzione francese per Robespierre). Si arriva a dire che (15\u00b0 tesi) \u201c<em>la coscienza di far saltare il continuum della storia \u00e8 propria delle classi rivoluzionarie nell\u2019attimo della loro azione<\/em>\u201d, infatti dalla \u201cselva del passato\u201d, nell\u2019area in cui comanda la \u2018classe dominante\u2019 (diremmo in cui si esercita la sua egemonia che la fa dominante), il balzo di tigre che attualizza un \u2018passato\u2019, rendendolo nuovamente presente, fa s\u00ec che si possa restare \u201csignore delle proprie forze\u201d (In \u201c<em>Angelus novus<\/em>\u201d, p.83 e seg.). Emerge la concezione di una sorta di tempo granulare e discontinuo, in cui l\u2019atto che costituisce potere (e quindi valore) diventa la scelta di cosa considerare contemporaneo, cosa attuale. Un tempo, quindi, politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0&#8211; Si tratta di una questione davvero difficile, la tesi riportata deriva in sostanza dalla proposta di Braudel. Naturalmente non si intende il \u201cmercato\u201d come la circolazione delle \u201cmerci\u201d nel senso descritto da Marx perch\u00e9 questa presuppone i rapporti di produzione del capitalismo. Andiamo a Braudel, in particolare \u201c<em>La dinamica del capitalismo<\/em>\u201d, 1977, che riassume i concetti di \u201c<em>Civilt\u00e0 materiale<\/em>\u201d, 1979: il \u201ccapitalismo\u201d (ma sta parlando di quello preindustriale) vi viene individuato come sistema economico avverso al \u201cmercato\u201d. Il \u201ccapitalismo\u201d si pu\u00f2 costruire solo con il supporto dello Stato, il fenomeno \u00e8 interpretato come effetto di una sorta di gioco di strategia in cui diversi poteri sfruttano le condizioni e le istituzioni del tempo per consolidare un predominio avverso alla grande maggioranza, inclusi i nuclei e frammenti di mercato e gli imprenditori in essi operanti. Questa lettura inquadra, insomma, il fenomeno cui si d\u00e0 nome \u201ccapitalismo\u201d distinguendolo, ed in qualche modo opponendolo, sia alla divisione del lavoro (lettura di Adam Smith) sia ad ethos culturali e religiosi (Max Weber). In questo libro, la cui lettura dovremo rimandare, le \u201csocioeconomie\u201d sono insomma influenzate sia da \u201cchi possiede i mezzi di produzione, la terra, le navi, le materie prime, i prodotti finiti e le posizioni dominanti\u201d (come sottolineava Marx che qui \u00e8 citato), sia dallo Stato, che \u00e8 \u201ccausa e conseguenza insieme\u201d e turba, piegando anche involontariamente, i rapporti.\u00a0diversa lettura del \u201ccapitalismo\u201d, che vede addensarsi a partire dal 1200 e che non \u00e8 letto, secondo la tradizione che risale a Smith, e non viene seriamente contestata neppure da Marx, come un fenomeno connesso con la concorrenza, la divisione del lavoro e la razionalizzazione, che \u00e8 pervertito tardivamente da colonialismo e imperialismo (in Marx e nei suoi successori), deformato dai monopoli. Come abbiamo visto il \u201ccapitalismo\u201d scaturisce dal commercio internazionale, di lunga percorrenza, e dalle lunghe catene di scambi in cui il medium \u201cdenaro\u201d pu\u00f2 esplicare la propria logica ed \u00e8 quindi, dall\u2019inizio, internazionale, volto a creare e sfruttare privilegi facendo leva sulla mobilit\u00e0, scaturente dal monopolio. Parassitario di rapporti sociali locali e poteri politici nazionali (dei nascenti Stati o delle autorit\u00e0 semifeudali esistenti). Esso crea e rende possibili le \u201ceconomie-mondo\u201d (la cui lettura \u00e8 una delle marche di Braudel e della sua scuola i cui continuatori sono Wallerstein e\u00a0<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/03\/giovanni-arrighi-il-lungo-xx-secolo.html\">Arrighi<\/a>),\u00a0imponendo