{"id":60459,"date":"2020-11-05T08:00:12","date_gmt":"2020-11-05T07:00:12","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=60459"},"modified":"2020-11-04T23:00:06","modified_gmt":"2020-11-04T22:00:06","slug":"globalizzazione-5-0-cosa-deve-fare-leuropa-secondo-cipolletta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=60459","title":{"rendered":"Globalizzazione 5.0: cosa deve fare l\u2019Europa, secondo Cipolletta"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Il Sole 24 Ore (Enrico Verga)<\/strong><\/p>\n<p>Oggi con il Covid, la guerra commerciale Sino-americana, la Brexit, partiti nazionalisti in ascesa etc.. \u00e8 semplice parlare di fine della globalizzazione. <a href=\"https:\/\/www.slps.org\/cms\/lib\/MO01001157\/Centricity\/Domain\/9446\/Inequalit%20Globalization%20and%20the%20Missteps%20of%201990s%20Economics%20Bloomberg.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Paul Krugman<\/a>, nel 2019 (pre-Covid) titolava una sua analisi: \u201cQuello che gli economisti (me incluso) hanno capito male sulla globalizzazione\u201d. L\u2019analisi non \u00e8 un mea culpa, ma semplicemente un\u2019ammissione: un certo tipo di globalizzazione, non \u00e8 andata esattamente come tutti pensavano.<\/p>\n<p>Volevo approfondire il tema ma il signor Krugman \u00e8 un teorico. Volevo parlarne con qualcuno che si intenda di grandi scenari, visioni ma che avesse anche i piedi ben saldi nell\u2019economia e nella finanza operativa. <a href=\"http:\/\/www.assonime.it\/Pagine\/Presidenza.aspx\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Innocenzo Cipolletta<\/a> \u00e8 una figura chiave dell\u2019economia e della finanza italiana. \u00c8 presidente di Assonime (Associaizone fra le Societ\u00e0 italiane per Azioni) e occupa numerose altre posizioni di grande prestigio; con la sua esperienza \u00e8 la persona ideale per comprendere cosa stia veramente accadendo alla globalizzazione.\u00a0 <strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Le 4 ere della globalizzazione<\/strong><\/p>\n<p>Nel 2013 Arvind Subramanian and Martin Kessler buttano l\u00ec una pubblicazione dal titolo provocatorio: <a href=\"https:\/\/www.piie.com\/sites\/default\/files\/publications\/wp\/wp13-6.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Hyper-Globalizzazione del commercio e il suo futuro<\/a>. Nella loro riflessione gli autori spiegano che, a partire dal 1990 (circa) il mondo \u00e8 entrato in quello che hanno definito Hyper-Globalizzazione (o globalizzazione 4.0). Vale la pena una micro cronistoria delle 4 ere che hanno visto questo fenomeno crescere e mutare, per comprendere cosa ci aspetta nella quinta era (o globalizzazione 5.0).<\/p>\n<p>1. Tra il 1870 e il 1914 abbiamo l\u2019era d\u2019oro della globalizzazione. Il commercio globale, come percentuale del Pil, sale dal 9% del 1870 al 16% del 1914.<\/p>\n<p>2. Tra il 1914 e la fine della seconda guerra mondiale abbiamo la grande contrazione: nazionalismi, politiche protezioniste, isolazionismo, militarismo estremo (2 guerre mondiali fate voi!). Il commercio mondiale crolla a un 5,5% del Pil.<\/p>\n<p>3. Terminata la seconda guerra mondiale, ritorna il commercio globale, ma i livelli pre 1914 saranno raggiunti solo verso met\u00e0 degli anni 70.<\/p>\n<p>4. L\u2019esportazione di beni e servizi \u00e8 salita oltre il 33% (circa, vedi link sopra) negli ultimi due decenni. Grazie alla segmentazione delle linee di produzione e l\u2019evoluzione dei sistemi di comunicazione oggi abbiamo filiere di produzione, per ogni singolo elemento del prodotto finito, sparse per tutto il globo.<\/p>\n<p>5. 5.0? Questa \u00e8 una fase da scrivere: potrebbe essere un poco differente da quello che ci immaginiamo. A prescindere da chi vincer\u00e0 in Usa il fenomeno globalizzazione 5.0 sta entrando in una fase che, per alcuni versi, si potrebbe definire terminale, con l\u2019emergere del grande unico produttore (la Cina, e se vogliamo i paesi ad essa limitrofi).<\/p>\n<p>\u201cLa globalizzazione ha avuto dei grandi momenti anche nel passato\u201d, mi spiega Innocenzo Cipolletta di Assonime.