{"id":58054,"date":"2020-04-20T09:30:45","date_gmt":"2020-04-20T07:30:45","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=58054"},"modified":"2020-04-20T05:12:07","modified_gmt":"2020-04-20T03:12:07","slug":"intervista-a-vladimiro-giacche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=58054","title":{"rendered":"Intervista a Vladimiro Giacch\u00e9"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MARX XXI (bollettinoculturale)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.marx21.it\/images\/personaggi\/giacch\u00e9.jpg\" alt=\"giacch\u00e9\" width=\"300\" height=\"200\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vladimiro Giacch\u00e9\u00a0\u00e8 nato a La Spezia nel 1963. Presidente del Centro Europa Ricerche dall\u2019aprile 2013.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel settore finanziario dal 1995, sino al 2006 ha lavorato presso il Mediocredito Centrale, dove ha ricoperto nel tempo i ruoli di responsabile dell\u2019ufficio sviluppo risorse umane, assistente del Presidente, responsabile del servizio studi e relazioni esterne e del servizio revisione interna. Dal 2006 al 2007 \u00e8 stato responsabile dello staff tecnico di Matteo Arpe, Amministratore Delegato di Capitalia. In Sator dal 2008, \u00e8 stato responsabile affari generali di Sator S.p.A. e della funzione di internal audit di Sator Immobiliare SGR S.p.A.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c9 attualmente responsabile della funzione di internal audit di Arepo BP S.p.A. e membro del Consiglio di Amministrazione di Banca Profilo S.p.A.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Studi universitari svolti a Pisa e Bochum (Germania), laurea e dottorato di ricerca in filosofia con il massimo dei voti alla Scuola Normale Superiore di Pisa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Principali pubblicazioni: Finalit\u00e0 e soggettivit\u00e0. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel (1990), Storia del Mediocredito Centrale (con P. Peluffo, 1997), La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (2008, 3a ed. 2016), Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (2012; ed. tedesca 2013), Anschluss. L\u2019annessione. L\u2019unificazione della Germania e il futuro dell\u2019Europa (2013; ed. tedesca 2014, ed. francese. 2015) e Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile (2015). Nel corso degli anni ha curato saggi economici e politici di Marx e Lenin, pubblicando spesso articoli scientifici su riviste italiane e straniere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suo ultimo libro \u00e8 &#8220;Hegel: la dialettica&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1) Lei ha pi\u00f9 volte ribadito una incompatibilit\u00e0 di fondo tra i Trattati Europei e la nostra Costituzione.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A suo avviso, una forza comunista dovrebbe mettere l&#8217;uscita dall&#8217;UE al primo punto del proprio programma o dovrebbe, come suggerisce ad esempio Varoufakis, lottare per una sua possibile riforma?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0 di recente, preso dallo sconforto per l\u2019assenza di reazioni sensate da parte dell\u2019UE alla crisi del Coronavirus, Varoufakis si \u00e8 spinto sino ad affermare che gli Inglesi avevano fatto la cosa giusta votando Brexit, contraddicendo cos\u00ec sue posizioni passate in merito. Ma questo atteggiamento \u2013 apparentemente un po\u2019 schizoide \u2013 non ha a che fare soltanto con la natura un po\u2019 volubile del personaggio. Essa \u00e8 in realt\u00e0 abbastanza naturale: quanto pi\u00f9 mi illudo che la UE sia riformabile, tanto pi\u00f9 il mio atteggiamento ogni volta che l\u2019UE dimostra la sua vera natura sar\u00e0 di disappunto e di sdegno, da \u201camante tradita\u201d per capirsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Chi per contro da anni ha inteso quale sia questa natura non vede motivi per amare la UE, ma non ha neppure motivi per gridare al tradimento. L\u2019Unione Europea \u00e8 un insieme di Stati in lotta per affermare gli interessi delle rispettive grandi borghesie nazionali. Qualcuno ci \u00e8 riuscito molto bene (la Germania in primis, ma anche la Francia), qualcuno altro molto meno (\u00e8 il caso dell\u2019Italia). Resta il fatto che oggi l\u2019Unione Europea \u00e8 un beggar thy neighbor club, un\u2019accolita in cui ciascuno cerca di fregare il vicino, e dal punto