strutture piramidali e canalizzando in luoghi densi e privilegiati (le\u00a0\u201c<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/11\/saskia-sassen-citta-globali-new-york.html\">citt\u00e0 globali<\/a>\u201d\u00a0di cui parla Saskia Sassen) i loro affari d\u2019ordine e sfruttando quelle diventate marginali (qui si pu\u00f2 andare a\u00a0\u201c<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/11\/saskia-sassen-espulsioni-brutalita-e.html\"><em>Espulsioni, brutalit\u00e0 e complessit\u00e0 nell\u2019economia globale<\/em><\/a>\u201d).\u00a0Il capitale si forma e si sposta, si organizza intorno a centri in cui operano infrastrutture di servizio e reti di competenza, prima emergono in questa veste centri come Firenze, Milano, Venezia e Genova, poi nello scorrere dei decenni Anversa, Amsterdam e quindi Londra, infine New York fuori del perimetro temporale della ricerca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per Braudel, diamogli la parola: \u201cla caratteristica fondamentale dell\u2019economia preindustriale \u00e8 la coesistenza delle rigidit\u00e0, inerzie e lentezze di un\u2019economia ancora elementare coi movimenti limitati e minoritari, bench\u00e9 vivi ed incisivi, caratteristici della crescita moderna. Da un lato, contadini che vivono nei loro villaggi e sviluppano forme autonome, quasi autarchiche di economia, dall\u2019altra un\u2019economia di mercato ed un capitalismo in espansione che, estendendosi a macchia d\u2019olio, tracciano,\u00a0a poco a poco, la configurazione del mondo in cui viviamo. Due universi, dunque, due generi di vita apparentemente estranei ma le cui masse rispettivamente rimandano tuttavia l\u2019una all\u2019altra\u201d (p.26).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>L\u2019economia di mercato<\/em>\u201d nella tradizione storiografica che, appunto, risale alla sistemazione prodotta nell\u2019ultimo quarto del settecento da Adam Smith, \u00e8 la presenza che assorbe il nostro campo visivo, ma per Braudel essa \u201cnon \u00e8 che un frammento di un pi\u00f9 vasto insieme, a\u00a0 causa della sua stessa natura che la riduce a giocare il ruolo di semplice area di collegamento tra produzione e consumo: fino al XIX secolo, l\u2019economia di mercato costituisce soltanto un livello pi\u00f9 o meno consolidato e resistente, talora una sottile intercapedine, tra l\u2019oceano della vita quotidiana che si estende sotto di essa ed i movimenti del gioco capitalistico che, pi\u00f9 d\u2019una volta, la manovrano dall\u2019alto\u201d (p.49).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tuttavia questa presenza ubiqua, che connette e collega aree diverse, e nella quale rifornimenti, prezzi, flussi, produzioni, sono messi in contatto, a volte manipolati, influenzati, fatti oggetto delle prime \u201cpolitiche economiche\u201d, protetti o sfidati, osservati e razionalizzati, appare ai contemporanei come il vero elemento decisivo. L\u2019equilibratore, fondato sul meccanismo che appare agli occhi della \u201cconcorrenza\u201d, che riesce di superare i dislivelli. Le carenze dell\u2019offerta, quelle della produzione, della domanda. \u201cIl mercato diventa cos\u00ec un dio nascosto e benevolo, la &lt;mano invisibile&gt; di Adam Smith, il mercato autoregolato del XIX secolo, chiave di volta dell\u2019economia per tutto il periodo in cui ci si \u00e8 attenuti al principio del\u00a0<em>laisser faire, laisser passer<\/em>\u201d. Che ne pensa Braudel? Lo dice subito, \u201cin tutto questo c\u2019\u00e8, senza dubbio, una parte di verit\u00e0,\u00a0<em>una parte di malafede<\/em>, ma anche di illusione\u201d. Intanto il mercato \u00e8 manipolato, alterato, dal potere politico, dai monopoli, poi questo \u00e8 incompleto