\u00a0\u201cMa non dobbiamo pensare che la globalizzazione sia un evento che ci \u00e8 capitato casualmente tra capo e collo. Esso \u00e8 il prodotto di un grande sforzo, durato 50-60 anni, svolto dai nostri paesi. Dopo la Seconda guerra mondiale, c\u2019\u00e8 stato un grande impegno per portare lo sviluppo anche nei paesi poveri. Erano quei paesi che chiamavamo, all\u2019epoca, sottosviluppati e che poi abbiamo chiamato in via di sviluppo e che ora sono diventati i paesi emergenti, ossia i paesi di nuova industrializzazione. Per arrivare a questo risultato abbiamo creato molti organismi internazionali, penso all\u2019ONU, alla FAO, alla Banca Mondiale, ma anche al Fondo Monetario Internazionale e molti altri organismi, compresa l\u2019Unione Europea, che hanno avviato politiche di aiuto allo sviluppo. Poi c\u2019\u00e8 stata l\u2019ondata d\u2019innovazione del digitale che ha favorito l\u2019estendersi del progresso tecnico ed ecco che abbiamo visto emergere dalla povert\u00e0 nuovi paesi come la Cina, l\u2019India, il Vietnam, il Brasile che si sono presentati sui mercati mondiali con grandi capacit\u00e0 di competizione, determinando quello che abbiamo chiamato la globalizzazione. Possiamo dire che abbiamo avuto successo nella lotta al sottosviluppo e la globalizzazione \u00e8 in gran parte il prodotto di questa successo e perci\u00f2 dobbiamo esserne contenti\u201d.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 affermato da altri economisti, il percorso della globalizzazione ha tuttavia avuto delle ricadute impreviste. Krugman, accennato prima, \u00e8 parte di un fronte di sostenitori <a href=\"https:\/\/www.brookings.edu\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/1995a_bpea_krugman_cooper_srinivasan.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">della globalizzaizone<\/a> che, ora, ha cominciato a rivalutare alcune scelte, o alcune stime fatte in precedenza. Per dirla semplice lo stesso Krugman ammette che alcune loro stime sull\u2019impatto negativo della globalizzazione attuale (4.0) abbiano avuto ricadute negative sull\u2019economia occidentale: disoccupazione, consumi etc..<\/p>\n<p>\u201cQuesto\u00a0processo ha anche\u00a0dei risvolti negativi a livello sia dei paesi emergenti sia di quelli di\u00a0vecchia\u00a0industrializzazione come Europa e Usa\u201d, mi conferma Cipolletta. \u201cNei paesi emergenti c\u2019\u00e8 stata una forte crescita complessiva, ma anche, all\u2019interno di ciascun paese, una maggiore diseguaglianza, perch\u00e9 lo sviluppo non ha riguardato tutti alla stessa maniera. Nei paesi industriali si sono verificate perdite di\u00a0attivit\u00e0 e la necessit\u00e0 di riconvertire processi e produzione, quindi disoccupazione, accanto anche a nuova occupazione. Direi che i fattori positivi superano quelli negativi ma, si sa, chi perde il lavoro o resta indietro non \u00e8 contento e quindi protesta. Avremmo dovuto intervenire per ridurre i disagi di chi subiva conseguenze negative e non lo abbiamo fatto a sufficienza.\u00a0In questo contesto, a mio avviso, si inserisce la critica di\u00a0Krugman: la globalizzazione come\u00a0qualsiasi altro fenomeno, ha ricadute negative.\u00a0Dobbiamo avere\u00a0politiche che riducano i disagi.\u00a0A mio avviso non serve denunciare i mali\u00a0della globalizzazione.\u00a0Ma serve andare avanti e ridurre i disagi\u00a0prodotti da essa. Invece ci troviamo di fronte a una vera contestazione e a un pericoloso ritorno ai nazionalismi\u201d.<\/p>\n<p><strong>Industria 4.0? Una soluzione da fare per bene<\/strong><\/p>\n<p>Nell\u2019era pre-covid, si parlava spesso di Intelligenza artificiale, industria 4.0, algoritmi predittivi e, in generale, di tutto un comparto della tecnologia applicata alla manifattura che, nella visione ottimista, sarebbe stato il toccasana per tutti i mali. Pur trovando utile la tecnologia gi\u00e0 avevo denunciato, sull\u2019industria 4.0, i rischi di disoccupazione (parliamo di occidente). \u00c8 quindi importante considerare il fenomeno industria 4.0 in un ottica coerente con uno sviluppo economico equilibrato.<\/p>\n<p>\u201cNe ho parlato al festival dell\u2019economia nel 2019.