{"id":58939,"date":"2020-05-29T11:00:14","date_gmt":"2020-05-29T09:00:14","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=58939"},"modified":"2020-05-29T10:01:57","modified_gmt":"2020-05-29T08:01:57","slug":"elementi-di-teoria-delle-crisi-economiche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=58939","title":{"rendered":"Elementi di teoria delle crisi economiche"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRA IN RETE (Gianfranco La Grassa)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories10\/new-york-city-559753_1920-1024x757.jpg\" alt=\"new york city 559753 1920 1024x757\" width=\"300\" height=\"222\" \/>1. Dovrei essenzialmente parlare della crisi del 1929. E\u2019 ovvio che ogni avvenimento storico ha una sua singolarit\u00e0 specifica e va inquadrato nell\u2019epoca del suo verificarsi. Do per\u00f2 per scontata la conoscenza di tutto il \u201ccontorno\u201d storico della crisi del 1929, solitamente considerata la pi\u00f9 grave delle crisi che comunque, in forme e con intensit\u00e0 diverse, coinvolgono il nostro sistema sociale detto capitalistico e ne arrestano il tendenziale sviluppo. Per larga parte del 1800, nell\u2019epoca del capitalismo detto di concorrenza, le crisi erano fenomeni verificantisi all\u2019incirca ogni 8-10 anni con caratteristiche molto simili fra loro. Negli ultimi decenni, in specie dopo la seconda guerra mondiale, la situazione di crisi appare meno regolare nelle sue cadenze e nelle sue forme di manifestazione, ma ci\u00f2 non esclude che si cerchi sempre di cogliere le caratteristiche comuni di fenomeni diversi, comunque appartenenti alla \u201cclasse\u201d di quegli accadimenti in grado di interrompere lo sviluppo capitalistico e di provocare anche, come appunto nel caso del 1929, netti arretramenti produttivi accompagnati da gravi sconvolgimenti dei circuiti economici e finanziari, e da sconquassi sociali di notevoli proporzioni con le loro brusche ricadute politico-istituzionali (per tutte si pensi all\u2019ascesa del nazismo nel 1933, non certo causata dalla crisi ma senz\u2019altro da questa favorita).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima di entrare direttamente nel discorso sulla crisi, con riferimento particolare a quanto accadde nel 1929 e anni successivi, voglio ricordare \u2013 poich\u00e9 ci\u00f2 avr\u00e0 una sua utilit\u00e0 in seguito \u2013 la possibilit\u00e0 di catalogare tale fenomeno in due tipologie fondamentali. La prima trova la sua principale esemplificazione nel periodo 1873-96; si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un\u2019epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale. La seconda tipologia \u00e8 appunto quella che si manifest\u00f2 con particolare acutezza nel 1929: ad una punta di boom di notevole portata, che aveva fatto (stra)parlare di una ormai ininterrotta epoca di grande prosperit\u00e0 capitalistica, segu\u00ec una brusca e accentuata caduta di tutti gli indici economici, pur a partire dalla crisi di Borsa a New Yorkufficialmente iniziata il gioved\u00ec 24 ottobre e aggravatasi decisamente nel famoso \u201cmarted\u00ec nero\u201d (il 29). Tale caduta dilag\u00f2 praticamente in tutti i paesi capitalistici \u2013 con il prodursi di gravissimi disagi sociali susseguenti anche alla vastissima disoccupazione della forza lavoro \u2013 e poi si stabilizz\u00f2 a livelli produttivi molto bassi fin praticamente al 1933. Vedremo pi\u00f9 avanti che tipo di \u201cripresa\u201d si verific\u00f2 a partire da quell\u2019anno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Va ancora ricordato il carattere pi\u00f9 generale della crisi capitalistica: il suo essere caratterizzata da una sovrapproduzione, poich\u00e9 provoca impoverimento delle pi\u00f9 larghe masse popolari nell\u2019ambito di una sempre pi\u00f9 elevata potenzialit\u00e0 produttiva del sistema economico, cui non corrisponde l\u2019aumento della capacit\u00e0 di acquistare come merci i beni prodotti. Grandi quantit\u00e0 di questi ultimi restano quindi invendute e le varie unit\u00e0 produttive (le imprese capitalistiche) soffrono perdite (invece che godere di profitti) e dunque diminuiscono la produzione; molte chiudono e spesso vanno pure in fallimento, licenziando cos\u00ec mano d\u2019opera. Diminuisce di conseguenza la massa salariale e cade ulteriormentela domanda dei beni di consumo e dunque anche quella dei beni di produzione (cio\u00e8 gli investimenti delle imprese); cos\u00ec la crisi si generalizza e avanza a macchia d\u2019olio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale tipo di evento fortemente negativo in termini economici, con riflessi sociali ovviamente drammatici, colpisce le societ\u00e0 ormai basate sulla produzione industriale. Si tratta quindi di un fenomeno del tutto differente da quello tipico delle societ\u00e0 precapitalistiche, in cui prevaleva nettamente la produzione agricola. In queste ultime, le \u201ccrisi\u201d erano in genere vere carestie dovute ad andamenti climatici sfavorevoli, al diffondersi di gravi fitopatologie, alle distruzioni militari, ecc.; processi devastanti in societ\u00e0 ad ancora scarsa evoluzione tecnologica, caratterizzate quindi da quella che oggi indicheremmo come un\u2019assai bassa produttivit\u00e0 del lavoro. Quelle \u201ccrisi\u201d dipendevano da vera e propria penuria di beni prodotti; nel capitalismo, al contrario, essesono provocate dalla produzione \u201ctroppo\u201d alta di beni, dove il \u201ctroppo\u201d \u00e8 semplicemente relativo alla capacit\u00e0 (ormai generalmente monetaria) d\u2019acquisto della gran parte della popolazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">2. Nella teoria economica tradizionale di origine neoclassica, il cui inizio viene solitamente fatto risalire al 1870 (con Walras, Menger e Jevons), per oltre mezzo secolo non fu mai presa in considerazione una vera teoria della crisi. Solo pochi autori (Veblen, Schumpeter e qualche altro) trattarono la crisi come una dinamica intrinseca all\u2019organizzazione del sistema economico capitalistico; in genere, la quasi totalit\u00e0 degli economisti accademici considerava tale fenomeno come dipendente da fattori estranei al sistema in questione, comunque del tutto erratici e casuali, del tipo delle ondate di ottimismo o pessimismo (non \u00e8 che oggi non si faccia ancora ampio ricorso a simili spiegazioni che\u2026..non spiegano nulla). Solo il marxismo diede risalto alla crisi quale evento che non pu\u00f2 non verificarsi nell\u2019ambito del sistema economico in questione. Tuttavia, per ragioni di \u201ctempo e spazio\u201d, non mi diffonder\u00f2 sulla spiegazione marxista, anche perch\u00e9 essa non ha mai dato origine a effettive politiche economiche atte a combattere la crisi. L\u2019unica ricetta (non del tutto marxista per ragioni su cui non posso qui diffondermi) fu quella della pianificazione statale dell\u2019economia, ma in una situazione di totale rivoluzionamento sociale e politico-istituzionale e di abolizione formale della propriet\u00e0 privata dei mezzi di produzione. Ricorder\u00f2 comunque che, nel 1929, la crisi non tocc\u00f2 precisamente il paese sedicente socialista, l\u2019URSS. Non m\u2019imbarcher\u00f2 comunque in una discussione su tale fatto e sui vantaggi e sopratutto svantaggi dell\u2019economia pianificata poich\u00e9dovrei andare in una direzione del tutto diversa da quella che qui intendo affrontare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In ogni caso, siamo oggi in un sistema capitalistico sostanzialmente rimondializzatosi, e dunque parler\u00f2 delle teorie che in campo capitalistico, una volta verificatasi la potente scossa del \u201929, furono formulate con l\u2019intento non solo di spiegare bens\u00ec anche