{"id":59193,"date":"2020-06-15T09:30:31","date_gmt":"2020-06-15T07:30:31","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=59193"},"modified":"2020-06-15T02:32:30","modified_gmt":"2020-06-15T00:32:30","slug":"debito-pubblico-e-lotta-di-classe-nellunione-europea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=59193","title":{"rendered":"Debito pubblico e lotta di classe nell&#8217;Unione europea"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">di <strong>MARX XXI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>pubblichiamo un&#8217;interessante riflesisone di Giulio Palermo<\/strong><\/p>\n<p><strong>(Giulio Palermo)<\/strong><br \/>\n<a href=\"https:\/\/giuliopalermo\/\"><\/p>\n<p><\/a>La crisi da coronavirus ha colto di sorpresa l\u2019Unione europea. Quest\u2019ultima era ancora alle prese con la crisi del debito pubblico iniziata nel 2009 e con un sistema bancario molto esposto su questo fronte. Nel campo dell\u2019economia reale, poi, diversi paesi erano in recessione e, nonostante i livelli favorevoli dei tassi d\u2019interesse, gli investimenti rimanevano compressi dalle basse aspettative di crescita e dalle difficili situazioni patrimoniali delle imprese. Sul mercato del lavoro, l\u2019arretramento sul fronte dei salari e dei diritti, in un contesto di precariet\u00e0 diffusa, non ha affatto stimolato la crescita \u2014 come promesso dalle ricette neoliberiste \u2014 ma, al contrario, ha compresso ulteriormente la domanda. Il blocco della produzione e le conseguenti tensioni sui mercati finanziari innescati dall\u2019emergenza coronavirus si inseriscono in questo contesto di crisi preesistente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\nPrima del coronavirus, l\u2019Unione aveva affrontato la crisi del debito pubblico di singoli stati o, sarebbe pi\u00f9 corretto dire, di singole banche. Nel caso della Grecia, ad esempio, la gestione della crisi da parte delle istituzioni europee fu un\u2019abile manovra per salvare le banche francesi, tedesche e olandesi pi\u00f9 esposte sui titoli del debito greco e far pagare tutto ai lavoratori greci. Perch\u00e9 una cosa \u00e8 certa nei rapporti interni all\u2019Unione: gli stati e i capitali nazionali non hanno tutti lo stesso ruolo e lo stesso peso. Dicendo di salvare lo stato greco, in realt\u00e0 si salvavano le banche dei paesi europei pi\u00f9 forti. Il tutto imponendo dure riforme contro i lavoratori greci redatte direttamente dalle istituzioni internazionali.<\/p>\n<p>Ora il problema \u00e8 che ad essere in crisi \u00e8 l\u2019intero sistema economico-finanziario dell\u2019Unione. L\u2019Europa non \u00e8 come la Cina. In Cina, la pianificazione economica gioca un ruolo importante nel coordinamento e nel finanziamento delle attivit\u00e0 produttive. Spegnere e riaccendere l\u2019interruttore del processo produttivo ha creato s\u00ec qualche problema, ma ha funzionato. L\u2019Europa sta invece accusando il colpo. Quando il capitale non circola, cessa di produrre valore. Interrompere il flusso, per molte imprese, significa il fallimento. Il quale inevitabilmente si ripercuote sui fornitori e sugli acquirenti. In mancanza di un coordinamento centrale, la crisi ha effetti a catena. Nemmeno le imprese pi\u00f9 solide sul piano finanziario possono ritenersi al sicuro poich\u00e9 l\u2019aver superato la fase del lockdown non significa affatto ritrovare le condizioni di mercato preesistenti.<\/p>\n<p>Per questo, sui mercati finanziari l\u2019Europa \u00e8 la pi\u00f9 penalizzata, sia rispetto alle borse americane (trainate al rialzo dal boom dei titoli tecnologici), sia rispetto a quelle asiatiche. Nel settore tecnologico, a guadagnare non sono solo le Fang made in Usa (Facebook, Amazon, Netflix e Google, i colossi tecnologici che dettano legge sul Nasdaq e nel mondo reale e che durante la crisi hanno moltiplicato i loro profitti, in inglese \u201cfang\u201d significa zanna, azzannare). Anche in Europa, le vere vincitrici nella crisi da coronavirus sono le imprese tecnologiche, impegnate nel processo di digitalizzazione della societ\u00e0, rinvigorito proprio dalle modalit\u00e0 di gestione della crisi e dalle trasformazioni di lungo periodo nella vita sociale.