{"id":57895,"date":"2020-04-14T11:00:11","date_gmt":"2020-04-14T09:00:11","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=57895"},"modified":"2020-04-14T10:10:58","modified_gmt":"2020-04-14T08:10:58","slug":"multipolarismo-i-compiti-di-questa-fase-storica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=57895","title":{"rendered":"Multipolarismo, i compiti di questa fase storica"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>OLTRE LA LINEA<\/strong> (<strong>Gianfranco La Grassa)<\/strong><\/p>\n<p><strong>Multipolarismo, i compiti di questa fase storica. Di seguito un\u2019analisi del prof. Gianfranco La Grassa<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/honor-guard-67636_1920-1024x738.jpg\" alt=\"multipolarismo\" \/><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">In effetti, non sono uno storico anche se a volte affronto determinati momenti della nostra storia, in specie del<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0\u00a0<\/span>secolo scorso, e mi piacerebbe molto che altri, ben pi\u00f9 preparati al riguardo, approfondissero le questioni da me sollevate con tanta imperizia. Desidero qui punteggiare alcuni problemi, prendendo avvio da quanto avvenne in\u00a0<a href=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/tag\/germania\/\"><strong>Germania<\/strong><\/a>\u00a0negli anni \u201930, quando venne a termine la Repubblica di Weimar, frutto della sconfitta subita dal paese nella prima guerra mondiale. Se la memoria non m\u2019inganna, alcuni dei problemi cui accenner\u00f2 sono affrontati secondo la direzione da me scelta quasi soltanto nel \u201cBehemoth\u201d di Franz Neumann, autore socialdemocratico di indubbio valore.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">La suddetta\u00a0<strong>Repubblica di Weimar<\/strong>\u00a0era in quegli anni (caratterizzati dalla \u201cgrande crisi\u201d del \u201929) ormai corrotta e marcescente; e appariva preda delle manovre del grande capitale finanziario. Il 1933 \u00e8 indicato \u201cufficialmente\u201d come l\u2019anno di uscita dalla crisi in questione; negli Stati Uniti la situazione sarebbe stata risolta \u2013 \u00e8 quanto si sostiene pressoch\u00e9 unanimemente e senza ulteriori approfondimenti critici \u2013 dal \u201c<a href=\"http:\/\/www.loc.gov\/teachers\/classroommaterials\/presentationsandactivities\/presentations\/timeline\/depwwii\/newdeal\/\">New Deal\u201d di Roosevelt<\/a>\u00a0(eletto a fine \u201932 e insediatosi appunto nel gennaio di quell\u2019anno), una serie di misure di politica economica attuate tramite forte spesa statale (in deficit di bilancio) e costruzione di infrastrutture di notevole importanza; politica che \u00e8 stata di fatto sistematizzata teoricamente da Keynes nel suo testo pi\u00f9 famoso (1936). Il \u201cNew Deal\u201d prese termine nel \u201937, ottenne successi iniziali ragguardevoli in termini di occupazione e crescita economica. Tuttavia, ci si scorda che, gi\u00e0 nel \u201935 e soprattutto \u201936 e \u201937, si ha una fase di sostanziale stagnazione che perdura fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>L\u2019uscita dalla crisi del 1929<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Quest\u2019ultima fu la vera causa della\u00a0<strong>risoluzione della crisi<\/strong>; e l\u2019alta spesa legata ai bisogni bellici ne sarebbe stata solo motivo occasionale e risolutivo per pochi anni dopo la guerra, se da questa non si fosse usciti con un mondo bipolare e, nel cosiddetto campo capitalistico, con un predominio pressoch\u00e9 assoluto degli Stati Uniti, che faranno da regolatori di un ampio sistema di relazioni tra paesi ad alto stato di avanzamento economico e tecnico, tutti per\u00f2 nettamente subordinati (anche attraverso la Nato, che nasce nel \u201949) alla superpotenza d\u2019oltreatlantico. Torniamo per\u00f2 al 1933 e alla Germania che in quell\u2019anno attravers\u00f2 uno dei peggiori momenti della crisi. Non scordiamoci del resto che il paese fu in grave situazione nel dopoguerra fino al \u201923; poi si ebbe un periodo di relativa stabilizzazione (ma non certo di adeguata crescita economica) e infine sopraggiunse lo choc del \u201929 che non fu ben sopportato.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Da parte marxista, ma non solo, l\u2019instabilit\u00e0 della\u00a0<a href=\"https:\/\/www.britannica.com\/place\/Weimar-Republic\">Germania di Weimar<\/a>\u00a0fu quasi sempre attribuita al predominio pervasivo del capitale finanziario; soprattutto sotto l\u2019influenza di un testo di Hilferding del 1910 (\u201cIl capitale finanziario\u201d), di indiscussa rilevanza in molti ambiti e a mio avviso assai sopravvalutato (ancora oggi). L\u2019autore socialdemocratico austriaco si rifaceva al predominio del capitale bancario, poich\u00e9 per lui finanziario significava in sostanza bancario. Si sostiene che il suo testo abbia influenzato decisamente il Lenin degli studi sull\u2019imperialismo, scordandosi che quest\u2019ultimo parlava almeno del capitale finanziario quale \u201csimbiosi\u201d di bancario e industriale pur dando molta importanza, ma non certo esclusiva, al primo. Detto per inciso, le tesi hilferdinghiane sembrano molto in voga anche oggi, e non certo solo presso i pochi marxisti rimasti. Soprassediamo tuttavia sulla discussione di questo errore di prima grandezza.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Credo si possa dire che la\u00a0<strong>crisi del \u201929,<\/strong>\u00a0pur non essendone affatto la causa primaria (questa fu essenzialmente politica), ebbe influssi negativi sul definitivo sfacelo della Repubblica tedesca e sulla presa del potere da parte nazista. E\u2019 qui che per\u00f2 non mi sembra ci siano analisi sufficientemente obiettive del successo hitleriano. Neumann, se ricordo bene, prese atto che certi teorici nazisti ripresero perfino le tesi di Hilferding di vent\u2019anni prima, critiche verso il capitale finanziario e la corruzione che questo avrebbe indotto; mentre invece i socialdemocratici degli anni \u201920 e \u201830 erano ben coinvolti nel marciume di quella forma politica e sociale giunta allo sfascio nel \u201933. Bisogna dire con estrema franchezza che i nazisti non rappresentavano la finanza, bens\u00ec l\u2019industria (i Krupp, i von Thyssen, ecc.); e che fra la presa del potere all\u2019inizio del \u201933 e il Congresso di Norimberga dell\u2019autunno \u201934 (un anno e mezzo o poco pi\u00f9) si esercit\u00f2 un forte impulso all\u2019uscita dalla crisi. E non semplicemente incrementando l\u2019industria bellica, anche questa \u00e8 una semplificazione \u201cdi parte\u201d. Inutile raccontarsi frottole. Non si vince con la semplice ideologia o il solo uso della violenza; \u00e8 necessario individuare correttamente le contraddizioni (in specie quelle tra gruppi di \u00e9lite dominanti) presenti nella societ\u00e0, contraddizioni che coinvolgono pesantemente, in date congiunture storiche, le pi\u00f9 larghe masse popolari.