{"id":55616,"date":"2020-01-24T08:30:56","date_gmt":"2020-01-24T07:30:56","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=55616"},"modified":"2020-01-23T21:27:20","modified_gmt":"2020-01-23T20:27:20","slug":"lillusione-dellausterita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=55616","title":{"rendered":"L&#8217;illusione dell&#8217;austerit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Di<strong> INTELLETTUALE DISSIDENTE (Claudio Freschi)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Siamo ormai abituati all&#8217;idea che il debito pubblico sia la causa di ogni male e che l&#8217;unico palliativo possibile alle crisi economiche siano rigidi cicli di austerit\u00e0. Un dogma, questo, che non supera l&#8217;esame della storia: l&#8217;austerit\u00e0 non ha funzionato e non funzioner\u00e0 mai.<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>\u00a0<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Negli ultimi 10 anni la maggioranza delle nazioni europee sono state oggetto di un esperimento volto a dimostrare come paesi in profonda crisi economica fossero in grado di ritrovare la loro prosperit\u00e0 attraverso un programma di austerit\u00e0, ovvero attraverso tagli alla spesa pubblica. Per i sostenitori del rigore la riduzione dei debiti e del deficit dello Stato avrebbe dovuto aumentare la competitivit\u00e0 e portare ad una vagamente definita\u00a0<em>\u201cfiducia delle imprese\u201d<\/em>. La riduzione della spesa pubblica avrebbe stimolato l\u2019investimento privato a seguito della diminuzione dell\u2019intervento dello Stato in molti settori dell\u2019economia, e allo stesso modo avrebbe portato ad un abbassamento del debito e ad un miglioramento del bilancio nazionale. In questo modo produttori e consumatori si sarebbero sentiti pi\u00f9 fiduciosi, investendo e spendendo di pi\u00f9 avrebbero permesso all\u2019economia di crescere di nuovo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il risultato di questo esperimento \u00e8 sotto gli occhi di tutti,\u00a0<strong>l\u2019austerit\u00e0 non ha funzionato<\/strong>, o meglio non ha funzionato per tutti.\u00a0In molti paesi il Prodotto Interno Lordo non ha ancora raggiunto i livelli precedenti alla crisi del 2008, il debito pubblico \u00e8 generalmente salito nei paesi pi\u00f9 indebitati e tutto questo senza contare il costo sociale delle politiche di austerit\u00e0, salatissimo in termini di disoccupazione, peggioramento dei servizi di base e in generale di un accrescimento delle diseguaglianze tra persone abbienti e le classi pi\u00f9 deboli.\u00a0Per capire come nonostante i ripetuti fallimenti, l\u2019austerit\u00e0 sia ancora oggi vista come l\u2019unica politica economica da adottare in un sistema liberista occorre fare un piccolo viaggio nel tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Le origini del liberismo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Occorre risalire al 1690 quando il filosofo inglese\u00a0<strong>John Locke<\/strong>\u00a0nel suo\u00a0<em>Two treatises of government<\/em>\u00a0(1690; trad. it.\u00a0<em>Due trattati sul governo<\/em>) arriv\u00f2 alla conclusione che una certa forma di diseguaglianza sociale fosse una inevitabile conseguenza della creazione della moneta e della propriet\u00e0 privata. Locke teorizz\u00f2 quindi che fosse necessario un intervento dello Stato che andasse in qualche modo a moderare le iniquit\u00e0 prodotte dal mercato, ma allo stesso tempo questo intervento poteva diventare una minaccia per la stessa propriet\u00e0 privata qualora il prelievo fiscale, necessario per finanziare la spesa pubblica, diventasse troppo severo. Si apr\u00ec cos\u00ec ufficialmente il dibattito sulla presenza dello Stato in Economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel 1700 altri due pensatori britannici,\u00a0<strong>David Hume<\/strong>\u00a0e<strong>\u00a0Adam Smith<\/strong>, si posero il problema di come finanziare lo Stato in maniera meno invasiva rispetto alla semplice imposizione fiscale. Entrambi pensarono alla soluzione del debito pubblico, ma finirono col rigettarla. Lo Stato poteva prendere in prestito denaro offrendo ai privati la possibilit\u00e0 di effettuare investimenti meno rischiosi ma altrettanto redditizi con l\u2019emissione di titoli di debito pubblico. In questo modo si finanziava lo Stato senza ricorrere alla tassazione, ed anzi ottenendo anche un interesse in cambio. Ma Adam Smith giunse alla