{"id":54617,"date":"2019-12-02T09:30:21","date_gmt":"2019-12-02T08:30:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=54617"},"modified":"2019-12-01T16:41:58","modified_gmt":"2019-12-01T15:41:58","slug":"lenin-rockefeller-e-la-politica-struttura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=54617","title":{"rendered":"Lenin, Rockefeller e la politica struttura"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">di <strong>MARX XXI<\/strong> (<strong>Daniele Burgio<\/strong>,\u00a0<strong>Massimo Leoni<\/strong>\u00a0e<strong> Roberto Sidoli)\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<em><strong>Pubblichiamo in anteprima un breve capitolo del libro \u201cEffetto di sdoppiamento, il \u201cparadosso di Lenin\u201d e la politica-struttura.\u201d con contributi di Giorgio Galli, Alessandro Pascale, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, e che verr\u00e0 pubblicato a fine anno.<\/strong><\/em><\/p>\n<p><em><strong>Lo scritto in oggetto si intitola \u201cLenin, Rockefeller e la politica-struttura\u201d.<\/strong><\/em><\/p>\n<p>La storia pluridecennale della nazione di regola considerata pi\u00f9 liberista e antistatalista, e cio\u00e8 gli Stati Uniti del periodo 1776-1918, serve a supportare concretamente le splendide e geniali tesi leniniste secondo le quali la politica costituisce \u201cl\u2019espressione concentrata dell\u2019economia\u201d (Lenin 1921, \u201cAncora sui sindacati\u201d) e che quindi di conseguenza, oltre alle sovrastrutture politiche si riproduce costantemente anche una \u201cpolitica-struttura\u201d, una politica \u201crinvigorita\u201d con dosi massicce di potenza economica e scelte economiche.<\/p>\n<p>In altri termini l\u2019esperienza concreta degli Stati Uniti dei lunghi decenni compresi tra il 1776 e il 1918, nell\u2019epoca del presunto \u201cliberismo economico\u201d e dei miliardari \u201ccreatisi da soli\u201d, quali ad esempio i celebri Vanderbilt e Rockefeller, rappresenta e si dimostra una sorta di pesantissimo stress-test e una verifica empirica particolarmente impegnativa per la sofisticata ma realistica teoria leninista, in questo settore attualmente quasi sconosciuta e quasi mai utilizzata dai marxisti, relativa all\u2019importanza costituita per la\u00a0 sfera produttiva e sui rapporti sociali di produzione e distribuzione dalla politica, da intendersi come politica-struttura ed espressione concreta dell\u2019economia.<\/p>\n<p>Rispetto al preliminare processo di definizione teorico, si \u00e8 gi\u00e0 notato come all\u2019interno della specifica categoria di politica-sovrastruttura, nelle societ\u00e0 di classe oppure socialiste, rientrino le teorie, ideologiche e utopie politico-sociali, gli scontri per l\u2019acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali, l\u2019aspetto strettamente diplomatico e\/o militare dei rapporti internazionali tra stati,\u00a0 oltre alle lotte costituzionali e quelle aventi per oggetto la modifica\/conservazione delle modalit\u00e0 di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda invece il processo di focalizzazione sulle coordinate della politica-struttura, tale settore della sfera politica, sia delle societ\u00e0 classiste che di quelle socialiste, pi\u00f9 o meno deformate, riguarda l\u2019azione e la pressione esercitata dai governi e dagli apparati statali sui rapporti sociali di produzione e distribuzione, a partire dalla difesa o attacco alla propriet\u00e0 privata e\/o pubblica.<\/p>\n<p>\u00c8 gi\u00e0 stato ricordato che, almeno per quanto riguarda le formazioni economico-sociali capitalistiche, molti degli anelli pi\u00f9 importanti della politica-struttura e della politica-espressione concentrata dell\u2019economia erano stati esposti da Marx, nel ventiquattresimo capitolo del primo volume del Capitale.<\/p>\n<p>La politica-struttura venne intesa infatti da Marx come periodici interventi dei poteri pubblici, del governo e degli apparati statali sulla propriet\u00e0 pubblica, con l\u2019espropriazione dei produttori autonomi rurali e dei piccoli contadini inglesi dal 1500 al 1815.<\/p>\n<p>Politica-struttura valutata dal geniale pensatore di Treviri anche come creazione e riproduzione del debito pubblico, strumento molto efficace fin dal Quattrocento per la borghesia,\u00a0 oppure come politica doganale e relazioni commerciali con l\u2019estero di ciascun stato.