{"id":59097,"date":"2020-06-08T09:00:21","date_gmt":"2020-06-08T07:00:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=59097"},"modified":"2020-06-08T08:11:55","modified_gmt":"2020-06-08T06:11:55","slug":"ideologia-del-dato-ermeneutica-e-pandemia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=59097","title":{"rendered":"Ideologia del dato. Ermeneutica e pandemia"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>LE PAROLE E LE COSE (Agostino Cera)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" src=\"https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?fit=1450%2C500\" sizes=\"100vw\" srcset=\"https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?w=1450 1450w, https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?resize=300%2C103 300w, https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?resize=1024%2C353 1024w, https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?resize=768%2C265 768w\" alt=\"\" width=\"1450\" height=\"500\" data-attachment-id=\"38532\" data-permalink=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?attachment_id=38532\" data-orig-file=\"https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?fit=1450%2C500\" data-orig-size=\"1450,500\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Grafico\" data-image-description=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?fit=300%2C103\" data-large-file=\"https:\/\/i1.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Grafico.jpg?fit=525%2C181\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo obiettivo che si pongono queste pagine, volutamente sospese tra \u00abmetafisica e giornalismo\u00bb<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, \u00e8 non contribuire a quell\u2019inflazione di pensieri (o sedicenti tali, in non rari casi) che rappresenta non uno dei primi, ma senza dubbio un ulteriore, accessorio disagio di questi giorni pandemici. Dribblare le innumerevoli \u2013 e non richieste \u2013 profferte dei molti che, in genere da un qualche pulpito mediatico, intendono svelarci in tempo reale \u2013 bont\u00e0 loro! \u2013 qualcosa di essenziale circa il \u201cmomento che stiamo vivendo\u201d \u00e8, volenti o nolenti, una delle incombenze quotidiane delle nostre quarantene. Dal canto mio, vorrei soffermarmi brevemente su una evidenza che mi si \u00e8 imposta quasi mio malgrado durante queste settimane. Un\u2019evidenza poco considerata, ma a mio parere degna di essere portata all\u2019attenzione e che perci\u00f2 ho deciso di provare a comunicare, assumendomi il rischio di finire nel girone dei \u201cdisvelatori seriali della realt\u00e0\u201d.<span id=\"more-38531\"><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">In molti hanno fatto giustamente notare come l\u2019infausta esperienza della pandemia da covid-19 e della segregazione collettiva che ne \u00e8 seguita abbia avuto, tra i suoi pochissimi meriti, quello di produrre un\u2019inversione di tendenza, presso l\u2019opinione pubblica, rispetto all\u2019allarmante deriva antiscientifica (etero-razionale o semplicemente ir-razionale) degli ultimi anni. Una diffidenza tignosa, rancorosa, non di rado aggressiva, corroborata da generose iniezioni di complottismo, che ha prodotto un ostracismo a priori nei confronti del sapere ufficiale e degli \u201cesperti\u201d, dei competenti <em>mainstream<\/em>, tacciati di essere poco o per nulla credibili in quanto corrotti da incestuosi, inconfessabili rapporti intrattenuti con potentati politico-economici dei quali fungerebbero da strumento di propaganda. E di fatturato. Una \u201ceuristica della malafede\u201d \u2013 la si potrebbe definire, parafrasando Hans Jonas \u2013 che \u00e8 stata il minimo comune denominatore alla base di una serie di vicende assurte agli onori della cronaca in anni recenti (dal \u201cmetodo Di Bella\u201d