{"id":54614,"date":"2019-12-04T11:30:35","date_gmt":"2019-12-04T10:30:35","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=54614"},"modified":"2019-12-01T15:11:11","modified_gmt":"2019-12-01T14:11:11","slug":"una-nuova-tipologia-di-guerra-la-guerra-economica-3a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=54614","title":{"rendered":"Una nuova tipologia di guerra: la guerra economica 3a parte"},"content":{"rendered":"<p>Di\u00a0<strong>GIUSEPPE GAGLIANO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Le armi della guerra economica<\/strong><br \/>\nLa presente sezione sar\u00e0 dedicata all\u2019analisi dettagliata delle armi utilizzate dagli Stati nella guerra economica per vincerla e affermare la loro potenza. Le prime che prenderemo in considerazione sono le armi di tipo indiretto, che agiscono nelle retrovie e contribuiscono a plasmare il dispositivo di una \u201cguerra coperta\u201d. All\u2019interno di questo insieme molto particolare di strumenti di guerra economica, quello che pi\u00f9 agisce a monte di tutti \u00e8 sicuramente la formazione, che contraddistingue soprattutto i Paesi sviluppati e ha contribuito in larga misura ai loro successi economici. Basti pensare, a questo proposito, all\u2019importanza data dall\u2019Unione Europea a questo fattore, tanto che due degli otto obiettivi della strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva riguardano proprio l\u2019istruzione (riduzione dei tassi di abbandono scolastico precoce al di sotto del 10% e aumento al 40% dei 30-34enni con un\u2019istruzione universitaria). Andando poi a verificare la correlazione di formazione e sviluppo economico, esempi di Paesi come la Germania, il cui sistema di istruzione e formazione \u00e8 riconosciuto come uno dei migliori al mondo, o il Giappone, dove il tasso di conclusione degli studi secondari si aggira intorno al 95%, confermano quanto finora affermato, soprattutto se si considera le modalit\u00e0 con cui questi due Paesi sono presenti sui mercati internazionali. Naturalmente qui non si tratta solo della formazione di base, per quanto questa sia importante nel porre le basi e dare l\u2019impronta di un certo modo di progredire anche in ambito economico, ma ci si riferisce in maniera particolare alla formazione continua, che d\u00e0 a coloro che la ricevono le necessarie doti di flessibilit\u00e0 e polivalenza che permettono di essere costantemente aggiornati e mai impreparati ai cambiamenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A questo proposito, un altro buon esempio sono le scuole di commercio francesi, delle quali le pi\u00f9 prestigiose si classificano ai primi posti in ambito europeo e il cui successo si deve in gran parte a un modello nazionale che prevede una formazione biennale di base ad alto contenuto generalista, quindi non solo scientifico ma anche umanistico, propedeutico alla successiva specializzazione. Una caratteristica peculiare delle \u00e9lite che si formano in questo tipo di scuole moderne \u00e8 la loro propensione internazionale, aspetto ben distinto dal carattere marcatamente sciovinista della preparazione militare dei secoli passati di cui tali scuole, se si segue il filo conduttore della guerra economica come versione attuale degli antichi scontri bellici, dovrebbero essere la naturale continuazione. A complemento del discorso sulla formazione iniziale, \u00e8 necessario parlare del ruolo svolto dalla formazione specialistica e dalla ricerca, cruciali ai fini dell\u2019affermazione della potenza economica. Non \u00e8 un caso, lo ribadiamo, che l\u2019Unione Europea abbia affermato fin dall\u2019inizio del millennio di voler diventare la prima \u201ceconomia della conoscenza\u201d e che, ad esempio, la sola Francia conti 160.000 ricercatori, un numero pi\u00f9 che raddoppiato nel giro di settant\u2019anni. Il sapere \u00e8 infatti diventato l\u2019arma suprema della guerra economica e il potenziale della ricerca risulta essere il motore delle trasformazioni del nostro tempo. \u00c8 per questo che Paesi emergenti come la Cina e l\u2019India, che hanno compreso perfettamente quale sfida cruciale si giochi intorno alla produzione di sapere, sia esso di base o applicato, non rimangono indietro in questa sorta di \u201ccorsa alla conoscenza\u201d: se da Pechino arrivano forti e chiare le dichiarazioni di uomini di punta come il Primo Ministro Wen Jiabao, che nel 2005 si spingeva a proclamare il XI come \u201cil secolo asiatico delle alte tecnologie\u201d; nel subcontinente indiano ogni anno prestigiosi istituti tecnologici costruiti negli anni Sessanta sul modello del MIT sfornano un esercito di 170.000 diplomati. Nell\u2019ambito della ricerca \u00e8 poi fondamentale la cooperazione fra universit\u00e0, scuole e settore privato, il quale si aspetta precisi e puntuali ritorni dal lavoro dei ricercatori; cooperazione che al giorno d\u2019oggi si presenta sotto forma di \u201ccluster\u201d o \u201cpoli di competitivit\u00e0\u201d, spazi dove convivono luoghi di ricerca, scuole d\u2019ingegneria e imprese di alta tecnologia e che sono incubatori di una potenza economica straordinariamente innovativa e all\u2019avanguardia. A questo proposito, lo Stato francese si \u00e8 fatto promotore, dal 2005, di questo tipo di realt\u00e0 che rappresentano un elemento fortemente attrattivo per il territorio in cui sono insediati, realizzando attivit\u00e0 di alta formazione assolutamente all\u2019avanguardia. Ad ogni modo, si registrano ancora divari enormi nelle politiche effettive in favore della ricerca attuate dai diversi Paesi, anche