<\/p>\n<p>Ma l\u2019alta tecnologia non \u00e8 tutto e sui listini europei pesano i settori tradizionali e i bancari. E il problema non \u00e8 certo confinato alle imprese quotate. Al contrario, riguarda tutto il mondo produttivo, fatto di piccole e medie imprese, molte delle quali gi\u00e0 sanno che non ce la faranno a ripartire. Per non parlare di tutte le attivit\u00e0 in proprio o a conduzione familiare spazzate via dal lockdown.<\/p>\n<p>Se non intervengono gli stati in soccorso del capitale bancario e industriale, i fallimenti saranno generalizzati e l\u2019Unione stessa rischia di disgregarsi. Non si tratta di salvare singoli gruppi bancari che hanno giocato col fuoco con titoli ad alto rischio. Si tratta di salvare i capitali di tutt\u2019Europa. Questa volta, i margini per gli interessi particolari dei singoli capitali e dei singoli paesi sono ridotti e, se non si vuole che salti tutto, deve prevalere l\u2019interesse generale del capitale finanziario unito.<\/p>\n<p>La logica dell\u2019Unione europea<\/p>\n<p>Il capitale, scrive Marx, va sempre visto nella sua duplice veste di un\u2019entit\u00e0 unica, organica, dotata di leggi proprie di funzionamento (nel Capitale, Marx lo chiama il \u201ccapitale totale sociale\u201d) e di un insieme di singoli capitali in concorrenza tra loro. Non \u00e8 possibile comprendere l\u2019accumulazione capitalistica senza comprendere le leggi del capitale totale sociale e i rapporti tra i singoli capitali che lo costituiscono.<\/p>\n<p>Non si tratta di un mero espediente di analisi. Il capitale \u00e8 sempre al tempo stesso un\u2019entit\u00e0 organica che si confronta con la classe lavoratrice nel processo di produzione del valore ma \u00e8 anche un insieme di singoli capitali che competono tra loro per aggiudicarsi una porzione pi\u00f9 o meno grande di questo valore estratto alla classe lavoratrice.<\/p>\n<p>L\u2019Unione europea costituisce un quadro istituzionale all\u2019interno del quale il capitale agisce come entit\u00e0 organica e, allo stesso tempo, offre i canali per ricomporre gli interessi specifici dei singoli capitali nazionali secondo i loro rapporti di forza. I capitali nazionali restano in concorrenza tra loro e conservano ciascuno i propri interessi particolari ma, piuttosto che rapportarsi tra loro in modo conflittuale, trovano nelle sedi dell\u2019Unione la possibilit\u00e0 di ricomporre i loro contrasti e far valere i loro interessi comuni.<\/p>\n<p>Dal punto di vista dei rapporti di classe, il progetto di un\u2019unione anche monetaria aggiunge poi ai benefici derivanti da questo maggiore coordinamento dei capitali l\u2019aumento della concorrenza tra i lavoratori. In un sistema di tassi di cambio fissi, infatti, la concorrenza internazionale nella produzione di merci si scarica interamente sul mercato del lavoro. Nell\u2019impossibilit\u00e0 di recuperare competitivit\u00e0 attraverso la svalutazione della moneta, l\u2019unico modo per per rendere pi\u00f9 economiche le proprie merci consiste nel comprimere i costi, con innovazioni tecnologiche o con semplici decurtazioni salariali.<\/p>\n<p>Nella zona euro, la gara competitiva sul mercato dei beni si traduce cos\u00ec in una gara al ribasso sui salari. Nei rapporti tra capitali internazionali, viene premiato il capitale del paese che comprime meglio i salari in rapporto alla crescita della produttivit\u00e0. Nei rapporti capitale\/lavoro, vince il capitale europeo nel suo insieme sulle classi lavoratrici di tutti gli stati membri. Un capitale guadagna pi\u00f9 di un altro, secondo i rapporti di forza internazionali ma, nel suo insieme, il capitale avanza e la classe lavoratrice indietreggia. In questo quadro, il compito dello stato diventa essenzialmente quello di reprimere la dinamica salariale interna per promuovere i capitali nazionali nel contesto internazionale.