ed imperfetto come legame tra produzione e consumo. Braudel tiene \u201ca sottolineare la parola\u00a0<em>incompleto<\/em>\u201d, e continua: \u201cmentre credo nelle virt\u00f9 e nell\u2019importanza dell\u2019economia di mercato, ci\u00f2 che non mi convince \u00e8 la sua funzione di fattore assoluto, esclusivo\u201d. Questo \u00e8 semplicemente \u201cun mito\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oltre a questa cosa c\u2019\u00e8? Intanto, ovviamente, le strutture del quotidiano, della vita materiale, ma anche \u201c<em>il capitalismo<\/em>\u201d. Braudel lo dice chiaramente, il termine \u00e8 scelto per avere una diversa etichetta che si distingua dall\u2019economia di mercato. Si tratta di \u201cforme di attivit\u00e0 molto differenti\u201d. \u00c8 chiaro che si tratta di un termine ambiguo e pericoloso; lanciato (anzi, come dice prudentemente, oggetto \u201cdel suo primo vero &lt;lancio&gt;\u201d nell\u2019<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/02\/werner-sombart-il-capitalismo-moderno.html\">opera maggiore<\/a>\u00a0di Sombart nel 1902) \u00e8 \u201cpraticamente ignorato da Marx\u201d e viene connesso normalmente alla rivoluzione industriale. Ma questa \u00e8 contaminata dal passato, si stava delineando da tempo, da molto prima del XVIII secolo. Questo, il \u201ccapitalismo\u201d \u00e8 dunque \u201cin linea di massima \u2026 il modo in cui \u00e8 gestito, con finalit\u00e0 generalmente poco altruistiche il gioco della costante immissione\u201d del capitale nel processo di produzione. Dove \u201ccapitale\u201d non \u00e8 solo il denaro, ma anche i beni o le infrastrutture (le case) o la natura (ad esempio le foreste) nel momento in cui sono sfruttati e partecipano al processo di produzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a>\u00a0&#8211; Ovvero i tre libri sulla ricostruzione del ciclo del capitalismo che abbiamo citato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a>\u00a0&#8211; Nella controversia tra Bernstein e Kautsky, alla quale partecip\u00f2 anche una giovane ma gi\u00e0 determinata Rosa Luxemburg si attiva la divaricazione tra posizioni riformiste-compatibiliste e posizioni rivoluzione-crolliste. Per come la mette Luxemburg, \u201co la trasformazione socialista continua ad essere una conseguenza delle contraddizioni obiettive del sistema capitalistico, allora insieme a questo sistema si sviluppano anche le sue contraddizioni, e un crollo, in questa o in quella forma, a un certo momento, ne \u00e8 il risultato; ma allora anche i \u2018mezzi di adattamento\u2019 [Bernstein] sono inefficaci e la teoria del crollo \u00e8 giusta. Oppure i \u2018mezzi di adattamento\u2019 sono in realt\u00e0 tali da impedire un crollo del sistema capitalistico, rendono quindi il capitalismo in grado di esistere, sopprimono le sue contraddizioni; ma allora il socialismo cessa di essere una necessit\u00e0 storica, e sar\u00e0 tutto quel che si vuole tranne che un risultato dello sviluppo materiale della societ\u00e0. Questo dilemma conduce ad un altro dilemma: o Bernstein ha ragione per quanto riguarda il corso dello sviluppo capitalistico, e allora la trasformazione socialista della societ\u00e0 si muta in un\u2019utopia, oppure il socialismo non \u00e8 un\u2019utopia e allora la teoria dei \u2018mezzi di adattamento\u2019 non deve essere valida. That is the question, questo \u00e8 il problema\u201d, Rosa Luxemburg, \u201c<em>Newe Zeit<\/em>\u201d, 1896.