{"id":56429,"date":"2020-02-28T12:30:18","date_gmt":"2020-02-28T11:30:18","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=56429"},"modified":"2020-02-28T12:27:26","modified_gmt":"2020-02-28T11:27:26","slug":"un-dialogo-sullimperialismo-david-harvey-e-utsa-e-prabhat-patnik","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=56429","title":{"rendered":"Un dialogo sull\u2019imperialismo: David Harvey e Utsa e Prabhat Patnik."},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Di <strong>TEMPO FERTILE (Alessandro Visalli)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Nel libro che Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, scrivono nel 2017 sull\u2019imperialismo<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>\u00a0c\u2019\u00e8 un\u2019ultima parte nella quale \u00e8 riportato un dialogo a distanza con David Harvey. Il notissimo geografo marxista americano svolge diverse critiche molto serrate ai due economisti indiani e questi replicano in modo altrettanto deciso. Si tratta di un confronto tra discipline e tra culture, ma anche tra posizioni interiorizzate. Sembra di leggere tra le righe il fantasma dell\u2019oggetto stesso della contesa, la dualit\u00e0 centro-periferia e quella occidente-oriente e la memoria del colonialismo. L\u2019uno scrive da britannico e da New York, gli altri da indiani e da Nuova Delhi. Ma soprattutto, pur essendo tutti critici del capitalismo e quasi coetanei, a separarli ci sono le tracce della storia. In fondo, e la lettura del libro lo mostra molto bene, i due marxisti indiani si sentono parte di una storia di oppressione e hanno qualcosa da chiedere come risarcimento.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u00c8 vero, l\u2019India \u00e8 una potenza regionale con grande proiezione di potenza economica, commerciale, tecnologica e persino militare, e Harvey di passaggio lo ricorder\u00e0. \u00c8 un paese di oltre un miliardo e trecento milioni di persone e la dodicesima potenza economica mondiale. Ma \u00e8 anche un paese nel quale permangono enormi differenze tra i diversi gruppi sociali, le regioni, le aree rurali ed urbane. Un quarto della popolazione vive sotto la soglia di povert\u00e0, secondo i canoni indiani, mentre secondo quelli internazionali \u00e8 oltre la met\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In india il governo Modi \u00e8 sfidato dalla mobilitazione dei contadini che impegna a fondo il Partito Comunista Indiano chiedendo la cancellazione dei debiti, la possibilit\u00e0 di accedere alla propriet\u00e0 delle terre e l\u2019aumento del prezzo dei prodotti agricoli. Del resto era una promessa elettorale disattesa dello stesso Bharatiya Janata Party al potere: raddoppiare il reddito degli agricoltori entro il 2022. Oggi il settore copre il 17 per cento del Pil a causa della crescita del settore dei servizi, ma tra il 50 ed il 70 per cento della popolazione dipende dal settore agricolo. E questa situazione pone, appunto, oltre la met\u00e0 della popolazione in condizioni di povert\u00e0, in quanto i prezzi al consumo dei prodotti agricoli continuano a scendere e in venticinque anni si sono suicidati oltre trecentomila contadini a causa dell\u2019endemica condizione di estrema povert\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La\u00a0<em>All India Kisan Sangharsh Coordination Committee\u00a0<\/em>(AIKSCC)<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, organizzazione che unisce duecento organizzazioni contadine in tutto il paese lamenta il mancato rispetto delle indicazioni della Swaminathan Commission (aumentare della remunerazione agricola oltre il costo di produzione) ma soprattutto denuncia il degrado delle condizioni degli agricoltori da quando, negli anni novanta, furono introdotte le riforme neoliberali. Dal 2014, infatti, una tenaglia strangola le famiglie contadine, da una parte gli aumenti del prezzo del carburante e dei fertilizzanti, dall\u2019altro la riduzione dei prezzi agricoli. Inoltre sta calando la terra adibita all\u2019agricoltura, a causa della competizione delle sempre maggiori infrastrutture e ormai il 40 per cento dei contadini sono senza terra; si parla di circa sessanta milioni di persone che sono state espropriate, spesso senza nessun risarcimento, da societ\u00e0 internazionali concessionarie dello stato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Tutto questo mostra la rilevanza della sovrappopolazione relativa (ovvero dell\u2019esercito di riserva) nel settore: circa duecentocinquanta milioni direttamente impiegati nei lavori della terra e, appunto, altri cinquecento milioni comunque connessi e dipendenti dal settore.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">David Harvey \u00e8 una notissima e rispettabile personalit\u00e0, uno studioso di grande valore e sensibilit\u00e0, una guida per molta parte del pensiero critico occidentale. Ma \u00e8 britannico, laureato a Cambridge in geografia, sin dagli anni settanta si converte al materialismo dialettico ed al marxismo, se pur letto in chiave autonoma ed originale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Utsa Patnaki e suo marito, Prabhat Patnaki, sono due economisti che hanno studiato in India, e che hanno lavorato per lo pi\u00f9 al Center of Economic Studies and Planning nella School of Social Sciences dell\u2019Universit\u00e0 Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi, dall\u2019inizio degli anni settanta. Il loro perfezionamento \u00e8 tuttavia avvenuto in Inghilterra, entrambi ad Oxford ma Utsa in economia e Prabhat in filosofia, da cui ha passato un periodo a Cambridge.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Per quando David Harvey abbia dieci anni pi\u00f9 di loro si tratta di studiosi esperti e stimati, con decine di libri e centinaia di articoli alle spalle. Ma questo confronto, riportato in calce al libro dei Patnaik, \u00e8 insolitamente aspro. L\u2019uno parla di leggerezza, imprecisione e infondatezza e di \u201cossessione\u201d, gli altri di subalternit\u00e0 ad una cultura che oscura la verit\u00e0 perch\u00e9 scomoda, quasi di complicit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La durezza dello scontro dice qualcosa. Parla del portato degli scontri di classe e di radicamento che attraversano i secoli per riproporsi. Sono di fronte, in effetti, colonizzatori e colonizzati. I secondi non lo hanno dimenticato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Veniamo prima alle obiezioni del britannico.