\u00a0<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Nel mentre i\u00a0<strong>nazisti<\/strong>\u00a0davano forte impulso allo sviluppo germanico, in\u00a0<a href=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/tag\/francia\/page\/2\/\">Francia<\/a>\u00a0si ebbe il fin troppo glorificato \u201cFronte popolare\u201d, che mise in luce tutte le debolezze delle strutture sociali e politiche del paese. Perfino sul piano della tanto decantata \u201cunit\u00e0 antifascista\u201d ci si accorge facilmente di quanta retorica si sia usata a tal proposito, tenuto conto che quel governo francese (durato dal \u201936 al \u201938, quindi assai poco), e le forze che quell\u2019\u201cunit\u00e0\u201d avrebbe dovuto mobilitare, portarono alla \u201cpropria\u201d parte nella guerra civile spagnola di quegli anni un aiuto di ben scarsa rilevanza. Tanta superficiale e perfino infantile esaltazione in film, in scritti letterari, ecc., ma poco di effettivamente utile ed efficace nella concreta guerra civile spagnola.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Il vero fatto \u00e8 che non ci fu quel prorompente entusiasmo popolare di cui si favoleggi\u00f2 a lungo (per l\u2019impegno fantasioso di gran parte del ceto artistico e intellettuale); e le forze antifasciste \u201calleate\u201d si dedicarono, come al solito, a quella micragnosa alchimia politicante interessata alla suddivisione degli spazi di potere. In realt\u00e0, quella impropria alleanza (una pagina da scordare proprio per i comunisti) prepar\u00f2 la debolezza francese, manifestatasi sia al momento dei \u201cPatti di Monaco\u201d (del \u201938) sia, ancor pi\u00f9, poco dopo con la subitanea sconfitta subita ad opera della Wehrmacht. Non parliamo poi del successivo non indifferente appoggio fornito da larghi settori sociali medi francesi (anche piccolissimo-borghesi) alla Repubblica di Vichy, come messo lucidamente in scena nel notevole film documentario di Marcel Oph\u00fcls, \u201cLe chagrin et la piti\u00e9\u201d (1969), duecentocinquanta minuti di impietosa demistificazione della retorica antifascista (e gollista) di una Francia tutta \u201cresistente\u201d di fronte al nazismo.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">E\u2019 appunto ora di riscrivere un po\u2019 la storia per afferrare meglio la futilit\u00e0 degli appelli antifascisti, \u201cantirazzisti\u201d (il buonismo dell\u2019integrazione con chiunque) e di tutte le altre demagogiche operazioni della \u201csinistra\u201d odierna, che nemmeno protesta pi\u00f9, come faceva debolmente un tempo, contro il parassitismo finanziario, cio\u00e8 bancario, portando nel contempo a fondo la privatizzazione dell\u2019industria di Stato e mantenendone solo ancora alcuni \u201cbrandelli\u201d in quanto canale di possibili finanziamenti. Il tutto accompagnato da fenomeni di corruzione assai pi\u00f9 gravi e meschini di quelli della prima Repubblica.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Non insisto oltre perch\u00e9 quanto scritto fin qui mi serviva soprattutto a far meglio comprendere le conclusioni cui sono ormai giunto, e non senza molti pensamenti e ripensamenti. Conclusioni, d\u2019altronde, che mancano ancora di molti tasselli, appunto di riconsiderazione storica, in grado di meglio guidare nelle prese di posizione future quando, si spera, quest\u2019epoca \u2013 a mio avviso di vera transizione verso qualcosa di non ancora definito \u2013 sar\u00e0 giunta alla decantazione di nuove forme dei rapporti: sia tra paesi vari sia tra raggruppamenti sociali e forze politiche all\u2019interno di questi.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>Due appunti su Marx<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter  wp-image-19308 lazy-loaded\" src=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/communist-3082369_1920-1024x682.jpg\" alt=\"multipolarismo\" width=\"895\" height=\"596\" data-lazy-type=\"image\" data-src=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/communist-3082369_1920-1024x682.jpg\" data-srcset=\"\" \/><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Dell\u2019epoca ormai passata da tempo, anche se ancora non se ne prende atto in modo adeguato, tengo ben fermo il giudizio positivo sulla \u201cRivoluzione d\u2019ottobre\u201d e dunque su una serie di effetti e risultati che ne sono conseguiti. Tuttavia, non la considero pi\u00f9 una rivoluzione \u201cproletaria\u201d, una sorta di avvio in direzione della societ\u00e0 \u201csocialista\u201d, primo gradino di quella \u201ccomunista\u201d. Tale convinzione \u00e8 stata un vero abbaglio legato alla crescita del cosiddetto movimento operaio, alla fine dimostratosi solo capace di lotta sindacale per migliori condizioni di vita e di lavoro, non certo di realizzare la rivoluzione, pensata da Marx e dai suoi seguaci, dei rapporti sociali (di produzione, cio\u00e8 di propriet\u00e0 dei mezzi di produzione). Ho gi\u00e0 spiegato pi\u00f9 volte i motivi, per null\u2019affatto utopistici, per cui Marx aveva pensato alla classe operaia (\u201cdal dirigente all\u2019ultimo giornaliero\u201d, cio\u00e8 dalle alte funzioni direttive a quelle soltanto esecutive nell\u2019ambito dei processi di produzione) quale motore di una grandiosa e definitiva trasformazione sociale. I dirigenti del successivo movimento operaio, divisosi assai presto in correnti riformiste e rivoluzionarie, avevano di fatto trasformato la concezione marxiana di classe operaia riducendo quest\u2019ultima al lavoro pi\u00f9 che altro esecutivo nelle fabbriche. Al massimo con qualche \u201cspecializzazione\u201d, ma insomma ben lontana da ruoli direttivi.