di risolvere i problemi della crisi stessa. Ne parler\u00f2 in termini molto \u201cintuitivi\u201d, all\u2019ingrosso, senza cercare una impossibile precisione che esigerebbe conoscenze e strumentazioni specialistiche. Mi guarder\u00f2 bene dal tentare di riprodurre in sintesi il dibattito che si svilupp\u00f2 per decenni. Tenter\u00f2 soltanto di rendere sufficientemente chiara la logica di fondo dei ragionamenti afferenti alle posizioni fondamentali che si scontrarono sul problema della crisi e sugli strumenti di politica economica atti a contrastarla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando si entr\u00f2 bruscamente in una situazione critica nell\u2019ottobre del \u201929, data l\u2019eccezionale portata e ampiezza del fenomeno e la sua durata, la teoria tradizionale si trov\u00f2 in forte difficolt\u00e0 nel fornire sia una spiegazione dello stesso sia una ricetta per ridurne la gravit\u00e0 e invertire la tendenza recessiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu all\u2019inizio ampiamente sostenuto che il problema nasceva a causa delle \u201cimperfezioni e rigidit\u00e0\u201d del mercato del lavoro. Senza entrare, come gi\u00e0 detto, in particolari, si sosteneva che la forza sindacale dei lavoratori aveva ormai imposto un salario (prezzo della forza lavoro in quanto merce) al di sopra della sua produttivit\u00e0. Bisogna aggiungere \u201cmarginale\u201d. Cercher\u00f2 di spiegare brevemente il problema. Debbo necessariamente fare un d\u00e9tour che assomiglier\u00e0 un po\u2019 ad una lezione, noioso quindi ma necessario. A differenza dei \u201cclassici\u201d (Smith e Ricardo in testa), che consideravano il valore dei beni prodotti in base al tempo di lavoro occorso nel produrli \u2013 e il prezzo effettivo, in base all\u2019andamento della domanda e dell\u2019offerta, oscillava attorno al valore; questa considerazione in merito a detta oscillazione vale per tutti gli economisti, di qualsiasi tendenza siano nel concepire ilvalore dei beni \u2013 i neoclassici lo pensavano in base alla quantit\u00e0 di bene a disposizione del consumatore in relazione all\u2019intensit\u00e0 delsuo bisogno di quel bene. Ma questa intensit\u00e0, e dunque l\u2019utilit\u00e0 del bene per il consumatore, diminuisce man mano che la quantit\u00e0 del bene a sua disposizione aumenta. L\u2019ultima unit\u00e0 del bene disponibile ha quindi una certa utilit\u00e0, detta appunto marginale; ed \u00e8 questa a misurare il valore attorno a cui osciller\u00e0 il prezzo di quel bene (ovviamente sommando la domanda di tutti i consumatori che ne hanno bisogno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che vale per il consumo, vale pure per la produzione. Se consideriamo i due fattori fondamentali di quest\u2019ultima \u2013 il capitale (strumentazione e materie prime; per inciso, noto che qui, a differenza che in Marx, il capitale \u00e8 cosa e non rapporto sociale) e il lavoro \u2013 si ha anche qui una produttivit\u00e0 ad un certo punto decrescente delle diverse unit\u00e0 di tali fattori impiegate nel processo produttivo. E la produttivit\u00e0 dell\u2019ultima dose impiegata dei fattori \u00e8 sempre quella detta marginale. I fattori hanno un prezzo unitario d\u2019acquisto (il costo insomma). Quando la produttivit\u00e0 marginale di quel fattore equivale a detto prezzo, l\u2019imprenditore smette di acquistarlo poich\u00e9, ovviamente, ogni unit\u00e0 in pi\u00f9 determinerebbe una diminuzione del suo utile. Quindi la crisi era determinata dalle eccessive richieste (sindacali) di aumento dei salari, che ad un certo punto andavano al di sopra della produttivit\u00e0 marginale del fattore lavoro. Ergo: bastava ridurre i salari e la crisi si sarebbe risolta con comune soddisfazione di entrambe le figure cardine del processo produttivo: imprenditori (i capitalisti) e lavoratori salariati non pi\u00f9 disoccupati. Questa ad es. era la tesi di Pigou, antagonista poi delle tesi di Keynes.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Evidentemente, l\u2019abbassamento del salario diminuiva, s\u00ec, il costo di produzione per l\u2019imprenditore, ma diminuiva nel contempo la massa salariale a disposizione del complesso dei lavoratori pur se poteva momentaneamente aumentare la convenienza \u2013 per ogni singolo imprenditore, attento al rapporto prezzo di vendita del bene prodotto e costo di quest\u2019ultimo \u2013 di assumere lavoro. In realt\u00e0, uscendo dalla considerazione del singolo (sia consumatore che produttore) \u2013 quindi dalla tipica visione microeconomica dei neoclassici (liberisti puri) \u2013 e andando invece a quella macroeconomica del complesso della domanda e dell\u2019offerta, si poteva ben supporre un aggravamento della crisi in atto, che vedeva un eccesso di produzione non assorbito dalla domanda. Diminuendo i salari, l\u2019effetto complessivo (macroeconomico) sarebbe stato un ulteriore calo della domanda di beni di consumo; quindi una crescente sovrapproduzione \u201crelativa\u201d. Allora, gli imprenditori avrebbero ridotto la produzione e dunque pure gli investimenti, cio\u00e8 la domanda di beni di produzione; subito quella delle materie prime (capitale circolante) e, alla lunga, anche quella degli strumenti produttivi (capitale fisso, di cui si sarebbe trascurato l\u2019ammortamento).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti, ci sarebbero stati sia meno profitti da investire sia la riduzione della profittabilit\u00e0 di detti investimenti data la caduta della domanda (di beni di consumo come di produzione). La crisi si sarebbe allora avvitata sempre di pi\u00f9, si sarebbe entrati in un circolo vizioso di continuo aggravamento della situazione. Entr\u00f2 dunque in crisi la spiegazione tradizionale dei neoclassici liberisti puri, secondo cui la \u201ccausa iniziale\u201d, cio\u00e8 il motore della crisi, sarebbe stata la crescita dei salari al di sopra della produttivit\u00e0(marginale) del lavoro, con riduzione dei profitti imprenditoriali o addirittura il verificarsi di forti perdite. La \u201ccolpa essenziale\u201d sarebbe quindi stata dell\u2019eccessiva forza dei sindacati dei lavoratori; questi ultimi si sarebbero dovuti accontentare di salari pi\u00f9 bassi. Alcuni cominciarono per\u00f2 a rilevare quanto gi\u00e0 detto: isalari pi\u00f9 bassi implicavano riduzione della domanda di consumo con conseguente ulteriore aggravarsi della crisi, che vedeva l\u2019accumularsi di merci invendute per mancanza di una corrispondente capacit\u00e0 d\u2019acquisto delle stesse. Da qui part\u00ec l\u2019inversione della politica seguita e dunque il lancio del New Deal all\u2019inizio del 1933 non appena eletto Roosevelt. E tale politica fu poi sistematizzata con l\u2019importante opera teorica di Keynes uscita nel 1936.