{"id":54308,"date":"2019-11-22T08:00:21","date_gmt":"2019-11-22T07:00:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=54308"},"modified":"2019-11-20T11:42:49","modified_gmt":"2019-11-20T10:42:49","slug":"lilva-e-la-crisi-della-siderurgia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=54308","title":{"rendered":"L&#8217;Ilva e la crisi della siderurgia"},"content":{"rendered":"<p><strong>di IL MULINO (Salvatore Romeo)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli ultimi giorni si \u00e8 molto discusso di questioni giuridiche e ambientali in relazione alla crisi dell\u2019ex Ilva. Ma converrebbe ricordare sempre che le vicende che abbiamo sotto gli occhi sono il prodotto di due elementi in particolare, che sono alla base del dramma che si sta consumando intorno a una delle principali aziende italiane: la crisi del mercato siderurgico e il modo in cui gli operatori la stanno affrontando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>L\u2019acciaio alle strette.<\/em><strong>\u00a0<\/strong>Stando alle stime di Eurofer, nel primo trimestre 2019 la domanda di beni siderurgici nell\u2019area Ue si \u00e8 contratta del 1,6% rispetto allo stesso periodo dell\u2019anno precedente; nel trimestre successivo la flessione \u00e8 stata pi\u00f9 pronunciata (-7,7%). Sono state cos\u00ec bruciate le previsioni formulate alla fine del 2018, che prospettavano per l\u2019anno in corso un calo complessivo dello 0,4%. A fine 2019, secondo l\u2019associazione dei siderurgici europei, la riduzione del fabbisogno dovrebbe attestarsi intorno al 3,1%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sull\u2019andamento della domanda di acciaio incide in maniera decisiva la crisi della manifattura tedesca \u2013 in particolare del settore dell\u2019automotive, colpito dallo scandalo \u201cdieselgate\u201d e dai dazi americani. La contrazione del mercato comunitario ha accentuato una tendenza alla riduzione dei prezzi che va avanti dai primi mesi del 2018, sospinta dal boom delle importazioni extra-comunitarie verificatosi a seguito delle alte tariffe (25%) imposte da Trump sui beni siderurgici. Di fronte a queste misure i produttori dei Paesi emergenti hanno dirottato le loro esportazioni verso l\u2019Europa. Lo scorso anno l\u2019import ha coperto circa un quarto del fabbisogno di acciaio nella Ue (due punti in pi\u00f9 rispetto al 2017), facendo registrare un incremento del 12,7%. Il crollo della domanda ha trascinato a sua volta le importazioni, cos\u00ec come un\u2019eventuale ripresa tornerebbe a sollecitarle.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La pressione dei produttori dei Paesi emergenti sui mercati occidentali non \u00e8 un fenomeno congiunturale: risponde a trasformazioni strutturali che verosimilmente avranno un impatto sul settore siderurgico (e non solo) per un tempo non breve. Gli impetuosi processi di sviluppo verificatisi in quei sistemi economici (Cina in testa) negli ultimi decenni, con la netta prevalenza degli investimenti sui consumi, hanno sollecitato la formazione di un\u2019ampia industria di base. Fino a qualche anno fa la produzione di acciaio in Paesi come la Cina era rivolta quasi interamente al mercato interno. La maturazione cui quelle economie stanno andando incontro, con la graduale espansione della quota di reddito destinata ai consumi, ha rallentato sensibilmente il ritmo di crescita della domanda di beni siderurgici. Si \u00e8 venuta cos\u00ec a palesare una sproporzione fra la capacit\u00e0 produttiva installata negli ultimi decenni e l\u2019attuale capacit\u00e0 di assorbimento del mercato, la cui conseguenza diretta \u00e8 stato l\u2019incremento delle esportazioni. Questa \u201csovracapacit\u00e0\u201d ammonta a diverse centinaia di milioni di tonnellate\/anno di acciaio, rappresentando dunque un grave problema per gli equilibri del mercato mondiale. La questione \u00e8 tanto delicata da aver spinto l\u2019Ocse a promuovere un comitato \u201csull\u2019eccesso di capacit\u00e0 produttiva nel settore