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Lenin ebbe chiara visione che tale classe, \u201cin s\u00e9\u201d, non aveva coscienza dei suoi compiti rivoluzionari. Si prendano questi passi del suo \u201cChe fare\u201d (1902), assai netti in proposito:<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">\u201cLa storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze \u00e8 in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cio\u00e8 la convinzione della necessit\u00e0 di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai. La dottrina del socialismo [il marxismo; ndr] \u00e8 sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Per la loro posizione sociale, gli stessi fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi [\u2026\u2026\u2026] La<strong>\u00a0coscienza politica di classe<\/strong>\u00a0pu\u00f2 essere portata all\u2019operaio solo dall\u2019esterno, cio\u00e8 dall\u2019esterno della lotta economica, dall\u2019esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal quale \u00e8 possibile attingere questa coscienza \u00e8 il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi\u201d.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Questa lucida considerazione della classe operaia, non pi\u00f9 pensata nei termini dell\u2019\u201cassociazione dei produttori\u201d di cui aveva trattato\u00a0<strong>Marx<\/strong>\u00a0(ad es. nel cap. XVII del III libro de \u201cIl Capitale\u201d), impediva di crederla capace di una qualsiasi egemonia (anche culturale) nel corso di un autentico rivoluzionamento dei rapporti sociali; egemonia di cui era invece stata protagonista la borghesia (con una sua \u201ccostellazione\u201d di intellettuali) nella trasformazione del sistema feudale dei rapporti sociali. Per cui, nella rivoluzione definita \u201cproletaria\u201d, era necessaria la formazione di una \u00e9lite dirigente \u2013 in grado di attuare le strategie pi\u00f9 adeguate alla transizione da una forma di societ\u00e0 all\u2019altra \u2013 che era facile diventasse, com\u2019\u00e8 diventata, un nuovo gruppo sociale dominante.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">In Marx le classi antagoniste (e protagoniste di una gigantesca lotta durante la preparazione della transizione alla formazione sociale prima socialista e poi comunista) erano solo due, fondate sulla propriet\u00e0 (potere di disposizione) o non propriet\u00e0 dei mezzi indispensabili al processo di produzione: appunto la borghesia (classe capitalistica) e il proletariato (classe operaia, considerata nel suo aspetto di complesso dei produttori, direttivi ed esecutivi, che hanno da vendere come merce soltanto la propria capacit\u00e0 lavorativa, cio\u00e8 la forza lavoro).\u00a0<strong>Lenin<\/strong>\u00a0ha in pratica ragione in quanto scrive, ma non si accorge (e non ce ne siamo accorti nemmeno noi per un secolo) che il partito \u2013 innalzato al ruolo di semplice \u201cavanguardia\u201d della classe: \u201cin s\u00e9\u201d rivoluzionaria e tuttavia del tutto inconsapevole di esserlo \u2013 \u00e8 soltanto una bella invenzione, utile nel processo rivoluzionario ma non certo a conseguire le finalit\u00e0 dell\u2019agognato \u201csocialismo\u201d quale fase di transizione al comunismo. In ogni caso, nessun comunista e marxista serio dei tempi che furono ha mai sostenuto che il comunismo fosse stato realizzato in una qualsiasi parte del mondo; si parlava al massimo di \u201ccostruzione del socialismo\u201d. Solo anticomunisti, faziosi e perfettamente ignoranti, possono ancor oggi definire la Cina \u201cregime comunista\u201d.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">La rivoluzione bolscevica del 1917 ha avuto un seguito sociale essenzialmente contadino; e ha conosciuto poi altri successi in paesi con struttura sociale ancor pi\u00f9 di questo tipo e soggetti ad una subordinazione coloniale o comunque con forti aspetti di dipendenza dai paesi arrivati ad una pi\u00f9 avanzata fase capitalistica. In questi ultimi esisteva effettivamente la classe operaia (non i \u201cproduttori associati dall\u2019ingegnere all\u2019ultimo giornaliero\u201d) del tutto inconsapevole, appunto, d\u2019essere caricata di compiti di transizione a socialismo e comunismo.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>La Rivoluzione d\u2019Ottobre e la concezione leniniana d\u2019imperialismo<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">La \u201crivoluzione d\u2019ottobre\u201d corrispose nei fatti alla concezione leniniana d\u2019imperialismo, critica di quella kautskiana che lo faceva coincidere con il mero colonialismo. Per Lenin, l\u2019imperialismo era invece la catena che legava i paesi capitalistici spingendoli ad una reciproca lotta per le sfere d\u2019influenza; catena che poteva essere rotta rivoluzionariamente nell\u2019\u201canello debole\u201d, in cui si fosse verificata una grave crisi della classe dominante e il crollo delle sue istituzioni. Tale situazione si verific\u00f2, nel corso della prima guerra mondiale con i suoi eventi traumatici, nella\u00a0<strong>Russia<\/strong>\u00a0zarista (tutt\u2019altro che capitalisticamente \u201cavanzata\u201d); ed \u00e8 qui che, a mio avviso del tutto giustamente, Lenin avvi\u00f2 la rivoluzione cogliendo il momento favorevole. Solo che pens\u00f2 nei termini di semplice detonatore della rivoluzione proletaria nei paesi in cui ancora la classe operaia si manteneva largamente su posizioni tradunioniste (si legga il finale de \u201cLa rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky\u201d del novembre 1918). Quella rivoluzione dilag\u00f2 invece \u2013 ma dopo la seconda guerra mondiale, che chiuse veramente il periodo di crescente \u201cmultipolarismo\u201d (tra 1870 e prima guerra mondiale) e di \u201cpolicentrismo conflittuale acuto\u201d (da quest\u2019ultima al 1945 appunto) \u2013 nei paesi a dipendenza coloniale o simil-tale.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Ne \u00e8 derivato comunque un autentico mutamento del mondo, un completo rivolgimento nei rapporti internazionali tra paesi vari con nuove forme di dipendenza (si pensi a quella europea, e italiana, dagli Usa) e con nascita di nuove potenze (tipo Urss) poi crollate miseramente proprio perch\u00e9 inseguivano impropriamente finalit\u00e0 impossibili da raggiungere. E via dicendo; non insisto qui perch\u00e9 c\u2019\u00e8 un\u2019analisi quasi tutta da fare. Ne derivano tuttavia gi\u00e0 oggi alcuni insegnamenti, pur ancora in forma rozza e di primo approccio, onde non incorrere in ulteriori errori del tipo dell\u2019alleanza \u201cantinazifascista\u201d degli anni \u201930 del secolo scorso, dove i pretesi comunisti \u2013 in gran parte legati sinceramente alla credenza di poter rivoluzionare il mondo nel senso di allargare l\u2019area della \u201ccostruzione del socialismo\u201d \u2013 si allearono con l\u2019espressione politica (socialdemocratica) di quella \u201cclasse\u201d operaia, di cui Lenin aveva compreso l\u2019incapacit\u00e0 di andare oltre la lotta per una diversa distribuzione del reddito prodotto capitalisticamente. L\u2019unico effettivo risultato di quell\u2019alleanza, pur favorita dai \u201csimmetricamente\u201d contrapposti madornali errori compiuti da fascisti e nazisti, \u00e8 stato di aver offerto su un piatto d\u2019oro alla formazione sociale di tipologia statunitense \u2013 da me definita degli \u201cstrateghi del capitale\u201d; non pi\u00f9 della borghesia \u201cproprietaria dei mezzi produttivi\u201d secondo l\u2019analisi marxiana con riferimento alla societ\u00e0 inglese \u2013 l\u2019occasione di una netta vittoria storica che peser\u00e0 ancora per un certo periodo di tempo pur essendo, a mio avviso, in fase di trasformazione nella nuova epoca che avanza.