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non si smise comunque di \u201cbrontolare\u201d contro il New Deal da parte dei neoclassici tradizionali. Venne pure posta in evidenza la centralizzazione oligopolistica dei capitali \u2013 fusione di pi\u00f9 imprese, incorporazione di quelle fallite da parte delle \u201csopravvissute\u201d, accordi per sospendere la competizione e dividersi pacificamente le quote di mercato, e via dicendo \u2013 che la crisi avrebbe favorito accelerandone le conseguenze. Questo processo, in base alla teoria neoclassica (liberista), era trattato quale fattore che aggravava la rigidit\u00e0 dei mercati, indeboliva gli \u201cspiriti animali\u201d imprenditoriali e la spinta all\u2019innovazione con ulteriore caduta della domanda per investimenti, dunque rallentamento dell\u2019attivit\u00e0 produttiva e licenziamento di forza lavoro in esubero, conseguente diminuzione anche della domanda di beni di consumo, e cos\u00ec via, con l\u2019avvitamento del consueto circolo vizioso tipico della crisi. Probabilmente anche Schumpeter \u2013 il da lungo tempo teorico dell\u2019importanza cruciale dell\u2019innovazione imprenditoriale \u2013 ristette su questa posizione e non accett\u00f2 veramente le tesi keynesiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si noti bene: con questi aggiustamenti di certi neoclassici, si invertiva il rapporto causa\u2013effetto della crisi. Qui si parte dalla caduta degli investimenti (domanda di beni di produzione) dovuta al mutamento della \u201cforma di mercato\u201d; niente pi\u00f9 la \u201cvirtuosa\u201d competizione in esso, non pi\u00f9 affidamento alla sua \u201cmano invisibile\u201d che sollecita gli \u201cspiriti animali\u201d con affollarsi di innovazioni (di prodotto e di processo nel contempo). Qui, la colpa della crisi non era pi\u00f9 semplicemente delle eccessive pretese dei sindacati che avevano spinto il salario al di sopra della produttivit\u00e0 marginale del lavoro. Le imprese erano divenute troppo mastodontiche e la funzione imprenditoriale si era appannata nel gioco degli accordi per evitare concorrenza e spartirsi \u201cpacificamente\u201d i mercati. Le tesi sviluppate dall\u2019ex trotzkista Burnham nel 1941 sulla \u201crivoluzione manageriale\u201d \u2013caratteristica tipica del capitalismo statunitense, una nuova formazione sociale rispetto al \u201ccapitalismo borghese\u201d dell\u2019Inghilterra all\u2019epoca in cui Marx lo studi\u00f2, formulando la teoria espressa ne Il Capitale \u2013 erano molto pi\u00f9 congrue e facevano giustizia dell\u2019opinione secondo cui l\u2019oligopolio aveva reso meno vitale il sistema capitalistico. Semmai risaltano le tesi leniniane del 1916 (nel saggio sull\u2019imperialismo), secondo cui il monopolio non aveva eliminato la concorrenza, ma l\u2019aveva \u201cportata ad un pi\u00f9 alto livello\u201d, quello del conflitto tra grandi imprese per la conquista di sempre pi\u00f9 ampie quote di mercato (quarta caratteristica dell\u2019imperialismo nel saggio di Lenin), conflitto nettamente subordinato a quello in atto tra le maggiori potenze per le \u201csfere di influenza\u201d (quinta caratteristica).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">3. Appunto con il New Deal rooseveltiano vennero seguite politiche di ampia spesa pubblica (statale) per opere infrastrutturali: strade, porti e aeroporti, dighe e canali di irrigazione, risanamento urbano di considerevoli dimensioni, ecc.; insomma tutto quello che spesso viene denominato capitale fisso sociale. Accanto a questo, vi fu, in particolare negli USA con il NIRA (National Industrial Recovery Act), la garanzia di un salario minimo; ufficialmente per fini di solidariet\u00e0 sociale, ma in realt\u00e0 per rallentare la brusca riduzione della domanda complessiva (di beni di consumo). Qui si vede appunto che le \u201cnuove\u201d tesi (ancora non formulate teoricamente, ma praticamente applicate) si basavano sulla crisi come caduta dei consumi, cui sarebbe seguita poi anche quella degli investimenti delle imprese in difficolt\u00e0 per la riduzione dei ricavi rispetto ai costi. Quindi chi lanci\u00f2 il New Deal si era gi\u00e0 reso conto (in pratica) che, in mancanza di domanda sufficiente dei loro beni, le imprese riducono la spesa siain capitale circolante sia ancor pi\u00f9 in quello fisso (cadono perfinogli ammortamenti e non soltanto i nuovi investimenti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1936 usc\u00ec il fondamentale libro dell\u2019economista inglese Keynes \u2013 Teoria generale dell\u2019occupazione, dell\u2019interesse e della moneta \u2013 che diede fondamento teorico a quanto praticamente perseguito tramite la spesa pubblica in deficit, tipica del New Deal. Da allora, si sostenne per alcuni decenni che la crisi veniva combattuta e vinta tramite l\u2019intervento dello Stato nella sfera economico-produttiva. Anche in tal caso, cerchiamo di capire la logica sottintesa ai ragionamenti teorici che si opposero frontalmente ai dettami della scuola neoclassica tradizionale.Innanzitutto, va chiarito che Keynes non propugna alcun intervento per limitare la portata del \u201clibero mercato\u201d. Inoltre, l\u2019economista di Cambridge non parlava di spesa con finalit\u00e0 sociali (tipo pensioni, sanit\u00e0, ecc., cio\u00e8 il cosiddetto \u201cStato sociale\u201d, che si afferm\u00f2 nell\u2019Europa occidentale dopo la guerra mondiale). Nemmeno si sosteneva che non dovessero in nessuna misura ridursi i salari; anzi, tramite l\u2019inflazione che, almeno inizialmente, veniva promossa tramite la spesa pubblica, una certa riduzione dei salari reali si verificava e ci\u00f2 non era considerato certo dannoso, poich\u00e9 alleviava comunque i compiti delle imprese dal lato dei costi di produzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, la causa principale della crisi \u2013 ma nei paesi capitalistici opulenti, ad alto livello di capacit\u00e0 produttiva di reddito \u2013 non era attribuita all\u2019eccessiva altezza dei salari, cio\u00e8 all\u2019esorbitante (presunta) forza raggiunta dalle organizzazioni sindacali nella contrattazione del prezzo del lavoro. Keynes, inoltre, non prende nemmeno in considerazione il problema del mono(oligo)polio; parte anzi dalla presupposizione di una libera concorrenza, si attiene ai concetti marginalistici tradizionali, ma si riferisce a grandezze globali, aggregate, nel senso di variabili complessive attinenti all\u2019economia \u201cnazionale\u201d. Si parla, ad es., di consumo, risparmio, investimento, ecc. in quanto dati relativi alla totalit\u00e0 dei consumatori, risparmiatori, investitori, ecc. esistenti in un determinato territorio (in genere un paese; comunque, ci si pu\u00f2 anche limitare ad una regione di un paese o invece allargarsi ad un insieme di paesi di una certa area geografica, ecc.). Per questo si parla della teoria economica keynesiana come di una macroeconomia, in contrapposizione alla microeconomia della teoria neoclassica tradizionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Man mano che cresce il reddito nazionale \u2013 somma dei redditi di tutti gli individui viventi in un dato territorio, in genere quello nazionale, senza riguardo alla loro collocazione in date classi o gruppi sociali \u2013 aumenta la quota (percentuale) del reddito risparmiata rispetto a quella consumata. La teoria neoclassica tradizionale riteneva che tutto il reddito risparmiato fosse anche investito. Quando il risparmio aumentava, si supponeva che diminuisse adeguatamente il saggio di interesse<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(prezzo dei prestiti), per cui gli imprenditori si facevano dare a credito \u2013 con l\u2019intermediazione delle banche \u2013 tale risparmio per effettuare gli investimenti, che sono appunto domanda di beni di produzione. Quindi, qualunque fosse la dimensione del prodotto (reddito) nazionale, la domanda era comunque della stessa entit\u00e0 dell\u2019offerta, visto che quella di beni di investimento assorbiva la parte di reddito risparmiata (la parte consumata \u00e8 ipso factodomanda di beni di consumo). Si sarebbe sempre realizzata la cosiddetta legge di Say per cui l\u2019offerta dei beni (e dunque la produzione da cui dipende l\u2019offerta) crea la sua propria domanda; non potrebbe perci\u00f2 mai esserci crisi di sovrapproduzione, la merce prodotta non resterebbe mai invenduta per carenza di domanda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Keynes, invece, vi \u00e8 un livello della produzione nazionale, nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, in cui si verifica comunque un eccesso di risparmio, che non viene assorbito