all\u2019interno del gruppo delle nazioni leader: \u00e8 quasi scontato, purtroppo, riferire a questo proposito il caso dell\u2019Italia dove, pur riconoscendo a parole l\u2019importanza capitale di una ricerca solida, anche finanziata dal settore privato, per poter dotare le imprese di tecnologie a elevate prestazioni e consentire loro, di conseguenza, di essere concorrenziali sui mercati internazionali, il numero di ricercatori impiegati nelle aziende \u00e8 cinque volte inferiore a quello di Stati Uniti, Giappone e Svezia. Per non parlare poi della fuga di cervelli, che decidono di lasciare l\u2019Italia per trovare migliori opportunit\u00e0 di lavoro e stipendi pi\u00f9 alti oltrech\u00e9 la valorizzazione di merito e competenze a scapito di raccomandazioni, burocrazia e scarso turnover. Per ogni \u201ccervello che fugge\u201d, per\u00f2, c\u2019\u00e8 senz&#8217;altro un Paese pronto e ben felice di accoglierlo e ve ne sono alcuni che fanno dell\u2019attrazione del personale altamente qualificato e specializzato una vera e propria arma di guerra economica: \u00e8 il caso degli Stati Uniti, che a pi\u00f9 riprese nel corso del XX secolo sono stati un porto d\u2019approdo delle menti migliori dei quattro angoli del globo, a cominciare dalle \u00e9lite ebraiche in fuga dall&#8217;Europa nazifascista, proseguendo con le decine di fisici e matematici ex sovietici arrivati negli anni Novanta e, infine, arrivando fino ai giorni nostri, in cui le universit\u00e0 statunitensi sono popolate di ingegneri ed economisti indiani e cinesi. Se si considera il fatto che tre quarti di loro si stabiliscono definitivamente negli Stati Uniti una volta terminati i loro studi, si pu\u00f2 dedurre facilmente il vantaggio che ne deriva per l\u2019economia americana. Direttamente collegata con la ricerca \u00e8 l\u2019innovazione, motore propulsivo di fondamentale importanza per le imprese e su cui lo Stato ha tutto l\u2019interesse di investire. L\u2019esempio dei brevetti mostra quanto la collaborazione fra questi due attori possa rivelarsi fruttuosa. La classifica mondiale delle potenze in termini di deposito di brevetti certifica il primato cinese, il cui ufficio brevetti dal 2013 \u00e8 ormai il primo al mondo con un quarto del totale delle richieste, seguito a ruota dagli Stati Uniti, mentre il ruolo dell\u2019Europa perde progressivamente di rilevanza a discapito di una massiccia presenza asiatica, dato che le altre prime posizioni sono occupate da Giappone, Corea e India. La maggior parte dei brevetti depositati in tutto il mondo \u00e8 a opera di imprese del settore privato (Matsushita, Philips, Siemens, Huawei, Bosch, Toyota, Microsoft, solo per citarne alcune) che per\u00f2 senza l\u2019azione dello Stato \u2013 soprattutto in epoche passate (ci riferiamo qui al ruolo decisivo in termini di ricerca e sviluppo dei comandi militari americani, o del MITI giapponese) \u2013 non avrebbero mai potuto raggiungere i risultati odierni. \u00c8 pur sempre opera dello Stato perfino la predisposizione di un ambiente normativo favorevole e sufficientemente tutelato in questo settore, per cui la ricerca dei brevetti pu\u00f2 essere considerata a tutti gli effetti un affare nazionale, una garanzia di produttivit\u00e0, insomma: un\u2019arma decisiva per gli scontri commerciali fra nazioni. Passando dall\u2019ampio campo della gestione della conoscenza nelle sue diverse forme quale strumento di guerra economica a quello della competitivit\u00e0, possiamo affermare che su questo terreno lo Stato pu\u00f2 giocare a pieno tutte le sue carte. \u00c8 nel suo massimo interesse, d\u2019altronde, far s\u00ec che le sue imprese siano dotate il pi\u00f9 possibile della capacit\u00e0 di affrontare la concorrenza sui mercati esterni e interni. In un momento storico come quello che si sta attraversando, in cui i travolgimenti nell\u2019ambito delle posizioni di potenza sono di notevole portata, vediamo come a fronte dell\u2019avanzamento imponente di alcuni Stati sui mercati internazionali (negli scambi a livello globale, la percentuale cinese \u00e8 passata dal 2% al 9% nel giro di poco pi\u00f9 di vent\u2019anni) altri, storicamente ben piazzati, indietreggiano (\u00e8 il caso della Francia, che nello stesso arco di tempo \u00e8 passata dal 6% a circa il 4%), mentre altri ancora mantengono le proprie posizioni (la Germania \u00e8 esempio di notevole continuit\u00e0, dal momento che mantiene saldamente il primo posto con una quota che si aggira intorno al 10%). Il ruolo dello Stato \u00e8 qui quello di coordinatore, di fornitore di strumenti di lettura, comprensione e interpretazione del terreno degli scambi internazionali, possibile grazie alle conoscenze nei pi\u00f9 disparati ambiti che almeno una parte dei suoi funzionari dovrebbe avere degli altri Stati. Prendendo l\u2019esempio della Francia, questo ruolo viene svolto in gran parte dal Segretariato di Stato per il Commercio estero, impegnato in questi anni di crisi economica soprattutto a contenere l\u2019erosione della quota francese sui mercati mondiali la quale, seppur imputabile a cambiamenti per lo pi\u00f9 inevitabili e che coinvolgono tutti i grandi Paesi occidentali, resta tuttavia preoccupante per la bilancia economica nazionale. A questo scopo, \u00e8 stata recentemente riformata l\u2019Agenzia nazionale di promozione dell\u2019esportazione, Ubifrance, incaricata di promuovere le esportazioni grazie all\u2019apporto delle proprie competenze ed expertise nei confronti delle imprese francesi. In Italia, l\u2019organismo con funzioni praticamente sovrapponibili a