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Come detto un sottile filo polemico li distanzia. La tesi avanzata in \u201c<em>Una teoria dell\u2019imperialismo<\/em>\u201d, dai due coniugi Patnaki non convince Harvey su diversi piani che si possono ridurre fondamentalmente ad uno:\u00a0<em>si tratta di una tesi strettamente centrata sull\u2019India e non generalizzabile<\/em>. Per gli economisti indiani l\u2019imperialismo \u00e8 definito come la pratica di mantenere artificialmente bassi, con una serie di tecniche e pratiche, i prezzi agricoli e delle altre materie prime a beneficio delle metropoli che, quindi, ricevono un flusso di valore reale che non pagano. Il capitalismo globalizzato contemporaneo dipenderebbe da questi flussi, come \u00e8 sempre avvenuto. Senza questi continui impulsi deflazionari si innescherebbe infatti una dinamica di inseguimento dei prezzi che di fatto farebbe cessare l\u2019accumulazione capitalista ed in particolare la forma globalizzata di questa. Scheletricamente questa \u00e8 la tesi per Harvey.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Uno dei punti di divergenza \u00e8 disciplinare: il geografo nega che gli economisti abbiano ragione nella caratterizzazione del suolo agricolo tropicale come limitato sia fisicamente sia come produttivit\u00e0, e nel far discendere da questa caratteristica \u201cfisica\u201d, conseguenze determinate. L\u2019argomento gli sembra basato essenzialmente su alcune caratteristiche molto specifiche della massa continentale tropicale e solo indebitamente esteso anche alle materie prime minerarie (come il petrolio). Pi\u00f9 profondamente, registra una certa incertezza nell\u2019uso dei termini ed un certo affiorante determinismo climatico. Per contrastarlo si impegna a moltiplicare le eccezioni: Cina, Brasile, Argentina, Messico, Stati Uniti, estesi a cavallo di pi\u00f9 zone climatiche. Oppure il Mediterraneo, con i suoi monopoli di prodotti agricoli di valore. E, ancora \u201cl\u2019incredibile produttivit\u00e0 dell\u2019agricoltura californiana\u201d. O, la disponibilit\u00e0 di terra \u201caperta\u201d, ovvero espandibile, in Africa e altrove.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Attraverso questi esempi Harvey propone di considerare non significativa, se non appunto in India e nel Sahel, la dipendenza del capitalismo metropolitano dallo sfruttamento di terra tropicale o subtropicale coltivata in modo non capitalistico, e quindi da prodotti di piccoli produttori di materie prime che possono essere abbastanza facilmente tenuti sotto costante pressione. Questa situazione esiste, ma non ha il volume per tenere sotto pressione potenziale il capitalismo. Se i prezzi aumentassero, ad esempio, si potrebbero sostituire molti prodotti, come in passato \u00e8 avvenuto (ad esempio durante le guerre napoleoniche). In altre parole, \u00e8 vero che molti prodotti hanno i prezzi tenuti artificialmente bassi dalle sovvenzioni occidentali ai propri agricoltori (in particolare in Usa ed Europa), come accade al cotone, ma l\u2019impatto \u00e8 complessivo e globale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Insomma, l\u2019accusa che Harvey produce alla linea argomentativa dei Patnaki \u00e8 di\u00a0<em>determinismo ambientale e di \u201ccattivo materialismo\u201d<\/em>. Ovvero di identificazione del materialismo con la fisicit\u00e0 e quindi con le scienze naturali. Al geografo britannico sembra che i due studiosi indiani seguano una visione economica semplificata delle determinanti geografiche in termini puramente naturali e fisiche, \u201ccome se la produzione sociale dello spazio e della lunga storia delle modifiche umane degli ambienti non abbia importanza\u201d. Del resto le scienze economiche sono talvolta impegnate in questo esercizio di scoprire \u201cil colpevole unico\u201d dei fenomeni: per Jeffrey Sachs \u00e8 l\u2019ambiente fisico e climatico, per Acemoglu le istituzioni. Sembra che per l\u2019economia si debba sempre scegliere, cartesianamente, tra \u201cnatura\u201d e \u201ccultura\u201d. Il punto di vista marxista \u00e8 dialettico \u00e8 invece che \u201cpossiamo cambiare noi stessi solo cambiando il mondo e quando cambiamo il mondo e il nostro ambiente attraverso il lavoro umano, noi cambiamo noi stessi.\u00a0La relazione metabolica dialettica con la natura \u00e8 in continua evoluzione e gran parte di tale evoluzione \u00e8 stata dettata dall&#8217;azione dell\u2019essere umano in modo che ora viviamo in un mondo profondamente modificato da quell&#8217;azione umana in generale e dal capitalismo in particolare\u201d. Quel che \u00e8 accaduto in questa relazione dialettica \u00e8 che si \u00e8 avuto attraverso il capitalismo \u201cl\u2019annientamento dello spazio attraverso il tempo\u201d e una radicale compressione spazio-temporale che ha assorbito anche la massa tropicale continentale: \u201cguarda una mappa del sistema di trasporto dell&#8217;Africa occidentale e vedi un orientamento nord-sud nel sistema ferroviario e stradale progettato per drenare ricchezza dagli interni fino alle citt\u00e0 portuali che poi spediscono quella ricchezza alla metropoli\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L\u2019insieme di queste condizioni\u00a0<em>produce economie di agglomerazione<\/em>\u00a0altamente complesse, che riescono a sopravanzare, e di molto, alcuni svantaggi settoriali climatici o naturali. O, per dirlo con le sue parole: \u201cil capitalismo metropolitano ha accumulato potere monopolistico fondato sulla produzione di conoscenza, capacit\u00e0 di ricerca e sviluppo tecnologico, forme organizzative e infrastrutture sociali (per non parlare di potere militare).\u00a0Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna potrebbero anche non essere in grado di produrre olio di cacao e di palma, ma gli apparati statali presenti nella la massa terrestre tropicale non possono facilmente produrre qualcosa di equivalente alle infrastrutture fisiche e sociali disponibili al capitale nelle regioni metropolitane temperate\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La prima eccezione a questa regola l\u2019ha prodotta a Singapore Lee Kuan Yew, poi il Brasile, l\u2019India, la Cina. Se anche le regioni tropicali avessero davvero una supremazia non sanabile nei prodotti agricoli specifici, restano in svantaggio sui prodotti avanzati pi\u00f9 decisivi per l\u2019attuale economia.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L\u2019altro argomento dei Patnaik, il migliore, per\u00f2 concerne l\u2019esercito di riserva del lavoro. Come diceva Samir Amin qui ci sono effettivamente enormi riserve (anche se si riferiva all\u2019Africa).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cI Patnaik notano correttamente che la teoria della produzione di Marx dell\u2019esercito di riserva industriale e di conseguenza l\u2019immiserimento crescente il proletariato nel volume I del\u00a0<em>Capitale<\/em>\u00a0assume uno spazio chiuso economico (non presuppone inoltre problemi di domanda effettiva e non impatti della divisione dell&#8217;eccedenza tra affitto, interessi, imposte e profitto del capitale del commerciante).\u00a0L&#8217;esistenza di una vasta riserva di lavoro nelle colonie e nelle formazioni sociali non capitaliste non \u00e8 considerata nella teoria di Marx in parte perch\u00e9 a quel tempo era troppo difficile da sfruttare quella riserva se non nel lavoro nelle piantagioni.