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la logica dell\u2019Unione europea e dell\u2019euro: lavoratori di ogni paese divisi e in concorrenza tra loro nella gara a chi soddisfa meglio gli appetiti del capitale internazionale e il capitale unito che si spartisce i benefici dell\u2019aumento generalizzato dello sfruttamento, secondo i propri rapporti di forza interni.<\/p>\n<p>La politica dell\u2019Unione europea prima del coronavirus<\/p>\n<p>Negli ultimi anni, il bilancio complessivo dell\u2019Unione europea ha oscillato tra i 140 i 160 miliardi di euro. Nel 2018, lo stato italiano ha versato circa 17 miliardi (l\u20191% del Pil) dei 157 miliardi incassati dall\u2019Unione europea, ricevendo in cambio circa 10 miliardi di finanziamenti europei a beneficio di imprese e altri soggetti economici italiani (senza Unione Europea, lo stato avrebbe dunque potuto fare gli stessi interventi, risparmiando circa 7 miliardi di euro, o avrebbe potuto utilizzare questi fondi per interventi diversi, rispondenti alle priorit\u00e0 nazionali invece che a quelle europee).<\/p>\n<p>Si tratta di cifre relativamente piccole rispetto al bilancio complessivo degli stati. In Italia, nel 2018, entrate fiscali e spesa pubblica sono state pari a 818 miliardi (il 46,6% del Pil) e 857 miliardi (il 48,9% del Pil) rispettivamente. Vale la pena di notare che, come ogni anno, l\u2019Italia \u00e8 in disavanzo (39 miliardi) e, come ogni anno, dal 1992, l\u2019Italia \u00e8 in avanzo primario: tolta la spesa per interessi sul debito, pari a 64 miliardi, la spesa pubblica primaria \u00e8 infatti di 793 miliardi, con un avanzo primario di 25 miliardi. Questo giusto per sottolineare che lo stato italiano non ha bisogno di nessun aiuto dell\u2019Unione europea, n\u00e9 del mondo bancario. Sono infatti i soldi del contribuente italiano a finanziare le politiche dell\u2019unione e le banche europee, non il contrario.<\/p>\n<p>Ma restiamo alle politiche europee. Il bilancio dell\u2019Unione ha scopi essenzialmente strategici e si concentra sulla voce investimenti. Si tratta di una voce chiave attraverso la quale le istituzioni europee promuovono particolari traiettorie tecnologiche secondo gli interessi strategici del capitale internazionale. Gli stati versano l\u20191% del Pil all\u2019Unione e l\u2019Unione decide quali progetti, quali settori e quali imprese finanziare.<\/p>\n<p>Questo trasferimento dei poteri dallo stato alle istituzioni dell\u2019Unione si rafforza nelle fasi di crisi del debito dei singoli stati. \u00c8 infatti quando lo stato \u00e8 ormai alla bancarotta che le istituzioni internazionali possono dettare le proprie condizioni sulle politiche economiche nazionali. Le necessit\u00e0 del paese passano cos\u00ec in secondo piano e la riforme economiche le scrive direttamente la Troika \u2014 formata dalla Commissione euorpea, la Banca centrale europea (Bce), e il Fondo monetario internazionale \u2014 in nome degli interessi dei creditori.<\/p>\n<p>Prima del coronavirus, la strategia del capitale finanziario europeo era chiara: colpire uno a uno gli stati in difficolt\u00e0 di bilancio, costringendoli ad adottare le misure necessarie nei confronti dei lavoratori in cambio di nuovi prestiti e della ristrutturazione del debito. Il primo paese a farne le spese fu la Grecia, ma poi venne il turno anche di Portogallo, Irlanda, Spagna e Cipro, con effetti indiretti su tutti i paesi dell\u2019unione monetaria per via della concorrenza internazionale sui salari. Paese dopo paese, il capitale finanziario ha imposto le sue regole in tutta Europa, schiacciando i lavoratori, disciplinando le politiche economiche nazionali attraverso il ricatto del debito pubblico e depotenziando lo stato a beneficio delle istituzioni internazionali.