<\/p>\n<p>Politica-struttura intesa anche come tasse e fisco, \u201cesazioni fiscali\u201d secondo la terminologia marxiana utilizzato nel ventiquattresimo capitolo del Capitale, oltre che in qualit\u00e0 di politica monetaria, tassi d\u2019interesse, ecc.: politica, certo, ma politica economica.<\/p>\n<p>Politica-struttura intesa come il lato strettamente economico e finanziario delle dinamiche internazionali e delle relazioni tra stati, ivi comprese quelle \u201cguerre commerciali\u201d descritte da Marx anche nel suo ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale, oltre che a \u201ccontinente\u201d teorico-pratico che si materializza e si concretizza anche nel macrosettore delle infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade, sistemi satellitari, ecc.) e negli appalti pubblici indirizzati verso il settore civile e militare, nel secondo caso creando la principale base materiale per quel \u201ccomplesso militar-industriale\u201d descritto da Eisenhower nel gennaio del 1961.<\/p>\n<p>A questo punto si pu\u00f2 passare alla verifica e a un particolare stress-test empirico delle tesi in esame utilizzando un ottimo libro del 2002, scritto dal ricercatore statunitense Kevin Phillips e intitolato \u201cRicchezza e democrazia. Una storia politica del capitalismo americano\u201d: un testo ben documentato e simultaneamente insospettabile sul piano politico visto che, come ha sottolineato anche Michele Salvati nella sua breve introduzione all\u2019eccellente saggio in oggetto, sicuramente \u201cPhillips non \u00e8 un radicale, non \u00e8 un populista di sinistra che ce l\u2019ha con i ricchi per partito preso\u201d. [1]<\/p>\n<p>Primo elemento di riscontro concreto per la teoria della politica-struttura: durante la guerra di indipendenza americana contro il colonialismo britannico, a partire dal 1776 gli approvvigionamenti e gli appalti statali di tipo civile e bellico crearono grandi fortune e ricchezze, assieme alla pirateria appoggiata e legittimata dal nascente governo statunitense e attuata con successo dai \u201cpredoni-corsari-capitalisti\u201d della costa orientale degli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Phillips attesta che \u201cancora una volta, la finanza di guerra e le responsabilit\u00e0 degli approvvigionamenti diedero i frutti attesi. A Filadelfia, il beneficiario numero uno fu Robert Morris, inizialmente capo della commissione acquisti del Congresso e poi (dal 1781) sovraintendente alle finanze. Tra 1775 e 1777 quasi un quarto degli appalti concessi da Morris and\u00f2 alla sua stessa ditta, la Willing and Morris; e il suo portafoglio venne ulteriormente gonfiato dalle predazioni, coordinate in gran parte dal suo socio William Bingham, nominato agente principale del Congresso nei Caraibi. Come vedremo, Morris aveva una partecipazione nella Bank of North America, un istituto di credito formalmente privato ma in realt\u00e0 quasi pubblico. Tali erano le sue vanterie in campo finanziario che Morris si sarebbe potuto ritenere l&#8217;uomo pi\u00f9 ricco d&#8217;America nel biennio 1782-83. Non \u00e8 affatto da escludere che abbia messo assieme il primo milione prima dell&#8217;armatore Derby. Viene ricordato come \u00abil finanziatore della Rivoluzione\u00bb, ma uno storico afferma che la verit\u00e0 \u00ab\u00e8 esattamente opposta: fu la Rivoluzione a finanziare Morris\u00bb.<\/p>\n<p>Un altro importante beneficiario della guerra fu William Duer, fornitore principale del commissariato militare di New York. Poi veniva Jeremiah Wadsworth, capo commissariato per il Connecticut, lo \u00abstato degli approvvigionamenti di guerra\u00bb dal 1775 al 1779. Gli storici hanno collocato sia Duer sia Wadsworth in un vero e proprio \u00abnetwork degli acquisti\u00bb, che operava in collusione con l&#8217;ufficio di Morris e che sarebbe tornato a collaborarvi nella gestione della finanza postbellica.