siderurgico\u201d, a cui per\u00f2 il principale produttore mondiale \u2013 la Cina \u2013 non partecipa. Da parte sua Pechino ha avviato imponenti piani di chiusure e ristrutturazioni, che procedono per\u00f2 fra non poche contraddizioni. D\u2019altra parte, la sfida che la Repubblica popolare e gli altri \u201cemergenti\u201d si trovano ad affrontare \u00e8 epocale e di enormi proporzioni: sono in gioco milioni di posti di lavoro e il destino di intere aree. L\u2019Europa e gli Stati Uniti ci hanno messo circa un ventennio per uscire da una situazione analoga: \u00e8 verosimile che anche per la Cina e gli altri i tempi non saranno brevi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/s3-eu-west-1.amazonaws.com\/rivistailmulino\/public\/tubi.jpg\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La soluzione del problema tuttavia \u00e8 complicata dalle tensioni che attraversano il globo. Il commercio internazionale \u00e8 oggi un terreno di scontro politico: il protezionismo di Trump e il liberoscambismo di Xi sono gli strumenti attraverso cui le due principali potenze si affrontano. In questo quadro \u00e8 molto difficile immaginare una gestione multilaterale e coordinata di qualsiasi crisi. In tutto questo la posizione dell\u2019Europa \u00e8 quanto mai delicata, data la sua collocazione intermedia: ufficialmente alleata degli Stati Uniti, ma in buoni rapporti con Pechino. C\u2019\u00e8 dunque da aspettarsi che le tensioni manifestatesi negli ultimi anni nel mercato siderurgico persisteranno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Le capriole di Mittal.<\/em>\u00a0\u00c8\u00a0questo lo scenario che hanno davanti gli operatori del settore. Il modo in cui stanno provando a fronteggiarlo passa principalmente attraverso una sempre pi\u00f9 intensa centralizzazione dei capitali, perseguita con fusioni e acquisizioni. Operazioni che consentono alle imprese non solo di ampliare le rispettive quote di mercato, ma altres\u00ec di estendere il controllo sulla capacit\u00e0 produttiva \u2013 condizione che permette loro di realizzare economie di scala e di effettuare una selezione degli impianti su una base pi\u00f9 ampia. Potendo contare su un numero maggiore di unit\u00e0, operanti in diversi contesti o su diversi segmenti di mercato, un\u2019impresa ha pi\u00f9 margini anche per affrontare le crisi. Pu\u00f2 scegliere di valorizzare le attivit\u00e0 pi\u00f9 remunerative e fermare \u2013 a tempo determinato o definitivamente \u2013 quelle in perdita.\u00a0\u00c8 sulla base di questa premessa che va letta la vicenda Ilva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con l\u2019aggiudicazione ad Arcelor Mittal, le strutture di questa impresa sono entrate a far parte di un\u2019articolazione produttiva pi\u00f9 vasta. Taranto, in particolare, ha perduto la centralit\u00e0 di cui aveva goduto sia con le partecipazioni statali che con i Riva: nel solo ramo europeo, Arcelor Mittal conta su diversi altri stabilimenti a ciclo integrale che operano nel comparto dei laminati piani. Certo, nessuno ha le potenzialit\u00e0 del centro pugliese, ma \u00e8 anche vero che queste sono in gran parte inapplicabili finch\u00e9 non sar\u00e0 completato il risanamento degli impianti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Veniamo cos\u00ec a un primo nodo. Per gli oneri che gravano sul siderurgico ionico, l\u2019ex Ilva si presenta \u2013 almeno nel breve periodo \u2013 come un\u2019area di perdita. Questo i nuovi dirigenti non potevano non saperlo al momento dell\u2019acquisizione. Al contempo \u00e8 altres\u00ec plausibile che non si aspettassero le perdite che si sono registrate nei mesi successivi sia nel ramo italiano che nel resto del gruppo. La recente relazione sull\u2019andamento del terzo trimestre evidenzia un risultato negativo per pi\u00f9 di 500 milioni di dollari. Per quanto riguarda l\u2019Europa, al netto di Arcelor Mittal Italia, il peggioramento delle performance \u00e8 dovuto essenzialmente alla dinamica dei prezzi: la