<\/p>\n<p>Le reazioni alla crisi<\/p>\n<p>Nel contesto pre-coronavirus, le parole d\u2019ordine della politica dell\u2019Unione erano il rigore di bilancio per gli stati e un bilancio dell\u2019Unione limitato alle scelte strategiche. La Bce stava cercando di rientrare gradualmente dalle misure ultra-espansive adottate negli ultimi anni e le banche private erano ancora intente a ripulire i bilanci dalla crisi precedente. Il Meccanismo europeo di stabilit\u00e0 (Mes) si era fino a quel momento occupato della crisi di singoli stati e non aveva certo il potenziale di fuoco per reggere ad una crisi congiunta dell\u2019Unione intera.<\/p>\n<p>La prima reazione al crollo di borsa causato dal lockdown \u00e8 stata quella della Bce, la quale ha invertito da un giorno all\u2019altro la sua politica, avviando il programma Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme \u2014 Programma di Acquisto titoli per far fronte all\u2019Emergenza Pandemia), un nuovo quantitative easing da 750 miliardi di euro per il 2020, cui poi si sono aggiunti altri 600 miliardi di acquisti entro il 2021. Successivamente, a favore di banche e imprese in crisi, sono intervenuti: il fondo Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency \u2014 Sostegno per mitigare i rischi di disoccupazione in caso di emergenza), una cassa integrazione europea a carico degli stati membri da 100 miliardi; il Mes da 240 miliardi; la Banca europea per gli investimenti (Bei) con 200 miliardi di finanziamenti; e, infine, il nuovo strumento per la ripresa, Next Generation EU da 750 miliardi, proposto dalla Commissione europea, volto a rinforzare il bilancio settennale dell\u2019Unione di 1.100 miliardi di euro.<\/p>\n<p>Tolti i 1.100 miliardi del Quadro finanziario pluriennale, che costituiscono le spese ordinarie dell\u2019Unione, le misure straordinarie ammontano a 2.640 miliardi, spalmate su pi\u00f9 anni \u2014 una volta e mezzo il Pil dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>Il progetto presentato dalla\u00a0Commissione \u00e8 il risultato della mediazione tra la proposta franco-tedesca e quella dei cosiddetti quattro frugali (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia), la prima incentrata su sovvenzioni a fondo perduto, la seconda su prestiti di lunga durata. Nella sintesi operata dalla Commissione, le somme erogate secondo queste due modalit\u00e0 saranno di 500 e 250 miliardi di euro rispettivamente e saranno spalmate sui prossimi sette anni. L\u2019accesso a questi fondi sar\u00e0 subordinato all\u2019attuazione di \u201csane politiche economiche\u201d e un\u2019ambiziosa agenda di riforma da parte degli Stati.<\/p>\n<p>I 750 miliardi saranno raccolti tramite l\u2019emissione di titoli da parte della Commissione europea e saranno poi restituiti dagli stati membri tra il il 2028 e il 2058, con un aggravio del loro contributo al bilancio dell\u2019Unione. La Commissione propone inoltre di\u00a0raddoppiare da quest\u2019anno il contributo degli stati, portandolo al 2% del Pil.<\/p>\n<p>Per la prima volta, la Germania accetta e si fa promotrice del principio di mutualizzazione del debito. Si tratta della prova pi\u00f9 significativa dei rischi di implosione dell\u2019Unione europea. La Germania \u00e8 infatti uno dei paesi con i tassi di interesse pi\u00f9 bassi della zona euro. Addirittura, grazie ai tassi negativi, lo stato tedesco vede il suo debito ridursi automaticamente di anno in anno e non ha alcun interesse a sviluppare forme di indebitamento congiunto assieme ai paesi che invece pagano per indebitarsi (per rinnovare un titolo da 100 euro che arriva a scadenza, i paesi con tassi di interesse positivi devono emettere un nuovo titolo che a scadenza rimborsi 100 euro pi\u00f9 il tasso di interesse, mentre ai paesi con tassi negativi baster\u00e0 emettere un titolo che a scadenza rimborsi meno di 100; nel tempo, in assenza di manovre di bilancio, il debito diventa esplosivo nel primo caso e tende ad azzerarsi nel secondo).