\u00a0Essi anche sostengo, a mio avviso, correttamente, che la distinzione tra la riserva in questione nel centro metropolitano e nella periferia \u00e8 stata molto ridotta dalla globalizzazione negli ultimi tempi, per cui possiamo ragionevolmente pensare che il confronto capitale-lavoro \u00e8 ora pi\u00f9 unificato in tutto lo spazio dell&#8217;economia globale.\u00a0Deflazione del reddito (e elaborazione delle zone di esportazioni) nella periferia ora esercitano una notevole resistenza alle condizioni di travaglio nella metropoli.\u00a0Una delle complicazioni che ne derivano \u00e8 che mentre la deflazione del reddito si diffonde nelle regioni metropolitane, una tendenza verso il sottoconsumo diventa un problema (in parte mitigato da tensioni nel sistema creditizio).\u00a0Sfortunatamente, i Patnaik in gran parte ignorano l&#8217;industrializzazione che si verifica sulla terraferma tropicale a causa della loro ossessione per la produzione agricola\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma ci\u00f2, se pur vero, non esclude la necessit\u00e0 di avere una\u00a0<em>valutazione dinamica delle caratteristiche geografiche<\/em>. Myrdal faceva notare la tendenza delle regioni ricche a diventarlo sempre di pi\u00f9 a causa delle economie di agglomerazione e delle sinergie cumulative in grado di generare infrastrutture sociali e fisiche decisive<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>. Questo processo, scrive Harvey, \u201cpu\u00f2 accadere a livello locale (il contrasto di Detroit con San Francisco o Londra con Newcastle), ma succede anche su scala mondiale e ci\u00f2 pu\u00f2 o meno essere rafforzato da ci\u00f2 che viene convenzionalmente definito \u2018Pratiche imperialiste\u2019.\u201d<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Se per i due studiosi indiani l\u2019imperialismo non \u00e8 mai stato compreso dagli economisti come \u201cun sistema di sfruttamento spaziale\u201d, Harvey ha buon gioco nel ricordare che invece la sua disciplina di formazione non lo ha mai dimenticato<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>. E che i fenomeni di dominazione geografica, di land grabbing, o di \u2018estrattivismo\u2019 non sono certo monopolio americano. La Cina in Zambia per il rame, il Brasile con i produttori di soia in Paraguay, sono forme di imperialismo? Harvey preferirebbe non essere costretto a doverlo dichiarare. E che dire dei processi di industrializzazione ampiamente in corso?<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cQuelli di noi che pensano che le vecchie categorie dell&#8217;imperialismo non funzionino troppo bene in questi tempi non negano affatto i complessi flussi di valore che espandono l&#8217;accumulo di ricchezza e potere in una parte del mondo a spese di un altro.\u00a0Pensiamo semplicemente che i flussi siano pi\u00f9 complessi di quelli citati e in costante cambiamento di direzione.\u00a0Il drenaggio storico della ricchezza da est a ovest per pi\u00f9 di due secoli \u00e8, per esempio, stato ampiamente invertito negli ultimi trenta anni.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Per tenere traccia delle correnti trasversali di sfruttamento, abbiamo bisogno di vedere dove vengono prodotti i surplus di capitale, come sono geograficamente dispersi e alla ricerca di cosa.\u201d<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Si pu\u00f2 dire in modo semplice:\u00a0<em>se tutto ci\u00f2 \u00e8 imperialismo non lo \u00e8 nel senso antico, ma, al pi\u00f9, una forma di \u201csub-imperialismo\u201d<\/em>.\u00a0Quindi \u00e8 precisamente lo sviluppo geografico irregolare di questi schemi di sfruttamento e super-sfruttamento che, per Harvey, dovrebbero essere il focus degli studi, piuttosto che stipare ogni cosa in una teoria semplicistica dell&#8217;imperialismo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Non \u00e8 solo che \u201c\u00e8 pi\u00f9 complicato di cos\u00ec\u201d, ma che bisogna, per Harvey, comprendere le \u201cforze di base\u201d che sono \u201cal lavoro\u201d e che spiegano lo schema dei flussi di capitale in movimento vorticoso nel mondo in cerca iperattiva di sempre nuove opportunit\u00e0 di estrazione di plusvalore. Ci sono due intuizioni, rispettivamente di Marx e Lenin, che soccorrono: quella che\u00a0<em>il capitale ha un movimento espansivo<\/em>\u00a0che alla fine lo porta ad estendersi al mondo intero e quella che\u00a0<em>la pratica imperialista pi\u00f9 importante \u00e8 l\u2019esportazione di capitale<\/em>. L\u2019ipotesi che le tiene insieme \u00e8 che\u00a0<em>il capitale \u00e8 costantemente e crescentemente alla ricerca di soluzioni alla sua tendenza alla sovraccumulazione<\/em>\u00a0(che \u00e8 come dire al sottoinvestimento)\u00a0<em>attraverso la \u201ccorrezione spaziale\u201d<\/em>. Ovvero della costante espansione geografica o \u201cricostruzione geografica\u201d<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>\u00a0(una forma di espansione per intensificazione). Quel che accade \u00e8 che parte del capitale a rischio di sovraccumulazione (ovvero di svalutazione) si impiega nello spazio attraverso la traduzione in capitale \u201cfisso\u201d (infrastrutture fisiche) \u201cper facilitare il flusso libero e continuo del capitale attraverso lo spazio\u201d<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>. I due impieghi del capitale si rafforzano a vicenda. Tuttavia si tratta di dinamiche molto diverse a seconda si tratti di muovere per valorizzare il capitale sotto la forma di merce, denaro liquido o investendolo in mezzi di produzione fisici. L\u2019intera dinamica spaziale dell\u2019accumulo del capitale \u00e8 dunque stata radicalmente cambiata dalla decisione assunta dopo gli anni settanta di abbattere tutte le barriere alle due mobilit\u00e0 del denaro e delle merci, questo ha aperto la strada all\u2019impiego di capitali mobili ovunque ci fossero condizioni marginalmente pi\u00f9 adatte alla creazione di surplus ed alla sua traduzione in profitto.\u00a0<em>Dunque \u00e8 questo che ha prodotto i due fenomeni gemelli della deindustrializzazione nei centri e l\u2019industrializzazione nelle periferie. Come effetto non secondario ha disciplinato l\u2019azione degli stati, impedendogli di attivare politiche compensative.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo \u00e8 il contesto generale nel quale si esercitano le pratiche \u201cquasi-imperialiste\u201d che passano anche per la gestione dei flussi finanziari, l\u2019azione delle banche centrali, il dominio delle politiche del Fmi e Omc, e l\u2019estensione del proprio regime normativo (ad esempio, imponendo i diritti di brevetto).