al \u201cprotocollo stamina\u201d) e delle quali il cosiddetto \u201cmovimento no vax\u201d incarna il caso pi\u00f9 lampante. A fronte di tutto ci\u00f2, la parentesi pandemica avrebbe sancito una significativa inversione di tendenza, una letteralmente salutare rivalutazione, riabilitazione delle competenze. In particolare, delle competenze scientifiche. Le quali ultime \u2013 come peraltro accade sempre nel contesto del villaggio globale, frattanto assurto al rango di <em>network society<\/em> (secondo la definizione del sociologo Manuel Castells)<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> \u2013 hanno gi\u00e0 trovato i propri paladini mediatici, i quali si contendono a suon di \u201cospitate\u201d lo scettro di \u201cesperto degli esperti\u201d presso il pubblico televisivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Come negare una simile evidenza? Come, e in fin dei conti perch\u00e9, mettere in questione gli effetti benefici, balsamici per il nostro vivere comune innescati da un tale contromovimento neo-illuminista? Da una tale ritrovata fiducia nella ragione e nelle sue possibilit\u00e0? Ovviamente, in nessun modo. Va da s\u00e9, infatti, che un simile merito non possa venir intaccato da alcuna critica. Tuttavia, al netto di questo positivo scenario complessivo, c\u2019\u00e8 qualcosa, come direbbe Walter Benjamin, che \u00abmerita di essere ripresa dal dialettico\u00bb<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>. Un aspetto meno evidente, un effetto carsico generato da questa meritoria inversione di tendenza. Ne faccio cenno, proponendolo come spunto di riflessione, allo scopo di scongiurare un effetto collaterale, potenzialmente dannoso, di questo benefico recupero di credibilit\u00e0 dei saperi e delle competenze. Il rischio sul quale vorrei porre l\u2019attenzione \u00e8 che la fiducia possa trasformarsi in fede, degenerare in un feticismo della <em>expertise<\/em> basato a sua volta sulla inconsapevole assunzione di un presupposto dogmatico. Vorrei evidenziare, in altri termini, il rischio rappresentato dal possibile imporsi di una nuova idolatria\/ideologia strisciante: quella che Yuval Noah Harari, nel suo best-seller <em>Homo Deus<\/em>, chiama \u00ab<em>datismo<\/em>\u00bb. Si tratta del culto del dato \u2013 della \u00abreligione dei dati\u00bb, secondo le parole di Harari<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> \u2013 ovvero della persuasione che i dati, i dati numerici cio\u00e8, si producano e ancor pi\u00f9 parlino da s\u00e9. E che come tali, in quanto tali, essi rappresentino <em>ipso facto<\/em> una sentenza inappellabile, una verit\u00e0 non contestabile. Ci\u00f2 posto, l\u2019avvento del datismo corrisponderebbe a una sorta di <em>neue Sachlichkeit<\/em> <em>aletica<\/em>, nel senso della versione pi\u00f9 aggiornata del mito senza tempo (della chimera) di una verit\u00e0: oggettiva, definitiva, assoluta. Una simile fede viene resa icasticamente dall\u2019equazione ontologica sulla quale si fonda l\u2019intera epoca della tecnica ovvero ci\u00f2 che oggi, in ossequio a un lessico pi\u00f9 <em>\u00e0 la page<\/em>, andrebbe definito \u00abinfosfera\u00bb. Una tale equazione recita: \u00ab<em>esse est computari<\/em>\u00bb (prendo a prestito una formula di Rafael Capurro, pioniere della riflessione filosofica sul digitale)<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>. Qui e ora la manifestazione fondamentale delle cose, la modalit\u00e0 attraverso la quale esse si mostrano e si danno a vedere\/conoscere noumenicamente (in se stesse, per come sono), \u00e8 quella numerica, ossia: quantitativa, misurabile, computabile. Va da s\u00e9 che a questa fiducia cieca nella potenza autoevidente del dato computabile corrisponda un sistematico declassamento ontologico di tutto quanto si dimostra