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>L\u2019avanzata del multiporalismo<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">\u00a0Venendo ai giorni nostri, non si commetta pi\u00f9 l\u2019errore di dar qualsiasi credito a organizzazioni politiche che si dichiarano di \u201csinistra\u201d, progressiste, antifasciste, ecc. attaccando gli avversari dichiarati di \u201cdestra\u201d e per ci\u00f2 stesso automaticamente fascisti o quasi tali. Oggi l\u2019antifascismo \u00e8 la via maestra di tutti i migliori servi della predominanza statunitense in Europa e, in modo del tutto particolare, in Italia. Di conseguenza tale antifascismo \u2013 e il progressismo, il continuo cedimento ad ipocrisie \u201cbuoniste\u201d, ecc. \u2013 \u00e8 del tutto negativo e va combattuto con decisa radicalit\u00e0. Fino a quando non lo si far\u00e0, non si superer\u00e0 l\u2019impasse venutasi a creare dopo il crollo del mondo \u201cbipolare\u201d (con la dimostrata impossibilit\u00e0 di una effettiva costruzione socialistica), che ha condotto quelle forze, un tempo legate o vicine all\u2019Urss, su posizioni particolarmente piegate al servilismo verso la superpotenza Usa; e dopo un lungo periodo di gestazione del \u201ctradimento\u201d, iniziato ben prima dell\u2019implosione \u201csocialistica\u201d (per il Pci, alla testa del sedicente \u201ceurocomunismo\u201d, ho parlato pi\u00f9 volte di fine anni \u201960, inizio \u201970).<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Va detto, senza mezzi termini che oggi \u201csinistra\u201d e \u201cdestra\u201d (definizioni ormai improprie) sono al servizio dei due schieramenti che si trovano oggi in acuto conflitto negli USA in merito alla strategia da seguire nel tentativo di mantenere la loro supremazia, messa in netta discussione (ma non dai paesi della UE e nemmeno dall\u2019Inghilterra). Di conseguenza, anche le forze politiche dette di \u201cdestra\u201d sono fortemente invischiate nella ricerca di supremazie elettorali sulla base dell\u2019accettazione di una \u201cdemocrazia\u201d simile a quella in uso negli Stati Uniti, che funziona per una serie di condizioni particolari su cui qui non mi soffermo; e che comunque non garantiscono al momento null\u2019altro che il predominio, pur se al momento in una certa crisi, di tale paese. Vorrei anche ricordare che esso \u201cesporta\u201d una simile democrazia con metodi fondati sulla sua potenza d\u2019insieme e su aggressioni portatrici di distruzione e di vasti massacri; da sommare a quelli, a decine di milioni, dei \u201cnativi americani\u201d, da cui \u00e8 nata questa nazione.\u00a0<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">In conclusione, allora, non si prendano pi\u00f9 in considerazione quelle forze, ormai ridotte all\u2019osso, che ancora continuino con la tiritera della lotta di classe, del socialismo e comunismo. Non esiste la \u201cClasse Operaia\u201d; mai esistita, solo operai di fabbrica, capaci un tempo di difendere e migliorare \u2013 e giustamente, sia chiaro \u2013 le loro condizioni di lavoro e di reddito, senza intenti rivoluzionari, nemmeno nelle condizioni di una certa intensit\u00e0 della lotta durante i primi periodi di trasformazione del sistema socio-economico dall\u2019agricoltura all\u2019industria e quindi della condizione sociale di contadino in quella di operaio. Nella presente fase storica neppure questa lotta tradunionistica (di cui parl\u00f2 Lenin) ha pi\u00f9 grande impulso e vigore. La situazione complessiva \u00e8 tale da rendere necessaria \u2013 per l\u2019attuale periodo storico; dunque in attesa che l\u2019epoca di transizione volga verso forme sociali meno fluide e opache di quelle odierne \u2013 una speciale attenzione alla situazione internazionale, cio\u00e8 alle relazioni intercorrenti tra l\u2019unica superpotenza rimasta e altre che sono comunque in crescita, pur con varie difficolt\u00e0.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>L\u2019emergere di Russia e Cina<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-19309 lazy-loaded\" src=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/night-4694750_1920-1024x683.jpg\" alt=\"multipolarismo\" width=\"1024\" height=\"683\" data-lazy-type=\"image\" data-src=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/night-4694750_1920-1024x683.jpg\" data-srcset=\"\" \/><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Indubbiamente, si notano nei vari paesi gruppi sociali e organismi politici con differenti obiettivi perseguiti. In genere, si tratta per\u00f2 di differenze interne a quelle che potremmo definire forze dominanti. Nella (super)potenza ancora preminente \u2013 e, in un certo grado, in quelle che si stanno progressivamente rafforzando in senso ad essa antagonistico \u2013 le divergenze tattiche o anche strategiche vertono soltanto sui metodi e forme da impiegare per conseguire scopi comunque simili fra loro. Negli Usa, ad es., nessuno mette in discussione il tentativo di restare il primo paese in termini di forte influenza mondiale complessiva. E cos\u00ec pure avviene, mi sembra almeno, in Russia e in Cina; e forse anche in altri paesi che mirano ad una reale autonomia e potenza propulsiva propria. Nei paesi da definirsi subpotenze (regionali in definitiva), e ancor pi\u00f9 (e peggio) in quelli incapaci di vera autonomia (soprattutto rispetto agli Stati Uniti; penso alla UE e all\u2019Italia in specie), vi \u00e8 soltanto conflitto per attribuirsi la migliore considerazione possibile e il massimo aiuto da parte del paese predominante.