multinazionale ha infatti mantenuto lo stesso livello di spedizioni dell\u2019anno precedente, ma i ricavi sono scesi di circa 800 milioni di dollari. In sostanza, Arcelor Mittal ha provato a preservare la\u00a0 propria presenza sul mercato, esponendosi per\u00f2 agli effetti del crollo dei listini. Rispetto ai risultati dell\u2019ex Ilva non abbiamo comunicazioni ufficiali da parte dell\u2019azienda, ma le indiscrezioni prospettano perdite superiori a quelle (gi\u00e0 ingenti) della gestione commissariale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di fronte a queste circostanze, che hanno pesato sull\u2019andamento del titolo, i dirigenti della multinazionale potrebbero aver deciso (il condizionale \u00e8 d\u2019obbligo perch\u00e9 siamo a conoscenza solo di quello che trapela nel dibattito pubblico) di limitare i flussi di cassa negativi liberandosi dell\u2019ex Ilva. Una scelta comprensibile sul piano finanziario, e nell\u2019ottica di breve periodo che orienta un\u2019impresa quotata, che oltretutto mette a rischio la sopravvivenza di quel ramo d\u2019azienda, prospettando la dismissione di una quota di produzione di un certo peso, con possibili effetti benefici sugli equilibri fra domanda e offerta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia questa opzione non \u00e8 esente da rischi. Se dopo il recesso di Arcelor Mittal un altro soggetto acquisisse le attivit\u00e0 italiane, e la risanasse rimettendole sul mercato, la multinazionale avrebbe fatto rinascere un concorrente. Mittal scommette sull\u2019irrealizzabilit\u00e0 di questa ipotesi, e ha dalla sua diversi elementi: su tutti, le difficolt\u00e0 finanziarie che attanagliano gli operatori e le ristrettezze del mercato. Queste, combinate allo sforzo necessario per rimettere in campo Ilva, restringono le probabilit\u00e0 che quell\u2019operazione possa verificarsi. Ma non le annullano del tutto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La condizione che AM ha posto per restare \u00e8 una radicale revisione del piano industriale con cui si \u00e8 aggiudicata Ilva. Taranto diventerebbe uno stabilimento di media stazza (con esuberi stimati intorno ai 4.000\/5.000 dipendenti), perdendo un vantaggio competitivo rispetto alle altre unit\u00e0 del gruppo, e divenendo cos\u00ec pi\u00f9 vulnerabile agli andamenti del mercato. Con questa operazione la multinazionale limiterebbe le perdite nell\u2019immediato, vedrebbe contrarsi gli oneri del risanamento e potrebbe giovarsi in prospettiva di flussi di cassa positivi. C\u2019\u00e8 chi dice che questo sia da mesi il \u201cpiano A\u201d dell\u2019attuale propriet\u00e0, e che la decisione di recedere dal contratto sia maturata di fronte all\u2019indisponibilit\u00e0 del governo a discutere di esuberi di quella portata. Se ci\u00f2 fosse vero, la drammatizzazione degli ultimi giorni potrebbe essere una tattica finalizzata a piegare le resistenze dell\u2019esecutivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sia come sia, questa ipotesi prospetta un\u2019inversione a U dell\u2019impostazione industriale. Se dobbiamo credere al piano con cui si \u00e8 presentata alla gara, Arcelor Mittal puntava a fare di Taranto entro il 2023 il suo principale stabilimento europeo, con una capacit\u00e0 produttiva di acciaio grezzo di 8 milioni di tonnellate l\u2019anno, da integrare con semilavorati provenienti dalle altre unit\u00e0 del gruppo per saturarne l\u2019intera capacit\u00e0 di laminazione (10 mln t\/anno). Date queste condizioni, in una situazione di crisi l\u2019azienda avrebbe potuto concentrare presso il siderurgico ionico anche le quote di produzione dei suoi centri pi\u00f9 piccoli allo scopo di realizzare economie di scala. In particolare, questo sarebbe potuto accadere a danno dello stabilimento di Fos sur Mer (Marsiglia), storico concorrente diretto di Taranto. Una prospettiva che i sindacati francesi avevano evocato con preoccupazione al momento dell\u2019acquisizione di Ilva. Ora, con una capacit\u00e0 produttiva ridotta a 4 milioni di tonnellate, Taranto diventerebbe di fatto un \u201cdoppione\u201d di Fos e dovrebbe reggerne la concorrenza. La stessa Arcelor Mittal perderebbe l\u2019opportunit\u00e0 di razionalizzare la sua articolazione produttiva, ma evidentemente per i dirigenti della multinazionale la remunerazione del capitale nel breve termine (e forse anche gli equilibri politici) prevale su considerazioni di pi\u00f9 ampio respiro industriale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Che fare?