refrattario a una traslazione computazionale, una svalutazione di principio di tutto quanto non si presti a venir espresso in dati. Ma questa, ancorch\u00e9 una storia importante, \u00e8 un\u2019altra storia. Incompatibile con l\u2019intento perseguito da queste pagine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Tornando al quale, riporter\u00f2 ora, a sostegno della tesi dell\u2019esistenza di una incipiente ideologia\/idolatria del datismo (allo scopo di renderla pi\u00f9 concreta e quindi pi\u00f9 comprensibile), una considerazione di natura del tutto empirica. Si tratta di una riflessione maturata da spettatore \u2013 spettatore televisivo, per giunta \u2013 nel corso della liturgia quotidiana che ha scandito questo ultimo mese di passione, del rituale che ha cadenzato la nostra quaresima-quarantena. Mi riferisco alla conferenza stampa giornaliera della protezione civile delle ore 18, pensata per comunicare alla popolazione i numeri e con essi l\u2019andamento complessivo della pandemia. Per informarla, cio\u00e8, in modo \u201ccompleto e oggettivo\u201d, senza omissioni. Trasparente. Malgrado le intenzioni dei promotori dell\u2019iniziativa (della cui bont\u00e0 non v\u2019\u00e8 ragione di dubitare), mi \u00e8 parso che l\u2019elemento \u2013 il \u201cdato\u201d \u2013 pi\u00f9 evidente di un tale rituale sia stato una involontaria <em>riabilitazione della (onni)potenza dell\u2019ermeneutica<\/em> ovvero una attestazione della malleabilit\u00e0 del numero quale entit\u00e0 ontologica: qualcosa che rivela una consistenza molto meno solida e definitiva, molto meno oggettiva e incontrovertibile di quanto si immagini. O meglio: di quanto si voglia credere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Per risultare meno vago, propongo un paio di esempi. Anzitutto, quello relativo al numero dei contagi. Il quale possiede un valore e produce un effetto molto diversi, a seconda che venga comunicato anche il numero delle persone testate. Dei cosiddetti \u201ctamponati\u201d. Ad esempio, 1.500 pu\u00f2 essere un numero irrisorio, a fronte di 1.000.000 di tamponi, e un numero enorme, se invece i tamponi sono stati 3.000. Senza considerare, poi, la scelta preliminare su chi praticare i tamponi: cercare malati tra potenziali contagiati (persone delle quali si sa per certo che sono state a diretto contatto con dei malati conclamati) \u00e8 molto diverso dall\u2019inseguirli del tutto a caso. La stessa differenza che corre tra il <em>modus operandi <\/em>di un investigatore e quello di un rabdomante. Laddove si opti \u2013 come peraltro \u00e8 inevitabile che sia \u2013 per una metodologia piuttosto che per un\u2019altra, ma soprattutto laddove si scelga (perch\u00e9 si tratta, \u00e8 bene tenerlo presente, di una scelta) di omettere o sottacere questi dati di contorno e di supporto all\u2019atto della comunicazione pubblica\u2026 ebbene, a quel punto il numero abbandonato a se stesso, la nuda cifra si dimostra ben altra da quella entit\u00e0 auto-trasparente e incontrovertibile celebrata dal datismo. Essa si rivela, piuttosto, un ostaggio inerme alla merc\u00e9 della forza straripante \u2013 che significa libert\u00e0, ma anche, potenzialmente, arbitrio \u2013 dell\u2019interpretazione, la quale pu\u00f2 farlo oscillare a proprio piacimento lungo uno spettro semantico molto ampio. A seconda di come venga incorniciata ermeneuticamente (presentata, comunicata, veicolata\u2026), una stessa cifra, uno stesso dato numerico \u00e8 in grado di produrre effetti conoscitivi, e ancor pi\u00f9 emotivi, molto diversi in coloro che la\/lo recepiscono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Identico discorso vale per il numero dei morti, con l\u2019aggiunta della scelta di se appurare o meno, <em>ex post<\/em>, la reale natura dei moltissimi \u201ccasi sospetti\u201d. Ove