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">In ogni caso, dunque, sia che ci si batta per una maggiore autonomia e crescita della propria forza sia che si cerchi semplicemente di essere i \u201cmigliori servi\u201d (i pi\u00f9 graditi ai \u201cpadroni\u201d), la politica interna ai vari Stati \u00e8 sempre influenzata nettamente da quella esterna, \u201cinternazionale\u201d. Per questo, ha oggi una notevole vitalit\u00e0 la geopolitica. Non sono un patito di tale disciplina, anzi mantengo un attaccamento al marxismo precisamente sul punto dell\u2019importanza maggiore da attribuire alla struttura dei rapporti sociali nei vari paesi. Tuttavia, devo prendere atto che \u00e8 ormai obsoleta \u2013 e per molti versi era una grave semplificazione fin dall\u2019inizio \u2013 la divisione dicotomica stabilita da Marx (e peggiorata dai suoi successori) in borghesia e proletariato, con riferimento decisivo alla sfera sociale produttiva. Oggi, e anzi gi\u00e0 da lungo tempo, tale divisione in \u201cclassi\u201d non ha pi\u00f9 molto senso. Nell\u2019epoca di transizione in cui ci troviamo, \u00e8 sciocco voler scimmiottare quella teoria con nuove dicotomie, al momento non visibili. Non c\u2019\u00e8 ancora alcuna effettiva decantazione sociale che ci consenta un minimo di orientamento non dipendente da categorie teoriche ormai superate. Per questo ci si deve limitare, certo provvisoriamente, al contrasto tra Stati, alle loro relazioni complesse e in fase di complicazione a causa del tendenziale (lento e tortuoso) avviarsi del \u201cmultipolarismo\u201d; e si deve prestare la massima attenzione alle forze dominanti interne ai vari paesi (autonomi e non, con diversi gradi di dipendenza fra loro) e ai loro obiettivi, spesso confusi pi\u00f9 o meno come le nostre idee in merito.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>La crisi dell\u2019Italia<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Venendo pi\u00f9 specificamente al nostro povero paesello, bisogna ben dire che, pur non essendo mai stato (per ragioni oggettive) una\u00a0<strong>vera potenza<\/strong>, ha avuto una sua notevole forza economica \u2013 \u00e8 arrivato ad acquisire la quinta o sesta posizione industriale nel mondo \u2013 ed anche una qualche dignit\u00e0, pur spesso vacillante, durante la prima Repubblica. E\u2019 inutile pensare che, dopo la guerra e tenuto conto dei patti di Yalta, l\u2019Italia potesse avere reale autonomia o passare sotto l\u2019influenza dell\u2019URSS o anche soltanto mantenere la posizione della Jugoslavia dopo la sua rottura con il Cominform (istituito nel 1947, come sostituto del Comintern cessato nel \u201943, e sciolto esso stesso nel 1956), da cui quel paese usc\u00ec nel \u201948. Eravamo destinati all\u2019atlantismo e nel \u201947 il Pci fu buttato fuori dal governo di unit\u00e0 nazionale, dopo il viaggio di De Gasperi negli USA il gennaio di quell\u2019anno. Con la creazione della Nato \u00e8 indubbio che la presa statunitense sull\u2019Europa occidentale si accrebbe. Ciononostante, pur servili come sempre, i governanti italiani della prima Repubblica non raggiunsero lo sconcio dei successivi (dopo la \u201csporca\u201d operazione detta \u201cmani pulite\u201d) con in testa proprio gli eredi del vecchio Pci, gi\u00e0 in fase di voltafaccia (pur segreto) a partire dalla fine degli anni \u201960-inizio \u201970; tuttavia con forti settori ancora filo-sovietici per tutti gli anni \u201970, malgrado le critiche rivolte a questo paese per l\u2019assenza di \u201cdemocrazia\u201d.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Con il governo di pochi anni fa, quello del \u201cbamboccio fiorentino\u201d, abbiamo invece raggiunto un alto livello di vergognosa dipendenza dai \u201cpadroni\u201d americani, che si accentua pur con l\u2019attuale conflitto tra gruppi dominanti in quel paese. Uno dei sintomi dell\u2019italico degrado servile \u00e8 stato lo smantellamento di gran parte del settore pubblico dell\u2019economia. Non ci s\u2019illuda con l\u2019affidamento di certe imprese pubbliche al controllo della Cassa Depositi e Prestiti. Imprese come Eni e Finmeccanica non hanno pi\u00f9 quella forza e autonomia d\u2019un tempo. Ho chiarito in altra occasione che non deve intendersi il \u201cpubblico\u201d come destinato a curare gli interessi generali d\u2019una societ\u00e0 nazionale. Un\u2019impresa pubblica deve agire da impresa proprio come quella privata. Bisogna per\u00f2 riandare alla storia della costituzione del settore economico \u201cpubblico\u201d italiano, con il salvataggio statale delle grandi banche di interesse nazionale nel \u201933 e la costituzione dell\u2019IRI, che salv\u00f2 pure numerose imprese industriali. Tale importante Istituto fu mantenuto dopo la guerra, preso in mano dalla Dc e rafforzato proprio con Finmeccanica (\u201948), Eni (\u201953) e infine l\u2019Enel (nazionalizzazione di tutte le imprese produttrici d\u2019energia elettrica alla fine del 1962), che rappresent\u00f2 la fase d\u2019avvio dell\u2019alleanza di centro-sinistra, che porter\u00e0 al suo primo governo, premier Aldo Moro, nel dicembre nell\u2019anno successivo.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Di fatto, per queste ragioni storiche il settore \u201cpubblico\u201d \u00e8 stato fortemente legato all\u2019andamento delle vicende governative democristiane (e poi pure socialiste), che hanno svolto certe politiche (ad es. mediorientali) non del tutto \u201cortodosse\u201d in termini \u201catlantici\u201d. Al contrario, l\u2019industria privata italiana \u00e8 stata sempre il nucleo forte del \u201cdisinteresse nazionale\u201d; gi\u00e0 a partire dalla seconda guerra mondiale, in cui l\u20198 settembre \u201943 fu largamente preparato dai contatti di questi settori industriali con il \u201cnemico\u201d (soprattutto a partire dalla fine del 1942). Negli anni \u201970, i settori industriali in questione strinsero patti con la Dc di \u201csinistra\u201d e settori del Pci (quelli divenuti dirigenti nel partito). Come momenti significativi di detta \u201csvolta\u201d ricordo il patto Agnelli-Lama sulla scala mobile (gennaio 1975) e il lancio di \u201cRepubblica\u201d (14 gennaio 1976) \u2013 organo degli interessi di tali ambienti industriali \u2013 che divenne giornale assai influente; mentre in precedenza aveva notevole rilevanza \u201cIl Giorno\u201d (lanciato nell\u2019aprile 1956: 51% dell\u2019ENI di Mattei e 49% di Cino Del Duca), che fu di fatto \u201cvoce\u201d del settore pubblico. Potrei anche ricordare, come fatto altre volte, il rapimento e uccisione di Moro e il concomitante viaggio di Napolitano negli Usa (1978). Comunque, l\u2019essenziale \u00e8 che negli anni \u201970 inizia il declino dell\u2019industria pubblica, in continua perdita di forza rispetto a quella privata; e, guarda caso, si accelera quel voltafaccia del Pci che, certamente, dovette attendere il crollo del \u201ccampo socialista\u201d europeo per perfezionarsi.