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Una visione che fa propendere David Harvey per la posizione a suo tempo tenuta da Giovanni Arrighi, che ricorda, per \u201cabbandonare l\u2019idea dell\u2019imperialismo (insieme alle rigidit\u00e0 dell\u2019approccio nuclei-periferie come modello del sistema mondiale) a favore di una comprensione pi\u00f9 fluida delle egemonie concorrenti e mutevoli all\u2019interno del sistema statale mondiale\u201d<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>. La contraddizione tra la logica territorialista e quella \u201ccapitalista\u201d (che chiama \u201clogica molecolare dei flussi di capitale\u201d) per\u00f2 \u00e8 molto pi\u00f9 difficile da ricondurre e molto pi\u00f9 pervasiva di quanto risulti dalla rappresentazione dei Patnaik, di uno spazio fisso e morto agricolo che si estende nel territorio tropicale, nel quale contadini non capitalisti sono sfruttati dal capitale metropolitano.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Replica degli indiani<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La risposta dei coniugi Patnaik a questa critica che suona radicale e finanche leggermente offensiva (in sostanza \u00e8 come se un docente di un\u2019universit\u00e0 prestigiosa stesse rimproverando dei colleghi un poco provinciali, segnalando la corretta bibliografia), \u00e8 altrettanto forte. \u00c8 evidente, dal loro punto, che Harvey non ha capito: \u201cl\u2019imperialismo \u00e8 legato al capitalismo come sistema sociale; non \u00e8 un prodotto inevitabile della geografia. Detto in altre parole, il capitalismo come un sistema civile supera la sua privazione di determinate risorse naturali, che sorgono non esclusivamente ma, tra l\u2019altro, per motivi climatici (geograficamente noi diciamo), in un modo specifico che comporta la deflazione del reddito, e questo \u00e8 il segno dell\u2019imperialismo\u201d<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Dire, come provocatoriamente ha fatto Harvey, che il capitalismo crollerebbe se le spezie non fossero importate \u00e8 quindi una caricatura.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma subito di seguito spendono una ventina di pagine per presentare la propria letteratura e visione dei fatti, e per dire che \u201cc\u2019\u00e8 una significativa mancanza di conoscenza e offuscamento dei fatti materiali\u201d, nella rappresentazione dell\u2019inglese e della letteratura teorica anglosassone. Questo passaggio, come altri, tanto pi\u00f9 perch\u00e9 condotto tra studiosi che appartengono allo stesso campo politico e, almeno in parte, alla stessa corrente di questo, mostra una circostanza spesso soggiaciuta ma operante:\u00a0<em>non \u00e8 simmetrica, e non \u00e8 vissuta per tale, la posizione tra gli eredi degli sfruttatori e degli sfruttati<\/em>. Il colonialismo, nelle aree di maggiore e pi\u00f9 violento suo impiego (ovvero India, nella fattispecie, ma varrebbe anche per l\u2019Africa, la Cina e parte del Sud America),\u00a0<em>lascia memoria di s\u00e9<\/em>. Non si capirebbe nulla della posizione dei Patnaik senza questa considerazione.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ovviamente non vale per tutti gli indiani, come per gli altri popoli vittimizzati, perch\u00e9 si interseca con la provenienza di classe ed in particolare con l\u2019adesione allo strato sociale \u201ccompradoro\u201d che nello sviluppo ineguale ha fatto da tramite e (parziale) beneficiario o con quello che ne ha portato interamente il peso. In altre parole, non tutto gli indiani sono altrettanto ostili allo sfruttamento asimmetrico messo in essere dai centri \u201cimperiali\u201d (ovunque siano).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Si parte dall\u2019orgogliosa rivendicazione della piena autonomia alimentare (almeno potenziale) che \u00e8 per lo pi\u00f9 provocata dalla destinazione di grande parte dei terreni migliori alle colture da esportazione, spesso sotto condizione di \u201cland grabbing\u201d o comunque su concessione ad aziende internazionali. Queste esportazioni non riguardano solo le colture tropicali, ma spesso anche quelle temperate che sono coltivate su terreni tropicali per ovviare all\u2019assenza stagionale (ovvero per avere nei nostri supermercati frutta \u201cfuori stagione\u201d tutto l\u2019anno). Per comprendere la connessione di questa circostanza con la crescita dell\u2019occidente, oltre alla meccanica dell\u2019occupazione coloniale, bisogna ricordare che l\u2019Europa fino al medioevo era catturata in una trappola \u201cmalthusiana\u201d essenzialmente prodotta dallo scarso rendimento agricolo. L\u2019accumulazione inglese, in particolare, avvenne quando le importazioni dall\u2019Asia, dalle Indie occidentali e dall\u2019Irlanda furono rese disponibili, spesso in sostanza senza contropartite<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>. Le eccedenze non pagate sono arrivate fino a 6 per cento del Pil britannico e si sono tradotte in tasse, rendite estratte dalle popolazioni soggiogate. Un enorme flusso di prodotti alimentari e materie prime estratti completamente gratis, \u201cun fatto che continua ad essere non solo ignorato ma attivamente offuscato fino ad oggi dagli storici residenti della Gran Bretagna, che cercano di proiettare un aspetto interno dinamico per la prima capitalizzazione dell\u2019industrializzazione\u201d<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa realt\u00e0 \u00e8 nascosta in tre modi: fingendo che la produttivit\u00e0 del territorio era pi\u00f9 sviluppata; immaginando che lo scambio fosse \u201ca mutuo vantaggio\u201d; e presupponendo che la dipendenza del Nord dal Sud non avesse alla fine una grande rilevanza, n\u00e9 storicamente n\u00e9 al momento.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>I Patnaik contrastano tutti e tre gli argomenti.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il primo \u00e8 stato chiaramente sottoscritto anche da Harvey, quando ha richiamato la \u201csuperefficienza\u201d dell\u2019agricoltura nordica, in particolare californiana. Un errore che fa anche Arthur Lewis dal 1979, manipolando i dati e oscurando il semplice fatto della dominazione militare. Dalla tabella 3 dimostrano che ancora oggi la produttivit\u00e0 fisica per ettaro (non in termini di valore di mercato) di tutte le culture alimentari in Cina \u00e8 secondo loro, due volte e mezzo il livello degli Stati Uniti, ed anche in India \u00e8 superiore del cinquantadue per cento. Il delta del Mekong produce undici raccolti in quattro anni, e, del resto, basterebbe la considerazione dell\u2019alto livello di sovvenzione che le agricolture temperate (in Usa ed Europa) devono avere necessariamente per essere competitive per riportare l\u2019affermazione di Harvey alla sua realt\u00e0. Secondo l\u2019argomento prodotto una coltivazione non pu\u00f2 essere contemporaneamente super-efficiente e fortemente sovvenzionata a lungo, perch\u00e9 una delle due non sarebbe necessaria (se fosse naturalmente efficiente e sovvenzionata calerebbero gli investimenti, se fosse super-efficiente cesserebbe di essere sovvenzionata). Il punto sotto attacco \u00e8 specificamente che la definizione di \u201cefficienza\u201d che si usa in economia \u00e8 calcolata in termini di costo unitario della produzione rispetto all\u2019unit\u00e0 di valore in uscita. Una parte del problema \u00e8 che nell\u2019agricoltura occidentale gli alti costi sono legati agli input energetici incorporati.