{"id":576,"date":"2009-10-27T21:54:19","date_gmt":"2009-10-27T20:54:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=576"},"modified":"2009-10-27T21:54:19","modified_gmt":"2009-10-27T20:54:19","slug":"la-storia-del-peshmerga-senza-naso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=576","title":{"rendered":"La storia del peshmerga senza naso"},"content":{"rendered":"<p>\n\t<strong>di Francesca Recchia<br \/>\n\t<\/strong><\/p>\n<p>\n\tA volte capita cos&igrave; che un pomeriggio malinconico si trasforma in una storia da raccontare.<\/p>\n<p>\n\tAnna mi telefona e mi chiede se ho voglia di accompagnarla a fare un &quot;sopralluogo&quot; nel <i>giardino<\/i> di un suo collega di lavoro, che le ha chiesto qualche idea per la casa che vuole progettare nel suo villaggio d&acute;origine.<\/p>\n<p>\n\tE cos&igrave; partiamo, su una macchina che &egrave; in s&egrave; un&acute;avventura, forse un tempo blindata, con un grande tubo di scappamento nero sul cofano per smaltire i fumi del motore a diesel e cos&igrave; alta che a me serve la rincorsa per salire.<\/p>\n<p>\n\tViaggiamo verso est, verso il Monte Safin pi&ugrave; o meno un&acute;ora di macchina da Erbil. Si procede in direzione della valle di Barzan, da cui ha origine la trib&ugrave; pi&ugrave; potente del Kurdistan; la strada vira verso la destra, dal fondo valle si vede in alto sulla cima la villa del Presidente Massoud Barzani. La strada diventa via via pi&ugrave; stretta finch&egrave; non diventa un sentiero sterrato che si inerpica sulle montagne. L&acute;aria si fa pi&ugrave; pulita, il cielo pi&ugrave; sereno. Si sale ancora un po&acute; e dalla schiena dell&acute;ultima collina si apre una valle sospesa nel tempo al centro della quale &egrave; accovacciato il villaggio di Khora. Il villaggio ha una tradizione di combattenti, guerriglieri che hanno lottato contro il regime di Saddam per conservare la propria libert&agrave;; la risposta &egrave; stata una sorte comune a quella di quasi quattromila altri villaggi: la completa distruzione, culminata nel 1988. A quel tempo vivevano a Khora 1500 famiglie, dopo anni solo 70 hanno deciso di tornare a ricostruire le proprie case nello stesso posto del loro villaggio d&acute;origine. Sono case di fango scavate nella montagna, completamente mimetizzate nel paesaggio dove l&acute;unica nota di colore &egrave; quella dei panni stesi ad asciugare e dei teli di plastica azzurri che funziona da isolante. Il collega di Anna, S., viene dalla famiglia pi&ugrave; influente&nbsp; del villaggio; indossa il vestito tradizionale e le scarpe di corda, la fascia alla vita &egrave; scura a fiori, avvolta in modo impeccabile e stretta al punto giusto per far s&igrave; che la pistola non si sposti dal fianco. Ha un portamento altero, di altri tempi, capelli sale e pepe e un sorriso aperto e accogliente. C&acute;&egrave; una scaltrezza gentile nel suo modo di stare al mondo, quella di chi nella vita ha visto tanto. La prima tappa &egrave; nel pezzo di terra dove vent&acute;anni fa c&acute;era la casa del padre poi distrutta da Saddam. Si trova su una piccola altura che ha alle spalle la pendenza dolce dove si arrampica il villaggio; di fronte guarda a ovest verso la valle e il cielo che si avvia all&acute;imbrunire, mentre su un lato si affaccia verso il cimitero in cui spiccano due tombe: quelle dei suoi genitori, ci dice. Dal fianco della collina spunta un uomo con il vestito tradizionale di color verde, il turbante e il volto sfigurato. Il tono di voce &egrave; allegro e scanzonato; dopo il rituale del benvenuto c&acute;&egrave; quello dello scambio delle sigarette: io la offro a te e tu la offri a me. Anna e io riceviamo un saluto con la mano sul cuore.<\/p>\n<p>\n\tCi invita a prendere il te. Accettiamo volentieri. Ci riarrampichiamo sulla macchina solo per percorre i dieci metri che separano la cima dell&acute;altura dalla porta d&acute;ingresso del pergolato in cui l&acute;uomo col turbante ci accoglie. Noi ospiti ci sediamo sotto la pergola, su un gradino appena rialzato coperto da tappeti: la posizione &egrave; incredibile, di fronte a noi si apre la valle dietro il primo piano del piccolo cimitero del villaggio. Il senso di pace &egrave; pervasivo, non c&acute;&egrave; nessun rumore se non quello delle voci che conversano, dei bambini che giocano e delle zampe del pollo equilibrista che ticchettano sul trave di legno che copre la tettoia del cortile sottostante. L&acute;uomo col turbante ci dice che &egrave; un cugino di S. e ci racconta la storia del suo viso sfuigurato. Qui nel villaggio tutti gli uomini hanno combattuto sulle montagne contro Saddam, anche lui era un peshmerga &#8211; che significa guerrigliero o terrorista a seconda di chi legge, letteralmente colui che non teme la morte (e quindi lotta per la libert&agrave;). Aveva un ruolo importante fra i peshmerga ed era molto rispettato. Ci indica un punto lontano sulla costa del Monte Safin: &quot;&egrave; l&igrave; che mi hanno sparato. Due pallottole; una mi ha trapassato la gamba sinistra e non ha lasciato conseguenze. L&acute;altra &egrave; entrata da sotto il mento e uscita dallo zigomo portando via il naso. Sono stato fortunato!