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>Il 1989 e il Crollo del Muro<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Ricordiamo i passi salienti della svolta piciista finale: nel\u00a0<a href=\"https:\/\/www.history.com\/topics\/cold-war\/berlin-wall\">1989 si dissolve<\/a>\u00a0il sedicente socialismo in tutta l\u2019Europa orientale e nel 1991 cessa di esistere l\u2019URSS; e la successiva Russia perde buona parte delle sue \u201crepubbliche\u201d e non \u00e8 pi\u00f9 la \u201csesta parte del mondo\u201d. Nel \u201992 pu\u00f2 cos\u00ec partire in Italia \u201cmani pulite\u201d, mossa ben aiutata dal paese \u201cpadrone\u201d d\u2019oltreatlantico, che tenta il cambio di regime annientando la DC \u2013 salvo la cosiddetta \u201csinistra\u201d, che diverr\u00e0 serva fedele in quanto appendice del post-PCI, divenuto PDS e il migliore punto d\u2019appoggio italiano degli USA come ben si vedr\u00e0 nell\u2019aggressione alla Serbia del 1999 con il governo D\u2019Alema \u2013 e il PSI di\u00a0<a href=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/2017\/01\/15\/bettino-craxi-statista-e-profeta-su-ue-e-globalizzazione-2\/\">Craxi<\/a>, costretto all\u2019esilio. Tale cambio di \u201cservitori\u201d (i \u201cfu piciisti\u201d diverranno da allora i pi\u00f9 proni ai voleri statunitensi) non riusc\u00ec bene a causa dell\u2019improntitudine di costoro, che spinsero ad entrare in campo Berlusconi \u2013 raccoglitore dei voti di dicc\u00ec e socialisti infuriati per la distruzione giudiziaria dei loro partiti mentre il PCI veniva di fatto quasi ignorato \u2013 con la lunga storia che, tramite ulteriori peggioramenti, dura tuttora.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Proprio per le ragioni storiche appena ricordate, un\u2019inversione di tale ignobile processo della nostra avvilente sudditanza richiederebbe un forte interessamento dello Stato alle vicende anche economiche; tuttavia, come semplice supporto di politiche assai vigorose in senso indipendentistico. Un nuovo rafforzamento, e allargamento, del settore imprenditoriale pubblico sarebbe rilevante anche perch\u00e9, appunto per le suddette ragioni storiche, \u00e8 in esso che si sono sviluppate importanti iniziative in settori strategici. Queste ultime dovrebbero quindi essere rilanciate e ampliate, tenuto proprio conto della tradizionale arrendevolezza del mondo imprenditoriale privato ad interessi stranieri, alla sua quasi vocazione di \u201ctradire\u201d continuamente quelli nazionali.\u00a0<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Fra le condizioni senza dubbio necessarie ad un nuovo slancio impresso al suddetto settore pubblico \u2013 ma in vista di una politica internazionale del tutto opposta a quella seguita pi\u00f9 o meno sempre dall\u2019Italia, e ancor pi\u00f9 dopo la fine della prima Repubblica \u2013 vi dovrebbe essere una forte spinta impressa alla ricerca scientifico-tecnica (fra l\u2019altro trattenendo fior di giovani scienziati che fuggono in altri paesi) e alle principali e moderne innovazioni, soprattutto di prodotto. Occorrerebbe un management industriale di prima qualit\u00e0 e coraggioso (diciamo pure sul tipo di Mattei); non solo quindi aziendalmente capace ma soprattutto aduso a seguire direzioni strategiche adeguate allo scopo competitivo con i settori avanzati di altri paesi sviluppati, ivi compresi gli Usa. Un management inoltre ben collegato con gruppi di agenti politici decisi a rafforzare quel sistema di apparati cui si d\u00e0 il nome di Stato. Bisognerebbe arrivare all\u2019indebolimento dei settori privati, del tutto infidi; meno tramite aperte e ulteriori nazionalizzazioni (da riservare appunto ai settori strategici) quanto invece attraverso misure combinate di facilitazioni e ostacoli frapposti alle loro iniziative imprenditoriali in modo tale da spostare il centro di gravit\u00e0 degli sbocchi commerciali (e anche degli investimenti) verso le aree meno soggette all\u2019influenza Usa.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Non meno rilevante diventa l\u2019obiettivo decisivo della spesa pubblica. Non va lesa quella diretta a fini sociali con la scusa di diminuire la fiscalizzazione; che deve certamente essere ridotta, lasciando per\u00f2 perdere gli obblighi europei in tema di debito pubblico, deficit di bilancio, ecc. Nemmeno, tuttavia, va esaltata la spesa pubblica in s\u00e9. Vanno comunque almeno ricordati il New Deal e la successiva opera teorica keynesiana \u2013 di cui oggi c\u2019\u00e8 una ignoranza del tutto incredibile \u2013 ma non si deve credere che tale politica economica risolse del tutto la crisi del \u201929-\u201933; essa fu senz\u2019altro alleviata ma, come gi\u00e0 rilevato pi\u00f9 volte, solo la guerra ottenne simile risultato definitivo. Lo sviluppo pu\u00f2 essere trainato dalla domanda \u2013 quella pubblica nella crisi economica poich\u00e9 la privata diventa carente \u2013 ma ci\u00f2 non \u00e8 sufficiente a dare stabilit\u00e0 allo stesso. Le maggiori difficolt\u00e0 economiche, di cui \u00e8 segnale la scarsa crescita (e poi la diminuzione) del tanto nominato Pil, dipendono essenzialmente dall\u2019acutizzarsi del multipolarismo, con la progressiva fine di ogni centro in grado di regolare almeno parzialmente e temporaneamente la dinamica complessiva del \u201cmercato\u201d, di cui gli invecchiati e ritardati neoliberisti predicano ancora nella sostanza le virt\u00f9 taumaturgiche della smithiana \u201cmano invisibile\u201d. Come detto pi\u00f9 volte, l\u2019attuale crisi (iniziata nel 2008 e per null\u2019affatto finita, anche indipendentemente dall\u2019attuale pandemia) assomiglia alla lunga stagnazione del 1873-96; non scevra da crescite contenute e differenziate da area ad area, da paese a paese.