si scelga di non farlo, si otterranno numeri diversi, persino molto diversi, rispetto alla opzione contraria. Che i vari stati nazionali abbiano adoperato, anche per motivi propagandistici, strategie differenti a tale riguardo, appare un dato di fatto (appunto!) ormai difficilmente contestabile. Come difficilmente contestabile \u00e8 il fatto che la lettura di questi dati incida e incider\u00e0 non poco sul giudizio politico nei confronti dei vari governi da parte delle rispettive opinioni pubbliche, nonch\u00e9 sulle annesse valutazioni (altrettanto oggettive: da AAA+ a D; promossi o bocciati, sommersi o salvati), a opera di istituzioni \u201cterze\u201d, riguardanti i <em>ratings<\/em> di affidabilit\u00e0 economica dei singoli stati. Detto per inciso<em>, rebus sic stantibus<\/em> la produzione di cifre, la creazione di entit\u00e0 numeriche si annuncia come uno dei fronti pi\u00f9 avanzati e pi\u00f9 preoccupanti della propaganda. Politica, ma non solo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci si chieder\u00e0 a questo punto: qual \u00e8 la morale della favola? Cosa dovrebbe insegnarci questo ennesimo, non richiesto tassello funzionale alla composizione del mosaico pandemico? Un tassello da porre, mi preme ripeterlo, a integrazione e non in contrasto con la salutare riabilitazione delle competenze presso l\u2019opinione pubblica, che sta avendo luogo nelle ultime settimane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Come succede spesso, la morale non \u00e8 granch\u00e9. \u00c8 molto meno di quanto la favola sembrava promettere. In questo caso specifico, essa si limita a dire o a ribadire, banalmente, qualcosa che in verit\u00e0 ogni frequentatore dei sentieri della conoscenza (al di l\u00e0 del fronte epistemico \u2013 umanistico o \u201cnaturale\u201d \u2013 nel quale milita) dovrebbe gi\u00e0 sempre sapere e che forse, al giorno d\u2019oggi, sta emergendo come un armamentario \u2013 un \u201cDPI immateriale\u201d \u2013 di cui neppure l\u2019opinione pubblica pu\u00f2 pi\u00f9 fare a meno. Vale a dire: che la conoscenza esige fiducia, ma respinge, ripudia la fede. Che essa \u00e8 allergica a qualsiasi pulsione feticistica, idolatrica. Che ogni ideologia consiste sempre in una rappresentazione semplificata e strumentale della realt\u00e0, in un \u201ccos\u00ec voglio che sia\u201d incompatibile con quel \u201ccos\u00ec \u00e8 o cos\u00ec appare\u201d a cui dovrebbe tendere, pur nella consapevolezza di non poterlo mai davvero raggiungere, qualsiasi onesto sforzo conoscitivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">La morale di questa favola \u00e8 che, ora come sempre, lo scetticismo rappresenta lo <em>habitus<\/em> pi\u00f9 accorto e pi\u00f9 adeguato di un ethos autenticamente scientifico. Monito, quest\u2019ultimo, che qui e ora deve valere a beneficio non solo di chi fa scienza\/conoscenza, ma anche di chi la \u201cconsuma\u201d. Come affermava nel 1966 il biologo inglese Alan Sterling Parkes: \u00abla scienza pu\u00f2 essere seria senza essere sacrosanta\u00bb<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>. A queste parole aggiungerei, kantianamente, che \u201cpu\u00f2 esserlo\u201d perch\u00e9 \u201cdeve esserlo\u201d, dal momento che dove c\u2019\u00e8 fede, l\u00ec non pu\u00f2 esserci sapere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Forse \u00e8 vero che i numeri parlano, ma forse \u00e8 ancora pi\u00f9 vero che i numeri \u201cdialogano\u201d ovvero che non parlano da s\u00e9 e in regime di soliloquio o di monologo, a mo\u2019 di vaticinio, aspettando poi di essere semplicemente uditi e recepiti. Assunti e implementati. Essi sono sempre anche espressione di coloro che \u201cli fanno parlare\u201d, della loro complessa (fortunatamente) umanit\u00e0, alla quale compete il \u201ccome farli parlare\u201d. Sicch\u00e9 