<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, tuttavia, la Germania \u00e8 anche uno dei paesi che beneficia maggiormente sul piano commerciale e finanziario del mercato comune e del sistema di cambi fissi e non ha certo interesse a perdere questi privilegi (peraltro lo stesso tasso di interesse negativo sui titoli tedeschi de degli altri paesi meno indebitati \u00e8 in gran parte un riflesso dell\u2019unione monetaria in condizioni economiche asimmetriche). C\u2019\u00e8 inoltre da dire che nell\u2019accesso ai fondi dell\u2019Unione le imprese tedesche sono senz\u2019altro ben piazzate. I finanziamenti europei non andranno infatti in prima battuta ai settori pi\u00f9 colpiti dalla crisi, n\u00e9 ai soggetti sociali pi\u00f9 bisognosi, ma alle imprese che investono nella transizione verde e digitale o in altri settori strategici secondo il Piano della Commissione.<\/p>\n<p>Anche nei momenti pi\u00f9 acuti della crisi, con le tensioni sociali che crescono, la Commissione non rinuncia dunque alle sue priorit\u00e0 nei rapporti tra i singoli capitali d\u2019Europa. La crisi \u2014 con le sue modalit\u00e0 di controllo sanitario, distanziamento sociale e riorganizzazione delle attivit\u00e0 produttive \u2014 offre infatti un\u2019occasione ghiotta per le imprese tecnologiche e la Commissione non intende lasciarsela sfuggire. Gli interessi dei singoli capitali e l\u2019importanza asimmetrica degli stati restano dunque al centro delle politiche dell\u2019Unione. Ma il vero problema ora \u00e8 assicurare la tenuta del sistema. Lo sviluppo dei settori strategici diventa infatti problematico se crollano i settori tradizionali. Per questo, gli aiuti devono essere diffusi e la manovra di bilancio ambiziosa. Ogni paese ha le sue imprese sull\u2019orlo del fallimento e le sue banche in crisi di solvibilit\u00e0. L\u2019importante \u00e8 salvarle prima che crolli tutto. Non sono solo i paesi pi\u00f9 deboli a dover espandere il debito ma tutti gli stati dell\u2019Unione. Ormai non si tratta pi\u00f9 di colpire gli stati membri uno a uno ma di colpirli tutti e accelerare il trasferimento dei poteri alla finanza internazionale.<\/p>\n<p>Crisi del capitale, crisi dello stato, crisi dei lavoratori<\/p>\n<p>Tutti gli strumenti finanziari messi in campo per far fronte alla crisi trasferiscono agli stati il costo degli aiuti al capitale privato, in un contesto in cui la solvibilit\u00e0 degli stati era gi\u00e0 in serio pericolo.<\/p>\n<p>Paesi Nord e paesi Sud, paesi frugali e asse franco-tedesco, europeisti e anti-europeisti, destra e sinistra borghese, ognuno ha la sua idea e i suoi interessi circa la ripartizione ideale dei costi della crisi, ma tutti concordano che il capitale privato vada salvato e che a pagare debbano essere i lavoratori, per il tramite dello stato.<\/p>\n<p>Nel dibattito politico, le divisioni maggiori riguardano le eventuali condizioni a carico degli stati affinch\u00e9 possano accedere a queste nuove linee di credito (finanziate dagli stati stessi). Il Mes, ad esempio, opera attraverso la definizione di un piano di rientro dai prestiti definito direttamente dalle istituzioni finanziarie internazionali. Le quali hanno un\u2019unica preoccupazione: generare le risorse necessarie al ripiegamento dei debiti, senza alcun riguardo per i bisogni sociali. Il progetto della Commissione, parimenti, riserva l\u2019accesso ai fondi ai paesi che intraprendono \u201csane politiche economiche\u201d, cio\u00e8 misure in grado di generare un surplus di bilancio. Peccato che sanit\u00e0, scuola, salvaguardia del territorio, interventi a favore dei bisognosi e spesa sociale non generino nessun surplus di bilancio. Al contrario, da sempre, sono proprio le voci di spesa da tagliare per far quadrare i conti.