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Inoltre:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cGli agricoltori cinesi, indiani ed egiziani producono con unit\u00e0 molto di costo molto pi\u00f9 basse e potrebbe decimare in modo competitivo gli Stati Uniti a livello dei mercati globali di cereali, cotone e praticamente di qualsiasi altro prodotto (diverso forse dallo sciroppo d&#8217;acero), se solo gli agricoltori statunitensi non fossero sostenuti dallo stato con sussidi incredibilmente grandi.\u00a0Il sussidio per il cotone americano \u00e8 noto a livello globale ed \u00e8 pari a oltre $ 110.000 all&#8217;anno per agricoltore a tempo pieno durante il periodo 1997\u20132012, ed \u00e8 accuratamente calibrato sulle oscillazioni globali delle condizioni di produzione, con la maggior parte dei sussidi che vanno al massimo ad un decimo delle imprese agricole.\u00a0Nello stesso periodo il risultato di questo prezzo volutamente abbassato e volatile del cotone ha contribuito al media annua di quasi 18.000 suicidi di agricoltori in India e ha messo i redditi degli agricoltori di cotone a sottosquadro nei paesi africani.\u00a0Harvey pu\u00f2 trarre conforto dal fatto che l\u2019agricoltura europea e giapponese richiede sussidi persino pi\u00f9 elevati rispetto all&#8217;agricoltura statunitense ed \u00e8 la pi\u00f9 \u2018super-inefficiente\u2019 di tutte.\u00a0Da quando la meccanizzazione ha aumentato la produttivit\u00e0 del lavoro a tal punto che meno del 5 percento dei loro lavoratori e una quota ancora inferiore del loro PIL \u00e8 attribuibile all&#8217;agricoltura e alle attivit\u00e0 alleate, i paesi industriali avanzati possono permettersi di dare come sovvenzione del budget fino a met\u00e0 o pi\u00f9 dell&#8217;intero valore della loro produzione agricola, e quindi possono dominare i mercati globali nonostante la loro inefficienza\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo piano di critica \u00e8, da entrambe le parti, troppo scheletrico per giungere ad una definizione certa. \u00c8 ad esempio evidente che l\u2019agricoltura occidentale, se pure \u00e8 svantaggiata dal clima, si giova di alcuni secoli di maggiori investimenti in miglioramenti agrari e di maggiori input energetici e tecnologici, due fattori che se da una parte pesano sui costi (rispettivamente di investimento e di esercizio) dall\u2019altra incrementano il prodotto, in termini sia quantitativi sia qualitativi. D\u2019altra parte il costo del lavoro \u00e8 di gran lunga maggiore, per effetto della produttivit\u00e0 generale del sistema economico e quindi del tenore di vita (in parte quest\u2019ultimo fattore \u00e8 compensato dall\u2019importazione di lavoratori del terzo mondo e dal loro selvaggio sfruttamento in condizioni semi-servili). Quel che \u00e8 certo \u00e8 che gli incentivi, invero massivi, quale integrazione del reddito agricolo e quindi abbassamento del prezzo di equilibrio sul mercato, svolgono la funzione di comprimere per via dell\u2019alterazione delle relative ragioni di scambio il prezzo praticabile dalle merci da esportazione del terzo mondo, e indirettamente anche di quelle consumate in loco (che si trovano un tetto non superabile, pena essere sostituite dalle importazioni). Dunque, al netto del discorso sulla produttivit\u00e0, difficile da decidere in astratto (perch\u00e9 pu\u00f2 essere alterato da ulteriori investimenti diretti o indiretti), la presenza di incentivi estratti da altre parti del budget pubblico obiettivamente comprime il prezzo di equilibrio che l\u2019agricoltura del terzo mondo riesce a spuntare e anche i prezzi interni.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Che questo sia \u201cimperialismo\u201d pu\u00f2 essere una disputa nominalistica, che sia concorrenza sleale e quindi estrazione di ricchezza (costringendo di fatto le nazioni subalterne a vendere le proprie materie prime e il loro lavoro a prezzi inferiori) sembra pi\u00f9 solido.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il secondo errore criticato dai Patnaki \u00e8 invece l\u2019affidamento alla legge dei vantaggi comparati di Ricardo. Un modello che presuppone troppe cose, tra queste che entrambi i paesi possano produrre tutti i beni. Si tratta dell\u2019errore di trarre da una premessa molto limitata una conclusione troppo estesa che non \u00e8 autorizzata da questa.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il terzo errore deriva dalla ignoranza profonda e \u201cquasi coltivata\u201d del mondo accademico del nord circa le specifiche condizioni del commercio globale e degli investimenti in base alle quali i paesi si sono sviluppati dall\u2019ultimo quarto del diciannovesimo secolo. La tesi \u00e8 forte, e rivolta quindi anche all\u2019interlocutore marxista, \u201cscelgono di non avere la minima idea che la loro superiorit\u00e0 sviluppata dipendeva sostanzialmente dallo sfruttamento coloniale anche quando i loro paesi non avevano colonie\u201d. L\u2019Inghilterra ha esportato capitali in America settentrionale e in alcune regioni di recente insediamento come l\u2019Argentina, il SudAfrica e l\u2019Australia (oltre che, naturalmente, nel resto d\u2019Europa), innalzando il loro livello di attivit\u00e0. Questo surplus esportato ha portato in deficit il conto corrente ed in conto capitale con loro. La somma dei due deficit sarebbe stata insostenibile se non avesse strappato un costante deflusso di oro dalle colonie tropicali. Come controprova si pu\u00f2 ricordare che dal 1880 al 1928 l\u2019India aveva il secondo maggiore surplus di esportazioni al mondo (gli Usa il primo), e che il picco fu di mezzo miliardo di dollari. Ma il punto \u00e8 che non fu l\u2019india ad arricchirsi, perch\u00e9 non era autonoma, \u201ctutti i suoi guadagni in valuta estera erano sistematicamente stanziati dalla Gran Bretagna ogni anno per pagare il deficit della bilancia dei pagamenti [della \u201cmadrepatria\u201d]\u201d, i contadini ed i produttori artigianali sono stati pagati con moneta che era immediatamente recuperata fiscalmente, quindi non sono stati pagati. In sostanza la valuta estera era trasferita in Inghilterra e il lavoro locale era pagato con moneta locale che, per\u00f2, era subito recuperata evidentemente salvo il minimo di sussistenza, fiscalmente e non era reinvestito in loco, se non in minima parte (anche i celebrati investimenti in ferrovie ed altre infrastrutture si traducevano sempre in forniture inglesi, lavoro inglese, se pregiato, ed indiano, se servile<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Quindi la rapida estensione del capitalismo in Europa e Nord America indirettamente si fonda su questa estrazione costante di surplus dalle colonie tropicali.