il loro parlare rispecchia anche sempre il modo in cui diamo loro la parola, il nostro (nel bene e nel male) interpretarli. Non solo in uscita, da ricettori dell\u2019informazione numerica, ma anche in entrata, da \u201cproduttori\u201d della stessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altra parte, giova ricordarlo, sin dalla sua origine \u2013 e dunque molto prima di accreditarsi come la \u00abpossibile <em>koin\u00e9<\/em> filosofica del pensiero occidentale\u00bb (secondo una nota formula di Gianni Vattimo)<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a> \u2013 l\u2019ermeneutica \u00e8 una <em>techne<\/em>. Dunque una tecnica, una abilit\u00e0, una <em>expertise<\/em> ma al tempo stesso un\u2019arte dell\u2019interpretazione. Un gioco pi\u00f9 sottile della mera ricezione, trasmissione o veicolazione. Come tutto ci\u00f2 che \u00e8 peculiarmente umano, anche quest\u2019arte tradisce una costituzione ancipite, ambigua. Essa non \u00e8 soltanto fragile, sottile, ma anche subdola, melliflua. Consapevoli di questo, meglio perci\u00f2 maneggiarla con la dovuta cautela.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalle considerazioni svolte nelle pagine precedenti ci separa ormai quasi un mese. Nel frattempo qualcosa di sostanziale \u00e8 cambiato: ci ritroviamo in una \u201cfase 2\u201d dai contorni s\u00ec ancora indefiniti, tuttavia legittimata da una certezza decisiva: che il virus abbia sensibilmente diminuito la sua carica di aggressivit\u00e0. A integrazione e consuntivo di quanto gi\u00e0 argomentato, vorrei aggiungere alcune considerazioni. Dei \u201cripensamenti post-pandemici\u201d, per cos\u00ec dire, maturati dalla decantazione dei precedenti \u201cpensieri pandemici\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo di questi ripensamenti muove dalla spiacevole constatazione che, diversamente dal covid-19, la guerra (politico-propagandistica) dei numeri e dei dati non \u00e8 regredita quanto a virulenza. Al contrario. D\u2019altra parte, in fondo anche questo \u00e8 un segno del fatto che stiamo lentamente tornando alla \u201cnormalit\u00e0\u201d. Ad ogni modo, risale a questi ultimi giorni l\u2019accusa, si vedr\u00e0 poi quanto fondata, che la regione Lombardia \u2013 la pi\u00f9 colpita dall\u2019evento pandemico \u2013 possa aver manipolato i dati relativi al contagio sul proprio territorio. Sulla scorta di quanto ho argomentato in precedenza, ovvero che dati e numeri non si manifestano mai se non all\u2019interno di una cornice ermeneutica e pertanto sono, alla lettera, sempre oggetto di una qualche manipolazione; anzi, che il pericolo pi\u00f9 grande (il decisivo avallo per il datismo in quanto ideologia) sta proprio nell\u2019ostinarsi a credere al mito dell\u2019autoevidenza del dato\u2026 ebbene, sulla scorta di tali osservazioni non posso che esprimere, ora, una certa perplessit\u00e0 nei confronti di una generica, indiscriminata accusa di manipolazione. A mio avviso si tratterebbe, piuttosto, di chiarire in che senso quella (eventuale) operata dai vertici della regione Lombardia andrebbe considerata una manipolazione indebita. Ossia, al di l\u00e0 del caso di specie: stante la irrinunciabilit\u00e0 per il dato numerico del medium ermeneutico, si tratterebbe di provare a chiarire, a beneficio di tutti, dove (a che punto) una tale inevitabile mediazione rischierebbe di rivelarsi soltanto dannosa. Pertanto, l\u2019auspicio \u00e8 che questa circostanza non si esaurisca nelle logiche asfittiche della speculazione e della propaganda, dal momento che una adeguata trattazione di essa potrebbe rappresentare un\u2019importante occasione pedagogica collettiva. Un esempio di divulgazione: scientifica culturale, civica\u2026 nel senso pi\u00f9 nobile del termine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Ulteriore