di vista dei suoi Trattati qualcosa di peggio: una macchina per la deflazione salariale, per lo spostamento della competitivit\u00e0 su questo terreno. Non si tratta di avere simpatia o antipatia nei confronti di questa Unione, ma di capire come funziona: e funziona esattamente cos\u00ec, attraverso la competizione al ribasso di diritti e garanzie del lavoro. La fuoriuscita da questo contesto \u00e8 la condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente, per poter ricominciare a parlare seriamente \u2013 e non in una stanca e rituale ripetizione di vecchi slogan ai quali nessuno crede pi\u00f9 \u2013 di diritti del lavoro, di miglioramenti delle condizioni delle classi lavoratrici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2) Dentro l&#8217;UE si stanno delineando sempre pi\u00f9 dei rapporti di dipendenza tra un centro, rappresentato dalla Germania, ed una periferia, composta dall&#8217;Europa Orientale e Meridionale.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A suo avviso, come si pu\u00f2 fermare il declino economico del nostro paese favorito da tale rapporto di dipendenza?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi rapporti di dipendenza sono chiari da tempo, e in parte preesistono alla stessa nascita dell\u2019Unione Europea: ad esempio, i rapporti di subfornitura che legano produttori italiani alla Germania sono largamente preesistenti alla nascita dell\u2019Unione Europea e al Trattato di Maastricht. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dall\u2019accentuarsi della dipendenza finanziaria e politica dei paesi cosiddetti periferici dalle scelte della potenza europea egemone. Da questo punto di vista i rapporti di dipendenza semicoloniale che dagli anni Novanta in poi hanno caratterizzato la relazione Germania \u2013 paesi dell\u2019Est Europeo (dopo l\u2019annessione della DDR e l\u2019apertura dell\u2019enorme mercato non soltanto di consumatori, ma di lavoratori, rappresentato dagli ex paesi del blocco sovietico) vengono oggi estesi anche al Sud Europa. Questo \u00e8 molto chiaro in Grecia, ma si tratta di un processo visibile anche per quanto riguarda l\u2019Italia (fa testo il vero e proprio shopping di imprese italiane da parte del capitale francese e tedesco). Il rapporto di dipendenza politica ed economica dalla potenza egemone \u00e8 per noi divenuto un fattore chiave del declino economico, che si esprime ormai in perdita di molti punti percentuali di pil pro capite su un arco quasi trentennale e di regressione nella divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista un aspetto chiave \u00e8 stato rappresentato dalle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno privato questo Paese delle grandi imprese pubbliche che erano anche i maggiori investitori in ricerca e sviluppo tecnologico. Un altro snodo fondamentale \u00e8 stato rappresentato dalla gestione della crisi del 2008-2009, prima caratterizzata da insufficiente spesa pubblica per rilanciare la domanda aggregata (a fronte degli ingentissimi fondi messi in campo dalla Germania) e poi dall\u2019attuazione di politiche procicliche di conio europeo (ma effettuate da governi italiani che godevano di una grande maggioranza parlamentare, come il governo Monti) che hanno distrutto capacit\u00e0 produttiva in grande quantit\u00e0, a tutto beneficio dei competitori esteri delle imprese italiane. Questo \u00e8 stato reso possibile dall\u2019incapacit\u00e0 e dalla mancanza di volont\u00e0 politica di sottrarsi al ricatto dello spread, a sua volta imposta \u2013 oltrech\u00e9 dall\u2019inadeguatezza di un ceto politico prigioniero dell\u2019ideologia subalterna del \u201cvincolo esterno\u201d \u2013 dal peso crescente del capitale produttivo d\u2019interesse all\u2019interno del capitale complessivo detenuto dalle grandi e piccole famiglie del capitalismo italiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3) Ad essere in crisi in questi mesi \u00e8 il modello mercantilista tedesco, fatto di esportazioni e deflazione salariale.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La Germania potrebbe approfittare degli attuali equilibri interni all&#8217;UE per aprire la borsa degli investimenti pubblici e secondo lei ci potr\u00e0 essere un superamento di questo modello anche in Italia?