quelle di Ubifrance \u00e8 l\u2019Agenzia ICE, che ha il compito di agevolare, sviluppare e promuovere i rapporti economici e commerciali italiani con l\u2019estero, in particolare delle piccole e medie imprese, e che opera per incentivare l\u2019internazionalizzazione delle imprese italiane nonch\u00e9 la commercializzazione dei beni e servizi nazionali sui mercati internazionali. Anche il ruolo attivo dello Stato nella negoziazione di grossi contratti di produzione rientra nella pi\u00f9 generale promozione della competitivit\u00e0 e concretizza quella cooperazione con le imprese spesso invocata ma sempre di difficile attuazione: il partenariato fra gli Stati Uniti e le imprese di armamenti e del settore dell\u2019aeronautica \u00e8 un buon esempio di questo aspetto. La competitivit\u00e0 \u00e8 un indice applicabile alle imprese; l\u2019attrattivit\u00e0 invece \u00e8 una caratteristica propria dei territori: attirare investimenti esteri diretti significa produrre occupazione nazionale e beneficiare di un ritorno fiscale. Politica fiscale, gestione del territorio e cultura ne sono le componenti. Per quanto riguarda la politica fiscale, abbiamo gi\u00e0 visto in precedenza come questo sia un nodo dolente dell\u2019attrattivit\u00e0 italiana, anche se altri Stati europei, in particolare il Belgio e la Francia, hanno tassi d\u2019imposta sulle societ\u00e0 non molto distanti. Al contrario, il caso dell\u2019Irlanda \u00e8 esemplificativo del fatto che una politica fiscale \u201cleggera\u201d nei confronti delle imprese funge fortemente da incentivo agli investimenti diretti esteri: con una tassazione che si aggira intorno al 15%, peraltro fortemente osteggiata dall\u2019UE, la \u201ctigre celtica\u201d \u00e8 riuscita cos\u00ec ad attirare soprattutto imprese straniere nel settore delle alte tecnologie e informatico (da Adobe a eBay, passando per Yahoo!), sostenendo in gran parte la propria crescita economica. La Cina invece, in questo ambito, ha sviluppato una politica di istituzione di aree economiche speciali nelle province di Guangdong, Fujian e Hainan e di sviluppo di regimi fiscali particolarmente attraenti da applicare proprio in queste aree alle imprese straniere che scelgono di insediarvisi. Per quanto riguarda la gestione del territorio, si intende qui il livello di sviluppo delle infrastrutture necessarie alle imprese per rifornirsi di materie prime, per portare ai quattro angoli del mondo i risultati della produzione e per comunicare fra di loro: collegamenti aerei, ferrovie ad alta velocit\u00e0, strade e porti, connessioni internet ad alta velocit\u00e0 e copertura per la telefonia mobile, che ha ormai quasi ovunque soppiantato la rete di telefonia fissa e in intere parti del mondo, ad esempio nell\u2019Africa subsahariana, dove ne rende addirittura inutile l\u2019estensione. Per quanto riguarda, infine, la cultura, si tratta dell\u2019elemento pi\u00f9 impalpabile ma non per questo meno sfruttabile del soft power, come lo definisce Joseph Nye. A differenza di molti altri elementi analizzati, questo \u00e8 indubbiamente una caratteristica che l\u2019Italia possiede pienamente e da cui pu\u00f2 trarre profitto, come ripetutamente si \u00e8 prodigato a ripetere e promuovere il suo attuale Primo Ministro e come ha saputo dimostrare in occasione di Expo 2015, dove l\u2019\u201cItalian way of life\u201d fondato su un benessere alleato del gusto e della bellezza non ha mancato di attrarre una vasta platea di potenziali investitori. L\u2019ultima arma strategica che prendiamo in considerazione qui, nell\u2019ambito della guerra coperta, \u00e8 l\u2019intelligence economica, che l\u2019Alto Responsabile presso il Segretariato Generale della Difesa francese Alain Juillet definisce come una modalit\u00e0 di governance focalizzata sul controllo dell\u2019informazione strategica e che mira alla competitivit\u00e0 e la sicurezza sia dell\u2019economia che delle imprese. Altri due grandi esperti di guerra economica, Christian Harbulot ed \u00c9ric Delbecque, hanno proposto le loro definizioni di intelligence economica. Il primo l\u2019ha definita come la costante ricerca e interpretazione delle informazioni accessibili a tutti, con l\u2019intento di decifrare le intenzioni degli attori e intuire le capacit\u00e0. Il secondo invece l\u2019ha individuata nella cultura di lotta economica, ossia nella competenza \u2013intesa come l\u2019insieme di metodi e di strumenti di sorveglianza, di sicurezza e di influenza\u2013e nella politica pubblica, che mira ad accrescere la potenza tramite l\u2019elaborazione e l\u2019attuazione di strategie geo-economiche, oltre che tramite azioni in favore del controllo collettivo dell\u2019informazione strategica. L\u2019intelligence viene qui naturalmente intesa nella sua accezione originaria di derivazione anglosassone, ossia come raccolta di informazioni per sapersi muovere meglio sul terreno, qualunque esso sia, e non tanto negli aspetti esacerbati dello spionaggio e degli agenti segreti tipici dell\u2019epoca della Guerra Fredda, in cui ci\u00f2 che si privilegiava era una cultura dell\u2019informazione ad appannaggio di pochi, oscuri esperti e incurante dell\u2019illegalit\u00e0 dei mezzi utilizzati (trasferimenti di tecnologia, furti di materiale informatico, licenziamenti di quadri strategici, ecc.). Analizzando pi\u00f9 nel dettaglio in cosa consista l\u2019intelligence economica, ossia le applicazioni concrete di quella che a volte viene definita impropriamente \u201cguerra dell\u2019informazione\u201d, possiamo distinguere tre campi d\u2019azione: la veglia, la protezione dell\u2019informazione e la realizzazione di lobby. La prima, in particolare, si concretizza nella sorveglianza dell\u2019ambiente economico di riferimento in modo da individuare con una certa prontezza eventuali minacce da cui difendersi o occasioni da cogliere; si divide nelle sette tipologie di veglia concorrenziale, commerciale, tecnologica, geografica, geopolitica, legislativa e societaria. Tutto ci\u00f2 a favore di una crescita di influenza, e quindi di potenza, di quegli Stati in grado di mettere in campo un tale dispositivo. Il punto di vista che qui si propone, infatti, privilegia la capacit\u00e0 dello Stato di usare quest\u2019arma strategica, piuttosto che quella delle singole imprese che la usano allo scopo di ampliare il proprio giro d\u2019affari e di aumentare i profitti. Contemporaneamente strumento offensivo e difensivo, come quando viene usato per prevedere un\u2019alleanza fra concorrenti o praticare la disinformazione, l\u2019intelligence economica \u00e8 il fiore all\u2019occhiello delle politiche di guerra economica, vista l\u2019importanza assunta dall\u2019informazione nelle economie moderne. \u00c8 su questo terreno, peraltro, che si rende maggiormente necessaria una stretta collaborazione fra Stato e imprese, sul modello sviluppato in Giappone nell\u2019immediato dopoguerra, quando la fondazione della Japan External Trade Organization si affianc\u00f2 al lavoro del gi\u00e0 citato MITI. L\u2019intensificazione dei legami commerciali con gli altri Stati veniva perci\u00f2 supportata dagli ampi poteri assegnati a quest\u2019ultimo, in una realt\u00e0 non solo economica ma anche culturale dove la partecipazione allo sforzo di rendere grande la propria nazione attraverso i primati in termini di innovazione tecnologica e proiezione commerciale \u00e8 un dovere morale di ogni singolo cittadino. Non a caso, dell\u2019intero budget nazionale destinato a ricerca e sviluppo, una cifra compresa fra il 10 e il 15% viene destinata in Giappone all\u2019informazione scientifica e tecnica. Qualcosa di analogo avviene anche negli Stati Uniti, anche se ancora formalmente mascherato da un discorso ufficiale di competizione leale. L\u2019amministrazione americana ha infatti messo in piedi un servizio di \u201ccontro-intelligence\u201d, derivato da un ampliamento delle prerogative della CIA che in questo modo svolge un ruolo attivo nello spionaggio industriale, per fornire alle proprie imprese informazioni segrete relative ai loro concorrenti stranieri. Dopo aver analizzato ampiamente le armi utilizzate nella guerra economica coperta (formazione dei quadri dirigenziali, politiche di competitivit\u00e0 e di attrattivit\u00e0, dispositivi di intelligence economica), conviene ora passare in rassegna le diverse armi offensive a disposizione degli Stati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\nNel corso del presente contributo si sono gi\u00e0 citate le sanzioni quale forma di guerra economica condotta con finalit\u00e0 politico-strategiche. Una modalit\u00e0 che risulta ancora pi\u00f9 soffocante per l\u2019avversario \u00e8 quella del boicottaggio, quando non del blocco alle vendite: ne sono esempi l\u2019arma alimentare usata dal presidente Carter nel 1979 per bloccare le vendite di cereali all\u2019URSS in occasione dell\u2019invasione dell\u2019Afghanistan da parte dell\u2019Armata Rossa, l\u2019attuale minaccia di chiusura dei rubinetti del gas da parte della Russia nei confronti dell\u2019Europa, o ancora il boicottaggio a danno dei prodotti francesi in Cina nel 2008 causato dal sostegno dato da Parigi al Tibet, questione peraltro scoppiata alla vigilia dei giochi olimpici di Pechino anche in molti altri Paesi occidentali in seguito alla repressione cinese della ribellione dei monaci tibetani. Un\u2019altra misura che potrebbe essere interpretata come ritorsione \u00e8 il contingentamento delle importazioni: vietato nell\u2019Unione Europea, \u00e8 invece ampiamente usato dagli Stati Uniti nei settori pi\u00f9 disparati, che vanno dal formaggio alle automobili, misura quest\u2019ultima volta a tutelare le grandi societ\u00e0 produttrici americane a detrimento dei prodotti giapponesi, con Tokyo che ha preferito negoziare in questo senso piuttosto che correre il rischio di essere soggetto a restrizioni ancora pi\u00f9 sfavorevoli. Vi sono poi i picchi tariffari, ovvero dazi doganali superiori al 100%, spesso applicati sui prodotti agricoli provenienti da determinati Paesi (si vedano ad esempio le condizioni di adesione all\u2019OMC imposte all\u2019Afghanistan nel 2014, alla fine dei negoziati). A queste armi dirette si affiancano, come si vede ora, altrettante armi offensive indirette della guerra economica aperta. Innanzitutto la cosiddetta \u201cdiplomazia degli affari\u201d che, pur essendo una pratica dalla lunga tradizione, \u00e8 stata perfezionata dall\u2019amministrazione Clinton: essa consiste in una sorta di assalto massiccio delle imprese sui mercati esteri, supportata da un\u2019attenta preparazione nel terreno (liberalizzazione degli scambi con il Paese interessato), da un\u2019approfondita conoscenza del campo dello scontro (informazione industriale e commerciale) e da una sapiente regia statale (nel caso degli Stati Uniti degli anni Novanta, l\u2019Advocacy Center informalmente chiamato \u201cWar room\u201d, incaricato di sorvegliare costantemente i mercati industriali mondiali). Se si affronta pi\u00f9 nel dettaglio il primo di questi elementi, la liberalizzazione degli scambi, vediamo come e quanto sia stato usato soprattutto