\u00a0I rischi della robotizzazione riguardano soprattutto i paesi che hanno grandi\u00a0produzioni industriali standardizzate.\u00a0Cina, India,\u00a0Vietnam, sono a rischio: essi fanno concorrenza facendo leva sul basso costo del lavoro. Domani saranno le prime vittime dell\u2019industria 4.0. Il tema \u00e8 differente per i paesi avanzati che, spesso, producono prodotti unici o di alta qualit\u00e0. Se c\u2019\u00e8 un lavoro artigianale, con prodotti unici,\u00a0l\u2019automazione non incide in maniera rilevante.\u00a0L\u2019impatto dell\u2019industria 4.0 sar\u00e0 vissuto con maggior criticit\u00e0 nei paesi emergenti. Mentre per i paesi Ocse, che gi\u00e0 hanno evoluto la loro produzione, e hanno prodotti avanzati, ritengo che non vi saranno particolari rischi. Ovviamente serviranno politiche nazionali a supporto del cambiamento: il tessuto aziendale italiano, per esempio, \u00e8 connotato da una forte presenza di Pmi e quindi saranno necessarie politiche di formazione per la transizione da un lavoro ad un altro.\u201d<\/p>\n<p>Sul tema, effettivamente, si \u00e8 gi\u00e0 fatto molto. Si pensi, da Tremonti in poi, gli incentivi per l\u2019acquisto di nuovi macchinari che fossero \u201cin linea\u201d con gli standard dell\u2019industria 4.0 che implica un dialogo continuo da centro di produzione e mercato (la famosa domanda).<\/p>\n<p><strong>Globalizzazione 5.0 l\u2019inizio della fine?<\/strong><\/p>\n<p>Possiamo cominciare a delineare alcuni aspetti della futura globalizzazione 5.0. II primo aspetto \u00e8 quello del potenziale reshoring, grazie anche alle tecnologie menzionate, che permettono, a costi ridotti di avere centri di produzione in Europa. Tuttavia il recente cambio di rotta della <a href=\"https:\/\/www.fortuneita.com\/2019\/11\/23\/il-caso-adidas-e-la-fine-dellindustria-4-0\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Adidas<\/a> fa pensare che non basti il semplice minor costo di personale per avere un ritorno della industria manifatturiera.<\/p>\n<p>\u201cQuesta pandemia ha messo in evidenza il tema delle catene del valore\u201d, spiega Cipolletta.\u00a0\u201c\u00c8 stato un colpo diretto non gi\u00e0 alla globalizzazione, che implica filiere sparse per il mondo, bens\u00ec alle produzioni just-in-time, ossia al sistema delle produzioni con poche scorte e pochi punti di rifornimento, per abbattere i costi. In casi come nella pandemia, in cui era necessario avviare produzioni rapidamente (pensiamo alle mascherine), questo sistema si \u00e8 dimostrato fragile. Tuttavia, \u00e8 il ritorno al nazionalismo che pu\u00f2 intaccare la globalizzazione 4.0 e il suo futuro proiettato verso la 5.0. L\u2019inno al nazionalismo \u00e8 stato lanciato dal presidente Trump ma ormai, in occidente, appare essersi diffuso molto. Il mondo va per mode, e sentimenti. Un sentimento profondo, nella percezione della gente di oggi, \u00e8 che si devono preservare le\u00a0identit\u00e0 nazionali.\u00a0\u00c8 un sentimento molto radicato nella gente, quindi Trump lo ha fatto suo.\u00a0Abbiamo avuto 40-50 anni di un forte sentimento internazionale che ha avuto molti meriti, e non escludo che potremmo avere 30-40 anni di nazionalismo. Vero \u00e8 che le aziende private fanno dei loro conti economici, tuttavia nel loro pianificare considerano anche l\u2019influenza che i politici possono apportare all\u2019economia, e agiscono di conseguenza.\u201d<\/p>\n<p>\u00c8 importante anche comprendere quanto un nazionalismo o un forte regionalismo possa modificare i rapporti tra aziende private e nazioni. Consideriamo le recenti posizioni dell\u2019Unione europea sulla gestione dei bigdata (alla base dell\u2019industria 4.0) e dei <a href=\"https:\/\/www.msn.com\/en-us\/news\/world\/us-cloud-supremacy-has-europe-worried-about-data\/ar-BB17xdvM\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">cloud nazionali<\/a>.<\/p>\n<p>\u201cL\u2019economia \u00e8 fatta di soluzioni al bisogno del momento; non \u00e8 difficile immaginare che si sviluppino tecnologie che privilegino la vicinanza invece della lontananza.\u00a0Se andremo verso una crescita di fenomeni nazionalistici avremo grandi macro regioni che si integrano tra di loro.\u00a0Vale, per esempio, per la\u00a0gestione dei dati.