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Entrando direttamente nelle obiezioni di Harvey quindi i Patnaik accettano \u201cvolentieri\u201d l\u2019accusa di essere \u201cossessionati dall\u2019agricoltura\u201d, ma ne rivendicano la ragione: \u201c\u00e8 il passato e\u00a0<em>l\u2019implacabile ossessione del capitalismo globale per l\u2019accesso alle terre ed alle risorse primarie del sud<\/em>, a costo di infliggere carestia in passato, fame oggi, e denudando le terre delle loro risorse minerarie\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Questa osservazione \u00e8 chiaramente il centro emotivo dell\u2019intero libro.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Seguono alcune questioni di dettaglio, come la dipendenza del nord temperato dalle importazioni del sud\u00a0<em>per quanto attiene alla variet\u00e0 dei prodotti disponibili<\/em>, il fatto che i paesi in questione non siano indipendenti sotto il profilo alimentare (l\u2019Europa non lo \u00e8 da secoli), la situazione di Usa e Giappone, di dipendenza parziale e l\u2019India, che importa solo oli vegetali e noci (soprattutto olio di palma dal sud-est asiatico), e via dicendo. Prevedibilmente la ricognizione porta alla conclusione che la dipendenza dalle importazioni alimentari dei paesi avanzati \u00e8 molto pi\u00f9 alta che per i paesi in via di sviluppo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo \u00e8, insomma, il contesto nel quale \u00e8 inserita la teoria dell\u2019imperialismo dei Patnaki (che se limitata in questo modo avrebbe una dimensione settoriale). La domanda di sempre maggiori importazioni dalle terre tropicali e subtropicali potrebbe essere soddisfatta senza inflazione dei prezzi solo se la produzione crescesse progressivamente. Ma questa soluzione ragionevole \u00e8 ostacolata dalla inibizione dell\u2019attivismo dello Stato nell\u2019epoca neoliberista (ad esempio il governo Modi dovrebbe investire in irrigazioni e miglioramenti fondiari, sostegno al credito, infrastrutture di trasporto e sostegno alla meccanizzazione e alla chimica verde).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Se non avviene una deflazione del reddito dei consumatori occidentali (che, per\u00f2, \u00e8 in parte in corso), la tendenza all\u2019aumento dei prezzi per effetto della crescita normale dell\u2019economia porter\u00e0 un aumento dei prezzi (\u201ccome accadde una volta nei primi anni settanta\u201d) e questo minaccer\u00e0 la stabilit\u00e0 del denaro. Allora la soluzione disponibile resta l\u2019imposizione della deflazione all\u2019esterno (ovvero quel che accade in india agli agricoltori).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa \u00e8 quella che chiamano \u201cla soluzione imperialista\u201d, e che Harvey non riesce a considerare tale (pur riconoscendo che la meccanica esiste).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Insomma, come dicono, \u201cla nostra teoria dell\u2019imperialismo riguarda il capitalismo per come si comporta nel contesto di alcuni fatti innegabili, relativi alle possibilit\u00e0 di produzione delle diverse regioni.\u00a0<em>Riguarda dunque il capitalismo e non la geografia<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Riguardo all\u2019argomento tutto sommato cruciale avanzato da Harvey, della dinamica di sviluppo e sottosviluppo sulla base della modellistica di Myrdal e della \u201c<em>teoria della dipendenza<\/em>\u201d, in sostanza i Patnaki sottolineano che per avviare poli di sviluppo industriali, che si contrappongano ad aree di deindustrializzazione (si pu\u00f2 pensare alle \u201ctigri asiatiche\u201d o alla Cina, ma anche ad alcune aree della stessa India) \u00e8 necessaria l\u2019adeguata dotazione di infrastrutture. Infrastrutture \u201cfisiche e sociali\u201d, come sottolinea lo stesso geografo inglese. Ma questa via di \u201csviluppo\u201d \u00e8 comunque subalterna, ci sono numerosi esempi di tensione a rendersi indipendenti e industrializzarsi da parte di governi \u201cdirigisti\u201d post-coloniali che sono stati schiacciati.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Comunque l\u2019intero argomento sollevato da Harvey \u00e8 \u201caccettato pienamente\u201d dai Patnaki. Ed \u00e8 accettato che questo sia avvenuto (lo \u201csviluppo-sottosviluppo\u201d) in modo accelerato quando i capitali si sono fatti pi\u00f9 mobili, per sfruttare i differenziali salariali. Ma, dicono, \u201cse anche ci\u00f2 avviene non viene superato l\u2019imperialismo, perch\u00e9 non importa dove si trova il capitale, il problema dell\u2019aumento del prezzo di fornitura resta\u201d. Ed il capitale affronta sempre questo problema imponendo la deflazione del reddito.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Per evidenziare questo si concentrano sulle continuit\u00e0 tra il vecchio colonialismo e l\u2019epoca moderna. Anzi, \u201c<em>la mancata percezione degli impatti temporanei dell\u2019imperialismo \u00e8, in sostanza, un fallimento nel percepire il colonialismo<\/em>\u201d. Ovvero l\u2019incapacit\u00e0 di capire che la differenza essenziale tra la situazione odierna (ad esempio le relazioni tra Cina ed Africa) e quella di allora era che i flussi avvenivano senza contropartita, oggi non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec, almeno nella misura in cui il confronto \u00e8 tra paesi reciprocamente indipendenti. Il tema, a ben vedere, \u00e8 allora questo lo scambio non \u00e8 sempre a \u201cvantaggio reciproco\u201d, non sempre \u00e8 equilibrato. Spesso nella relazione sonno presenti residui di colonialismo, ad esempio sotto forma di salvaguardia esasperata del \u201cdiritto di propriet\u00e0\u201d, e altre strutture normative imposte.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo \u00e8 il piano sul quale i Patnaki ed Harvey sarebbero in accordo, il disaccordo dipende da ci\u00f2 che hanno nel campo visivo: lo sfruttamento concreto, subito e reiterato, qui ed ora, del subcontinente indiano e dei suoi contadini o le dinamiche globali rispetto alle quali, come scrive il secondo, \u201cle vecchie categorie dell\u2019imperialismo non funzionano troppo bene\u201d, perch\u00e9 la situazione dello sfruttamento si \u00e8 fatta pi\u00f9 fluida, pur permanendone la meccanica.