dagli Stati Uniti come una vera e propria arma. I trattati di libero scambio da essi conclusi, infatti, hanno sempre rivelato la loro potenza offensiva in quanto strumenti di relazione diseguale tra uno Stato forte, da un lato, e uno Stato debole, dall\u2019altro, asimmetria che ha sempre penalizzato quest\u2019ultima controparte, naturalmente. \u00c8 il caso, ad esempio, delle relazioni commerciali mantenute con gli Stati dell\u2019America centrale (la cui quasi totalit\u00e0 dei Paesi ha concluso simili accordi con Washington): nient\u2019altro che un\u2019evoluzione post-Guerra Fredda dell\u2019idea di manifest destiny, della dottrina Monroe e del corollario Roosvelt. Questi accordi sono spesso molto pi\u00f9 intransigenti degli standard dell\u2019OMC ai quali tutti appartengono: la supremazia statunitense si afferma gioco forza per l\u2019importanza rivestita nella bilancia commerciale di questi Stati, di cui sono il primo partner commerciale, e permette di imporre unilateralmente norme sbilanciate in loro favore, ad esempio sui brevetti (allungamento della durata di protezione dei brevetti, oppure allargamento delle condizioni di brevettabilit\u00e0, che permettono di porre dei brevetti su prodotti gi\u00e0 commercializzati) e, di conseguenza, di conservare la leadership. Gli Stati Uniti, dunque, non schiacciano il loro avversario economico con la forza, ma si accontentano in qualche modo di definire regole del gioco favorevoli ai propri interessi. L\u2019ultima evoluzione in termini di armi offensive nella guerra economica sono i fondi sovrani che hanno fatto la loro irruzione sullo scenario finanziario mondiale negli ultimi vent\u2019anni e che, per la portata del loro impatto sull\u2019economia internazionale, ci si potrebbe arrischiare a paragonare a vere e proprie armi di distruzione di massa. Si tratta di fondi d\u2019investimento internazionale del risparmio nazionale che, essendo difficilmente depositabile nei circuiti bancari classici per l\u2019eccezionalit\u00e0 del loro importo (le stime indicano una cifra di pi\u00f9 di 16.000 miliardi di dollari solo per i Paesi dell\u2019Asia orientale), viene direttamente controllato dagli Stati o dalle banche centrali. Sono stati pensati in origine come strumenti finanziari destinati a valorizzare un capitale rilevante dello Stato e destinato alle generazioni future (\u00e8 questo il caso del fondo sovrano norvegese). La maggior parte di questi fondi \u00e8 stata costituita da Stati esportatori di petrolio, da un lato, e da Paesi dell\u2019Asia orientale la cui bilancia corrente registra saldi dell\u2019ordine del 6,5% del PIL, dall\u2019altro, per investire le loro ingenti eccedenze commerciali e si sono configurati come potente mezzo di intervento negli equilibri economici mondiali soprattutto in seguito alla crisi dei subprime, quando un certo numero di essi \u00e8 entrato nel capitale di gruppi prestigiosi (Citigroup, Merrill Lynch, Morgan Stanley) allo scopo di salvarli con iniezioni di liquidit\u00e0. Esemplificativo \u00e8 il caso di Citigroup: primo gruppo finanziario mondiale fino al 2007, di fronte ai problemi di liquidit\u00e0 derivati dalle speculazioni dei subprime ha fatto appello a diversi fondi fra cui quelli di Singapore, del Kuwait e di Abu Dhabi. Il salvataggio c\u2019\u00e8 effettivamente stato, ma a condizioni dettate naturalmente dai nuovi investitori: garanzia di rendimenti elevati delle azioni (dal 9 all\u201911% annuo), prezzi minimi garantiti anche in caso di crollo dei valori e decisioni prese non pi\u00f9 nella sede della casa madre negli Stati Uniti, bens\u00ec nel palazzo di uno degli emiri proprietari del fondo sovrano, elemento territoriale puramente simbolico ma molto eloquente di qual \u00e8 lo Stato che ora ne detiene il controllo. Risulta quindi evidente come un tale massiccio intervento non sia affatto neutro e che, di conseguenza, sia a tutti gli effetti una forma di controllo da parte degli Stati di cui tali fondi sono emanazione. Il sospetto \u00e8 che, anche grazie a politiche e gestioni non esattamente trasparenti, essi servano interessi politici e geopolitici dei Paesi emergenti e vengano perci\u00f2 percepiti come una minaccia economica importante dai Paesi occidentali. Basti pensare che il fondo di Abu Dhabi da solo avrebbe potuto acquisire, prima della crisi, le prime nove imprese quotate nel pi\u00f9 importante indice della piazza parigina e che la China Investment Company, fondata nel 2007, si posiziona gi\u00e0 al 6\u00b0 posto mondiale per quantit\u00e0 di capitale. La miglior prova del fatto che sono percepiti come una minaccia \u00e8 la recente adozione di misure destinate a ostacolarne la capacit\u00e0 di acquisizione. Questo dispositivo ha una certa tradizione negli Stati Uniti, dove il Committee on Foreign Investments pu\u00f2 consigliare al Presidente di rifiutare un investimento straniero che minaccerebbe un\u2019impresa americana giudicata strategica. Accanto alle armi, vi sono i dispositivi di protezione e di difesa. Naturalmente, attacco e difesa sono strumenti che concorrono insieme a definire una stessa strategia e perci\u00f2 il loro uso ha pari importanza all\u2019interno della guerra economica. Libero scambio s\u00ec, dunque, ma a patto di poter adeguatamente tutelare il tessuto industriale interno e le ricadute che la sua tenuta ha in ambito politico e sociale; se dunque le varie teorie elaborate dagli specialisti non soddisfano questo principio pragmatico, gli Stati non si fanno alcuna remora a ignorarle e ad agire nel senso protettivo appena indicato. \u00c8 il