\u00a0In Europa il gestire dati sta divenendo un tema caldo.\u00a0I cinesi si stanno facendo il loro sistema in casa e il fenomeno\u00a0potr\u00e0 andare avanti in questa direzione anche in Europa.\u00a0Le\u00a0grandi imprese di bigdata non europee fanno ormai paura in molti dei nostri paesi\u201d.<\/p>\n<p><strong>Quello che dovrebbe fare l\u2019Occidente<\/strong><\/p>\n<p>Riportare in Europa le aziende manifatturiere \u00e8 possibile. Tuttavia resta da comprendere quanto questa pratica sia effettivamente percorribile. Riportare a casa industrie che avranno una bassa occupazione umana oppure puntare all\u2019innovazione? Diviene rilevante comprendere come l\u2019Unione Europea possa agire per diventare un motore propulsivo di una nuova globalizzazione (appunto 5.0).<\/p>\n<p>\u201cI paesi industrializzati devono assicurare la loro capacit\u00e0 di attrazione, facendo leva essenzialmente sul loro valore come mercato di consumo e competenze su cui investire\u201d, chiarisce Cipolletta. \u201cCome Europa noi siamo il pi\u00f9\u00a0grande mercato di consumo nel mondo: circa 500 milioni di abitanti, mediamente ricchi, istruiti, per lo pi\u00f9 urbanizzati e protetti da sistemi sociali tra i pi\u00f9 avanzati. Abbiamo tutte le\u00a0caratteristiche per\u00a0essere il pi\u00f9\u00a0grande\u00a0mercato di consumo del mondo, e siamo egualmente un mercato privilegiato per le imprese. Il ruolo dei governi europei non \u00e8 quello di obbligare le imprese a restare nei nostri confini, ma \u00e8 quello di creare un ambiente adatto per le imprese.<\/p>\n<p>Non mi riferisco al costo del lavoro, vi sono aspetti ben pi\u00f9 rilevanti: giustizia certa che tuteli le aziende, sistema fiscale trasparente, buoni servizi pubblici per la gente e per le imprese e poi che vi sia un\u00a0grande\u00a0processo d\u2019investimenti e ammodernamenti infrastrutturali.<\/p>\n<p>Se si avviasse un piano di costruzione e ammodernamento di infrastrutture, penso sia a quelle fisiche, come trasporti e logistica, a quelle digitali come reti a banda larga, e conseguenti reti digitali, sarebbe un volano immenso per la crescita e per l\u2019innovazione.<\/p>\n<p>\u00c8 bene ricordare che le nuove tecnologie hanno una data di scadenza, prima di diventare banali perch\u00e9 utilizzate da tutti. Pensiamo a tutto quello che potremmo creare e perfezionare oggi: ad esempio, l\u2019uso di moderne tecnologie per la cura di antichi edifici, per la digitalizzazione delle nostre citt\u00e0, per la gestione del traffico, per lo smaltimento dei rifiuti e quant\u2019altro. Tutte tecnologie che, se impiegate bene nei nostri paesi, potremmo poi esportare in tutto il mondo. L\u2019idea di riportare a casa i produttori di T-shirt o di prodotti industriali tradizionali \u00e8 desueta. Per l\u2019Europa il futuro \u00e8 pensare al futuro\u201d, conclude Cipolletta.<\/p>\n<p>Per decenni l\u2019Occidente ha mantenuto la sua superiorit\u00e0 (tale da definirsi \u201cprimo mondo\u201d) grazie alla sua competenza tecnologica. Se la globalizzazione 5.0 avr\u00e0 un futuro sar\u00e0 grazie all\u2019evoluzione della tecnologia e della capacit\u00e0 di ricerca e sviluppo dei paesi occidentali. Diversamente sar\u00e0 semplicemente una lotta all\u2019ultimo 5% di margine e una lotta tra poveri.<\/p>\n<p><strong>Di Enrico Verga. Pubblicato su Econopoly &#8211; Il Sole 24 Ore<\/strong><\/p>\n<p><strong>Fonte :\u00a0\u00a0<a href=\"https:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/2020\/11\/03\/globalizzazione-5-0-ultimo-atto-o-mutazione\/?uuid=96_ZTohjEPo\">https:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/2020\/11\/03\/globalizzazione-5-0-ultimo-atto-o-mutazione\/?uuid=96_ZTohjEPo<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Il Sole 24 Ore (Enrico Verga) Oggi con il Covid, la guerra commerciale Sino-americana, la Brexit, partiti nazionalisti in ascesa etc.. \u00e8 semplice parlare di fine della globalizzazione. Paul Krugman, nel 2019 (pre-Covid) titolava una sua analisi: \u201cQuello che gli economisti (me incluso) hanno capito male sulla globalizzazione\u201d. 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