<\/em><strong> Allo stato attuale l\u2019azienda ha in mano almeno due carte, e questo le consente di fare il gioco, mentre la sua controparte politica appare disorientata e incerta<\/strong>. Nel frattempo la fabbrica va spegnendosi, come denunciano i sindacati. Nella trattativa in atto Arcelor Mittal ha una posizione di forza evidente, e la usa fino in fondo. Alla fine, pur di salvare il salvabile, il governo potrebbe cedere. La sola condizione che consentirebbe una via d\u2019uscita dall\u2019impasse \u00e8 la realizzazione dell\u2019ipotesi prospettata sopra: la disponibilit\u00e0 di un nuovo gestore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Va da s\u00e9 che questa operazione andrebbe preparata in maniera oculata. Sarebbe necessaria una compagine aziendale in grado di reggere il peso di anni di \u201cvacche magre\u201d e, al contempo, di elevare il profilo tecnico-produttivo degli impianti. In altri termini, diventerebbe imprescindibile una presenza dello Stato come \u201cinvestitore paziente\u201d, insieme a uno o pi\u00f9 operatori industriali interessati a valorizzare le strutture produttive di Ilva. Fra questi potrebbe esserci un outsider del mercato europeo, se non proprio un soggetto interessato a entrarvi in maniera strutturata, insieme a un portatore di tecnologia e <em>know how<\/em> di alto livello. Insomma, si dovrebbe far rivivere lo schema di AcciaItalia (la cordata sconfitta da Mittal), con basi pi\u00f9 solide sul piano finanziario. Un\u2019operazione che richiederebbe una direzione politica chiara e determinata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia la definizione di questa prospettiva porterebbe via tempo, e dunque denaro per fronteggiare le urgenze: risorse che dovrebbero essere fornite in ultima istanza dal governo (con misure tipo \u201cprestito-ponte\u201d), le quali senz\u2019altro attirerebbero l\u2019attenzione della Commissione europea in tema di \u201caiuti di Stato\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In definitiva, un eventuale \u201cpiano B\u201d presenta diverse incognite. D\u2019altra parte, sarebbe opportuno chiedersi se sia ancora possibile fidarsi di Mittal, e se quest\u2019ultimo sia ancora credibile dopo la tempesta che ha scatenato. Un altro elemento non andrebbe sottovalutato: a patto di portare a termine il risanamento ambientale, lo stabilimento di Taranto offre a chi le voglia sfruttare per intero potenzialit\u00e0 tecniche che solo pochi altri siti europei hanno. A questo proposito vale la pena richiamare le parole di un vecchio manager dell\u2019Ilva pubblica, Hayaho Nakamura, che al momento della privatizzazione scriveva: \u00abl\u2019Ilva \u00e8 stata considerata alla stregua di un combinat di un Paese ex comunista, come se si trattasse di vendere l\u2019Ekosthal e non la terza industria del Paese\u00bb. In un momento cos\u00ec delicato andrebbe fatto tesoro degli errori del passato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.rivistailmulino.it\/news\/newsitem\/index\/Item\/News:NEWS_ITEM:4942?fbclid=IwAR3SJnSWOGnv_yYcKT9ClI0beA-IfGDz5z_P8wc2I9lvJZ0xM_jRV_Tvclc\">https:\/\/www.rivistailmulino.it\/news\/newsitem\/index\/Item\/News:NEWS_ITEM:4942?fbclid=IwAR3SJnSWOGnv_yYcKT9ClI0beA-IfGDz5z_P8wc2I9lvJZ0xM_jRV_Tvclc<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di IL MULINO (Salvatore Romeo) Negli ultimi giorni si \u00e8 molto discusso di questioni giuridiche e ambientali in relazione alla crisi dell\u2019ex Ilva. 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