{"id":59195,"date":"2020-06-15T10:30:36","date_gmt":"2020-06-15T08:30:36","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=59195"},"modified":"2020-06-15T02:36:46","modified_gmt":"2020-06-15T00:36:46","slug":"la-resistibile-ascesa-del-divario-tra-nord-e-sud-ditalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=59195","title":{"rendered":"La resistibile ascesa del divario tra Nord e Sud d\u2019Italia"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">da <strong>TERMOMETRO GEOPOLITICO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>(Mario Bova)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oggi tra Nord e Sud la differenza nel PIL per abitante \u00e8 di circa il 45%. Una spaccatura che si traduce nel diverso livello di efficienza dei servizi, di opportunit\u00e0 di lavoro, di qualit\u00e0 della vita. Nel bel libro Il Paese diviso. Nord e Sud nella Storia d\u2019Italia (Rubbettino, 2019), Vittorio Daniele, professore di economia all\u2019Universit\u00e0 Magna Graecia di Catanzaro e autore di ricerche fondamentali sullo sviluppo del Mezzogiorno, ci guida nella scoperta delle cause passate e presenti di questa divaricazione, approfondendo la storia politica ed economica dell\u2019Italia dal 1861 ad oggi, con immersioni nel pi\u00f9 lontano passato, per tal via abbattendo stereotipi, correggendo interpretazioni fuorvianti, non pi\u00f9 sostenibili alla luce di nuove fonti, suggerendo promettenti proposte per una futura strategia del riequilibrio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019itinerario della progressiva divaricazione tra Nord e Sud tracciato da Daniele tra il 1861 e il 2018 si snoda in quattro successive epoche storiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">1. Dall\u2019 Unit\u00e0 al 1890: la formazione del divario<br \/>\nIl primo periodo copre i trent\u2019anni che seguirono l\u2019Unit\u00e0, durante i quali, a dispetto di quanto \u00e8 diffusamente ritenuto \u2013 ci avverte l\u2019autore \u2013 il divario economico tra Nord e Sud \u00e8 piuttosto contenuto. Il PIL tra le due aree differisce di una percentuale compresa, secondo gli studiosi, tra il 7% e il 15%. Ma fruendo il Sud di un livello di prezzi inferiore di circa il 15% rispetto al Nord, il tenore di vita nelle due aree era pressoch\u00e9 analogo. Altri indicatori, utili per misurare le condizioni di sviluppo, non mostravano grandi differenze, anche se globalmente il Nord registrava qualche vantaggio. Ampio era il divario nei livelli di alfabetismo, mentre, sia pur di poco, maggiore \u00e8 il numero degli studenti universitari nel Sud rispetto al Nord. In Piemonte e Lombardia il 50% della popolazione era analfabeta, la quota superava l\u201980% al Sud; valori simili a quelli meridionali si registravano, per\u00f2, anche nelle Marche e in Umbria. Nel 1861, l\u2019aspettativa di vita, che in Italia era di circa 30 anni, non mostrava differenze tra Nord e Sud. Simile era pure la quota di poveri, cos\u00ec come le condizioni nutrizionali e di salute che, anzi, al Sud risultavano, in qualche caso migliori rispetto al Nord. Si consideri, per esempio, che il 40% dei giovani lombardi nel 1843-56 venne dichiarato inabile al servizio militare per malattie e imperfezioni fisiche. In Campania e Puglia, le percentuali erano nettamente inferiori. Nei settori produttivi, se l\u2019industria del Settentrione, specie in Piemonte e Lombardia, mostrava segni di maggiore dinamismo, quella del Meridione ereditava dal passato preunitario esperienze di non trascurabile capacit\u00e0, distribuite irregolarmente sul territorio. In agricoltura, il prodotto pro capite del Sud era maggiore di quello del Nord. Nei servizi, invece, era il Nord a presentare un vantaggio: significativo il divario nelle reti stradali e ferroviarie che, anche grazie alla morfologia dei territori, erano pi\u00f9 estese nel Settentrione. Nei primi trent\u2019anni postunitari, alcune scelte politiche favorirono la pur limitata divaricazione nei livelli di sviluppo. Come ricorda Daniele, le commesse statali si rivolsero quasi esclusivamente alle imprese settentrionali, mentre con la vendita dei terreni demaniali ed ecclesiastici si spost\u00f2 ricchezza da Sud a Nord. Gli squilibri, poi, furono accentuati dall\u2019incauta unificazione tariffaria, che grav\u00f2 sulle economie pi\u00f9 deboli, determinando una insostenibile pressione fiscale in regioni non avvezze a oppressivi regimi di esazione; e poi, negli anni Ottanta, aggravati dal protezionismo, frenante per l\u2019economia rurale del Sud e propulsivo per quella industrializzata del Nord. Va, poi, ricordato l\u2019impatto economico della guerra al \u201cbrigantaggio\u201d che divamp\u00f2 nel primo quinquennio