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La crisi del modello mercantilista tedesco \u00e8 un punto essenziale da mettere a fuoco: in quanto essa precede la stessa crisi dovuta alla pandemia, e in quanto ovviamente si cercher\u00e0 di occultare questo dato di fatto. Quanto sta avvenendo oggi \u00e8 il rilancio in deficit spending della domanda interna tedesca, oltrech\u00e9 il sostegno alle imprese in crisi; in misura minore sembrano interessati dalle misure del governo tedesco \u2013 almeno per ora \u2013 gli investimenti. Non occorre essere profeti per prevedere che, non appena passata l\u2019emergenza, le fanfare del modello mercantilistica tedesco torneranno a squillare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il problema \u00e8 che questa crisi mette in difficolt\u00e0 dei pezzi essenziali del discorso ideologico dominante negli ultimi decenni: priorit\u00e0 del privato sul pubblico, del mercato sullo Stato, necessit\u00e0 di comprimere il welfare (ossia il salario indiretto), incentivo alle delocalizzazioni produttive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ogni singolo aspetto di questo modello \u00e8 messo duramente alla prova in queste settimane. Lo stesso, purtroppo, non si pu\u00f2 dire dei rapporti di forza tra gli Stati europei e i rispettivi capitali. Non \u00e8 affatto escluso, al contrario, che gli Stati pi\u00f9 indeboliti dalla crisi precedente perdano ulteriormente terreno e sovranit\u00e0. Ovviamente, per\u00f2, non si tratta di un destino ineluttabile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4) La BRI cinese \u00e8 il progetto pi\u00f9 ambizioso proposto dalla Cina al mondo.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quali rischi e opportunit\u00e0 esistono nell&#8217;adesione a questa iniziativa del governo cinese?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ovviamente, come tutti i progetti di questo genere, la BRI (Belt &amp; Road Initiative) ha diverse dimensioni e pu\u00f2 essere letta in diversi modi: come un progetto economico, geopolitico, di espansione della propria area di influenza, di soft power, ecc. Per quanto mi riguarda ritengo sia preminente l\u2019aspetto economico: la BRI \u00e8 l\u2019unico progetto su scala mondiale che avesse l\u2019ambizione di superare la Grande Recessione e i suoi strascichi mobilitando investimenti reali, in particolare nelle infrastrutture (in primis dell\u2019Asia, Centrale e non solo), soprattutto in quelle la cui assenza rappresenta un collo di bottiglia dello sviluppo. Non si tratta di interpretazioni fantasiose, ma di una teoria elaborata da un economista cinese, Justin Yifu Lin, ed esposta nel testo Against the Consensus. Reflections on the Great Recession, dopo aver passato in rassegna criticamente le altre misure messe in campo da Stati Uniti, Giappone ed Europa. La cosa significativa \u00e8 che il libro in questione \u00e8 uscito nel 2013, ma prima del famoso discorso di Astana in cui Xi Jinping lanci\u00f2 il progetto della Nuova Via della Seta (inizialmente denominato One belt One Road e poi Belt and Road Initiative). L\u2019Italia avrebbe un grande vantaggio nell\u2019aderire a questo progetto. Non mi riferisco per\u00f2 soltanto al Memorandum of Understanding, firmato da governo giallo-verde tra le polemiche (in genere pretestuose), ma alla capacit\u00e0 di darvi seguito con progetti concreti a cui tengano dietro contratti reali. Per ora si \u00e8 fatto qualcosa in particolare per i porti del Nord (Vado Ligure \u2013 Genova e Trieste), ma a mio giudizio il vero potenziale consisterebbe nell\u2019attrezzare come terminale della via della seta marittima un porto del Sud (ad esempio Taranto). Questo rappresenterebbe uno stimolo importante alla riduzione del gap infrastrutturale (in particolare ferroviario) tra Sud e Nord Italia e ci consentirebbe di sfruttare la posizione geografica dell\u2019Italia potenziando l\u2019interscambio con i paesi dell\u2019Africa del Nord e del Medio Oriente. Fare di Trieste e di altri porti del Nord uno hub portuale per la Mitteleuropa \u00e8 sicuramente un obiettivo di interesse (consentirebbe un risparmio di 5 giorni rispetto alle navi che attraccano a Rotterdam), ma un terminale nel Sud del paese sarebbe un volano di sviluppo molto maggiore. Per non parlare delle implicazioni geopolitiche della cosa, in termini di importanza del nostro Paese nel Mediteranneo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5) A suo avviso la Cina rappresenta un possibile modello di transizione al socialismo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il modello