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Il compito assillante non \u00e8 la crescita (del\u00a0<strong>Pil<\/strong>\u00a0appunto) quanto invece lo sviluppo, nel senso del mutamento strutturale del paese secondo la finalit\u00e0 strategica di una superiore capacit\u00e0 competitiva, in grado di conseguire in tempi non lontani ottimi successi sul piano internazionale, inserendosi a pieno titolo nell\u2019accentuarsi del\u00a0<strong>multipolarismo<\/strong>. Quindi, non soltanto \u201cla spesa per la spesa\u201d al fine di aumentare la domanda; bens\u00ec una spesa ben qualificata nella direzione della forte spinta (precisamente \u201cpubblica\u201d) al rafforzamento dei settori d\u2019avanguardia, quelli appunto strategici. Sarebbe per\u00f2 necessario spazzare via l\u2019attuale mediocrissimo e servile personale definito (impropriamente) politico. Al potere dovrebbe andare \u2013 e senza tanti complimenti e perdite di tempo \u201cdemocratiche\u201d, cio\u00e8 sempre alla ricerca di voti d\u2019opinione da coloro che di opinioni ne hanno poche e non sanno nemmeno organizzare la propria vita privata \u2013 un solido gruppo assai deciso ad incrementare la politica proiettata verso l\u2019estero, la potenza diretta al conflitto per le sfere d\u2019influenza, che fa da battistrada alla competizione di tipo detto economico; quella predicata da perfetti sciocchi (e anzi dementi) neoliberisti, che non sanno quanta politica occorra per vincere nel \u201cmercato\u201d.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>Di cosa ha bisogno l\u2019Italia nell\u2019era del multipolarismo<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">E\u2019 evidente la necessit\u00e0 di risanare completamente una serie di apparati di Stato: in primo luogo i \u201cServizi\u201d e subito dopo quelli militari e polizieschi, che non devono pi\u00f9 dipendere cos\u00ec strettamente da organismi legati alla supremazia mondiale degli Stati Uniti. Bisogna poi avere le idee chiare sul problema degli istituti finanziari. Non so se in buona o cattiva fede, mediocri economisti si affannano a descriverci la loro negativit\u00e0, cercando di convincerci che siamo comandati da una \u201ccattiva\u201d massoneria internazionale di finanzieri. La finanza \u00e8 puro strumento in un sistema fondato sulla generalizzazione degli scambi mercantili che esigono il loro duplicato nella circolazione del denaro.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Tuttavia, laddove il governo e gli apparati statali sono in mano a gruppi politici scadenti e puramente dipendenti da altri Stati (in Italia, dagli Usa), \u00e8 evidente che la finanza \u2013 sia nazionale che internazionale, tipo\u00a0<a href=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/2020\/04\/06\/fmi-nega-prestito-al-venezuela-ecco-chi-usa-il-covid-per-scalzare-maduro\/\">FMI<\/a>\u00a0o BCE e via dicendo \u2013 viene lasciata con le mani libere purch\u00e9 assicuri, tramite vari giri e rigiri estremamente difficili da seguire, la disponibilit\u00e0 di mezzi al fine di dare mance e mancette a dati settori sociali (cercando di dividerli e metterli in contrasto fra loro) e di corrompere alcuni gruppi di faccendieri (interni ed esteri) sempre al fine di galleggiare al potere. Quest\u2019ultimo \u00e8 solo un potere derivato, in ultima analisi, da quello dei \u201cpadroni\u201d d\u2019oltreoceano; oggi divisi in due anche nell\u2019appoggio a settori diversi dei loro servitori europei. Ovviamente, va da s\u00e9, le disponibilit\u00e0 finanziarie servono inoltre ad ottenere qualche successo nella questua dei voti.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Credo sia inutile continuare a lungo con l\u2019elenco di queste necessit\u00e0; e dei falsi obiettivi che si pongono invece i pessimi governi di paesi dipendenti come il nostro. Le conclusioni sono facili da trarre per qualsiasi lettore attento. Sarebbe urgente imboccare una strada del tutto diversa da quella seguita in Italia (e in Europa) dalla fine della seconda guerra mondiale. Non esiste pi\u00f9 il mondo bipolare, dove comunque il polo detto socialista non era aperto a nessuna prospettiva futura di nuova \u201cformazione sociale\u201d adatta ad una diversa epoca. Eppure si continua con tutti i vecchi ideologismi e le sclerotizzate impostazioni della cosiddetta scienza sociale come se nulla fosse accaduto. Certe tesi sono ormai logore e producono solo effetti negativi. Inoltre, la storia non ci viene raccontata con un minimo di rimozione di reiterate menzogne o magari anche di oneste speranze deluse. Abbiamo una lunga strada davanti a noi per rinnovarci almeno un po\u2019.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Due sono comunque gli ostacoli maggiori, dal punto di vista\u00a0<strong>politico e ideologico<\/strong>. Innanzitutto, la credenza del governo voluto dal popolo, che viene chiamato ogni tanto \u2013 e senza sapere nulla della strategia politica vera e propria che si sta sviluppando nel mondo e nel proprio paese \u2013 ad esprimere dei giudizi su forze politiche che, logicamente in una simile situazione, sono andate deteriorandosi sempre pi\u00f9, giungendo oggi ad un livello di disfacimento tale da distruggere l\u2019organizzazione sociale (e la stessa cultura e forse perfino la civilt\u00e0) della nostra area europea. Gli Stati Uniti, a partire dal regolamento dei conti interno del 1861-65, sono via via divenuti la prima potenza mondiale. Inoltre, sono una nazione da considerarsi di recente formazione; e fin dall\u2019inizio \u00e8 stata un coacervo di nazionalit\u00e0, etnie, culture, diverse e spesso in feroce contrasto fra loro (ancora adesso non mi sembra ci sia un vero amalgama). In tale situazione (di potenza e di miscuglio), quel tipo di (falsa) democrazia non danneggia la politica; non sempre svolta da personale eccelso, ma pur sempre supportata da una forza, in specie militare, di notevole livello. Tanto pi\u00f9 che una buona parte dell\u2019elettorato non vota e vi sono due partiti non molto differenti e che hanno visioni strategico-tattiche non troppo diversificate e con un obiettivo comune: mantenere la preminenza mondiale del proprio paese. Il conflitto tra due establishment, che si \u00e8 fatto oggi pi\u00f9 acuto, segnala semmai un certo declino di quel paese e quindi una maggior difficolt\u00e0 nell\u2019individuare le strategie adatte alla nuova situazione internazionale.