{"id":60528,"date":"2020-11-09T10:30:57","date_gmt":"2020-11-09T09:30:57","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=60528"},"modified":"2020-11-09T10:09:40","modified_gmt":"2020-11-09T09:09:40","slug":"le-regole-fiscali-europee-vanno-eliminate-parola-di-blanchard-e-dei-tedeschi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=60528","title":{"rendered":"Le regole fiscali europee vanno eliminate. Parola di Blanchard (e dei tedeschi)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di KRITICA ECONOMICA (Dario Luciani)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/blanchard1200.jpg?resize=678%2C381&amp;ssl=1\" alt=\"blanchard\" \/><br \/>\nCrediti foto: OECD<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il tema delle\u00a0<strong>regole fiscali europee<\/strong>\u00a0\u00e8 al centro del dibattito pubblico da diversi anni, ed \u00e8 ormai acquisito il consenso tra economisti ed addetti ai lavori sulla\u00a0<strong>necessit\u00e0 di una loro riforma<\/strong>. Un\u00a0<a href=\"https:\/\/www.economic-policy.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/9100_Redesigning-EU-Fiscal-Rules.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">recente lavoro<\/a>\u00a0di\u00a0<strong>Olivier Blanchard<\/strong>\u00a0(ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale) e coautori si inserisce in questo dibattito con una\u00a0<strong>tesi radicale<\/strong>: le regole di bilancio a cui ogni stato membro deve attenersi dovrebbero essere non tanto riformate quanto piuttosto\u00a0<strong>eliminate<\/strong>.<\/p>\n<p>Lo studio, presentato all\u2019ultimo meeting della rivista scientifica\u00a0<em>Economic Policy\u00a0<\/em>(organizzato\u00a0<strong>con il supporto del Ministero delle Finanze tedesco, un dettaglio non trascurabile<\/strong>), propone di rimpiazzare l\u2019attuale impianto regolamentare europeo in materia di bilanci pubblici nazionali, fatto di precisi criteri quantitativi, con degli\u00a0<strong><em>standard<\/em>\u00a0fiscali definiti in termini soltanto qualitativi<\/strong>, all\u2019interno dei quali i paesi avrebbero ampia libert\u00e0 di movimento. Le linee guida dovrebbero stabilire degli obiettivi generali di lungo periodo, e il loro contenuto preciso (e quindi anche la loro eventuale violazione) dovrebbe essere definito soltanto ex post, in base all\u2019analisi della situazione economica contingente.<\/p>\n<p><strong>L\u2019argomentazione degli autori si basa su due punti tanto semplici quanto incontestabili<\/strong>. Il\u00a0<strong>primo<\/strong>: in un\u2019economia in cui i tassi di interesse sono prossimi allo 0 (o addirittura negativi), da un lato anche i debiti pubblici pi\u00f9 corposi presentano una\u00a0<strong>bassa probabilit\u00e0 di default<\/strong>, e dall\u2019altro la politica fiscale assume un ruolo centrale, dal momento che l\u2019efficacia della politica monetaria \u00e8 ridotta. Il\u00a0<strong>secondo<\/strong>: nella letteratura scientifica\u00a0<strong>non esiste una teoria univoca sulla sostenibilit\u00e0 del debito pubblico<\/strong>. Il giudizio sulla sostenibilit\u00e0 del debito di un paese \u00e8 materia complessa, e pu\u00f2 variare a seconda del paese preso in esame o del momento storico. Di conseguenza, nessuna regola fiscale definita ex ante pu\u00f2 essere ottimale per ogni paese e per ogni contingenza: come abbiamo imparato dalla crisi sanitaria, la variet\u00e0 degli shock che possono colpire le nostre economie non \u00e8 prevedibile e richiede soluzioni ad hoc.