conclusione che la continua ricerca di compratori per i titoli di debito avrebbe spinto lo Stato ad offrire rendimenti sempre maggiori, distogliendo risorse private altrimenti destinate ad investimenti guidati dalle necessit\u00e0 del mercato. Il processo avrebbe quindi portato ad una minore crescita economica, ad un aumento dei tassi di interesse e ad un indebitamento crescente dello Stato che sarebbe dovuto ricorrere comunque ad una pesante tassazione per ridurlo. Hume e Smith giunsero quindi alla conclusione che il debito pubblico fosse un \u201cveleno\u201d da evitare ad ogni costo, nonostante la sua efficacia nel breve periodo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel 1800 si formarono cos\u00ec due scuole di pensiero. Alcuni economisti come l\u2019inglese\u00a0<strong>David Ricardo<\/strong>\u00a0mirarono ad eliminare completamente l\u2019intervento dello stato in economia considerandolo controproducente, ponendo una illimitata fiducia nelle capacit\u00e0 del mercato di trovare da solo un equilibrio. Altri come\u00a0<strong>John Stuart Mill<\/strong>\u00a0teorizzarono un ruolo dello Stato, seppur limitato, tendente a smussare le diseguaglianze sociali. Secondo Mill il mercato non era in grado di riequilibrarsi da solo a causa della volatilit\u00e0 dei cicli economici, della disoccupazione e della crescente povert\u00e0, e quindi l\u2019intervento statale diventava imprescindibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel ventesimo secolo il pensiero liberista continu\u00f2 a dipanarsi secondo queste due strade. Da una parte i seguaci di Ricardo, come gli austriaci\u00a0<strong>Joseph Schumpeter<\/strong>\u00a0o\u00a0<strong>Friedrich Hayek<\/strong>, che respinsero ancora pi\u00f9 fermamente l\u2019intervento dello Stato ed il ricorso debito pubblico. Dall\u2019altra i sostenitori di Mill come i britannici John Hobson e William Beveridge, fautori di uno stato pi\u00f9 attivo e non contrari in linea di principio al suo indebitamento, che spianarono la strada alle teorie di\u00a0<strong>John Maynard Keynes<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La critica di Keynes\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La scuola austriaca si trov\u00f2 negli anni \u201920 e 30\u2019 del secolo scorso a dover spiegare come mai nonostante la teorizzata tendenza all\u2019autoregolamentazione, i mercati erano soggetti a veloci e talvolta spettacolari picchi di crescita e a dolorosissime ed improvvise crisi economiche. La colpa, secondo questa scuola di pensiero, era nell\u2019eccessiva quantit\u00e0 di denaro immessa sul mercato, la famosa\u00a0<em>\u201ctrappola della liquidit\u00e0<\/em>\u201d. Le banche prestavano troppo denaro, portando cos\u00ec ad una poco efficiente allocazione delle risorse e favorendo investimenti dubbi. Ad un certo punto i soldi per finanziare queste attivit\u00e0 inizierebbero a scarseggiare ed i tassi di interesse a crescere, innescando un problema di restituzione del debito e il conseguente processo di fallimenti e bancarotte. Secondo la teoria classica degli austriaci lo Stato dovrebbe ergersi a mero spettatore di questo processo, lasciando fallire le aziende e mettendo le persone in condizione di vivere una vita pi\u00f9 morigerata e ad effettuare investimenti pi\u00f9 oculati. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna provarono questa politica economica durante la Grande Depressione, ed\u00a0<strong>i risultati furono disastrosi<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fu solo con l\u2019avvento di John Maynard Keynes e della sua<em>\u00a0\u201cTeoria Generale dell\u2019occupazione, dell\u2019interesse e della moneta\u201d<\/em>\u00a0pubblicata nel 1936 che il dogma dell\u2019austerit\u00e0 inizi\u00f2 a vacillare.\u00a0Keynes sosteneva non vi fosse alcuna possibilit\u00e0 che un sistema basato sul libero mercato raggiungesse da solo un nuovo equilibrio, in pratica per l\u2019economista di Cambridge\u00a0<strong>un sistema liberista potrebbe in teoria non recuperare mai da una recessione<\/strong>, ed essere condannato ad avere un tasso di disoccupazione insostenibile in assenza di interventi statali. Per ovviare a questo gli Stati dovrebbero prendere a prestito moneta (ad esempio emettendo titoli del debito pubblico) ed immettere questa moneta in economia attraverso una massiccia opera di investimenti pubblici, che attraverso l\u2019effetto moltiplicatore saranno in grado di far crescere