dopo l\u2019Unit\u00e0. Dal punto di vista politico e amministrativo, in quegli anni, il Sud \u00e8 subalterno. Netta \u00e8 l\u2019egemonia della classe dirigente settentrionale che occupa i principali posti di governo, dell\u2019apparato amministrativo, delle forze armate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tutti questi fenomeni furono causa di due effetti maggiori. Impedirono innanzitutto il recupero del Meridione nei tre decenni successivi all\u2019Unit\u00e0. Finirono quindi col modulare gi\u00e0 in quel periodo la tendenza, divenuta una costante nei successivi novant\u2019anni, a utilizzare strumentalmente le risorse dell\u2019area pi\u00f9 debole a vantaggio di quella politicamente ed economicamente pi\u00f9 forte, fuori da un disegno strategico di sviluppo unitario, di riequilibrio tra le due aree, di creazione di un Paese unito, armoniosamente e paritariamente coeso, adeguatamente attrezzato per fronteggiare le sfide interne e della politica internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">2. Dal 1890 al 1951: l\u2019epoca della divergenza<br \/>\nLa seconda fase, caratterizzata dalla continua crescita del divario tra Nord e Sud, ha avvio alla fine degli anni \u201980 e si protrarr\u00e0 fino alla met\u00e0 del secolo scorso. \u00c8 una lunga fase di divaricazione: il divario nel periodo passa dal 10 al 50%. Alla fine dell\u2019Ottocento sono gi\u00e0 attivi potentemente i due pi\u00f9 importanti fattori di differenziazione. Da una parte si afferma il processo di industrializzazione che dall\u2019Europa centro-occidentale si estende progressivamente al Nord-Ovest d\u2019Italia, trasformandone radicalmente l\u2019assetto economico, senza coinvolgere il Sud, che rimane ancorato a condizioni di arretratezza proprie di una tradizionale economia agricola, quand\u2019anche percorsa a tratti da spinte innovatrici. Dall\u2019altra, la creazione di un mercato duale in cui il Settentrione, per via del suo pi\u00f9 favorevole contesto geografico, grazie alla contiguit\u00e0 con le nazioni pi\u00f9 avanzate d\u2019Europa e al pi\u00f9 agevole accesso a fonti di energia e a materie prime strategiche, opera in maniera ben pi\u00f9 dinamica e propulsiva, mentre il Sud, imbrigliato da un\u2019orografia difficile, da una demografia meno densa, da infrastrutture carenti, che rendono particolarmente costosi i collegamenti tra luoghi di produzione e di consumo, soffre per l\u2019esiguit\u00e0 del suo mercato interno e per la bassa produttivit\u00e0. Ci\u00f2 si riflette sulle sue prospettive di crescita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli studi di Vittorio Daniele, pur evidenziando gli effetti dei fattori sociali e politici, individuano le cause principali del divario postunitario nei fattori geografici ed economici che determinarono la pi\u00f9 ridotta produttivit\u00e0 del Sud. Ragioni che inducono l\u2019autore a negare ogni efficacia esplicativa alle teorie antropologiche o genetiche di lombrosiana memoria; e a ridiscutere le certezze di Robert Putnam su un \u201csuperiore\u201d lascito culturale della civilt\u00e0 comunale nelle societ\u00e0 del Centro-Nord .<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, dunque, \u00abil meccanismo del dualismo economico si era messo in moto e le condizioni, perch\u00e9 si autoalimentasse, erano (tutte gi\u00e0) presenti\u00bb. La storia della successiva ancor prorompente divaricazione era stata gi\u00e0 allora disegnata nei suoi assi portanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A questa dinamica di differenziazione, nella prima met\u00e0 del Novecento la storia politica e sociale offre ben altri fattori. A un Nord-Ovest oramai industrializzato nel cuore dell\u2019Europa, le due guerre e il fascismo, grazie a politiche di commesse mirate prevalentemente a favore dell\u2019industria del Nord, forniscono straordinarie ulteriori occasioni di spinta, mentre il Sud \u00e8 relegato, nella sua \u201clontananza\u201d, a versare contributi abnormi di sangue nelle guerre mondiali e nelle avventure coloniali del regime, a cedere forza lavoro e intellettuale attraverso i massicci processi migratori, rimanendo vincolato a uno scenario prevalentemente agricolo privo di propulsione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00abAl termine della prima guerra mondiale, l\u2019economia italiana era oramai polarizzata: la base industriale si concentrava nel Settentrione, mentre il Meridione rimaneva largamente rurale. Questo squilibrio, oramai consolidato, era destinato ad allargarsi nel ventennio fascista. Il periodo tra le due guerre mondiali fu, infatti, l\u2019epoca in cui il divario tra le due aree d\u2019Italia crebbe maggiormente\u00bb. Confermando