<\/p>\n<p><strong>Ci\u00f2 \u00e8 del resto dimostrato dallo stesso sviluppo storico delle regole fiscali europee<\/strong>. L\u2019architettura originaria, stabilita nel Trattato di\u00a0<a href=\"https:\/\/www.kriticaeconomica.com\/prima-delleuro-lintegrazione-monetaria-europea-dal-dopoguerra-agli-anni-novanta-sme\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Maastricht<\/a>\u00a0del 1992 e nel Patto di Stabilit\u00e0 e Crescita del 1997, era fondata su due semplici limiti: il limite del 3% per il rapporto deficit\/Pil e quello del 60% per il rapporto debito\/Pil.<\/p>\n<p>L\u2019inadeguatezza di questa regola divenne evidente durante lo stesso\u00a0<strong>processo di creazione dell\u2019euro<\/strong>: nel 1998, 7 degli allora 12 membri dell\u2019Unione avevano un debito pubblico superiore al 60% del Pil, e la norma secondo cui il limite poteva essere derogato a condizione che il trend fosse su una traiettoria decrescente e la decrescita avvenisse ad un \u201critmo soddisfacente\u201d era chiaramente violata da\u00a0<strong>Grecia<\/strong>\u00a0(il cui debito stava aumentando),\u00a0<strong>Belgio<\/strong>\u00a0e\u00a0<strong>Italia<\/strong>\u00a0(i cui debiti stavano diminuendo, ma ad un ritmo molto lento).<\/p>\n<p>Insomma:\u00a0<strong>il trattato che istituiva l\u2019unione monetaria, se applicato rigorosamente, avrebbe impedito la nascita dell\u2019unione monetaria<\/strong>. Nel corso degli anni, le regole sono state pi\u00f9 volte riformate, nel tentativo di consentire la flessibilit\u00e0 necessaria per tenere conto delle fasi avverse del ciclo economico. Il risultato, ad oggi, \u00e8 un\u00a0<strong>complicato groviglio regolamentare fatto di eccezioni, deroghe e clausole<\/strong>, fondato sulla stima di variabili teoriche non direttamente osservabili, e quindi inevitabilmente oggetto di grande incertezza, come il Pil potenziale e l\u2019output gap.<\/p>\n<p>Nonostante la maggiore flessibilit\u00e0 concessa,\u00a0<strong>la maggior parte degli economisti concorda nel ritenere l\u2019impianto delle regole fiscali ancora troppo prociclico<\/strong>\u00a0(ossia amplificatore, anzich\u00e9 stabilizzatore, del ciclo economico), imponendo in particolare ai paesi a pi\u00f9 alto debito costosi e controproducenti aggiustamenti fiscali durante le crisi. D\u2019altro canto, le regole di Maastricht, seppur assurdamente rigide, possedevano quantomeno due dei requisiti fondamentali che una buona regola dovrebbe avere, e che a quelle attuali mancano, ovvero la\u00a0<strong>chiarezza<\/strong>\u00a0e la\u00a0<strong>trasparenza<\/strong>.<\/p>\n<p>Gli autori evidenziano che\u00a0<strong>l\u2019originaria architettura fiscale europea era pensata con l\u2019obiettivo di prevenire le cosiddette esternalit\u00e0 di debito<\/strong>, ovvero le ripercussioni negative che un\u2019eventuale crisi di debito pubblico all\u2019interno di un paese avrebbe sugli altri membri dell\u2019unione. Tali esternalit\u00e0 sono evidentemente maggiori pi\u00f9 alto \u00e8 il grado di integrazione economica tra i paesi.<\/p>\n<p>Tuttavia,\u00a0<strong>gli stessi autori riconoscono la presenza di un altro tipo di esternalit\u00e0: quella relativa alla domanda aggregata<\/strong>. In una zona economica fortemente integrata, un\u2019espansione fiscale ha effetti contenuti sulla domanda interna del paese che la attua, perch\u00e9 il maggior reddito disponibile si riversa in parte nell\u2019acquisto di beni prodotti dagli altri paesi.<\/p>\n<p>Di conseguenza,\u00a0<strong>ogni paese ha un minore incentivo ad utilizzare la propria leva di politica fiscale<\/strong>, sperando nell\u2019espansione degli altri. Il risultato di questo gioco non cooperativo \u00e8 che\u00a0<strong>la politica fiscale risulta troppo poco espansiva, rispetto al livello ottimale, dal punto di vista dell\u2019Unione nel suo complesso<\/strong>. Ci\u00f2 implica che l\u2019esternalit\u00e0 relativa alla domanda, richiedendo come soluzione una politica pi\u00f9 espansiva, entra in contraddizione (specialmente in momenti di crisi) con l\u2019esternalit\u00e0 relativa al debito.