socio-economico cinese \u00e8 di grande interesse. A esso ho dedicato un lungo saggio che dovrebbe essere pubblicato nei prossimi mesi (ne \u00e8 uscita la versione tedesca, dal titolo Wirtschaft und Eigentum \u2013 Staat und Markt im heutigen China, come allegato al numero 2\/2020 dei Marxistische Bl\u00e4tter). A mio giudizio non c\u2019\u00e8 dubbio che la societ\u00e0 cinese sia \u2013 non soltanto nell\u2019autopercezione della dirigenza cinese \u2013 una societ\u00e0 di transizione (o, come dicono loro, una societ\u00e0 nella \u201cfase primaria del socialismo\u201d) che rientra a pieno titolo nel solco delle societ\u00e0 nate dalla Rivoluzione d\u2019Ottobre. Detto questo, ritengo che essa possa essere un \u201cmodello\u201d per paesi in via di sviluppo, ma non per un paese a capitalismo maturo come il nostro. Anche se forse il mix Stato\/mercato, per certi versi prossimo a quell\u2019economia mista che \u00e8 stata uno dei tratti caratterizzanti del capitalismo italiano del dopoguerra sino a tutti gli anni Ottanta, ma con una pi\u00f9 forte accentuazione della regolamentazione e pianificazione dello sviluppo ad opera dello Stato (tramite la pianificazione in senso proprio e tramite il braccio rappresentato dalle societ\u00e0 a capitale pubblico), pu\u00f2 suggerire qualcosa anche a noi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In ogni caso, la dirigenza cinese \u00e8 la prima a rifiutare il concetto stesso di \u201cmodello di socialismo\u201d da esportazione, ritenendo \u2013 non a torto \u2013 che la presenza di \u201cPaesi guida\u201d e l\u2019acritica riproposizione di esperienze altrui abbia fatto abbastanza danni in passato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>6) Lei ha scritto un interessante libro sulla fine della DDR. Esistono delle similitudini tra l&#8217;attuale situazione della Germania Est e il nostro Mezzogiorno?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esistono senz\u2019altro, e questa per la pubblicistica mainstream \u00e8 gi\u00e0 una notizia. Infatti la lettura che tuttora va per la maggiore vede la vicenda che interessa i territori della ex-DDR come un caso di integrazione riuscita, da contrapporre alle vicende del nostro Mezzogiorno. In realt\u00e0 nel dibattito post-unitario in Germania il tema del Mezzogiorno italiano fu molto presente sin dal 1991 (quando il disastro industriale nei territori della ex Germania Est si profil\u00f2 con nettezza), ma come esempio di integrazione malriuscita che si stava riproponendo nel caso della ex-DDR. Il giudizio tranchant di un economista certo non sospetto di simpatie nei confronti della Germania Est quale Hans-Werner Sinn, seppure formulato nel 2003, \u00e8 tuttora valido: \u201cinvece di un miracolo economico, \u00e8 sorto un secondo mezzogiorno in Europa, una regione economica zoppicante, che non riesce a connettersi alle regioni pi\u00f9 sviluppate del paese\u201d. Se poi si utilizza come parametro il deficit commerciale nei confronti delle altre zone del paese, esso appare molto superiore in Germania Est rispetto al resto della Germania che nell\u2019Italia del Sud rispetto al Nord del paese: le stime oscillano tra 45% e addirittura 60% della Germania Est, a confronto con un 12,5% dell\u2019Italia del Sud; sono stime precedenti la Grande Recessione, e le distanze da allora si sono avvicinate, ma non per merito della Germania Est, bens\u00ec a causa della forte perdita di prodotto accusata dal Sud d\u2019Italia dal 2008 in poi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019aspetto forse pi\u00f9 interessante \u00e8 per\u00f2 rappresentato dalle analogie tra l\u2019andamento dell\u2019economia nella ex Germania Est dopo l\u2019unione monetaria tedesca e quello di alcune economie europee dopo la crisi dello scorso decennio: anche in questi casi, come gi\u00e0 nella ex Germania Est, si \u00e8 avuta disoccupazione di massa, deficit della bilancia commerciale (rispettivamente verso l\u2019Ovest della Germania e verso il Nord Europa), emigrazione verso le zone pi\u00f9 ricche del continente, perdita di capacit\u00e0 produttiva su vasta scala.