<\/p>\n<p>Bench\u00e9 le generazioni successive l&#8217;abbiano dipinta in modo assai pi\u00f9 nobile, la Rivoluzione americana fu un altro grande intreccio di interesse pubblico e profitto privato; e come nelle guerre contro i francesi, la corsareria avrebbe costituito il business pi\u00f9 redditizio in assoluto. I sette anni successivi l&#8217;autunno 1775 videro salpare, sotto le insegne degli Stati Uniti o di uno dei tredici stati coloniali, quasi duemila vascelli di tutti i tipi e di tutte le dimensioni, dal bialbero alla fregata\u201d. [2]<\/p>\n<p>Per quanto riguarda invece il secondo livello di controllo dell\u2019\u201cintreccio di interesse pubblico e profitto privato\u201d derivante dalla storia dell\u2019importante citt\u00e0 di Boston nel 1783-1813, Phillips rilev\u00f2 che \u201cl\u2019analisi dei primi registri tributari della citt\u00e0 per gli anni 1771, 1780, 1784 e 1790, lo storico delle colonie John Tyler document\u00f2, due secoli dopo, una sostanziale rivoluzione nella composizione della ricchezza bostoniana. Nel 1780 diversi uomini legati alla corsareria e al business delle forniture militari stavano entrando nell&#8217;alta societ\u00e0. Nel 1784 erano ormai proiettati verso i massimi livelli. I cinque maggiori contribuenti del 1790 erano, nell&#8217;ordine: Thomas Russell, mercante e capitano di nave corsara; John Hancock, mercante, contrabbandiere e capitano di nave corsara; Joseph Barrell, appaltatore di forniture per la flotta francese; Mungo Mackay, distillatore e capitano di nave corsara; e Joseph Russell, mercante e capitano di nave corsara.<\/p>\n<p>Quello di Boston non \u00e8 certo un caso isolato. Negli anni Novanta del Settecento, i patrimoni derivanti dalla\u00a0 corsareria e dall&#8217;amministrazione delle finanze governative rappresentavano la principale fonte di ricchezza degli Stati Uniti. Gustavus Myers, in History of the Great American Fortunes, accomunava le fortune derivanti dalla corsareria e le fortune derivanti dall&#8217;attivit\u00e0 armatoriale perch\u00e9 era impossibile stabilire quanto si guadagnava dalla cattura di un mercantile britannico carico di zucchero nel 1781 e quanto si guadagnava dalla vendita di un carico di caff\u00e8, di cotone e di pepe giavanese vent&#8217;anni dopo.<\/p>\n<p>Oltre a mostrare un \u00abevidente\u00bb sovrapposizione tra la predazione del periodo bellico e la conseguente ricchezza, l&#8217;analisi dei primi registri tributari della citt\u00e0 di Boston metteva in evidenza il secondo elemento: gli appalti governativi e le ricche forniture di guerra. Thomas Russell, l&#8217;uomo pi\u00f9 ricco di Boston, era stato anche il fiduciario occulto di Robert Morris, il capo della commissione acquisti del Congresso e l&#8217;uomo pi\u00f9 ricco di Filadelfia. Joseph Barrell riceveva una provvigione del 5% \u2013\u00a0 in luigi d&#8217;oro (la moneta francese)\u00a0 \u2013 sulle forniture acquistate per conto della flotta francese. Altri due super ricchi, posizionati poco al di sotto dei cinque che abbiamo elencato prima, erano Caleb Davis, concessionario di stato per la vendita delle navi catturate e rappresentante su Boston del ministero continentale della Guerra, e John Bradford, concessionario delle prede per la marina continentale. Nathan Appleton, che sarebbe stato uno dei protagonisti dell&#8217;industria tessile del Massachusetts, nel 1813 \u00abdoveva gran parte della sua ascesa economica e sociale al ruolo di funzionario continentale dei prestiti per il Massachusetts\u00bb. In sostanza, \u00abgli appalti governativi offrivano un accesso ancora pi\u00f9 sicuro alla ricchezza di quanto non facesse la corsareria\u00bb. [3]<\/p>\n<p>Quindi \u201cappalti governativi\u201d per e nei \u201cliberisti\u201d Stati Uniti del 1776-1815<\/p>\n<p>Terzo test: proprio la guerra di Secessione, che oppose dal 1861 al 1865 il \u201clibero\u201d nord capitalista al sud schiavista degli Stati Uniti, \u201coltre a costituire un significativo spartiacque economico \u201cfu anche un grande incubatore di imprese e imprenditori. Un gran numero di finanzieri e di imprenditori saliti alla ribalta alla fine del XIX secolo (J.P. Morgan, John D. Rockefeller, Andrew Carnegie, Jay Gould, Marshall Field, Philip Armour, Collis Huntington, e molti altri notabili del business ferroviario) erano giovani benestanti del Nord che avevano evitato il servizio militare, quasi sempre pagando dei sostituti, e avevano utilizzato la guerra per muovere i principali passi sulla scala delle loro future