parto della fase 2 \u00e8 stata la polemica relativa alla gestione delle \u201czone rosse\u201d, che vede di nuovo protagoniste, loro malgrado, le istituzioni regionali lombarde. Faccio riferimento a questa vicenda soltanto a mo\u2019 di \u201creagente teoretico\u201d, allo scopo cio\u00e8 di evidenziare una implicazione pi\u00f9 strettamente filosofica di non trascurabile interesse. Detto reagente, infatti, mi pare in grado di far emergere una piccola crepa nell\u2019impianto del celebre principio responsabilit\u00e0 di Hans Jonas ovvero in riferimento a uno dei principali, forse il principale, standard etici adottati dalla nostra \u00abcivilt\u00e0 tecnologica\u00bb. Com\u2019\u00e8 noto, nel suo capolavoro del 1979 Jonas formula il \u00abprincipio responsabilit\u00e0\u00bb quale culmine di una catena argomentativa la quale prende le mosse da una \u00abeuristica della paura\u00bb, per combinarsi poi a un principio di precauzione e sfociare, appunto, nell\u2019assunzione di una decisione responsabile. Il caso di scuola jonasiano \u00e8 grossomodo il seguente: il timore concreto (avallato da qualche tragico \u201cincidente di percorso\u201d) che il nostro prometeismo tecnico possa consegnare alle generazioni future un pianeta non pi\u00f9 abitabile, ci mette sull\u2019avviso imponendoci \u00abin forza di un dovere primario verso l\u2019essere contro il nulla\u00bb<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a> di agire cautelativamente, assumendoci la responsabilit\u00e0 di limitare qui e ora il nostro impatto sull\u2019ambiente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che Jonas non aveva considerato \u2013 e che, nel suo piccolo, il caso della gestione delle zone rosse in Lombardia mi pare consenta di porre in rilievo \u2013 \u00e8 l\u2019esistenza di una fattispecie particolare dell\u2019euristica della paura, definibile come <em>euristica del terrore<\/em> o <em>del timor panico<\/em>, all\u2019interno della quale possiamo senz\u2019altro annoverare la paura di perdere il proprio consenso elettorale. A partire da un tale timore e sempre per il tramite di un principio di precauzione e di sopravvivenza (in questo caso, la propria), a emergere \u00e8 stavolta un <em>principio ir-responsabilit\u00e0<\/em>, vale a dire l\u2019esatto opposto di quanto previsto dall\u2019argomentazione jonasiana. L\u2019euristica del terrore fa s\u00ec che ci si rifiuti di assumersi la responsabilit\u00e0 di una decisione (nella quale compare sempre, per quanto limitato, un elemento di azzardo e di rischio. Diversamente, si tratterebbe della mera esecuzione di una procedura e per quella non c\u2019\u00e8 bisogno di scomodare la responsabilit\u00e0) oppure che si cerchi di scaricarla su qualcun altro, nel caso in cui la decisione sia gi\u00e0 stata presa. Insomma, in questa specifica circostanza la somma degli addendi \u201cpaura\u201d e \u201cprecauzione\u201d non fa \u201cresponsabilit\u00e0\u201d, bens\u00ec il suo contrario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Rispetto al reagente teoretico qui impiegato, appare ulteriormente singolare che ad appellarsi a questo principio ir-responsabilit\u00e0 \u2013 sostenendo che a decidere sulle zone rosse sia stato e poteva essere il solo governo nazionale \u2013 siano gli stessi attori politici che nel 2017 hanno promosso i referendum consultivi sulle autonomie regionali, cavalcandone poi il previsto esito. Coloro che delle piccole e piccolissime patrie, con l\u2019annesso decisionismo localistico, hanno fatto il proprio <em>core business<\/em> politico. Chi ha lottato per avere il diritto di \u201cprendersi la responsabilit\u00e0\u201d, per sottrarsi finalmente al giogo di una etero-determinazione dall\u2019alto, scopre cos\u00ec, suo malgrado, quanto disagevole possa rivelarsi la posizione di chi deve esercitare