la costante di una politica subalterna, \u00abgli interessi del Mezzogiorno si presentarono, invece, come secondari, se non del tutto marginali nel quadro politico (dell\u2019epoca)\u00bb. Sicch\u00e9 se all\u2019inizio del periodo fascista la differenza di PIL tra le due Italie era del 20%, alla fine della Seconda guerra mondiale essa era cresciuta fino al 50%. A met\u00e0 del secolo le due parti d\u2019Italia appaiono nettamente divise: per PIL, servizi, infrastrutture, qualit\u00e0 della vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">3. Dal 1951 al 1970: la convergenza economica<br \/>\nI 20 anni tra il 1951 e il 1970 costituiscono un\u2019epoca del tutto particolare. Dopo novant\u2019anni di ampliamento progressivo della forbice, quello \u00e8 il periodo della convergenza: da una differenza di PIL del 50% si arriva nel 1970 al 35%. Quattro i grandi fattori alla base dell\u2019inversione di tendenza:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">a) l\u2019intervento straordinario per il sostegno all\u2019industrializzazione attuato attraverso la Cassa del Mezzogiorno (poi sostituita dall\u2019Agenzia per il Mezzogiorno). Fino al 1992 la spesa per lo sviluppo del Sud rappresenta circa l\u20191% del PIL nazionale;<br \/>\nb) l\u2019emigrazione intensissima produce assorbimento di disoccupazione e cospicue rimesse degli emigranti;<br \/>\nc) la creazione del Mercato Comune stimola le esportazioni, aumenta la domanda, incentiva la produzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma il fattore principale del recupero \u00e8 una reg\u00eca politica consapevole, che si manifesta nel clima fertile della ricostruzione postbellica, in coerenza con i grandi assi costitutivi del rilancio del Paese: rifondazione istituzionale, ricostruzione economica, collocazione dell\u2019Italia nella prospettiva di una integrazione europea. In questo contesto, il rapporto Nord-Sud incontra per la prima volta una mirata politica del riequilibrio, che vede nello sviluppo del Sud una priorit\u00e0 essenziale, funzionale alla crescita del Paese e al ruolo di pari dignit\u00e0 che questo intendeva disegnarsi, con uno sviluppo omogeneo, nello scenario internazionale postbellico. \u00c8 verso questo obiettivo che la classe dirigente dell\u2019epoca (Alcide De Gasperi, Pasquale Saraceno, Donato Menichella, Rodolfo Morandi) profuse un impegno del tutto sconosciuto in passato. \u00abFino ai primi anni Settanta, l\u2019intervento straordinario ha certamente contribuito alla crescita delle regioni meridionali dotandole di infrastrutture e di impianti industriali che, senza il sostegno pubblico non sarebbero sorti\u00bb. Dopo 20 anni di intervento straordinario il divario si riduce al 35%, il tenore di vita nel Sud \u00e8 considerevolmente migliorato, anche se, causa la sua progettualit\u00e0 top-down, esso non riesce a sviluppare adeguatamente, come sarebbe stato necessario, il sistema imprenditoriale locale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">4. Dal 1971 ai giorni nostri: la ripresa del divario<br \/>\nDopo gli anni \u201970, esaurita nel Paese la spinta generale all\u2019industrializzazione, e subentrata alla Cassa l\u2019Agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno, si afferm\u00f2, nella gestione dell\u2019intervento straordinario, una fase di netta regressione, che port\u00f2, nel 1992, alla sua cessazione definitiva. Le politiche meridionaliste pagano lo scotto del diffondersi nel tessuto politico e sociale del Paese di un localismo clientelare e di una corruzione pervasiva, e nel Sud anche dell\u2019espansone delle criminalit\u00e0 mafiose: forze irresistibili di arretramento che proliferano all\u2019ombra di uno Stato debole e inefficiente. Il successivo tentativo di assicurare una politica di sostegno attraverso una \u201cNuova programmazione\u201d (patti territoriali, contratti d\u2019area e di programma), produsse risultati deludenti in un quadro nazionale di generali, acute difficolt\u00e0 economiche, quali quelle generate dalla crisi petrolifera mondiale, e di forte contenimento della spesa pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gi\u00e0 dalla met\u00e0 degli anni \u201970 il divario riprende a crescere. Il rapporto Nord-Sud ritorna al passato, alla subalternit\u00e0 delle politiche verso il Sud, al privilegio dell\u2019austerit\u00e0 sulle necessit\u00e0 dello sviluppo. La differenza nel PIL per abitante risale progressivamente negli anni al 45 per cento. Nei decenni successivi, parallelamente al progressivo scivolamento del Paese verso scenari di difficolt\u00e0 economica e sociale, si indeboliscono i fattori politici e ideali di spinta che avevano favorito la