ricchezze. Quasi tutte le fortune gi\u00e0 consolidate ebbero ulteriore impulso. Quella di Vanderbilt, gi\u00e0 stimata in 15 milioni di dollari nel 1861, aument\u00f2 di cinque volte durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo, soprattutto grazie ai profitti delle ferrovie; e nel 1877, quando l&#8217;audace commodoro mor\u00ec, valeva l&#8217;incredibile somma di 105 milioni di dollari. Ma l&#8217;effetto incubazione era ancora pi\u00f9 importante\u201d. [4]<\/p>\n<p>Morga, Rockefeller, ecc. avevano dunque \u201cutilizzato la guerra\u201d per creare le basi fondamentali \u201cdelle loro future ricchezze\u201d: ancora una volta, viva il \u201cliberismo\u201d statunitense.<\/p>\n<p>Ma non solo: nel 1870, e quindi ancora prima dello scoppio della guerra civile americana, \u201csi contavano a New York City un centinaio di milionari. Alla fine della guerra il loro numero era triplicato. Nel 1863 l&#8217;1% dei pi\u00f9 ricchi abitanti di Manhattan (seicento famiglie), ingrassato dalla presenza dei nuovi ricchi, deteneva il 61% della ricchezza cittadina, contro il 40% del 1845. I componenti di quella \u00abaristocrazia trasandata\u00bb erano particolarmente inclini a circondarsi di servitori in livrea e pasteggiare presso il lussuoso ristorante Delmonico&#8217;s, dove il piatto pi\u00f9 richiesto era l&#8217;anatra farcita ai tartufi. Uno storico ha calcolato che quasi met\u00e0 del miliardo di dollari intascato dagli appaltatori privati tra 1861 e 1865 and\u00f2 in profitti. Le espressioni di biasimo di Lincoln richiamavano da vicino le invettive contro i profittatori di guerra pronunciate da Washington ottant&#8217;anni prima\u201d. [5]<\/p>\n<p>La quinta verifica empirica \u00e8 sempre relativa agli Stati Uniti ma avendo per oggetto il periodo \u201cpacifico\u201d del 1865-1888 e il gigantesco processo di accumulazione di ricchezza da parte delle compagnie ferroviarie private (Vanderbilt, ecc.), supportate in ogni modo dagli apparati statali e dai diversi centri concentrici del potere politico americano per lunghi decenni sia attraverso finanziamenti pubblici che enormi concessioni di terre demaniali, come nel celebre caso del Pacific Railroad Act del 1862.<\/p>\n<p>Infatti a partire dal 1860-64 \u201cle compagnie ferroviarie divennero cos\u00ec i primi Golia del sistema economico americano, impossessandosi dei parlamenti e comprando i giudici con la stessa leggerezza con cui attraversavano i fiumi e by-passavano le citt\u00e0 e le contee non disposte a \u00abcollaborare\u00bb. La \u00abguerra\u00bb scoppiata nel 1869 tra Cornelius Vanderbilt e Jay Gould per il controllo della Erie Railroad, nello stato di New York, si combatt\u00e9 senza esclusione di colpi: giudici corrotti, parlamenti comprati e decine di milioni di dollari in gioco, una posta straordinaria per un&#8217;epoca in cui la pi\u00f9 grande azienda industriale aveva una capitalizzazione di 1-2 milioni di dollari. A inizio anni Settanta dell&#8217;Ottocento, il saccheggio della Union Pacific Railroad attraverso la holding Credit Mobilier fu ancora pi\u00f9 redditizio: il gruppo di controllo, guidato dal parlamentare del Massachusetts Oakes Ames, avrebbe intascato 44 milioni di dollari. I profitti derivanti dalla speculazione sulle ferrovie dello stato di New York fecero di Vanderbilt il primo americano che\u00a0 oltrepass\u00f2 la soglia dei 100 milioni di dollari di patrimonio: era la met\u00e0 degli anni Settanta.<\/p>\n<p>Fino ai gloriosi anni Sessanta, con le ricche opportunit\u00e0 offerte dalle ferrovie (il panorama andava dai finanziamenti ai profitti senza precedenti, derivanti dalle generose concessioni governative e dalle ripetute emissioni azionarie, ai noli da estorsione e alle astuzie del mercato azionario), i 20 milioni di dollari attribuiti ad Astor nel 1848 costituivano il record assoluto della ricchezza.