dall\u2019investimento degli imprenditori (privati) per quanto bassi siano i saggi di interesse sui prestiti; proprio perch\u00e9 la domanda privata di consumo non tiene dietro all\u2019offerta di beni divenuta \u201ctroppo\u201d elevata qualora ci sia il pieno impiego dei fattori produttivi, data l\u2019elevata capacit\u00e0 produttiva raggiunta dall\u2019insieme del sistema. La domanda complessiva dei privati (consumi pi\u00f9 investimenti) non tiene allora dietro allo sviluppo (grazie pure agli avanzamenti tecnologici) della potenzialit\u00e0 produttiva di reddito, in cui cresce pi\u00f9 che proporzionalmente la parte risparmiata rispetto a quella consumata. E\u2019 quindi la debolezza di questa domanda complessiva(C+I) la causa reale della crisi che poi certamente, una volta scoppiata, si avvita su se stessa facendo regredire il livello della produzione fino al punto in cui, nuovamente, l\u2019intero risparmio, pur esso ovviamente diminuito, trova di fronte a s\u00e9 un adeguato(ma assai calato) investimento in beni di produzione. Va rilevato, ed \u00e8 cruciale, che nella crisi la debolezza della domanda induce la diminuzione della produzione e questa accresce la disoccupazione dei fattori produttivi; quella del fattore lavoro ha forte evidenza perch\u00e9 \u00e8 socialmente squassante, ma la \u201cdisoccupazione\u201d colpisce anche il \u201cfattore capitale\u201d, cio\u00e8 l\u2019insieme dei mezzi produttivi.Quando le imprese chiudono i battenti o diminuiscono fortemente la loro attivit\u00e0, cade anche la domanda di beni di produzione (quella detta investimento)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In definitiva, la causa fondamentale della crisi risiede nella carenza, evidentemente relativa, della domanda a livelli di reddito elevati, tipici di economie con elevate capacit\u00e0 produttive, quindi tecnologicamente assai avanzate; ecco perch\u00e9 la crisi scoppia soprattutto nel bel mezzo di una raggiunta opulenza ed altezza del tenore di vita. Se vi \u00e8 relativa debolezza della domanda privata (di beni di consumo e di investimento), \u00e8 necessario che lo Stato effettui una sua spesa (pubblica) che vada a sommarsi a quella dei singoli cittadini, una spesa che quindi supplisca alla deficienza di quella dei privati. Ecco la ragione dell\u2019intervento statale in economia; non certamente per una pianificazione della produzione, come propugnato dai marxisti e comunisti, il che esigerebbe la soppressione della propriet\u00e0 privata (dei mezzi produttivi) e del mercato. Mercato e propriet\u00e0 privata non vengono minimamente toccati, tutto resta come prima dal punto di vista politico-istituzionale, e da quello della preminenza dei ceti imprenditoriali e della subordinazione del lavoro salariato nella societ\u00e0 capitalistica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo Stato spende, cio\u00e8 effettua domanda apprestando le opere infrastrutturali gi\u00e0 considerate. Il problema che si pone \u00e8 per\u00f2: di che tipo di spesa deve trattarsi? Secondo i principi tradizionali (oggi ripresi con vigore) del mantenimento di un pareggio del bilancio statale (o almeno di un deficit da contenersi il pi\u00f9 possibile), lo Stato, se vuol spendere di pi\u00f9, deve dotarsi dei mezzi a ci\u00f2 necessari tramite un accrescimento dell\u2019imposizione fiscale.Cos\u00ec agendo, per\u00f2, si provoca la diminuzione del reddito deicittadini, e dunque della loro domanda, al fine di accrescere quellapubblica. I conti non tornano. Si d\u00e0 con una mano e si toglie con l\u2019altra. La domanda (spesa) statale deve essere in deficit di bilancio. E nemmeno \u00e8 tanto utile che lo Stato, per poter spendere, accresca il suo debito con l\u2019emissione di titoli (i bot ad es.; a breve e a lungo termine) perch\u00e9 \u00e8 bene che l\u2019organo \u201cpubblico\u201d si ritenga libero, anche in tempi lunghi, dal dover rimborsare alcunch\u00e9. Puramente e semplicemente, si stampa moneta e la si mette in circolazione finanziando le imprese che dovranno dedicarsi alla costruzione di infrastrutture (decise ovviamente in sede governativa).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo la tradizionale teoria quantitativa della moneta, quando lo Stato mette in circolazione una pi\u00f9 alta massa di moneta, i prezzi delle merci salgono (inflazione). Secondo la teoria keynesiana ci\u00f2 \u00e8 vero solo nel caso che i fattori produttivi (lavoro e capitale) siano pienamente occupati e non si possa perci\u00f2 accrescere \u2013 almeno nel breve periodo, in mancanza di aumento delle potenzialit\u00e0 produttive dovuto ad investimenti e nuove tecnologie \u2013 la quantit\u00e0 prodotta e offerta. Quando invece c\u2019\u00e8 la crisi, i fattori sono disoccupati; \u00e8 per\u00f2 essenziale, come sopra considerato, che lo sia il lavoro cos\u00ec come il capitale (mezzi di produzione). Debbono esserci milioni di lavoratori a spasso e migliaia di imprese chiuse, ma potenzialmente in grado di riaprire i battenti, con macchinari che hanno solo bisogno di essere lubrificati e rimessi in movimento. L\u2019importante \u00e8 solo che riparta la domanda dei beni, perch\u00e9 allora le imprese riprendono a produrre, riassumendo forza lavoro. Pu\u00f2 anche esserci, in unprimo momento, un certo rialzo dei prezzi, ma si tratta di inflazione leggera e temporanea, poi i fattori prima \u201cdisoccupati\u201d entrano progressivamente in piena produzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La spesa pubblica per infrastrutture, insomma, d\u00e0 impulso all\u2019attivit\u00e0 di una serie di imprese che debbono \u2013 tanto per fare un esempio \u2013 fornire cemento, acciaio, vetri, infissi, mobilio, ecc. per costruzioni edili (non solo case evidentemente). E queste imprese debbono assumere lavoro (dirigente come esecutivo) per produrre; cos\u00ec facendo, distribuiscono salari a lavoratori prima disoccupati, che cominceranno a domandare beni prodotti, a loro volta, da altre imprese. Anche queste allora si riattivano, acquistando beni di produzione e pagando salari ad altri lavoratori prima disoccupati che, con il salario percepito, domandano altri beni di consumo e \u2026..via di questo passo, in un circolo ora virtuoso di ripresa economica. Non entro qui sul discorso del moltiplicatore, che mi sembra nell\u2019attuale contesto esplicativo superfluo. Si deve invece notare che, ricrescendo nuovamente grazie a questa politica di spesa pubblica il cosiddetto PIL, si accrescono ovviamente anche le entrate fiscali; in definitiva, si ridurr\u00e0 progressivamente il tanto deprecato (dagli economisti odierni) debito pubblico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">4. Dalla fine della seconda guerra mondiale inizi\u00f2 il dominio della corrente keynesiana negli ambiti accademici (e non) di tutti i paesi capitalistici avanzati; e anche negli organismi che orientavano la politica economica internazionale nel campo \u201coccidentale\u201d. Le politiche anticicliche basate sull\u2019aumento della spesa pubblica divennero una sorta di dogma, e si cred\u00e9 cos\u00ec di poter scongiurare ogni declino dello sviluppo capitalistico, che invece si ripresent\u00f2 pi\u00f9 volte, anche se mai con la gravit\u00e0 del 1929; la crisi fu ribattezzata recessione, volendo con tale termine indicare dei brevi periodi di arresto della crescita e di sostanziale stagnazione, senza per\u00f2 il presentarsi di fenomeni di eccessivagravit\u00e0 economica e sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci si accorse abbastanza presto, in particolare negli anni \u201970, che la spesa pubblica poteva provocare fenomeni inflazionistici di rilievo, e che la sua funzione anticrisi non era poi cos\u00ec incisiva come supposto subito