motivo per cui non bisogner\u00e0 meravigliarsi che certi mezzi di difesa presentati qui siano gi\u00e0 stati annoverati nella categoria delle armi appena presentate: gli stessi strumenti della guerra economica possono rivelarsi contemporaneamente armi potenti e scudi resistenti in funzione del contesto. I dispositivi di protezione e di difesa che vedremo sono: la moneta, l\u2019unfairtrade, le barriere doganali e tariffarie, le quote d\u2019importazione, le sovvenzioni alle esportazioni, il patriottismo economico sotto forma di consumo patriottico e il soft power normativo. Per quanto riguarda la moneta, la svalutazione \u00e8 un potente mezzo di stimolo alle esportazioni in periodo di recessione, come hanno dimostrato le azioni della Bank of England fra il 2008 e il 2009 in favore della sterlina nei confronti dell\u2019euro e la svalutazione di yen e yuan. La moneta svolge cos\u00ec il doppio ruolo di strumento difensivo, poich\u00e9 diminuisce la competitivit\u00e0 dell\u2019avversario, e di arma, in quanto consente una pi\u00f9 facile penetrazione dei mercati esteri. La questione dell\u2019unfairtrade si richiama a una legge statunitense del 1962, la cosiddetta \u201c301\u201d, che aveva lo scopo di sanzionare Stati e imprese appartenenti al proprio blocco che si rendessero colpevoli di comportamento sleale ovvero, concretamente, commerciassero con l\u2019URSS o con Cuba, e autorizzava il Presidente in persona a rispondere agli atti \u201cingiustificabili\u201d, \u201cimmotivati\u201d o \u201cdiscriminatori\u201d di questo tipo. Se ci\u00f2 \u00e8 facile da comprendere in un contesto di Guerra Fredda, in cui le alleanze politico-strategiche regolavano abbastanza rigidamente le relazioni internazionali, risulta forse meno accettabile in un contesto di distensione e multilateralismo come quello odierno, eppure si tratta di atteggiamenti tutt\u2019altro che desueti. Negli anni Novanta il Presidente Clinton, che in pi\u00f9 occasioni si \u00e8 dimostrato come un forte sostenitore della logica di guerra economica, ha rinnovato la cosiddetta \u201csuper-301\u201d emanata nel 1984 allo scopo di individuare gli ostacoli alle importazioni americane e combatterli con misure di ritorsione. Il caso, citato in precedenza in merito al boicottaggio, delle misure di tutela delle grandi case automobilistiche a scapito dei prodotti giapponesi, accettate da Tokyo per non correre il rischio di essere soggetto a restrizioni ancora pi\u00f9 sfavorevoli, nacque proprio a causa della minaccia americana di ricorrere alla \u201csuper-301\u201d, con sovrattasse anche del 100%. L\u2019istituzione dell\u2019OMC e del relativo organismo di regolazione delle controversie, sorta di arena giuridica dove si affrontano le potenze per far valere i loro diritti, dovrebbe prevenire il ricorso a questo tipo di misure. Il funzionamento dell\u2019Organo di Conciliazione si basa su norme precise e su una serie di scadenze predefinite per l\u2019esame di ciascun caso. La procedura dura in totale al massimo un anno e tre mesi (solo un anno in assenza di appello): le decisioni iniziali sono prese da un gruppo speciale, previa consultazione di entrambe le parti cui viene anche presentato il rapporto finale (entro sei mesi), e approvate o rifiutate dall\u2019insieme dei membri dell\u2019OMC. Tuttavia l\u2019obiettivo dell\u2019organismo, pi\u00f9 che essere l\u2019emissione di un giudizio, sarebbe di conciliare, per l\u2019appunto, le controversie e arrivare a una negoziazione consensuale della risoluzione da parte delle due parti in causa; un\u2019eccezione a questa funzione particolare, che peraltro normalmente si realizza nei fatti, \u00e8 stata la cosiddetta \u201cguerra delle banane\u201d che ha contrapposto i Paesi ACP a quelli dell\u2019America Latina. Negli ultimi tempi, l\u2019Organo di Conciliazione ha registrato un aumento del numero di ricorsi, segno per i suoi funzionari della fiducia che gli Stati riporrebbero nelle sue procedure e decisioni. Tuttavia, in un contesto di competizione sempre maggiore, esso potrebbe anche essere uno fra i tanti mezzi di cui gli Stati si servono per vincere le battaglie economiche che li oppongono e, per questo, un rivelatore particolarmente paradigmatico della situazione di guerra economica al tempo della globalizzazione. Per quanto riguarda le barriere doganali o tariffarie, si tratta dei mezzi difensivi pi\u00f9 antichi di cui gli Stati dispongono per tutelarsi contro le strategie offensive sviluppate dai loro avversari. Sono un tipo di misura attuata soprattutto dai Paesi in via di sviluppo, che la adottano per proteggersi dalle importazioni provenienti dalle nazioni industrializzate (l\u2019economista tedesco propone la definizione, in questo caso, di \u201cprotezionismo educativo\u201d). Dal canto loro, i Paesi occidentali si servono delle tariffe doganali per proteggere l\u2019occupazione industriale, il che, se da un lato ha costi elevati in termini economici, dall\u2019altro \u00e8 politicamente molto favorito in ragione della sua influenza sugli equilibri sociali. D\u2019altra parte, \u00e8 doveroso ricordare come dalla fine della Seconda Guerra Mondiale le tariffe doganali siano costantemente scese, passando dal 44% degli anni Trenta del Novecento all\u2019attuale valore inferiore al 5%. Gi\u00e0 si \u00e8 parlato del contingentamento delle importazioni, con cui sono strettamente imparentate le quote di importazione, la forma pi\u00f9 importante di barriera non tariffaria. Delimitando direttamente la quantit\u00e0 di prodotti di un certo tipo che possono essere importati, esse