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a>\u00a0&#8211; Robert Brenner, \u201c<a href=\"https:\/\/newleftreview.org\/issues\/I229\/articles\/robert-brenner-the-economics-of-global-turbulence-special-issue\">The economics of global turbulence<\/a>\u201d, New Left Review, I\/229 maggio 1998<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a>\u00a0&#8211; Fu allora, sul finire del giorno, che Nixon disse \u201cadesso siamo diventati tutti keynesiani\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/01\/francois-mitterrand-e-le-svolte-degli.html\">Francoise Mitterrand e le svolte degli anni ottanta<\/a>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a>&#8211; Robert Brenner, \u201cThe economics of global turbolence. The advanced capitalist economics from long book to long downturn\u201d, 2002<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda Massimo d\u2019Angelillo, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/02\/massimo-dangelillo-la-germania-e-la.html\"><em>La Germania e la crisi europea<\/em><\/a>\u201d, la politica di Brandt, l\u2019unica fase keynesiana della storia tedesca (nella quale politiche di crescita vengono portate avanti \u2018dal lato della domanda\u2019) si interrompe quando nel 1974 l\u2019economia che era fino all\u2019anno prima in piena occupazione (tasso di disoccupazione 0,6%) rallenta bruscamente, cresce solo dello 0,6% (anno prima +4,3%), e, inoltre, una opaca operazione di spie lo coinvolge in uno scandalo che porta il cancelliere alle dimissioni a maggio 1974, gli succede Helmut Schmidt che abbandona il keynesismo per puntare sul \u201c<em>modell Deutschland<\/em>\u201d, che cerca di fare della Germania il perno dei flussi finanziari internazionali, fondata su un marco \u201cforte\u201d e la compressione della domanda interna per favorire le esportazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a>\u00a0&#8211; Tra \u201c<em>base<\/em>\u201d (termine che viene usato per \u201cstruttura\u201d da Marx, nell\u2019\u201d<a href=\"http:\/\/amzn.to\/2rFmDPA\"><em>Ideologia tedesca<\/em><\/a>\u201d, infatti user\u00e0\u00a0<em>struktur<\/em>\u00a0e\u00a0<em>basis<\/em>) e la \u201c<em>soprastruttura<\/em>\u201d (<em>uberbau<\/em>, tutte metafore architettoniche come si vede, si tratta di ci\u00f2 che \u00e8 edificato sopra e del fondamento), in una condizione nella quale evidentemente ci vogliono entrambe, c\u2019\u00e8 una relazione molto pi\u00f9 stretta di quella, pur complessa, della vulgata marxista. Il concetto di egemonia \u00e8 per espressa ammissione, ripreso da Gramsci (che lo rileva da Lenin, ma lo estende molto) che lo impernia in una critica della vulgata marxista del rapporto tra \u201cstruttura\u201d e \u201csoprastruttura\u201d nella loro reciproca influenza. I due concetti sono una unit\u00e0, in senso dialettico. Ma avviene in qualche modo in Gramsci, nell\u2019intreccio di concetti che si rimandano, un passaggio che \u00e8 colto molto pi\u00f9 da Arrighi che da Negri: la struttura, la base, \u00e8 in un rapporto con la soprastruttura che ad essa si innerva e intreccia, quasi confondendosi, in un modo che ricorda quello tra storia ed evento. Cio\u00e8 quel rapporto, nella lettura storica che Gramsci compie in tutta la sua opera, tra passato e presente. Affondare le radici nella storia, che \u00e8 la stessa mossa nell\u2019interpretazione del presente che compie la tradizione degli\u00a0<em>Annales\u00a0<\/em>(forse non a caso avviata nel \u201929 e a conoscenza del nostro), significa per Gramsci liberarsi di ogni trascendenza residuale, di ogni teologia. Il concetto compare nei primi mesi del 1930, nei\u00a0<a href=\"http:\/\/amzn.to\/2ryh1Vy\"><em>Quaderni del Carcere<\/em><\/a>, e precisamente nell\u2019ambito del discorso sul risorgimento (che abbiamo letto per ora\u00a0<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/03\/antonio-gramsci-la-questione.html\">qui<\/a>) e resta praticato fino alla fine, ogni volta con una qualificazione: politica, culturale, linguistica, intellettuale, morale, &#8230; l\u2019egemonia \u00e8 in qualche modo, proverei a dire, uno strumento ed un effetto, che opera nel garantire e realizzare la prevalenza di uno verso l\u2019altro. Sia esso una classe, o un blocco storico, una nazione (come del caso). Il concetto, per essere compreso, va connesso con la sua assenza, ovvero con il puro e semplice \u201cdominio\u201d. Dove il potere \u00e8 nudo, privo della necessaria componente del consenso, si ha quindi solo l\u2019esercizio brutale del \u201c<em>dominio<\/em>\u201d. Ma il vero potere non si limita alla costrizione; si estende alle menti ed ai cuori, si fa seguire in qualche modo volontariamente, coinvolgendo insieme: la rappresentazione di s\u00e9 che si costruisce, l\u2019immagine del mondo, e la meccanica dei valori e obiettivi, con la loro gerarchia. Si radica inoltre nella \u201cbase\u201d degli interessi, e dei bisogni, cui in qualche modo (secondo il filtro delle rappresentazioni) l\u2019egemone risponde, facendosene almeno in parte carico. Il vero potere \u00e8 dunque egemonia. Abbiamo, ad esempio egemonia tedesca in Italia, quando volontariamente si sceglie di seguire la logica della moneta stabile e forte, della deflazione come orizzonte, dell\u2019austerit\u00e0 suo mezzo. L\u2019egemonia ha sempre un suo campo e, per chi vi appartiene, un coerente insieme di desideri, effetti di dominio (verso qualche subalterno) inseparabili da effetti identitari, e sempre risponde almeno a parte ai suoi interessi e bisogni secondo la loro percezione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dunque le potenze realmente egemoniche, come sono state quella olandese, inglese e americana al loro meglio, quando si sono fatte carico, anche se diversamente, di produrre e distribuire beni pubblici e senso, o come la Russia sovietica, che esportava una egemonia potente, hanno riorganizzato in parte per effetto della loro base di potere, ma in parte altrettanto importante (e inseparabile) per effetto della loro struttura di valori, rappresentazioni coerenti, tecniche e regole, intorno a s\u00e9 porzioni decisive del mondo, rendendolo \u201csistema\u201d. Cio\u00e8 rendendolo capace di funzionare insieme e creare le premesse per una accumulazione che ha anche disciplinato, in qualche modo, i capitali incorporati entro le loro strutture e quelli mobili (che fin che dura l\u2019egemonia sono limitati). I capitali sono, infatti, una sorta di rapporto sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a>\u00a0&#8211; La divisione della potenza doveva vedere in sostanza tre poli industriali dominanti nel campo occidentale (Usa, Germania e Giappone) e uno nel campo sovietico (Urss). Poi, a completare si potrebbe citare i poli secondari e subalterni (Italia, Francia e nel campo socialista la Germania dell\u2019Est) e quelli declinanti (Inghilterra).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda, ad esempio, questa altra descrizione della crisi in Massimo Amato e Luca Fantacci \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/07\/massimo-amato-luca-fantacci-fine-della.html\"><em>Fine della finanza<\/em><\/a>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/02\/gig-economy-o-sharing-economy-della.html\">Gig economy o sharing economy?