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Come scritto nel commento ad un articolo<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>\u00a0che \u00e8 la prova generale di questo libro, e quindi di questo dialogo e scontro, oggi la divisione del lavoro a scala mondiale vede la base produttiva sparpagliata in tutte le aree di minore resistenza nelle quali pu\u00f2 essere estratto il surplus con il minimo di attrito, fidando su un \u201cesercito di riserva mondiale\u201d che \u00e8 costantemente coltivato ed accresciuto, con relativo disinteresse al problema del realizzo, in quanto la domanda alla quale fare affidamento si \u00e8 fatta fluida e mondiale (ma tende comunque ad essere scarsa) e in quanto il meccanismo di creazione delle bolle e gli \u201cschemi ponzi\u201d possono appianare le asperit\u00e0, almeno temporaneamente, e creare domanda senza base produttiva. Questo \u00e8 il senso dell\u2019obiezione di Harvey alla \u201cfissazione\u201d dei Patnaki sul problema della deflazione imposta ai prezzi dei prodotti di base e, per essi, ai suoi produttori nella parte debole del mondo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Entrambi sanno che l\u2019espansione del debito surroga la chiusura stabile del ciclo keynesiano, surrogandola ed appoggiandosi su \u201ccicli Minsky\u201d sempre pi\u00f9 ampi e quindi sempre pi\u00f9 veloci ed instabili<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>. Sanno che la circolazione del valore muove dalla produzione, decentrata, divisa in catene di approvvigionamento e montaggio sempre pi\u00f9 lunghe ed intrecciate, quindi sempre pi\u00f9 fragili e costose da proteggere, e dal suo rimontaggio, amplificazione e ricircolo nel sistema mondiale ed interconnesso di intermediazione finanziaria. Individuano un sistema interamente fondato sulla liquidit\u00e0 apparente, altamente vulnerabile alla potenziale perdita di valore del denaro che potrebbe essere trasmessa da un\u2019inflazione dei valori \u2018reali\u2019.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La questione della tendenziale sovraccumulazione del capitale in forma liquida (ovvero come denaro, come titoli, crediti e diritti di propriet\u00e0 scambiabili) \u00e8, a ben vedere, al centro dell\u2019attenzione di entrambi. Ma \u00e8 interessante come la differenza di posizione individuale, e di memoria storica costituente, ovvero di radici del s\u00e9, produca il reciproco accusarsi di \u201cossessioni\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La stabilit\u00e0 del valore, condizione per l\u2019accumulazione capitalista, nelle condizioni di estrema mobilit\u00e0 proprie della fase finanziaria, \u00e8 servita dalla meccanica messa in luce dai Patnaki, ed imperniata sulla creazione nelle periferie (e nei centri) di un \u201cesercito di riserva\u201d del lavoro, che contiene i prezzi delle materie prime e di tutti i prodotti intermedi che alimentano le catene logistiche mondiali. Garantendo in tal modo la creazione di surplus e di profitti. Questo \u201csifonamento\u201d di ricchezza, che viene trasferita dalle periferie e dal lavoro subalterno (nella catena di produzione) attraverso la partecipazione minoritaria alla catena del valore (che quindi \u00e8 trattenuto, con vari espedienti, nelle mani di chi detiene i titoli di propriet\u00e0 e controllo) \u00e8 quel che in fondo questi chiamano \u201cimperialismo\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo genere di \u201cimperialismo\u201d \u00e8 proprio del modo di produzione capitalista e non \u00e8 cessato con la globalizzazione, anzi \u00e8 cresciuto.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma questa linea di argomentazione, astrattamente avrebbe ragione Harvey, sarebbe servita meglio da una minore concentrazione sul caso particolare della sottovalorizzazione dei beni alimentari e delle materie prime del sud del mondo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Tuttavia quel di cui parlano davvero gli autori non \u00e8 dello sfruttamento intrecciato nella catena del valore della Samsung, ad esempio, ma dello scontro concreto, attuale ed in corso, tra i contadini organizzati dal Partito Comunista Indiano e dalla piattaforma\u00a0<em>All India Kisan Sangharsh Coordination Committee,\u00a0<\/em>contro il governo Modi. \u00c8 questo che garantisce la conservazione dell\u2019esercito di riserva giunto a sessanta milioni di persone private dei mezzi di sussistenza e quasi cinquecento in condizioni di grave povert\u00e0. \u00c8 il governo neoliberale indiano, esprimendo ed interpretando una logica propria di tutte le \u00e9lite globaliste mondiali, che per garantire la stabilit\u00e0 del modo di produzione capitalista e l\u2019accumulazione del capitale nelle mani delle borghesie \u2018compradore\u2019 indiane, oltre che delle \u00e9lite imperialiste presenti in India (che ha indubbiamente nella divisione del lavoro mondiale\u00a0<em>anche<\/em>\u00a0una funzione sub-imperialista), impedisce che il surplus di capitale transiti attraverso la funzione pubblica e sia impiegato nel \u201cpotenziamento territoriale\u201d. Ovvero in quegli investimenti, richiesti a gran voce, che possano aumentare la produttivit\u00e0, ridurre i costi di esercizio (anche e soprattutto finanziari, stabilizzando i debiti), e liberare i lavoratori dallo stato di deprivazione e soggezione che spinge quindicimila di loro\u00a0<em>ogni anno<\/em>\u00a0a togliersi la vita.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Quando gli autori attaccano la propensione del capitalismo nella fase neoliberale per la \u201csana finanza\u201d e l\u2019inibizione della strada di crescita per ridurre e controllare la sovraccumulazione\u00a0<em>e quindi<\/em>\u00a0la tendenza all\u2019inflazione e destabilizzazione del valore, stanno attaccando non un generico, astratto, modello<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>, ma\u00a0<em>politiche concrete che producono effetti concreti<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Utsa e Prabhat sono dei militanti, prima di essere dei teorici. Prima di essere degli economisti. Prima di essere dei tecnici.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Per capire qualcosa del mondo bisogna essere entrambi, bisogna volerlo cambiare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>\u00a0&#8211; Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, \u201c<em>Una teoria dell\u2019imperialismo<\/em>\u201d, Columbia University Press, 2017<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a>\u00a0&#8211; Questa \u00e8 la sua piattaforma on line:\u00a0<a href=\"http:\/\/aikscc.com\/\">http:\/\/aikscc.com\/<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a>\u00a0&#8211; Gunnar Myrdal, \u201c<em>Economic Theory and underdeveloped regions<\/em>\u201d, London, 1957, ed it. Feltrinelli 1959.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a>\u00a0&#8211; In questo passaggio cita la principale letteratura della dipendenza: Samir Amin, \u201c<em>Accumulation on a World scale<\/em>\u201d, Monthly Review Press, 1974; Immanuel Wallerstein, \u201c<em>The modern world system<\/em>\u201d, Academic Press, 1974; Argiriss Emmanuel, \u201c<em>Unequal exchange: a study of the imperialism of trade<\/em>\u201d, Monthly Review Press, 1972; Andre Frank, \u201c<em>Capitalism and Underdevelopment in Latin America<\/em>\u201d, Monthly Review Press, 1969.