una simile responsabilit\u00e0 in concreto. \u00c8 banale, ma dati i tempi forse non inutile, ricordare che \u201cprendersi la responsabilit\u00e0\u201d significa non solo accollarsi la decisione, ma anche assumersene le conseguenze. Tutte le conseguenze, quali che siano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019ultima osservazione a chiudere queste pagine. Prendendo in esame il caso della conferenza stampa giornaliera della protezione civile durante la prima fase pandemica ho inteso riferirmi alla versione <em>naif<\/em>, per cos\u00ec dire (ma proprio per questo assai lampante), di un fenomeno di pi\u00f9 ampia portata: a ci\u00f2 che, in generale, sono diventati i numeri e le statistiche negli ultimi anni, al modo in cui scandiscono il nostro vivere comune. Meglio ancora: a ci\u00f2 che li abbiamo fatti diventare, a scopo di propaganda. Penso, in particolare, ai dati del PIL, a quelli dell\u2019Istat, dell\u2019OCSE, della disoccupazione\u2026 i quali si sono gradualmente trasformati in dei significanti cos\u00ec scissi, cos\u00ec \u201cesonerati\u201d (in senso gehleniano) dai rispettivi significati, al punto che ormai potremmo tranquillamente trovarci al cospetto di un tasso di disoccupazione prossimo allo zero senza che un simile dato implicasse un effettivo miglioramento della vita concreta delle persone. Verosimilmente, neppure ce ne stupiremmo troppo. Tutto questo perch\u00e9 nel frattempo \u2013 mi limito a elencare uno tra i moltissimi esempi possibili \u2013 sono nati (abbiamo permesso che nascessero) cose come i <em>poor jobs<\/em>, con il risultato che ha smesso di valere l\u2019equazione, apparentemente naturale in un contesto democratico, tra l\u2019avere un lavoro e il ricavarne il necessario per vivere dignitosamente. Ma di un simile cambio di paradigma semantico i dati numerici, cio\u00e8 chi li produce e li maneggia, stentano a rendersi conto, sicch\u00e9 economia e politica continuano a inseguire quelle cifre e quei dati in cerca di una legittimazione e di una guida che questi, nel frattempo, non sono pi\u00f9 in grado di fornire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla scorta di una tale constatazione, devo parzialmente rettificare quanto ho scritto in precedenza, ossia che i dati numerici \u00abnon parlano da s\u00e9 e in regime di soliloquio o di monologo\u00bb. Al contrario, questo \u00e8 un classico caso in cui i numeri parlano davvero da soli, ma lo fanno nel senso che non si pongono pi\u00f9 neppure il problema di rimandare a qualcosa che sia altro da loro. Il regime discorsivo aritmetico si fa qui puro solipsismo, autismo compiuto. Ne segue la presa d\u2019atto di un\u2019evidenza paradossale ma difficile da contestare: che il proliferare dei numeri e dei dati, il loro sistematico raffinamento coincida con la loro graduale perdita di intelligibilit\u00e0. In una formula: pi\u00f9 sono, meno significano e non certo, come vorrebbero i <em>pasdaran<\/em> del datismo, per sole ragioni di aumento di complessit\u00e0. La finanziarizzazione dell\u2019economia incarna l\u2019esemplificazione pi\u00f9 evidente di un simile processo. Da un punto di vista ontologico, quella finanziaria \u00e8 una \u201c<em>aritmosfera<\/em>\u201d: un cosmo di entit\u00e0 numeriche, di puri significanti che esistono del tutto separati dalla realt\u00e0 (l\u2019economia reale), ma allorch\u00e9, malauguratamente, la intersecano rischiano di annientarla. La crisi del 2008 con i suoi strascichi sta ancora l\u00ec a dimostrarlo. Insomma, visto da quaggi\u00f9 l\u2019iperuranio degli enti aritmetici ideali appare molto diverso dall\u2019Eden vagheggiato dal Platone degli ultimi dialoghi (il <em>Filebo<\/em> su tutti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">p.s. Un amico che, insieme ad altri, ha avuto la bont\u00e0 di revisionare queste