<\/p>\n<p>\u00c8 difficile esagerare il peso e l&#8217;influenza delle ferrovie. Non pi\u00f9 tardi del 1880, come abbiamo visto, 17 compagnie ferroviarie capitalizzavano almeno 15 milioni di dollari, mentre una sola azienda industriale (la Carnegie Steel) ne capitalizzava almeno 5\u201d. [6]<\/p>\n<p>Passando infine allo stress-test della prima guerra mondiale, vista e vissuta (felicemente) dal punto di vista della politica borghese e del mondo degli affari degli Stati Uniti, per i diciotto mesi e quel sanguinoso biennio 1917-18 che vide l\u2019intervento diretto di Washington nella Grande Guerra Phillips \u00e8 stato costretto a evidenziare un clamoroso processo di accumulazione capitalista creato mediante soldi pubblici e statali, ammettendo che \u201cl&#8217;indice dei titoli di nove aziende specializzate nelle forniture militari aument\u00f2 del 311% in diciotto mesi. Stuart Brandes, nella sua ricostruzione storica dei profitti di guerra degli Stati Uniti, parla di profitti volatili e \u00abdi giorni convulsi, a Wall Street e nelle borse merci regionali, in cui si fecero delle fortune e talvolta si persero delle fortune. Gli speculatori pi\u00f9 abili e fortunati vennero chiamati, se uomini, &#8220;warhogs&#8221; (porci di guerra), e, se donne, &#8220;warsows&#8221; (scrofe di guerra)\u201d.<\/p>\n<p>I riformatori sostenevano che la guerra stesse per ristabilire le fortune dei capitalisti che l&#8217;era progressista aveva messo sulla difensiva, e gli studiosi che se ne occuparono successivamente catalogarono alcuni esempi clamorosi: pi\u00f9 di un miliardo di dollari speso per un aereo da combattimento che non venne mai realizzato, e via dicendo. L&#8217;indignazione popolare si attenu\u00f2 progressivamente insieme ai ricordi di guerra, ma riaffior\u00f2 quando il crac del 1929 riport\u00f2 sotto i riflettori il comportamento delle banche e delle grandi aziende. Nel 1935 la popolare rivista \u00abAmerican Mercury\u00bb collocava la guerra al quarto posto tra le \u00abruberie della repubblica\u00bb. L&#8217;espressione \u00abmercanti di morte\u00bb entr\u00f2 a far parte del lessico comune\u201d. [7]<\/p>\n<p>Dato che gli esempi concreti contenuti nel periodo 1776-1918 potrebbero essere moltiplicati a piacere a partire dalla politica fiscale, per non parlare poi del secolo seguente caratterizzato da quella \u201cprivatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite\u201d made in Washington che ha visto finora l\u2019apice nel 2007-2009 con i salvataggi per mano statale dell\u2019intero sistema bancario statunitense, costati migliaia di miliardi di dollari ai contribuenti del paese, crediamo che lo stress-test di matrice americana sopraesposto dimostra anche nel caso limite dei presunti \u201cliberisti-antistatalisti\u201d USA del 1776-1918 la stretta simbiosi, il loro \u201ctandem\u201d (Salvati) e l\u2019interconnessione dialettica tra politica e affari, tra apparati statali e processi di accumulazione accelerata del capitalismo USA, tra potenza economica e potere politico nella formazione statale americana, confermando dunque la teoria leninista riguardo a una sfera politica da intendersi sia come espressione dell\u2019economia sia come politica-struttura, almeno in un segmento e in una parte molto consistente della sua espressione complessiva e della sua concreta e dinamica globale.<\/p>\n<p>Di fronte alla limpida evidenza empirica persino un riformista moderato ma onesto come Michele Salvati ha riconosciuto, nella sua prefazione del 2005 al libro di Phillips, che \u201cmolto spesso i ricchi e i politici hanno lavorato in tandem per creare e perpetuare situazioni di privilegio, talora a scapito dell\u2019interesse nazionale, quasi sempre a scapito dei ceti meno prosperi\u201d.<\/p>\n<p>Meno male che il marxismo e il leninismo, fase superiore di sviluppo creativo del primo, ormai erano \u201csuperati e invecchiati\u201d \u2026<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/storia-teoria-e-scienza\/marxismo\/30158-lenin-rockefeller-e-la-politica-struttura\">http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/storia-teoria-e-scienza\/marxismo\/30158-lenin-rockefeller-e-la-politica-struttura<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARX XXI (Daniele Burgio,\u00a0Massimo Leoni\u00a0e Roberto Sidoli)\u00a0 Pubblichiamo in anteprima un breve capitolo del libro \u201cEffetto di sdoppiamento, il \u201cparadosso di Lenin\u201d e la politica-struttura.\u201d con contributi di Giorgio Galli, Alessandro Pascale, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, e che verr\u00e0 pubblicato a fine anno. 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