&acute;<\/p>\n<p>\n\tMentre racconta la storia arriva una donna vestita di scuro con le mani robuste e la testa coperta. Ci alziamo per mostrarle rispetto. Comincia una conversazione giocosa sulle rispettive et&agrave; &#8211; S. ci traduce dal curdo. La signora ride. Chiediamo perch&egrave;. Il peshmerga senza naso ha detto a S. di dirci che &egrave; la donna &egrave; sua madre invece che sua moglie. La signora ride di nuovo e noi con lei. S. e il nostro ospite siedono su due sedie di plastica di fronte a noi, che siamo sul gradino; anche la padrona di casa siede sul gradino leggermente distante da noi pi&ugrave; vicino alla porta. Col passare del tempo e l&acute;animarsi della conversazione cominciano ad arrivare una serie di giovani uomini vestiti di scuro con gli occhi profondi e inquisitivi. Hanno tutti lo stesso naso aquilino e un baffo sottile. Entrano e si siedono per terra a gambe incrociate intorno a noi. &quot;Sono i nostri figli&quot;, ci dice il peshmerga senza naso. A guardarli bene hanno tutti lo stesso naso della mamma. Sono otto. Otto maschi e otto femmine. Le mani robuste della padrona di casa adesso hanno tutto un altro significato.<\/p>\n<p>\n\tUno dei figli ci porta il te, dolce e intenso. E ora di andare, ci invitano a tornare. Sarebbe bello davvero. Prima di raggiungere la macchina ci voltiamo per un ultimo saluto &#8211; nascosti dietro una porta spuntano una serie di visi di donna&#8230; ecco dove erano finite le otto figlie di cui avevamo sentito parlare!<\/p>\n<p>\n\tDi nuovo in macchina verso il lato opposto della valle. la luce si avvicina al tramonto, il paesaggio prende una nota calda di arancio. Arriviamo al &quot;giardino&quot; che in realt&agrave; &egrave; uno spicchio di montagna che guarda sia il villaggio che la valle. E qui che S. vuole costrure la casa dove trovare pace e tranquillit&agrave; dalle preoccupazioni delle due mogli e sei figli che lo aspettano ad Erbil. Si prendono le misure si raccolgono idee. S. e il fratello maggiore, anche lui col vestito tradizionale e la pistola alla cintura, discutono con un amico di misure e dettagli, l&acute;orientamento del portico, l&acute;angolo migliore per guardare il tramonto. S. si allontana un attimo poi torna da noi con una borsa frigo: pistacchi e birra per tutti stappata dal paraurti della macchina. Le contraddizioni meravigliose dei mondi che si intrecciano: gli elementi che resistono, i dettagli che si aggiungono, le sfumature impreviste di quello che &egrave; di l&agrave; da venire.<\/p>\n<p>\n\tPrima che venga buio c&acute;&egrave; ancora una cosa che S. vuole mostrarci. E una pozza di acqua sorgiva che fa parte della propriet&agrave;, ci dice che &egrave; molto antica. C&acute;&egrave; un grande albero abbarbicato su un piano leggermente rialzato rispetto alla fonte che la sovrasta. S. ci racconta della famiglia, il sole comincia a scendere. Io mi guardo intorno. Sotto l&acute;albero, vicino all&acute;acqua della fonte, l&acute;amico di S. ha steso il tappeto e si &egrave; messo a pregare. <st1:personname productid=\"La Mecca\" w:st=\"on\">La Mecca<\/st1:personname> &egrave; nella stessa direzione dell&acute;orizzonte. La potenza della natura d&agrave; un tono mistico alla situazione, che colpisce perfino una scettica come me.<\/p>\n<p>\n\tS. ci racconta di suo nonno, era un uomo potente e rispettato, un combattente, il padrone del villaggio. Negli anni 20 gli Inglesi hanno cercato di &quot;conquistare&quot; le sue terre, lui ha combattuto fino all&acute;ultimo, ma non ha vinto. S. ci dice che se suo nonno fosse sceso a compromessi adesso la sua posizione sociale sarebbe stata diversa. Suo nonno ha perso tutto fuorch&egrave; la dignit&agrave;. &quot;Chiss&agrave; se aveva ragione&quot; domanda S. pi&ugrave; a se stesso che a noi, &quot;Non sta a noi sapere, sar&agrave; la storia a dirlo alle prossime generazioni&quot;.<\/p>\n<p>\n\tA presto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Francesca Recchia A volte capita cos&igrave; che un pomeriggio malinconico si trasforma in una storia da raccontare. Anna mi telefona e mi chiede se ho voglia di accompagnarla a fare un &quot;sopralluogo&quot; nel giardino di un suo collega di lavoro, che le ha chiesto qualche idea per la casa che vuole progettare nel suo villaggio d&acute;origine. 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