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>Gli ostacoli al multipolarismo<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Qui \u2013 in un\u2019Europa succube appunto degli\u00a0<a href=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/tag\/stati-uniti-damerica\/\">Stati Uniti<\/a>; in particolare nel nostro paese ridotto a loro base geografica operativa \u2013 voler scimmiottare la \u201cdemocrazia\u201d americana ha condotto ad un degrado e ad una insipienza politica di cui si ha difficilmente ricordo in altre epoche. Si possono anche mantenere le votazioni, ma bisognerebbe trovare una formulazione istituzionale adeguata; per cui si tratterebbe effettivamente di semplici sondaggi d\u2019opinione, nel mentre si metterebbe in funzione un organismo governativo capace di compattezza e di visione pi\u00f9 ampia dei problemi sorti qualora mutasse il nostro atteggiamento di subordinazione e ci si aprisse a contatti (mantenendo piena autonomia) verso altre potenze in crescita, con accentuazione del \u201cmultipolarismo\u201d.\u00a0<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Il secondo ostacolo che deve essere superato riguarda la politica interna, soprattutto con riferimento al conflitto cosiddetto sociale. Secondo me, va mantenuto un accettabile livello di svolgimento di quest\u2019ultimo, senza troppo ledere l\u2019intenzione dei maggioritari gruppi sociali \u2013 potremmo definirli \u201cnon decisori\u201d invece che dominati e tanto meno oppressi o sfruttati, definizioni oggi da abbandonare \u2013 di difendere e migliorare, ai limiti del possibile, la loro situazione di reddito, di lavoro, ecc. Deve tuttavia essere superata senza pi\u00f9 deleterie nostalgie \u2013 in questa fase di transizione ad una ormai sicura nuova epoca della societ\u00e0, dai connotati ancora poco conosciuti \u2013<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0\u00a0<\/span>la vecchia vocazione ad una lotta per la trasformazione radicale della societ\u00e0. Non \u00e8 per nulla chiaro a quali decantazioni arriveremo in tema di strutturazione di nuovi strati sociali, quelli che un tempo si definivano \u201cclassi\u201d. In modo fra l\u2019altro improprio perch\u00e9 in quella definizione ci si rifaceva, piaccia o meno, al marxismo; e in tale teoria le classi erano precisamente stabilite in base alla propriet\u00e0 o non propriet\u00e0 dei mezzi di produzione ed erano quindi fondamentalmente due, entrambe situate nella sfera economica (produttiva) della societ\u00e0 e nettamente, irriducibilmente, antagoniste fra loro (anche magari solo \u201cin potenza\u201d).<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Quell\u2019epoca \u00e8 tramontata da un bel po\u2019 e mantenerne, sia pure in forma edulcorata (e chiaramente peggiorata) gli sfizi ideologici, \u00e8 esiziale. Per alcuni decenni \u2013 finch\u00e9 durer\u00e0 la transizione \u2013 dovremo abituarci a dare la massima importanza alla politica internazionale, in cui la si smetta con le balle delle massonerie transnazionali che tutto comanderebbero. Gli Stati nazionali esistono pienamente; solo che alcuni mantengono un grado sufficiente di autonomia e altri sono in mano a governi soggetti al predominio altrui; con una vera filiera di livelli di subordinazione e con un principale paese predominante, gli Stati Uniti. In questa fase storica \u00e8 stolto (e reazionario) continuare a parlare di lotta anticapitalistica, anche perch\u00e9 in questa dizione diventiamo tutti dei volgari economicisti. Non esiste IL CAPITALISMO, ma solo le forme generali dell\u2019impresa e del mercato (assai diversamente organizzate nei differenti paesi e aree mondiali), che sono quelle enucleatesi nella fase di transizione dalla societ\u00e0 feudale a quella borghese e che hanno poi conosciuto, nel<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0\u00a0<\/span>secolo XX, molteplici modificazioni nelle varie formazioni sociali da esse caratterizzate.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><strong>Si lotti per il multipolarismo<\/strong><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Ci si rassegni oggi \u2013 provvisoriamente ma \u201cessenzialmente\u201d \u2013 a tener conto del formarsi delle diverse articolazioni internazionali tra i vari Stati, con differenti livelli di maggiore o minore autonomia o invece di subordinazione rispetto ad uno Stato \u201ccentrale\u201d. E si lotti essenzialmente per il \u201cmultipolarismo\u201d. Si tenga ben conto della legittimit\u00e0 della lotta dei \u201cnon decisori\u201d per migliori condizioni di vita. Tuttavia, e diciamo purtroppo, tale legittimit\u00e0 ha limiti ben precisi posti dall\u2019obiettivo principale che si pone sul piano internazionale. E anche all\u2019interno dei vari paesi \u2013 differenziati in base a gradi diversi di autonomia o subordinazione \u2013 diventa decisiva la lotta tra gruppi politici pi\u00f9 o meno indipendentisti o invece servili nei confronti di quella potenza, gli USA, che \u00e8 oggi il punto di riferimento obbligato per l\u2019azione degli altri Stati: sia di quelli guidati da gruppi servili alla suddetta potenza e sia di quelli che si pongono l\u2019obiettivo dell\u2019autonomia e del conflitto via via pi\u00f9 acuto con questo paese preminente e terribilmente prepotente.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Chiunque voglia oggi porre in primo piano la lotta tra strati sociali (non classi, basta inganni) o qualsiasi altra lotta sociale \u2013 solo per\u00f2 se e quando con ci\u00f2 si ostacoli l\u2019azione di rafforzamento di dati Stati in direzione della propria autonomia, con conseguente accentuarsi del\u00a0<strong>multipolarismo<\/strong>\u00a0\u2013 va contrastato senza esitazioni, non tenendo in gran conto l\u2019\u201copinione pubblica\u201d pi\u00f9 o meno frastornata da gruppi politici succubi del paese \u201ccentrale\u201d. E\u2019 necessario si capisca qual \u00e8 la scelta cruciale nella presente fase storica, che non \u00e8 certo eterna bens\u00ec di transizione; tuttavia non breve.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE<\/strong>:<a href=\"https:\/\/oltrelalinea.news\/2020\/04\/09\/multipolarismo-i-compiti-di-questa-fase-storica-la-grassa\/\">https:\/\/oltrelalinea.news\/2020\/04\/09\/multipolarismo-i-compiti-di-questa-fase-storica-la-grassa\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di OLTRE LA LINEA (Gianfranco La Grassa) Multipolarismo, i compiti di questa fase storica. Di seguito un\u2019analisi del prof. Gianfranco La Grassa In effetti, non sono uno storico anche se a volte affronto determinati momenti della nostra storia, in specie del\u00a0\u00a0secolo scorso, e mi piacerebbe molto che altri, ben pi\u00f9 preparati al riguardo, approfondissero le questioni da me sollevate con tanta imperizia. 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