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del resto, come ho documentato nella nuova edizione di Anschluss (novembre 2019, Diarkos editore), il confronto tra Germania Est e paesi cosiddetti \u201cperiferici\u201d dell\u2019Unione Europea ha avuto un testimonial d\u2019eccezione: nientemeno che Angela Merkel, che al Consiglio Europeo di Parigi del dicembre 2013 ha stabilito esplicitamente questo parallelo \u2013 ovviamente in termini mistificatori e per rivendicare per la Germania il ruolo di benefattore che per\u00f2 non pu\u00f2 spingersi oltre un patto crediti contro riforme. A pensarci bene, questa \u00e8 la cifra sia dell\u2019unificazione tedesca (prima i crediti promessi a novembre 1989 e non concessi a febbraio 1990 \u201cin assenza di riforme\u201d, poi moneta unica tedesca in cambio dell\u2019abbandono \u201csenza residui\u201d dell\u2019economia pianificata e del pegno rappresentato dalle imprese di Stato), sia dell\u2019intervento del MES nel caso della Grecia (anche qui con un corollario di privatizzazioni con un istituto simile alla famigerata Treuhandanstalt tedesca), sia \u2013 infine \u2013 di quello che con incredibile sfacciataggine viene proposto oggi all\u2019Italia e a altri paesi: ancora una volta, non aiuti ma crediti, e ancora una volta \u2013 passato il periodo dell\u2019emergenza \u2013 contro \u201criforme\u201d che contempleranno probabilmente una ristrutturazione del debito entro la moneta unica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>7) Tra le varie teorie economiche tornate alla ribalta in questi anni c&#8217;\u00e8 la MMT, soprattutto grazie ai socialdemocratici dentro il Partito Democratico statunitense.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che idea ha di questa teoria economica?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 una teoria che io abbia particolarmente approfondito, n\u00e9 ho ritenuto necessario adottare questa teoria \u2013 che ha conosciuto una certa fortuna recente, forse non per caso, nel paese la cui moneta gode dello status di valuta internazionale di riserva per eccellenza \u2013 per controbattere le politiche di austerity e di colonizzazione tramite il debito invalse in Europa negli ultimi anni. Credo di averle controbattute con tempestivit\u00e0 e con qualche efficacia, sin dal mio Titanic Europa (2012), pur partendo da presupposti teorici diversi. Sono ovviamente contento che vi sia una convergenza di obiettivi, e a quanto vedo anche di argomentazioni, a partire da presupposti teorici di partenza differenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>8) Ritiene la prima esperienza di governo del cosiddetto populismo in Italia un momento di rottura con gli ultimi trent&#8217;anni di storia politica italiana?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S\u00ec, almeno in parte. Questa rottura si \u00e8 per\u00f2 consumata pi\u00f9 nelle aspettative degli elettori (non viene ricordato volentieri, ma gli indici di fiducia nel governo della popolazione italiana ebbero un\u2019impennata nei sondaggi effettuati dopo la formazione di quel governo, e la \u201cluna di miele\u201d dur\u00f2 in qualche misura sino alla fine di quell\u2019esperienza) che nella concreta prassi di governo, anche se \u2013 sia detto a scanso di equivoci \u2013 ritengo che reddito di cittadinanza e quota 100 fossero entrambe iniziative condivisibili e che hanno prodotto effetti positivi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il punto \u00e8 un altro: il prezzo pagato per la formazione di quel governo fu l\u2019affidamento del MEF, il ministero chiave, a una persona non in sintonia con gli orientamenti dei due partiti di governo, ma di garanzia per la stessa Unione Europea. Il risultato fu un atteggiamento arrendevole che favor\u00ec il successo dell\u2019operazione di manganellatura del governo a opera dei mercati finanziari su istigazione di Bruxelles, nonch\u00e9 comportamenti remissivi nei confronti delle controparti europee tali da far s\u00ec che il governo giallo-verde degli \u201cirresponsabili\u201d chiuse con un deficit marcatamente inferiore di quello di governi \u201ceuro-ortodossi\u201d precedenti. Lascio a chi legge le conclusioni da trarre sul funzionamento della nostra democrazia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Va aggiunto per\u00f2 che quel governo non fu un\u2019occasione sprecata: perch\u00e9 dimostr\u00f2 la possibilit\u00e0 di governi imperniati su maggioranze diverse da quelle \u201ceuro-ortodosse\u201d che avevano caratterizzato i governi precedenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>9) L&#8217;UE si sta configurando sempre pi\u00f9 come un polo imperialista autonomo.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quali implicazioni geopolitiche potrebbe avere secondo lei questa evoluzione dell&#8217;UE?