<\/p>\n<p>A ben vedere, tuttavia, le cose cambiano poco se i vari strumenti prevedono o non prevedono condizioni: il vero problema \u00e8 che i costi di tutti questi nuovi strumenti di aiuto al capitale ricadono interamente sui bilanci degli stati membri. Il dibattito sulle cosiddette \u201ccondizionalit\u00e0\u201d \u00e8 un falso dibattito. Quando il debito pubblico raggiunge livelli inesigibili non fa nessuna differenza quale parte del debito sia stata contratta sotto condizioni e quale parte sia invece libera da condizioni. Per evitare il default, gli stati saranno in ogni caso costretti ad attuare riforme contro i loro popoli, come condizione per garantire gli interessi dei creditori. Le riforme strutturali anti-sociali non sono mica l\u2019invenzione di politicanti cattivi. Sono la condizione economica per generare surplus di bilancio nei conti dello stato e trasferire valore dai lavoratori al capitale finanziario.<\/p>\n<p>La capacit\u00e0 di un soggetto di onorare un nuovo debito non dipende tanto dell\u2019uso che far\u00e0 dei soldi presi in prestito quanto dalla capacit\u00e0 che ha di ripagare l\u2019intero debito accumulato. Se uno stato aveva gi\u00e0 un alto rapporto debito\/Pil e aveva dunque difficolt\u00e0 a pagare gli interessi sul debito, con questa nuova ondata di debiti e la contestuale caduta del Pil, avr\u00e0 difficolt\u00e0 ancora maggiori. Le riforme strutturali e le forme di commissariamento da parte dei creditori saranno inevitabili.<\/p>\n<p>In definitiva, il Mes, il programma Sure, i finanziamenti Bei, il nuovo piano della Commissione si differenziano solo per i beneficiari degli interventi ma a pagare il conto saranno sempre i lavoratori. Perch\u00e9, subito dopo aver salvato il capitale privato dalla bancarotta, questa nuova massa di debiti a carico dei bilanci pubblici mander\u00e0 in bancarotta lo stato, il quale dovr\u00e0 spremere ulteriormente i lavoratori per ripagare i debiti al capitale. Oggi lo stato salva il capitale finanziario, domani il capitale finanziario strangola lo stato e dopodomani lo stato dissangua i lavoratori.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il piano d\u2019emergenza dell\u2019Unione europea di fronte allo scoppio della crisi da coronavirus: una nuova valanga di debiti pubblici per salvare il sistema bancario e industriale in crisi, nuovi regali alle imprese tecnologiche e ai capitali pi\u00f9 forti in seno all\u2019Unione e \u2026 dopo di noi il diluvio. L\u2019importante ora \u00e8 salvare il capitale privato e le istituzioni stesse dell\u2019Unione. Poi, come sempre, i debiti li pagheranno i lavoratori.<\/p>\n<p>Per un\u2019uscita anticapitalistica dalla crisi<\/p>\n<p>L\u2019ipotesi che non \u00e8 mai contemplata nel dibattito politico e nelle sedi decisionali \u00e8 quella di uno stato che non solo rifiuti di accollarsi nuovi debiti ma dica anche stop al pagamento di quelli vecchi.<\/p>\n<p>Non si tratta affatto di una via impossibile. Ben al contrario, per la classe lavoratrice \u00e8 la condizione necessaria per evitare di pagare per intero il conto della crisi. Per questo nessuno stato borghese seguir\u00e0 mai questa via se non sotto la pressione del popolo in rivolta.<\/p>\n<p>In questo modello internazionale di sfruttamento incentrato sul ricatto del debito, lo stato gioca un ruolo decisivo. Si indebita per conto dei suoi cittadini, salva il capitale privato dalla crisi, e poi chiede ai lavoratori di stringere la cinghia. Ma questo significa anche che lo stato si indebolisce progressivamente nei confronti delle istituzioni internazionali.<\/p>\n<p>Gli stati europei sono di fronte a un bivio: salvare il capitale privato, indirizzandosi verso la bancarotta, per poi rifarsi sui lavoratori; oppure, salvare se stessi, lasciando fallire il capitale in crisi, e proteggere le sorti dei lavoratori. Nel primo caso, lo stato dovr\u00e0 rinforzare il suo ruolo di classe nel processo internazionale di sfruttamento, piegandosi alle esigenze del capitale finanziario sotto la direzione delle istituzioni dell\u2019Unione. Nel secondo caso, si aprono invece margini per un avanzamento dei lavoratori e una societ\u00e0 meno a misura del capitale.