dopo la politica del New Deal e l\u2019opera di Keynes che ne dava una fondazione teorica. Gi\u00e0 nel 1979 in Inghilterra con l\u2019avvento della Thatcher, e poi nel 1980 con Reagan negli USA, si riaffermarono correnti neoliberiste che ripresero le tesi di una politica fondata sul rispetto dell\u2019equilibrio del bilancio statale, cio\u00e8 su un rigore nell\u2019effettuare la spesa pubblica non pi\u00f9 affidata consapevolmente, come sostenuto da Keynes, alla crescita del deficit di detto bilancio. Bisogna ben dire che all\u2019inizio si tratt\u00f2 comunque pi\u00f9 di affermazioni di principio che reali, poich\u00e9, almeno negli Stati Uniti, la spesa statale aument\u00f2 notevolmente (per motivi militari soprattutto) e cos\u00ec pure il deficit di bilancio. Soltanto per\u00f2 nel secolo scorso e soprattutto finch\u00e9 non si disfece il sistema detto \u201csocialista\u201d (mai comunista come dicono ancor oggi di Cina, Corea del Nord, Cuba, ecc. dei perfetti ignoranti) e fin\u00ec quindi l\u2019antagonismo tipico del periodo \u201cbipolare\u201d. In ogni caso, oggi in quasi tutti i paesi avanzati il liberismo \u00e8 di nuovo saldamente in sella ed \u00e8 particolarmente degenerato anche rispetto a quello tradizionale pre-keynesiano. Si tenga presente che, nei paesi capitalistici europei, le politiche di spesa pubblica condussero al cosiddetto \u201cStato sociale\u201d, in cui si svilupparono in particolare l\u2019apparato pensionistico e quello sanitario, attualmente in fase di ridimensionamento continuo in tutti i paesi capitalistici avanzati, ove pi\u00f9 ove meno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La politica economica keynesiana, nella sua funzione anticrisi, non si basava comunque sulle spese sociali; essa propugnava semplicemente la spesa pubblica, l\u2019intervento dello Stato nel settore economico per il rilancio di una produzione che si riteneva fosse entrata in crisi per carenza di domanda. Che la spesa statale assumesse connotati sociali, come in Europa occidentale, \u00e8 stato fenomeno dovuto a motivi pi\u00f9 politici che economici: alla presenza cio\u00e8 del campo \u201csocialista\u201d, di robusti partiti comunisti in alcuni grandi paesi europei (Italia e Francia soprattutto), alla preoccupazione insomma di possibile acutizzazione della lotta sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pian piano ha cominciato a farsi strada, anche presso certi ambienti di economisti accademici, una considerazione pi\u00f9 meditata relativa sia alla spesa pubblica negli anni di Roosevelt siaall\u2019opera teorica di Keynes. Ci si \u00e8 resi conto che, esauritasi sostanzialmente la crisi nei primi anni del New Deal (terminato nel 1937), il sistema capitalistico rientr\u00f2 in una fase di stagnazione proprio mentre veniva pubblicata, nel 1936, la T<span class=\"s6\">eoria generale dell<\/span><span class=\"s6\">\u2018<\/span><span class=\"s6\">occupazione<\/span><span class=\"s6\">, <\/span><span class=\"s6\">dell<\/span><span class=\"s6\">\u2018<\/span><span class=\"s6\">interesse<\/span> <span class=\"s6\">e della<\/span> <span class=\"s6\">moneta<\/span> dell\u2019economista inglese. Fu la seconda guerra mondiale a imprimere una decisa spinta economica agli Stati Uniti. Finita la guerra, inizi\u00f2 la faticosa \u201cricostruzione\u201d postbellica dell\u2019Europa occidentale, favorita pure dal ben noto e decantato \u201cPiano Marshall\u201d, che non fu un gesto umanitario degli Stati Uniti ma un discreto propellente per l\u2019economia di quel paese e soprattutto per il suo predominio assoluto nell\u2019area ormai appartenente alla sua \u201csfera d\u2019influenza\u201d, cui apparteneva (e appartengono) i paesi capitalistici maggiormente sviluppati, compreso il Giappone nell\u2019area asiatica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Furono allora formulate \u2013 da critici radicals e, in particolare, da certe correnti del pensiero marxisteggiante \u2013 tesi di \u201ckeynesismo militare\u201d. Sempre in omaggio alla convinzione che il sistema capitalistico, proprio al suo apogeo come opulenza, entra in difficolt\u00e0 per l\u2019insufficienza di domanda rispetto all\u2019offerta e dunque alla produzione, si sostenne che a tale inconveniente le classi dominanti ovviarono con spese belliche di grande entit\u00e0 durante la guerra. Anche successivamente tali spese furono elevate per sostenere la competizione con l\u2019URSS e per alimentare continue aggressioni statunitensi in svariate parte del mondo e in specie in quello denominato \u201cTerzo\u201d. I \u201criformisti\u201d propugnavano soprattutto aumenti salariali (e spese sociali) per sostituire le funzioni della spesa militare con politiche che andassero a migliorare il tenore di vita delle popolazioni e rafforzassero il regime detto \u201cdemocratico\u201d; per alcuni si sarebbe anche potuta verificare, seguendo tali politiche, una pacifica transizione ad un \u201csocialismo democratico\u201d in quanto contraltare al sedicente comunismo dell\u2019est, ritenuto troppo antidemocratico e autoritario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La cosiddetta globalizzazione \u2013 cio\u00e8 la rimondializzazione del capitalismo dopo gli eventi del 1989-91 \u2013 spazz\u00f2 via molte illusioni. Si continu\u00f2 ad oscillare \u2013 tipico il caso dell\u2019Italia \u2013 tra due tesi opposte e poco consistenti. Da una parte, i neoliberisti attribuivano certe difficolt\u00e0 economiche all\u2019eccessivo debito pubblico, cui si doveva ovviare, in omaggio alla riaffermazione della necessit\u00e0 di un equilibrio del bilancio statale, con la riduzione della spesa pubblica. Da ottenersi soprattuttorisparmiando su sanit\u00e0 e pensioni, le tipiche conquiste del cosiddetto Stato sociale. Bisognava insomma semmai aumentare la domanda dei privati (sia consumatori che investitori) restringendo invece l\u2019intervento pubblico ritenuto fonte di rigidit\u00e0 burocratica e di soffocamento dello spirito imprenditoriale innovativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall\u2019altra parte, vi fu chi \u2013 e fra questi vanno ricordati molti personaggi \u201cdi sinistra\u201d \u2013 sostenne che, in un mondo ridiventato mercato globale in cui si acutizzava una forte competizione interimprenditoriale, era necessario essere particolarmente efficienti e produttivi; il che significava ridurre al minimo possibile i costi di produzione, effettuare spese per la ricerca di nuovi prodotti e di nuovi metodi produttivi, per creare migliori catene di distribuzione commerciale, ecc. Si doveva insomma diventare pi\u00f9 competitivi in termini di costi, prezzi, qualit\u00e0, e via dicendo. La crisi venne dunque ancora una volta considerata, da \u201cdestra\u201d come da \u201csinistra\u201d, non come qualcosa di intrinseco al sistema capitalistico, ma soltanto come una carenza di certe scelte politiche o di certe altre del tutto opposte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In pratica, si pu\u00f2 ben dire che la scienza economica dominante, praticamente l\u2019unica al momento esistente, aveva (e ha tuttora)rinunciato ad ogni tentativo di trovare una spiegazione strutturale della crisi sempre latente in ogni sistema economico simile a quello, detto capitalistico, che ha iniziato ad affermarsi nel <a dir=\"ltr\" href=\"tel:1600-700\">1<\/a><a dir=\"ltr\" href=\"tel:1600-700\">6<\/a><a dir=\"ltr\" href=\"tel:1600-700\">00<\/a><a dir=\"ltr\" href=\"tel:1600-700\">-700<\/a>, era in pieno sviluppo gi\u00e0 nel secolo XIX e \u2013 pur con tutte le assai rilevanti modifiche intervenute nel frattempo, per cui si dovrebbe oggi cominciare a parlare di capitalismi e non di \u201ccapitalismo\u201d \u2013 continua a