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Penso che ci sia un considerevole sforzo in questa direzione, accentuatosi negli ultimi anni. Credo per\u00f2 anche che qui la UE sia vittima delle proprie contraddizioni, non diversamente da come lo furono altre costruzioni sovranazionali intrinsecamente fragili (mi viene in mente l\u2019impero zarista). Lenin scrisse che gli Stati Uniti d\u2019Europa in un contesto capitalistico sarebbero stati per forza di cose nient\u2019altro che un accordo per la spartizione delle colonie. Il problema \u00e8 che se, come abbiamo visto negli ultimi anni, si innescano dinamiche neo-coloniali interne alla stessa Unione e alla stessa area monetaria, tutto questo difficilmente giover\u00e0 alla coesione e alla forza del tutto. Detto in altri termini: l\u2019egemonia cos\u00ec squilibrata di Francia e (soprattutto) di Germania sull\u2019Unione nuoce alla stessa costituzione dell\u2019Unione come polo imperialista autonomo. Per motivi inerenti alla mancata coesione interna e perch\u00e9 quell\u2019egemonia innesca spinte centrifughe (vedi alla voce Brexit) che possono rivelarsi distruttive, soprattutto in assenza di uno Stato europeo \u2013 che oggi nessuno vuole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se dobbiamo giudicare dalla reazione dell\u2019UE all\u2019emergenza del coronavirus, non sembra che gli Stati Uniti debbano essere troppo preoccupati di un polo imperialista in formazione che non riesce a garantire ai propri territori neppure quello che tutte le banche centrali del mondo garantiscono ai loro, ossia la monetizzazione del debito necessaria a fronteggiare l\u2019emergenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>10) Quanto influisce il pensiero marxista nelle sue analisi e quali sono gli economisti marxisti a cui si ispira?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ritengo che Marx e la tradizione marxista offrano degli strumenti essenziali \u2013 per certi versi insuperati \u2013 per la comprensione del modo di produzione capitalistico, e quindi anche della societ\u00e0 in cui viviamo. Quindi spero vivamente che il pensiero marxista influisca nelle mie analisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal punto di vista degli autori, va detto in premessa che la tradizione marxista \u00e8 molto ricca. Un\u2019altra premessa riguarda il sottoscritto: pur presiedendo un centro di ricerca economica applicata, il Centro Europa Ricerche, non sono un professore universitario e le mie ricerche non sono inquadrate in percorsi accademici. Quanto precede \u00e8 molto importante per inquadrare il mio tipo di utilizzo del pensiero marxista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli autori che sono stati utili per le mie ricerche sono ovviamente in primis Marx ed Engels. Qui direi che \u00e8 tempo di farla finita con la leggenda dell\u2019Engels amico un po\u2019 fesso del genio Marx: il contributo di Engels all\u2019Ideologia tedesca, al Manifesto \u00e8 fondamentale, come pure lo \u00e8 l\u2019inestimabile il lavoro di edizione del Capitale: delle pagine sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, che ho tradotto per la prima volta in italiano dalla MEGA2 nella mia raccolta marxiana Il capitalismo e la crisi, mi sorprese l\u2019aderenza dell\u2019edizione engelsiana all\u2019originale, la marginalit\u00e0 degli errori di edizione, e l\u2019intelligenza delle riformulazioni; tutto questo \u00e8 tanto pi\u00f9 notevole per il fatto che quella edizione si rivolgeva a un pubblico di rivoluzionari e dirigenti operai, e non di professori e filologi marxiani universitari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per il resto, trovo molto importanti le riflessioni di Lenin non soltanto sull\u2019imperialismo \u2013 qui egli fu capace di prendere il meglio da Hobson e Hilferding, oltrech\u00e9 dalla letteratura tedesca dell\u2019epoca \u2013 ma nel contesto di quel formidabile e terribile campo di sperimentazione di nuove forme sociali che fu la Russia post-rivoluzionaria. Qualche anno fa ho curato un\u2019edizione degli scritti economici leniniani dalla rivoluzione al 1923 (Lenin, Economia della rivoluzione, Il Saggiatore 2017) e devo dire che sono stato affascinato dalla profondit\u00e0 teorica e dalla genialit\u00e0 politica di Lenin.