l\u2019economia dei singoli paesi in maniera pi\u00f9 che proporzionale rispetto alla spesa pubblica. Solo con la ripresa e la crescita economica gli Stati saranno in grado di ripagare il loro debito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La grande illusione continua<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma nonostante gli avvertimenti di Keynes e il fallimento delle politiche di austerit\u00e0 poste in atto dalle maggiori economie mondiali nel primo dopoguerra ed in epoche successive fino ad arrivare ai giorni nostri, l\u2019idea del rigore economico torna, piuttosto inspiegabilmente, sempre di gran moda. In realt\u00e0 un motivo c\u2019\u00e8 ed \u00e8 anche piuttosto scontato.\u00a0L\u2019idea di austerit\u00e0 diventa seducente per la semplicit\u00e0 del suo concetto principale, ovvero \u201cnon si pu\u00f2 curare il problema del debito pubblico emettendo altro debito\u201d. Pur essendo un concetto facile ed in qualche modo innegabile dal punto di vista logico, vi sono diversi fattori che suggeriscono come tagliare la spesa pubblica non sia la migliore delle opzioni per le nazioni fortemente indebitate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il primo fattore riguarda la\u00a0<strong>distribuzione del reddito<\/strong>\u00a0in quanto gli effetti dell\u2019austerit\u00e0 ricadono in maniera diversa sulle popolazioni, penalizzando le classi pi\u00f9 deboli. Le persone meno abbienti saranno maggiormente danneggiate in quanto pi\u00f9 dipendenti da servizi pubblici come sanit\u00e0 e trasporti, e prive di sufficienti riserve di denaro per fare fronte ai tagli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il secondo fattore \u00e8 pi\u00f9 complesso e riguarda l\u2019<strong>interdipendenza tra le varie nazioni<\/strong>. I fautori del liberismo sostengono che la sobriet\u00e0 nei conti pubblici sia in grado di promuovere la spesa privata. Ma se la stessa politica di contenimento dei costi \u00e8 attuata simultaneamente in pi\u00f9 nazioni fortemente connesse tra loro, il risultato non potr\u00e0 che essere quello di ottenere una ulteriore contrazione. Prendiamo ad esempio quello che \u00e8 avvenuto e sta avvenendo all\u2019intero dell\u2019Eurozona dove tutti gli stati membri sono importanti partner commerciali tra loro. Tagliando la spesa pubblica e lasciando al mercato il compito di guidare gli investimenti si assisterebbe ad una diminuzione dei salari reali di una nazione che, diventando pi\u00f9 competitiva sul fronte dei costi, riuscirebbe a produrre beni ad un prezzo pi\u00f9 basso. Ma se tutte le nazioni si comportassero allo stesso modo, ed essendo interconnesse tra loro, nessuno sarebbe in grado di effettuare gli acquisti di questi beni facendo ripartire l\u2019economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il terzo ed ultimo fattore \u00e8 strettamente legato al precedente ed \u00e8 fondamentalmente basato sulla logica. L\u2019assunzione liberista che il taglio della spesa pubblica porti ad un aumento della fiducia dei consumatori e quindi ad un incremento di spesa ed investimenti \u00e8 quantomeno dubbio. Secondo questa teoria i consumatori prenderebbero sempre in considerazione le politiche governative nelle loro previsioni di spesa a lungo termine. Nel momento in cui un governo dovesse annunciare un taglio drastico delle spese il privato sarebbe immediatamente portato a pensare che in futuro le tasse diminuiranno e quindi ad aumentare i suoi livelli di spesa, ponendo di fatto fine alla recessione nonostante il collasso economico che lo circonda. Come ha fatto notare tra gli altri il premio Nobel\u00a0<strong>Paul Krugman<\/strong>, l\u2019idea che questo tipo di comportamento venga tenuto da persone finanziariamente ed economicamente incolte, terrorizzate dall\u2019idea di perdere il proprio lavoro nel bel mezzo di una recessione, risulta quantomeno velleitaria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/economia\/illusione-austerita-politica-economica\/\">https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/economia\/illusione-austerita-politica-economica\/<\/a><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di INTELLETTUALE DISSIDENTE (Claudio Freschi) &nbsp; Siamo ormai abituati all&#8217;idea che il debito pubblico sia la causa di ogni male e che l&#8217;unico palliativo possibile alle crisi economiche siano rigidi cicli di austerit\u00e0. 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