<\/p>\n<p>Per intraprendere questa secondo via \u00e8 per\u00f2 necessario innanzitutto dire no a questa gestione della crisi volta a scaricare i problemi del capitale prima sullo stato e poi sui lavoratori. Se i lavoratori devono essere tutelati, non ci sono margini per risollevare il capitale dalla sua crisi. In Italia non mancano di certo i lavoratori che vogliono lavorare e se le imprese falliscono possono essere loro a farle ripartire. Lo stato pu\u00f2 assumerne la propriet\u00e0 e i lavoratori il controllo. Dove il capitale fallisce, lo stato pu\u00f2 rilevarne la produzione. Dove oggi prevale la legge del profitto domani prevarr\u00e0 il principio della soddisfazione dei bisogni sociali. Questo \u00e8 il ruolo di uno stato che tuteli il suo popolo e i suoi lavoratori invece di scaricare sui lavoratori il fallimento del capitale.<\/p>\n<p>Ovviamente, si tratta di un percorso che pu\u00f2 svilupparsi solo attraverso la lotta. Perch\u00e9 nessuno stato borghese rinuncer\u00e0 mai spontaneamente alle sue funzioni di classe. Ma si tratta di un percorso possibile e necessario. \u00c8 possibile perch\u00e9 oggi il soggetto debole \u00e8 il capitale. \u00c8 necessario perch\u00e9 altrimenti i lavoratori rimarranno schiacciati tra lo sfruttamento diretto sul posto del lavoro e quello indiretto per il tramite dello stato. Il capitale, che vorrebbe trasformare la sua crisi in una nuova occasione di profitto, aumentando lo sfruttamento dei lavoratori, oggi sta alle corde. Non \u00e8 il momento di aiutarlo ma di affossarlo.<\/p>\n<p>Le istituzioni internazionali continuano a ragionare dando per scontato che lo stato sia un burattino del capitale internazionale e che i lavoratori debbano solo obbedire. Finora, la cosa ha funzionato grazie alle misure repressive straordinarie che, di fatto, hanno impedito ai lavoratori e alla societ\u00e0 intera di prendere parola. Ma le decisioni delle istituzioni nazionali e internazionali devono fare i conti con la lotta di classe nella societ\u00e0 e nei posti di lavoro. \u00c8 l\u00ec che si giocher\u00e0 la vera partita. Solo le lotte dei lavoratori possono infliggere il colpo decisivo al capitale in crisi e costringere lo stato a rivedere il suo suolo nel sistema europeo di sfruttamento.<\/p>\n<p><strong>Fonte:<a href=\"https:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/europa\/30548-debito-pubblico-e-lotta-di-classe-nellunione-europea\">https:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/europa\/30548-debito-pubblico-e-lotta-di-classe-nellunione-europea<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARX XXI pubblichiamo un&#8217;interessante riflesisone di Giulio Palermo (Giulio Palermo) La crisi da coronavirus ha colto di sorpresa l\u2019Unione europea. Quest\u2019ultima era ancora alle prese con la crisi del debito pubblico iniziata nel 2009 e con un sistema bancario molto esposto su questo fronte. Nel campo dell\u2019economia reale, poi, diversi paesi erano in recessione e, nonostante i livelli favorevoli dei tassi d\u2019interesse, gli investimenti rimanevano compressi dalle basse aspettative di crescita e dalle difficili&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":98,"featured_media":44758,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/download.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-foJ","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/59193"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/98"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=59193"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/59193\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":59194,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/59193\/revisions\/59194"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/44758"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=59193"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=59193"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=59193"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}