vengono usate per proteggere determinati settori nazionali oppure per equilibrare la bilancia dei pagamenti. Anche in questo caso, sono gli Stati Uniti a fornirci un buon esempio con la loro quota d\u2019importazione sulle importazioni di zucchero: a fronte di una limitazione ben definita della quantit\u00e0 di zucchero importato e di una conseguente maggiorazione del prezzo sul prodotto finale venduto al consumatore, il settore zuccheriero statunitense, piccolo in termini di numeri di occupati, non conosce crisi. Le quote derivano appunto da una scelta politica, quella di conservare l\u2019occupazione in determinati settori: la razionalit\u00e0 economica liberale imporrebbe la soppressione delle quote per abbassare il prezzo del prodotto finale e diversificare il consumo, ma in guerra economica qualunque teoria non funzionale al mantenimento di una logica di potenza e di indipendenza risulta sostanzialmente inapplicabile. Questa sorta di \u201cnuovo protezionismo\u201d si manifesta, oltre che nelle importazioni, anche nelle esportazioni, sotto forma di sovvenzioni pubbliche a una determinata impresa o settore di produzione. Conosciute anche con il nome di dumping, sono ufficialmente illegali (si veda ad esempio quanto stabilito dal regolamento CE n. 1225\/2009 del Consiglio dell\u2019UE), ma spesso vengono attuate in maniera indiretta. In questo senso, rivestono particolare importanza le sovvenzioni agricole: sia l\u2019Unione Europea che gli Stati Uniti erogano consistenti aiuti di Stato ai rispettivi agricoltori, a detrimento di tutti quei Paesi, soprattutto africani, la cui economia si regge sul settore primario ma che, non detenendo alcun potere sullo scacchiere economico internazionale, sono fortemente penalizzati e non riescono neppure ad accedere al mercato mondiale delle derrate alimentari. C\u2019\u00e8 da dire che, almeno formalmente, sia l\u2019UE che gli USA si sono impegnati a rivedere PAC e varie Farm Bill ma, non essendo stati fissati dei tempi per farlo, la partita non \u00e8 ancora neppure aperta. Quando si parla di patriottismo economico si fa riferimento a un famoso discorso del 2005 dell\u2019allora Primo Ministro francese Dominique de Villepin, nel quale si affermava la necessit\u00e0 da parte dello Stato di difendere le imprese nazionali strategiche, soprattutto in settori di punta o comunque considerati parte del patrimonio industriale nazionale. In realt\u00e0, tale concetto sarebbe nato gi\u00e0 negli anni Novanta, sempre in territorio francese, in concomitanza con la fase successiva alla fine della Guerra Fredda di massima espansione della globalizzazione, che rappresentava una potenziale minaccia per le imprese dalla capitalizzazione fragile. La definizione usata da Villepin si rifarebbe invece a un rapporto presentato nel 2003 dal deputato Bernard Carayon su \u201cIntelligence economica, competitivit\u00e0 e coesione sociale\u201d, dalla fortuna altalenante (condiviso da politici e imprenditori, ma ritenuto insufficiente nelle sue analisi da molti economisti). In esso viene ampiamente esposta e dimostrata l\u2019esigenza di dare una connotazione maggiormente patriottica alla politica economica francese, definendo a tal proposito tutta una serie di obiettivi da raggiungere: definizione di interessi comuni fra Stato e settore privato, la tutela di questi interessi come misura di legittima difesa dall\u2019assunzione di controllo da parte di capitali stranieri, la successiva conquista di porzioni di mercato mondiale promuovendo l\u2019eccellenza di determinati settori e aumentandone la competitivit\u00e0. \u00c8 proprio seguendo le idee presenti in questo rapporto che \u00e8 emanato il decreto del 31 dicembre 2005, voluto da Villepin, sulla protezione della produzione di settori quali la difesa, le tecnologie dell\u2019informazione, la sicurezza privata e i sistemi di intercettazione delle informazioni. D\u2019altra parte, la Francia non \u00e8 la sola a fare ricorso a questo strumento di difesa nella guerra economica: l\u2019Unione Europea stessa, con l\u2019istituzione nel 2004 della forma giuridica della \u201csociet\u00e0 europea\u201d, persegue chiaramente l\u2019obiettivo di consolidare la dimensione europea di queste imprese a discapito di possibili assunzioni di controllo da parte di entit\u00e0 straniere nei loro confronti. Per non parlare poi degli Stati Uniti, dove il Committee on Foreign Investment ha diritto di veto sulle operazioni d\u2019acquisto di imprese americane da parte di societ\u00e0 straniere, o ancora della Germania, dove nel 2010 il governo della cancelliera Merkel ha impedito l\u2019acquisizione di Opel da parte di Fiat-Chrysler. Per quanto riguarda il soft power normativo, l\u2019esempio principe che merita di essere preso in considerazione \u00e8 quello delle negoziazioni commerciali multilaterali. L\u2019OMC \u00e8 quindi diventata teatro di scontri contrapposti per promuovere e ampliare sempre pi\u00f9 il libero scambio, da un lato, e proteggere il vantaggio tecnologico dei Paesi industrializzati, dall\u2019altro. \u00c8 ovvio che ad esserne svantaggiati risultano soprattutto i Paesi in via di sviluppo del Sud del mondo, perch\u00e9 la mancata liberalizzazione di determinati brevetti in campo medico, ad esempio, impedisce a questi Stati di produrre medicinali a basso costo. Un\u2019OMC ostaggio dei Paesi occidentali, che ha portato fra le altre cose al fallimento nel 2011 del Doha Round dopo dieci anni di negoziati, non \u00e8 altro che una misura di difesa contro quei Paesi emergenti \u2013 India in testa con il suo potenziale