permanere oggi in alcune sue forme decisive: imprese, mercati, concorrenza, innovazioni tecniche e di prodotto, decisiva importanza dei settori dello scambio mercantile (generalizzato) e della finanza, ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Assistiamo cos\u00ec alla sostanziale incomprensione del tema della crisi nella \u201cscienza\u201d economica, sempre pi\u00f9 ridotta ormai ad analisi empiriche di breve congiuntura e all\u2019apprestamento di modelli da usare per tecniche di intervento politico-economico. Si torna ad affidare quindi le alterne vicende di un sistema complesso come quello capitalistico, ridivenuto mondiale, a variabili \u201csoggettivistiche\u201d: gli \u201cspiriti animali\u201d degli imprenditori privati, le ondate di fiducia (ottimismo) e sfiducia (pessimismo), ecc. Non si cerca per nulla una spiegazione scientifica, che non pu\u00f2 non rinviare alla formulazione di ipotesi intorno agli elementi strutturali, di sistema, che provocano gli arresti dello sviluppo e il suo nuovo rinvigorirsi secondo cicli indubbiamente meno regolari di quanto si era supposto fossero fino alla met\u00e0 del XX secolo (o poco dopo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Faccio solo un esempio. Circa a met\u00e0 anni \u201990 del secolo scorso, entr\u00f2 in una<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">lunga fase di crisi strisciante il Giappone, che all\u2019inizio di quel decennio molti prevedevano sarebbe diventato in un periodo relativamente breve il pi\u00f9 potente paese capitalistico al posto degli USA. Dopo oltre un decennio di stagnazione \u2013 con fenomeni di deflazione perfino dei prezzi, che per noi europei sono quasi inconcepibili, poich\u00e9 non li abbiamo pi\u00f9 vissuti dopo la crisi del 1929-33 \u2013 si cominci\u00f2 a ritenere che ormai tale paese fosse destinato ad un inarrestabile declino. Improvvisamente, a qualche anno dall\u2019inizio del secolo il Giappone riprese a crescere con buoni ritmi, senza che nessuno ne spiegasse in modo convincente i motivi. Ovviamente, non pu\u00f2 non aver poi risentito della crisi iniziata nel 2008 e, proprio adesso, della \u201cpandemia\u201d che ci sta tormentando da pochi mesi. In ogni caso, ci si trova ormai da molto tempo in una vera impasse teorica, ed \u00e8 inutile nasconderlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">5. Non mi sogner\u00f2 in questa sede di nemmeno iniziare una discussione sulla possibile formulazione di una teoria delle crisi. Dir\u00f2 soltanto quello che, a mio avviso, non si dovrebbe pi\u00f9ripetere perch\u00e9 \u00e8 senza senso; inoltre, si possono sommariamente indicare quali direzioni di ricerca sembrano utili per tornare a riflettere con maggiore realismo alla teoria in questione. Naturalmente, il primo passo \u00e8 l\u2019ammissione che non esiste alcuna considerazione di tipo scientifico che non sia di carattere oggettivo(e dunque strutturale); se ci si riferisce solo alle scelte di politica economica, ad errori commessi \u2013 e che nessun essere umano pu\u00f2 evitare di commettere \u2013 e addirittura all\u2019ottimismo o pessimismo degli \u201cagenti economici\u201d, allora si \u00e8 gi\u00e0 abdicato a voler fare opera di scienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 innanzitutto indubbio che la crisi economica, conosciuta dal moderno mondo capitalistico, \u00e8 l\u2019interruzione e l\u2019inversione di una tendenza allo sviluppo impetuoso delle forze produttive, uno sviluppo che, \u00e8 inutile negarlo, nessun\u2019altra societ\u00e0 (precapitalistica) ha conosciuto. Inoltre, la povert\u00e0 e miseria (relative), in ogni caso gravi disagi sociali oltre che economici, si verificano sempre nel bel mezzo di un aumento notevole delle capacit\u00e0 produttive del sistema economico, aumento provocato in modo particolare dai continui (per ondate successive) notevoli progressi delle tecniche produttive. Le crisi capitalistiche sonodunque l\u2019esatto contrario dei quelle delle precedenti formazioni sociali, in cui c\u2019era la carestia, legata a eventi di varia natura: siccit\u00e0, malattie delle piante o invece diffuse epidemie, guerre devastanti, ecc. Nella nostra forma di societ\u00e0, come aspetto di evidenza empirica, si deve invece ammettere il periodico (ciclico) ripresentarsi di un \u201ceccesso\u201d di produzione in relazione alle capacit\u00e0 di acquisto di parti consistenti, maggioritarie, della popolazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbiamo gi\u00e0 considerato, all\u2019ingrosso, la tesi keynesiana di un risparmio crescente a fronte di un investimento (domanda di beni di produzione) che non \u00e8 in grado di crescere in modo corrispondente. Da parte marxista, si sono prodotte pi\u00f9 tesi; ancora una volta, chiedo di capirle approssimativamente poich\u00e9 manca la possibilit\u00e0 di una loro spiegazione esauriente, che esigerebbe delle lezioni sulla teoria del valore e plusvalore. Si \u00e8 sostenuto che la tendenza dei capitalisti (imprenditori) a massimizzare i loro profitti provoca una forte spinta allo sviluppo produttivo nel mentre vengono tenuti relativamente bassi i salari (retribuzioni del lavoro dipendente che sono un costo di produzione per le imprese), da cui tuttavia dipende gran parte della domanda di beni di consumo; anche secondo tale prospettiva teorica, si suppone il verificarsi di un netto scarto tra produzione (quindi offerta) e domanda (a partire dal lato del consumo). Un\u2019altra interpretazione dello stesso processo prende pur sempre le mosse dal forte sviluppo economico in quanto causato dall\u2019intenso progresso tecnologico dei processi produttivi, che dovrebbe provocare la caduta del saggio di profitto, cio\u00e8 il rapporto tra profitti e capitale investito (sia in mezzi produttivi che in salari), in cui cresce soprattutto la quota del capitale fisso.Diminuisce perci\u00f2 la convenienza dei capitalisti ad investire; per di pi\u00f9, si sostituiscono macchine a lavoratori, cresce quindi la disoccupazione e cala cos\u00ec pure la massa salariale e la domanda di beni di consumo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un aspetto evidente della crisi \u00e8 la rottura dei circuiti dello scambio delle merci e di quelli finanziari (con in evidenza la Borsa valori). Ci\u00f2 accadrebbe perch\u00e9 le decisioni di investire e sviluppare la produzione di queste o quelle merci provengono da tanti centri \u2013 le varie imprese capitalistiche \u2013 fra loro autonome, in mano a gruppi privati e fra loro in aspra competizione per la preminenza nei mercati. Non vi \u00e8 quindi alcun coordinamento, si manifesta e si accentua la cosiddetta anarchia mercantile nei varisettori produttivi, si creano ingorghi e accumulo di merci invendute in alcuni di questi; la mancata realizzazione di adeguati ricavi in essi, a fronte dei costi sostenuti, contrae la domanda di merci prodotte da altre imprese e in altri settori, in cui si verifica allora lo stesso processo, con suo allargamento ed intensificazione fino al limite oltre il quale si innesca la crisi generale dei mercati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da queste tesi si gener\u00f2 la proposta relativa ad una pianificazione generale \u2013 che esigeva in primo luogo il superamento della propriet\u00e0 privata delle imprese \u2013 che facesse di queste ultime parti interdipendenti di un sistema complessivo, fra loro coordinate da un unico centro decisionale, l\u2019organo della pianificazione statale. Quest\u2019ultima \u00e8 andata incontro ad un sostanziale fallimento, portando alla stagnazione delle economie di quella tipologia e alla loro disgregazione finale. Tuttavia, anche nelle economie capitalistiche \u2013 in cui i mercati