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda, ad esempio, i fenomeni di ricostruzione urbana per grandi progetti essenzialmente fondati sull\u2019attrazione di flussi di capitali mobili e riconfezionamenti per distribuzione altrimenti che sulla domanda endogena. Un esempio, certo non unico, \u00e8 la costante ricostruzione di Londra, si veda \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/05\/saskia-sassen-londra-si-autodistrugge.html\">Saskia Sassen, \u2018Londra si autodistrugge\u2019: del ciclo edilizio al tempo della finanza estrattiva<\/a>\u201d e \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/11\/laurie-macfarlaine-la-ricchezza-e.html\">Laurie MacFarlaine, La ricchezza \u00e8 generata dalla rendita<\/a>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a>\u00a0&#8211; David Harvey, \u201cThe geography of capitalis accumulation: a recostruction of the marxian theory\u201d, Antipode 7, 1975; David Harvey, \u201c<em>Space of capital<\/em>\u201d, Routledge, 2001; David a Harvey, \u201c<em>The limits of capital<\/em>\u201d, Blackwell, 1982.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0&#8211; Harvey cita due opere di Arrighi: Giovanni Arrighi, \u201c<em>The geometry of imperialism<\/em>\u201d, New left Book, 1978; \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/03\/giovanni-arrighi-il-lungo-xx-secolo.html\">Il lungo XX secolo<\/a><\/em>\u201d, Verso 1994, ed it. 1996.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a>\u00a0&#8211; Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, \u201c<em>Una teoria dell\u2019imperialismo<\/em>\u201d, cit, p.173<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a>[9]\u00a0&#8211; Si veda, per una visione occidentale del tema, coerente con alcune descrizioni storiche, Paul Roberts, \u201c<em>La fine del cibo<\/em>\u201d, Codice 2009<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a>\u00a0&#8211; Idem, p. 177<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda Hosea Jaffe, \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/05\/hosea-jaffe-era-necessario-il.html\">Era necessario il capitalismo?<\/a><\/em>\u201d, Jaca Book, 2008<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a>\u00a0&#8211; Utsa Patnaik, Prabhat Patnaik, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2020\/02\/utsa-patnaik-prabhat-patnaik.html\">L\u2019imperialismo nell\u2019era della globalizzazione<\/a>\u201d, Monthly Review, vol. 67, n. 3 luglio 2015<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda Hyman Minsky, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/09\/hyman-p-minsky-keynes-e-linstabilita.html\">Keynes e l\u2019instabilit\u00e0 del capitalismo<\/a>\u201d, 1975.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a>\u00a0&#8211; Il modello si presta ad essere generalizzato, ma va descritto e smontato in ogni luogo concreto. Si presta ad essere applicato anche ai margini diradati del capitalismo \u201ccentrale\u201d. Dove stazionano frazioni di classe anche esse spazialmente distinte ma contigue ai centri metropolitani. Non solo nel \u2018terzo mondo\u2019, quindi, ma nel \u201csemi-primo\u201d. Dove si allargano gli ambienti vasti nei quali prevalgono condizioni di marginalit\u00e0 e i relativi atteggiamenti esistenziali e politici, dove scoppia l\u2019ira delle periferie. Il fenomeno mostrato nel caso indiano, della deflazione provocata per conservare stabilit\u00e0 all\u2019accumulazione capitalistica e le relative gerarchie sociali, limitando al minimo i terreni nei quali si pu\u00f2 tollerare l\u2019inflazione dei prezzi e dei salari che provocherebbe un assorbimento di ricchezza e riduzione del potere di acquisto del capitale, si manifesta anche qui pienamente. Questi fenomeni accadono perch\u00e9 la dipendenza non \u00e8 un gioco tra blocchi omogenei, ma \u00e8 un rapporto dinamico reso dai differenziali di potere (nelle forme in cui questo si manifesta). Questo differenziale, che \u00e8 necessario per proteggere il surplus e la sua appropriazione, creando centri dominanti nei quali si concentra e periferie dalle quali si estrae, si manifesta nelle grandi citt\u00e0, nelle aree \u201cdell\u2019osso\u201d delle regioni sviluppate, nella divaricazione macroregionale (ad esempio quella italiana), nella tendenziale stagnazione relativa o perdita di spinta dei sistemi-paese spinti ai margini. Queste dinamiche accadono nel nord inglese, nella regione della ruggine americana, nelle periferie urbane praticamente ovunque, nelle regioni appenniniche (o alpine) italiane, nei sud (in termini relativi). Ovvero nelle \u201ccinture\u201d nelle quali peraltro vince, non per caso, il \u201cpopulismo\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non bisogna prendere questo modello concettuale come una descrizione omogenea od organica, luogo contro luogo. Anche in ogni periferia, in ogni ambiente periferico, ovunque esso sia, permane in posizione d\u2019ordine, un segmento di borghesia che si nutre dell\u2019intermediazione e quindi cresce. Un segmento che \u00e8 a cavallo ed in contatto con il capitale metropolitano e produce alcuni, se pure limitati, \u2018effetti alone\u2019. In conseguenza ci sono zone e paesi che hanno registrato un\u2019elevata \u201ccrescita\u201d. Normalmente ottenuta, data la posizione di intermediazione, a spese della trasmissione di surplus e quindi spingendo ancora pi\u00f9 in basso i ceti produttivi subalterni. Ovunque bisogna identificare i propri Modi, e coloro che li appoggiano perch\u00e9 ne traggono beneficio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2020\/02\/un-dialogo-sullimperialismo-david.html\">http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2020\/02\/un-dialogo-sullimperialismo-david.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di TEMPO FERTILE (Alessandro Visalli) Nel libro che Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, scrivono nel 2017 sull\u2019imperialismo[1]\u00a0c\u2019\u00e8 un\u2019ultima parte nella quale \u00e8 riportato un dialogo a distanza con David Harvey. Il notissimo geografo marxista americano svolge diverse critiche molto serrate ai due economisti indiani e questi replicano in modo altrettanto deciso. Si tratta di un confronto tra discipline e tra culture, ma anche tra posizioni interiorizzate. Sembra di leggere tra le righe il fantasma dell\u2019oggetto&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":92,"featured_media":38863,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/A.Visalli.jpeg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-eG9","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/56429"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/92"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=56429"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/56429\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":56430,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/56429\/revisions\/56430"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/38863"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=56429"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=56429"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=56429"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}