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra gli economisti marxisti successivi trovo geniale e sottovalutato Henryk Grossmann, e di grande interesse autori come Maurice Dobb e Oskar Lange, oltrech\u00e9 Michal Kalecki (che per\u00f2 non \u00e8 classificabile come marxista in senso stretto). Nell\u2019ambito dei riformatori che operarono dagli anni Cinquanta in poi nei paesi socialisti dell\u2019est europeo trovo di particolare interesse il lavoro del polacco Wlodzimiers Brus, del tedesco orientale Fritz Behrens, del cecoslovacco Ota Sik e dell\u2019ungherese Janos Kornai (poi \u2013 come del resto Ota Sik \u2013 approdato a posizioni antimarxiste).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra gli economisti marxisti contemporanei ho avuto in anni recenti un dialogo molto fruttuoso con Riccardo Bellofiore, ma sul tema dell\u2019importanza della caduta tendenziale del saggio di profitto nell\u2019interpretazione del capitalismo odierno mi sento pi\u00f9 vicino alle posizioni di Alan Freeman, Andrew Kliman e \u2013 tra gli italiani \u2013 Luciano Vasapollo e Mino Carchedi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Detto questo, credo che la fase attuale richieda una grande creativit\u00e0 teorica e la capacit\u00e0 di fare i conti seriamente con l\u2019insieme del pensiero economico novecentesco (In gran parte di indirizzo neoclassico), e da questo punto di vista ritengo ad esempio che Capitalism. Competition, conflict, crises di Anwar Shaikh sia un libro importante \u2013 anche se non si pu\u00f2 considerare ancora una nuova sintesi, e non solo per la mole (1000 pagine\u2026). Quanto ai miei maestri di marxismo, sono stato abbastanza fortunato da averne pi\u00f9 d\u2019uno: a Pisa Nicola Badaloni e Lorenzo Calabi, a Roma Alessandro Mazzone. Ma l\u2019economista marxista che mi ha insegnato di pi\u00f9 \u00e8 stato senza alcun dubbio Gianfranco Pala, animatore della rivista marxista \u201cLa Contraddizione\u201d: un economista la cui importanza \u00e8 direttamente proporzionale alla sua emarginazione in ambito accademico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa lunga lista, l\u2019aspetto pi\u00f9 curioso pu\u00f2 sembrare l\u2019accenno a Brus e Behrens, autori oggi abbastanza dimenticati. Ma non \u00e8 un cenno casuale: da anni sto lavorando a un\u2019opera storico-teorica su Piano e mercato nel socialismo novecentesco, e mi sono convinto che per giungere a risultati soddisfacenti sia essenziale entrare seriamente nel merito dei dibattiti economici che si svolsero nell\u2019URSS degli anni Venti e poi ancora in quelli dai tardi anni Cinquanta ai Settanta ancora in URSS e nell\u2019Est europeo, oltrech\u00e9 ovviamente in Cina in anni pi\u00f9 recenti. Ma di questo avremo modo di tornare a parlare, magari tra qualche anno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:<a href=\"https:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/economia\/30445-2020-04-19-08-14-41\">https:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/economia\/30445-2020-04-19-08-14-41<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARX XXI (bollettinoculturale) Vladimiro Giacch\u00e9\u00a0\u00e8 nato a La Spezia nel 1963. Presidente del Centro Europa Ricerche dall\u2019aprile 2013. Nel settore finanziario dal 1995, sino al 2006 ha lavorato presso il Mediocredito Centrale, dove ha ricoperto nel tempo i ruoli di responsabile dell\u2019ufficio sviluppo risorse umane, assistente del Presidente, responsabile del servizio studi e relazioni esterne e del servizio revisione interna. Dal 2006 al 2007 \u00e8 stato responsabile dello staff tecnico di Matteo Arpe, Amministratore&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":98,"featured_media":44758,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/download.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-f6m","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58054"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/98"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=58054"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58054\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":58065,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58054\/revisions\/58065"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/44758"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=58054"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=58054"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=58054"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}