dei vari settori produttivi pi\u00f9 importanti sono controllati da oligopoli, attorniati da piccole e medie imprese ad essi subordinate \u2013 si sarebbero dovuti produrre fenomeni di tendenziale coordinamento in base agli accordi intercorrenti tra le imprese oligopolistiche in oggetto; nel mentre gli Stati dei paesi capitalistici avrebbero dovuto assumere funzioni di programmazione (versione attenuata della pianificazione). La programmazione \u00e8 fallita tanto quanto la pianificazione, e sono saltati pure gli accordi interoligopolistici; la competizione, con connessa \u201canarchia mercantile\u201d, ha teso a svilupparsi nuovamente ed \u00e8 oggi in via di tendenziale acutizzazione. Gli accordi eventuali tra grandi imprese \u2013 e le fusioni e centralizzazioni proprietarie attualmente in atto in tutto il mondo \u2013 sono solo un mezzo per tentare di migliorare le capacit\u00e0 competitive di certi gruppi economico-finanziari contro altri nella lotta per la preminenza nel mercato cosiddetto globale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si constatano al presente chiare difficolt\u00e0 ad una generalizzata e robusta ripresa economica, pur facendo solo riferimento ai paesi a pi\u00f9 alto sviluppo. Alcuni paesi, gi\u00e0 sottosviluppati (tipo Cina e India), sono entrati in decisa crescita; soprattutto la Cina fra le due, anche se attualmente tale paese vede un po\u2019 indebolito il suo ritmo di aumento del PIL. Altri paesi, tipo il Giappone, sono da tempo in fase di discreto sviluppo mentre la nostra Europa \u00e8 andata incontro a crescita nettamente differenziata da paese a paese e oggi \u00e8 in fase di sostanziale stagnazione. Si \u00e8 continuato per non so quanto tempo a parlare di ripresa generale del sistema capitalistico rimondializzatosi, ma si \u00e8 tutto sommato ancora in attesa che ci\u00f2 si verifichi in modo deciso ed univoco. Non sembra sia da attendersi, salvo eventi al momento imprevedibili, una crisi del tipo del 1929, ma non \u00e8 improbabile una fase di gravi difficolt\u00e0, con tendenziale (salvo eccezioni) stagnazione \u2013 caratterizzata magari da qualche breve impennata in alcuni paesi \u2013 un po\u2019 come accadde nel 1873- 96. E oggi non vi \u00e8 alcun passaggio da un sistema capitalistico concorrenziale ad uno mono(oligo)polistico, passaggio gi\u00e0 avvenuto appunto da oltre un secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">6. Il vero fatto \u00e8 che non sono sufficienti le analisi e considerazioni di natura quasi solo economica. Un conto sono certe onde cicliche di moderata entit\u00e0 e di \u201ccongiuntura\u201d; un altro le crisi di maggior momento, \u201ccatastrofiche\u201d come nel 1929 o invece di lunga stagnazione come alla fine del secolo XIX. Quest\u2019ultima non fu semplicemente dovuta al passaggio da una struttura dei mercati di tipo concorrenziale ad una di tipo oligopolistico; spiegazione \u201cvolgarmente\u201d economicistica, limitata in tutti i sensi. Gli ultimi decenni di quel secolo rappresentarono piuttosto la transizione all\u2019epoca detta dell\u2019imperialismo. Alla preminenza dell\u2019Inghilterra nell\u2019insieme dei paesi in cui si era affermato il capitalismo \u2013 preminenza durata dal Congresso di Vienna (1814-15, detto della \u201cRestaurazione\u201d) fino a subito dopo la met\u00e0 del secolo \u2013 segu\u00ec il suo lento (inizialmente) declino e la sempre pi\u00f9 acuta lotta per la successione tra alcune grandi potenze, con l\u2019intervento, in particolare, di Germania (nata nel 1871 dopo la guerra vittoriosa sulla Francia, condotta dagli Stati tedeschi guidati dalla Prussia) e USA (dopo la guerra civile del 1861-65 e la netta vittoria del Nord industriale sui \u201ccotonieri\u201d del Sud). Tale periodo, contrassegnato poi, nel secolo successivo, da due guerre mondiali oltre che dalla \u201cgrande crisi\u201d del \u201929, si chiuse nel 1945 con la netta predominanza degli Stati Uniti in campo capitalistico, mentre il lungo confronto interimperialistico tra le varie potenze provoc\u00f2 una serie di crisi politico-sociali \u2013 innanzitutto in Russia (prima guerra mondiale) e in seguito, dopo la seconda guerra mondiale, in molti altri paesi a partire dalla Cina\u2013 con la formazione del cosiddetto \u201ccampo socialista\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In seguito al \u201ccrollo\u201d di quest\u2019ultimo e alla rimondializzazione del capitalismo, gli USA sono rimasti il paese predominante nel mondo. Tuttavia si assiste, con sempre maggior nettezza, non semplicemente (e banalmente) ad una ripresa di conflittualit\u00e0 e competizione tra grandi imprese \u2013 dette \u201cmultinazionali\u201d, mentre hanno spesso una ben precisa collocazione nazionale del \u201cgruppo di comando\u201d \u2013 nel mercato mondiale, ma soprattutto ad un inizio di contrasti politici in varie aree geografico-sociali; in questo momento, un\u2019area di notevole turbolenza \u00e8 quella che va dal Nord Africa (Libia in testa) al Medio Oriente. Siamo chiaramente entrati in una nuova fase di tipo multipolare. Fin quando esisteva (ma per poco pi\u00f9 di un decennio) un unico paese sostanzialmente predominante \u2013 gli USA, la cui supremazia era tanto economico-tecnica e finanziaria quanto politico-militare e spesso anche ideologico-culturale; una predominanza che si prolunga ancor oggi nei vari organismi internazionali: politici come l\u2019ONU o economici come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale per lo Sviluppo, il WTO (Organizzazione mondiale per il commercio), ecc. \u2013 si \u00e8 assistito ad un relativo coordinamento delle varie economie \u201cregionali\u201d. In tali condizioni non era facile l\u2019esplodere di una crisi come quella del 1929. Quella crisi, pur di carattere eminentemente economico-finanziario, risentiva dello scontro aperto tra pi\u00f9 potenze capitalistiche e faceva quindi parte dell\u2019epoca caratterizzata dalla lotta interimperialistica, epoca conclusasi con la seconda guerra mondiale; la supremazia statunitense diede nuovo ordine e riorganizz\u00f2 i rapporti interstatali nel campo detto \u201coccidentale\u201d (del capitalismo avanzato).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per il prossimo decennio (e oltre) \u00e8 pi\u00f9 facile che si verifichino fenomeni di crisi strisciante, di stagnazione interrotta da brusche, ma brevi (e non generalizzate) impennate, dal declino di certi paesi e aree geografico-sociali mentre altri saliranno a gradini pi\u00f9alti di sviluppo capitalistico, ecc. Insomma, sembrerebbe pi\u00f9 probabile per qualche tempo una serie di fenomeni (di crisi) somiglianti in qualche modo a quelli del 1873-96 pi\u00f9 che a quelli del 1929-33; in realt\u00e0 del 1929-39, perch\u00e9 la crisi era soprattutto d\u2019ordine multipolare e policentrico ed entr\u00f2 in fase di risoluzione con la lotta per la supremazia, risoltasi a favore degli Stati Uniti nel campo detto capitalistico. Per comprendere appieno tali fenomeni, penso sia molto riduttivo limitarsi all\u2019analisi dei processi economici, alla considerazione (quantitativa) degli andamenti di consumi, risparmi, investimenti, innovazioni tecnologiche, rialzi o ribassi dei saggi di interesse o di quelli dei profitti in settori produttivi diversi, sbalzi delle quotazioni di Borsa, e via dicendo. Questi sono certo sintomi, segnali, importanti e vanno seguiti con attenzione. Bisogna per\u00f2 capire che la competizione, anche per quanto riguarda la conquista di maggiori quote di mercato, non \u00e8 mai solo basata su costi, prezzi, qualit\u00e0, catene di distribuzione, sistema di finanziamenti, ecc.; \u00e8 indispensabile la potenza militare, l\u2019influenza politica sui Governi