di produzione nelle biotecnologie \u2013 che potrebbero cos\u00ec aspirare non solo all\u2019indipendenza economica in determinati settori, ma anche a imporsi come leader sui mercati internazionali. Altro terreno su cui si disputa un\u2019importante partita intorno al soft power \u00e8 senza dubbio il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP): non un semplice accordo commerciale di libero scambio per la libera circolazione di merci e servizi, ma anche un accordo di tipo normativo, volto a rimuovere le molte differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti e regole di sicurezza e sanitarie presenti fra Unione Europea e Stati Uniti, che hanno ancora alcune carte da giocarsi in merito. Questo partenariato, qualora e quando entrasse in vigore, creerebbe l\u2019area di libero scambio pi\u00f9 grande del pianeta, equivalente a circa la met\u00e0 del PIL e un terzo degli scambi commerciali globali: tutto il mondo ne gioverebbe e sarebbe ipotizzabile imboccare nuovamente la strada del multilateralismo nella liberalizzazione commerciale, che attraversa un momento di stallo nonostante la volont\u00e0 di unificare il commercio mondiale. La frammentazione giuridica attuale, infatti, favorisce la costruzione del teatro della guerra economica, con la regola del pi\u00f9 forte (del pi\u00f9 potente) a prevalere su qualsiasi altra logica razionale. Infine, fra gli strumenti difensivi citati in apertura di questa sezione vi \u00e8 il consumo patriottico, che consiste semplicemente nel privilegiare l\u2019acquisto di prodotti nazionali, piuttosto che stranieri, nei pi\u00f9 disparati settori. Esso pu\u00f2 essere incentivato dallo Stato oppure no, ma in entrambi i casi fornisce una difesa efficace contro gli attacchi della guerra economica. Il primo caso \u00e8 rappresentato dagli Stati Uniti, dove una misura protezionistica adottata in piena Grande Depressione, il Buy American Act promosso da Roosevelt e approvato nel 1933 come una delle misure volte a risollevare il Paese dalla recessione economica, \u00e8 ancora in vigore a giustificare una politica che accorda ufficialmente la preferenza alle imprese americane. In questo quadro si inserisce, ad esempio, il conflitto fra Boeing e Airbus per la fornitura di una commessa all\u2019aviazione statunitense: l\u2019impresa europea era stata selezionata per le sue migliori prestazioni, ma il Pentagono ha comunque deliberato di annullare l\u2019offerta e di rimetterla alla decisione della prima amministrazione Obama all\u2019indomani del suo insediamento, favorendo cos\u00ec implicitamente Boeing in questa partita. In Giappone, invece, le modalit\u00e0 di consumo patriottico sono completamente diverse: lo Stato non ne ha alcuna responsabilit\u00e0, ma sono di fatto i consumatori a preferire per la stragrande maggioranza i prodotti nazionali. Ne sono un esempio il mercato dell\u2019automobile, detenuto per il 95% da marchi nipponici, o il recente blocco della commercializzazione di prodotti elettronici targati Samsung nel Paese del Sol Levante, dovuto a una penetrazione difficilissima del mercato giapponese che lasciava all\u2019azienda coreana un misero 1% dell\u2019intero mercato dell\u2019elettronica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Conclusioni<br \/>\nQuesto contributo era iniziato con gli auspici dei grandi pensatori dell\u2019Ottocento circa la realizzazione di uno scenario di pace perpetua dove il libero scambio delle merci e delle idee avrebbe sostituito gli scontri militari fra nazioni per la supremazia politica ed economica. Nonostante le apparenti promesse del multilateralismo degli anni Novanta e una globalizzazione che teoricamente poneva le basi perch\u00e9 questo progetto si avverasse, le lotte a tutto campo per il controllo dei mercati e delle risorse continuano a infuriare.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/2019\/11\/30\/una-nuova-tipologia-di-guerra-la-guerra-economica-3a-parte-di-giuseppe-gagliano\/\">http:\/\/italiaeilmondo.com\/2019\/11\/30\/una-nuova-tipologia-di-guerra-la-guerra-economica-3a-parte-di-giuseppe-gagliano\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di\u00a0GIUSEPPE GAGLIANO Le armi della guerra economica La presente sezione sar\u00e0 dedicata all\u2019analisi dettagliata delle armi utilizzate dagli Stati nella guerra economica per vincerla e affermare la loro potenza. Le prime che prenderemo in considerazione sono le armi di tipo indiretto, che agiscono nelle retrovie e contribuiscono a plasmare il dispositivo di una \u201cguerra coperta\u201d. All\u2019interno di questo insieme molto particolare di strumenti di guerra economica, quello che pi\u00f9 agisce a monte di tutti \u00e8&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":97,"featured_media":25122,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/germinario-italiaeilmondo.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-ecS","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/54614"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/97"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=54614"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/54614\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":54615,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/54614\/revisions\/54615"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/25122"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=54614"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=54614"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=54614"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}