<\/a>\u201d e \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/10\/amazon-e-il-suo-monopolio.html\">Amazon e il suo monopolio<\/a>\u201d. Quando Walmart apre un nuovo punto di vendita nel territorio le reti di commercio di prossimit\u00e0, anche le pi\u00f9 forti ed organizzate, cedono, non riuscendo a stabilire con i fornitori la stessa relazione di potere schiacciante. La grande catena nata pochi anni fa da un solo punto vendita nello stato di Bill Clinton e divenuta una delle multinazionali pi\u00f9 grandi al mondo, di cui abbiamo molte volte parlato (ad esempio\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/02\/taxi-e-uber-la-questione-dei-servizi.html\">qui<\/a>), basa il suo potere nell\u2019unione perfetta di un monopsonio (di fatto diventa, per la sua grandezza l\u2019unico possibile acquirente per i suoi fornitori) e di un monopolio (con i suoi prezzi diventa l\u2019unico a vendere su un territorio), che si fondano letteralmente l\u2019uno sull\u2019altro, e nel farlo devasta insieme la rete del piccolo commercio, desertificando le citt\u00e0, e il mercato del lavoro, verso il quale il monopsonio si estende. Se si ha la sfortuna di essere un lavoratore debole in un territorio nel quale c\u2019\u00e8 uno dei giganti di WalMart, si pu\u00f2 scegliere tra essere senza lavoro ed esserne schiavo.\u00a0Qualcuno potrebbe dire, a questo punto, che \u00e8 il capitalismo. In effetti lo \u00e8; il capitalismo \u00e8 una forma di organizzazione sociale per sua natura predatoria. La famiglia Walton, che lo ha fondato nel 1962, ed ora \u00e8 pi\u00f9 ricca di 100 milioni di americani con i suoi oltre 80 miliardi di dollari di patrimonio, ha solo applicato il modello. Man mano che il lavoro si \u00e8 indebolito, a partire dalla rivoluzione reaganiana, un modello che mobilita capacit\u00e0 rese sottoutilizzate dal crollo delle agenzie che proteggevano il lavoro dallo strapotere del capitale ed al contempo offre alle stesse popolazioni marginali riduzioni di costo (ottenute dallo sfruttamento selvaggio della debolezza di lavoratori e fornitori), si \u00e8 fatto progressivo ed irresistibile. Pi\u00f9 si allarga lo strato di lavoratori impoveriti, pi\u00f9 una catena che offre salari di stretta sussistenza per vendere prodotti a basso prezzo (e qualit\u00e0), strangolando i fornitori e costringendoli a loro volta ad abbassare i salari, \u00e8 in vantaggio. La competizione come unico criterio legittimo, essenza dello spirito del capitalismo, alla fine porta alla concentrazione nelle stesse mani delle due forme interrelate di monopolio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda, Paul Baran, Paul Sweezy, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/09\/paul-baran-paul-sweezy-il-capitale.html\"><em>Il capitale monopolistico<\/em><\/a>\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a>\u00a0&#8211; Al momento si stima che il 64% delle riserve valutarie mondiali siano detenute in dollari, il 26% in euro, il 4% in sterline e il 3,3% in yen. Di quelle in dollari 3.700 miliardi sono detenuti dalla Cina, 1.200 dal Giappone, solo 430 complessivamente dall\u2019eurozona e 400 dalla Russia (che ne sta vendendo il 10%), seguono Taiwan (300), Brasile (250), India (250), Corea del Sud (200), Hong Kong (180), Singapore (165). Insomma il sud-est asiatico nel suo complesso ne detiene 6.200 miliardi, i principali paesi del resto del mondo 1.000.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: 1<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/10\/giovanni-arrighi-adam-smith-pechino_24.html\">http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/10\/giovanni-arrighi-adam-smith-pechino_24.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di TEMPO FERTILE (Alessandro Visalli) &nbsp; Nella\u00a0prima parte\u00a0di questa lettura dell\u2019ultimo libro di Giovanni Arrighi era stata fondamentalmente inquadrata la prospettiva teorica dalla quale \u00e8 inquadrato il declino dell\u2019egemone americano e la crescita dello sfidante cinese. In primo luogo appare la pertinenza di una frattura entro la stessa tradizione marxista, cui l\u2019autore per buona parte della sua esistenza si \u00e8 riferito. 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