di vari paesi (alcuni in posizione geografica cruciale), una capillare penetrazione culturale dei propri modelli di vita sociale in aree fondamentali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sull\u2019analisi economica, certo da eseguire, prevale perci\u00f2 quella geopolitica; l\u2019attenzione per le quote di mercato delle varie (grandi) imprese va \u201csottomessa\u201d a quella relativa alle sfere diinfluenza da conquistare (o riconquistare) e da mantenere. Far credere che staremo tutti meglio se ci attrezziamo ad una virtuosa competizione economico-imprenditoriale in un mercato globale, privo di qualsiasi impaccio e restrizione, \u00e8 pura ideologia (liberista). E\u2019 grave l\u2019incredibile ignoranza odierna di sedicenti economisti circa le vecchie ricette keynesiane condite di spesa pubblica in pieno deficit di bilancio, che almeno possonoattenuare certi fenomeni estremamente negativi. Tuttavia, \u00e8 indispensabile superare del tutto l\u2019economicismo, tipico della tradizione neoclassica (in ogni suo versante); e deve essere combattuta ogni falsa credenza in un modello di sviluppo fondato sullo strapotere di gruppi economico-finanziari, che desiderano soltanto di essere lautamente assistiti dallo Stato, \u201cserviti\u201d da apparati politici \u2013 nuovi nella forma e nel personale ma vecchi nella sostanza \u2013 del tutto incapaci di analizzare a fondo la vera causa dell\u2019attuale crisi: il disordine legato alla netta crescita del multipolarismo. Sia ai gruppi economici che a quelli politici manca del tutto una visione ampia, di carattere strategico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qui per\u00f2 mi fermo, in questa discussione, perch\u00e9 altrimenti il discorso dovrebbe aprirsi ad una considerazione pi\u00f9 nettamente politica; e certo non univoca n\u00e9 precisa perch\u00e9 molte, troppe, sono oggi le variabili scarsamente conosciute proprio a causa della cortina fumogena che le ideologie neoliberiste stanno diffondendo ormai da un bel po\u2019 di tempo. Invito solo a riflettere, cercando nuove vie, non restando incantati di fronte alle fumisterie di TV e stampa. La storia non sar\u00e0 \u201cmaestra di vita\u201d, ma ci insegna comunque qualcosa. E quanto \u00e8 successo a partire dalla fine del secolo XIX e fino ai nostri giorni \u2013 le due crisi economiche di tipologia differente gi\u00e0 pi\u00f9 volte considerate (1873-96, di stagnazione, e 1907 e 1929 di crollo finanziario e netto declino economico), le due guerre mondiali, il confronto tra campo capitalistico e (presunto) \u201csocialista\u201d, il poco pi\u00f9 che decennalepredominio statunitense e infine l\u2019attuale multipolarismo \u2013 \u00e8 decisivo per orientarsi di nuovo nel mondo attuale e per i prossimi decenni. Facciamo tesoro delle tante lezioni gi\u00e0 ricevute; ma cerchiamo di andare avanti nell\u2019interpretazione del mondo in cui ci troveremo ad operare, probabilmente incontrando crescentidifficolt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per il momento \u00e8 tutto. Detto succintamente, ma credo con sufficiente chiarezza. Sottolineo che si deve attaccare a pi\u00f9 non posso l\u2019economicismo, l\u2019assenza totale di ogni analisi dell\u2019evoluzione politica e sociale in quest\u2019epoca di sempre crescente disordine e conflittualit\u00e0 internazionale. Non si cerchiper\u00f2, nel breve (e forse medio) periodo, di voler riproporre la \u201criscaldata minestra\u201d del conflitto sociale o addirittura \u201cdi classe\u201d. Siamo ancora, ma certo con forme nuove (come sempre avviene nella storia), al conflitto tra gruppi dominanti (e di fatto nazionali; non \u201cnazionalisti\u201d, specifico), a quella che in tempi passati e condifferente sistema di interrelazioni mondiali fu definita \u201cepoca dell\u2019imperialismo\u201d (in realt\u00e0, detto con definizione pi\u00f9 generale, del conflitto policentrico). In quell\u2019epoca si svilupparono le grandi rivoluzioni che si cred\u00e9 orientate al socialismo: \u201crivoluzione d\u2019ottobre\u201d durante il primo grande conflitto \u201cinterimperialistico\u201d; quella cinese con il secondo grande conflitto (anche se la nascita ufficiale di quello Stato avvenne nel 1949). E anche le altre (Cuba, Vietnam, ecc.) furono favorite dalla situazione \u201cbipolare\u201d creatasi con la seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span class=\"s9\">In definitiva,<\/span> <span class=\"s9\">b<\/span><span class=\"s9\">asta con il micragnoso e gretto (e dunque sviante) <\/span><span class=\"s10\">economicismo<\/span><span class=\"s9\">, la malatti<\/span><span class=\"s9\">a degli intellettuali<\/span> <span class=\"s9\">blanditi da <\/span><span class=\"s9\">una classe dominante <\/span><span class=\"s9\">come quella \u201coccidentale\u201d; ma in modo speciale da quella europea, infame e inetta come forse non<\/span><span class=\"s9\"> \u00e8 mai accaduto nella lunga storia delle societ\u00e0 umane<\/span><span class=\"s9\">. Le nostre popolazioni, che ancora accettano simili ceti dirigenti sono al momento inermi e imbelli. Si former\u00e0 una <\/span><span class=\"s10\">F<\/span><span class=\"s10\">orza <\/span><span class=\"s10\">N<\/span><span class=\"s10\">uova<\/span><span class=\"s9\"> capace di fare piazza pulita, in senso veramente definitivo ed esaustivo<\/span><span class=\"s9\">, di tali ceti? Per il momento nulla si vede<\/span><span class=\"s9\">.<\/span><span class=\"s9\"> E finch\u00e9 la situazione rester\u00e0 come ormai \u00e8 da alcuni decenni, la si smetta di sognare addirittura le rivoluzioni dei dominati; anche<\/span><span class=\"s9\"> se questi<\/span><span class=\"s9\"> dovessero<\/span><span class=\"s9\">avere qualche sussulto<\/span> <span class=\"s9\">di <\/span><span class=\"s9\">ribelli<\/span><span class=\"s9\">one<\/span><span class=\"s9\"> (e di dubbi ce ne sono tanti), verrebbero<\/span><span class=\"s9\"> schiacciati e massacrati <\/span><span class=\"s9\">in assenza di una effettiva<\/span><span class=\"s10\">direzione strategica<\/span><span class=\"s9\"> al loro vertice.<\/span><span class=\"s9\"> Si ricominci a ragionare.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/teoria\/17883-gianfranco-la-grassa-elementi-di-teoria-delle-crisi-economiche.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/teoria\/17883-gianfranco-la-grassa-elementi-di-teoria-delle-crisi-economiche.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Gianfranco La Grassa) 1. Dovrei essenzialmente parlare della crisi del 1929. E\u2019 ovvio che ogni avvenimento storico ha una sua singolarit\u00e0 specifica e va inquadrato nell\u2019epoca del suo verificarsi. Do per\u00f2 per scontata la conoscenza di tutto il \u201ccontorno\u201d storico della crisi del 1929, solitamente considerata la pi\u00f9 grave delle crisi che comunque, in forme e con intensit\u00e0 diverse, coinvolgono il nostro sistema sociale detto capitalistico e ne arrestano il tendenziale&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":26572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Schermata-2016-12-13-alle-15.57.26.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-fkD","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58939"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=58939"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58939\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":58940,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58939\/revisions\/58940"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=58939"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=58939"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=58939"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}