pagine prima che diventassero irrimediabilmente pubbliche, e ai quali esprimo anche qui la mia gratitudine, mi ha informato che in Germania il governo ha istituito dei comitati di gestione dell\u2019emergenza pandemica (delle <em>task force<\/em>) nei quali sono presenti esponenti delle \u00abdue culture\u00bb: non solo scienziati, dunque, ma anche \u201cumanisti\u201d, filosofi compresi. In linea di principio, si tratta di una notizia che non posso non accogliere con favore, anche se sarei molto curioso di capire come procedono in concreto queste <em>jam sessions<\/em> tra saperi ovvero: chi dirige l\u2019orchestra, chi suona il primo violino e a chi viene affidato il triangolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Cos\u00ec G\u00fcnther Anders caratterizza la sua \u00abfilosofia d\u2019occasione\u00bb, posta a base dei due volumi de <em>L\u2019uomo \u00e8 antiquato<\/em> (cfr. G. Anders, <em>L\u2019uomo \u00e8 antiquato. Considerazioni sull\u2019anima nell\u2019era della seconda rivoluzione industriale<\/em> [1956], tr. it. L. Dallapiccola, Il Saggiatore, Milano 1963, p. 17).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Questa la definizione di Castells: \u00abCon network society ci riferiamo a quella struttura sociale risultante dall\u2019interazione tra organizzazione sociale, cambiamento sociale e paradigma tecnico costituito a sua volta da informazione digitale e tecnologie della comunicazione\u00bb (M. Castells (Ed.), <em>The Network Society: A Cross-cultural Perspective<\/em>, Edward Elgar, Cheltenham \/ Northampton 204, p. XVII).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> W. Benjamin, <em>L\u2019opera d\u2019arte nell\u2019epoca della sua riproducibilit\u00e0 tecnica<\/em> [1936], in: Id., <em>Opere complete VI. Scritti 1934-1937<\/em>, tr. it. a cura di E. Ganni, Einaudi, Torino 2004, pp. 271-303 (citazione p. 302).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> \u00abIl datismo sostiene che l\u2019universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entit\u00e0 \u00e8 determinato dal suo contributo all\u2019elaborazione dei dati\u00bb (Y. N. Harari, <em>Homo deus. Breve storia del futuro<\/em> [2015], tr. it. M. Piani, Bompiani Milano 2018, cap. 11).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Sul tema si pu\u00f2 vedere: R. Capurro, <em>Einf\u00fchrung in die digitale Ontologie<\/em>, in: G. Banse, A. Grunwald (Hrsg.): <em>Technik und Kultur<\/em>, KIT, Karlsruhe 2010, pp. 217-228.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Riprendo questa citazione da James Lovelock, il padre dell\u2019ipotesi Gaia (cfr. J. Lovelock, <em>Gaia. Nuove idee sull\u2019ecologia<\/em> [1979], tr. it. V. Bassan Landucci, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 10).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> G. Vattimo, <em>Introduzione<\/em> a H.-G. Gadamer, <em>Verit\u00e0 e metodo<\/em> [1960], tr. it. G. Vattimo, Bompiani, Milano 2004<sup>3<\/sup>, p. LIX.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> H. Jonas, <em>Il principio responsabilit\u00e0. Un\u2019etica per la civilt\u00e0 tecnologica<\/em> [1979], tr. it. P. P. Portinaro, Einaudi, Torino 2009, p. 48.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:<\/strong> <a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531\">http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=38531<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Agostino Cera) 1. Il primo obiettivo che si pongono queste pagine, volutamente sospese tra \u00abmetafisica e giornalismo\u00bb[1], \u00e8 non contribuire a quell\u2019inflazione di pensieri (o sedicenti tali, in non rari casi) che rappresenta non uno dei primi, ma senza dubbio un ulteriore, accessorio disagio di questi giorni pandemici. 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