convergenza:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">a) la quota d\u2019investimento al Sud scende progressivamente dall\u20191% del PIL fino a un magrissimo 0,15% nel 2015;<br \/>\nb) la disoccupazione si traduce in un\u2019intensa emigrazione giovanile, che causa l\u2019impoverimento intellettuale e demografico del Sud;<br \/>\nc) sul versante europeo le politiche di coesione danno risultati del tutto insufficienti, tradite dalla non complementariet\u00e0 degli interventi nazionali e dagli approcci assistenziali locali;<br \/>\nd) l\u2019attenzione della classe politica a una strategia storica del riequilibrio Nord-Sud si indebolisce via via sia a livello nazionale che locale, mentre si diffondono le insidie soffocanti del potere delle mafie e si aggravano le debolezze della Pubblica Amministrazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In sostanza, si perde via via, dopo gli anni Settanta, la lezione preziosa (pur con luci e ombre) dell\u2019epoca della convergenza (1951-75); e l\u2019Italia riprende, a suon di errori e distrazioni strategiche, il percorso consueto della divaricazione. Il Sud, riconsegnato al suo sterile destino di appendice subalterna, rinuncia alla speranza di assumere un giorno il ruolo storico di \u201ccoprotagonista\u201d nel quadro di interdipendenza con il resto del Paese: e l\u2019Italia, ancora nettamente divisa, oggi si presenta irrisolta, pi\u00f9 infiacchita, di fronte alle sfide europee dell\u2019indebitamento pubblico e a quelle mondiali della globalizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Proprio per combattere i fattori frenanti, cos\u00ec analiticamente individuati, Vittorio Daniele suggerisce una articolata \u201cpanoplia\u201d degli interventi necessari per una efficace rimozione del dualismo e della divaricazione. Premesso che \u00abla rifondazione dello Stato\u00bb si pone al Sud quale condizione imprescindibile di ogni politica di nuova convergenza verso il Nord d\u2019Italia e l\u2019Europa, se i vincoli all\u2019accesso ai mercati nazionali e internazionali sono stati un fattore di ritardo, trasporti efficienti costituiscono oggi una necessit\u00e0 irrinunciabile per la collocazione competitiva delle produzioni meridionali. Se il collegamento tra logistiche portuali e mercati nazionali, europei ed extraeuropei, ha frenato la funzione strategica della nostra rete marittima nel centro del Mediterraneo, appare fondamentale eliminare le criticit\u00e0 che ancora permangono nelle infrastrutture stradali e ferroviarie, per assicurare per via marittima l\u2019approvvigionamento dei mercati mondiali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La grave sottovalutazione delle eccellenze qualitative dei prodotti agricoli del Sud, ai vertici dei valori mondiali, ne impoverisce il potenziale rendimento economico. Cos\u00ec come la mancata progettualit\u00e0 di una nuova, compatibile offerta turistica, forgiata su proposte culturali, ecologiche, paesaggistiche, gastronomiche, proprie di un ecosistema mediterraneo unico, fa perdere al Sud le opportunit\u00e0 della sempre pi\u00f9 interessata domanda mondiale potenziale. Fanno parte di questa \u201cpanoplia\u201d dello sviluppo, suggerita da Daniele, le tecnologie informatiche che offrono peculiari opportunit\u00e0 per il Mezzogiorno, in quanto slegate da \u00abvincoli geografici o localizzativi\u00bb; una emigrazione di ritorno, portatrice di risorse intellettuali di eccellenza, sviluppate in Istituti di formazione italiani e mondiali del pi\u00f9 alto livello; la rottura del localismo storico, che ha negato al Sud il riconoscimento propulsivo di una vocazione europea, mediterranea, internazionale, e che politiche ben pi\u00f9 mirate di integrazione possono recuperare e promuovere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Va da s\u00e9 che questi obiettivi, se sostenuti da una dimensione finanziaria finalmente rispettosa di un\u2019equa ripartizione della spesa statale tra Nord e Sud (un\u2019equit\u00e0 frequentemente mancata), mutuando, con le opportune correzioni, lo spirito degli anni 1950-70, potrebbero riaprire una nuova fase della convergenza, trasformando il ruolo del Sud in una decisiva occasione di crescita e benessere per tutto il Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/volerelaluna.it\/cultura\/2020\/06\/11\/la-resistibile-ascesa-del-divario-tra-nord-e-sud-ditalia\/\">https:\/\/volerelaluna.it\/cultura\/2020\/06\/11\/la-resistibile-ascesa-del-divario-tra-nord-e-sud-ditalia\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da TERMOMETRO GEOPOLITICO (Mario Bova) Oggi tra Nord e Sud la differenza nel PIL per abitante \u00e8 di circa il 45%. 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