<\/p>\n<p>La soluzione pi\u00f9 ovvia per risolvere entrambe sarebbe l\u2019<strong>istituzione di una unione fiscale completa<\/strong>, in cui un organismo centrale decide i livelli di spesa e di debito per l\u2019intera unione, \u201cinternalizzando\u201d le esternalit\u00e0. Ma gli scontri sul Recovery Fund a cui stiamo assistendo in questi giorni, nonostante la drammaticit\u00e0 della situazione, sono l\u00ec a ricordarci quanto sia\u00a0<strong>politicamente difficile percorrere questa strada<\/strong>.<\/p>\n<p>La proposta dell\u2019eliminazione delle regole fiscali \u00e8 inoltre interessante non solo dal punto di vista politico, ma anche\u00a0<strong>dal punto di vista scientifico<\/strong>. Esiste infatti una corposa letteratura, originata dal\u00a0<strong>lavoro di Kydland e Prescott<\/strong>\u00a0(1977), che sostiene la superiorit\u00e0 delle regole sulla discrezionalit\u00e0 nell\u2019ambito della conduzione della politica economica. L\u2019argomento \u00e8 cos\u00ec riassumibile: posto che le aspettative giocano un ruolo fondamentale nella determinazione delle variabili economiche, le autorit\u00e0 di politica economica possono raggiungere dei risultati migliori se riescono a muoverle nella direzione desiderata.<\/p>\n<p><strong>Ma ci\u00f2 risulta impossibile in un regime di piena discrezionalit\u00e0<\/strong>. La ragione \u00e8 la mancanza di credibilit\u00e0 degli annunci: ci\u00f2 che \u00e8 ottimale promettere dal punto di vista di oggi, non \u00e8 pi\u00f9 ottimale dal punto di vista di domani, quando \u00e8 arrivato il momento di attuare le promesse fatte. In altre parole, gli annunci di politica economica sono, come dicono gli economisti, \u201ctime inconsistent\u201d (o come dice Guido da Montefeltro nel XXVII canto dell\u2019Inferno di Dante, \u201clunghe promesse con l\u2019attender corto\u201d). Ma allora, sotto l\u2019ipotesi che gli agenti economici formano le aspettative in maniera razionale, non possono essere credibili. Da qui sorge \u201cil vantaggio di legarsi le mani\u201d (Giavazzi e Pagano, 1980) con regole definite ex ante in maniera rigida, in grado di limitare la tentazione dei governi di rimangiarsi le loro promesse.\u00a0<strong>Questo \u00e8, tra l\u2019altro, uno dei principali benefici teorizzati per sostenere l\u2019ingresso dell\u2019Italia nella moneta unica<\/strong>, ovvero il guadagno in termini di credibilit\u00e0 derivante dal rafforzamento del vincolo esterno.<\/p>\n<p><strong>La teoria poggia su un\u2019assunzione implicita fondamentale: l\u2019esistenza di una funzione di benessere sociale stabilita a priori, la cui massimizzazione definisce quindi il sentiero ottimale della politica economica<\/strong>. Il punto \u00e8 tutto qui: Blanchard e i suoi coautori sostengono che\u00a0<strong>non \u00e8 possibile definire a priori la politica economica ottimale<\/strong>, dal momento che, per essere tale, dovrebbe comprendere una variet\u00e0 di fattori contingenti talmente complessa da essere impossibile da identificare ex ante. Insomma:<strong>\u00a0il problema risiede nel concetto stesso di regola in materia di politica fiscale<\/strong>\u00a0(o di politica economica pi\u00f9 in generale), perch\u00e9 nessuna regola, per quanto elaborata, pu\u00f2 catturare la complessit\u00e0 e l\u2019imprevedibilit\u00e0 della realt\u00e0 economica. La storia delle regole fiscali europee sembra dare ragione a questa tesi: ad ogni crisi si \u00e8 cercato di rispondere con il raffinamento delle regole, nel tentativo di adattarle ad una realt\u00e0 in continuo mutamento, fino ad arrivare all\u2019emergenza attuale che ha addirittura costretto la Commissione europea a sospendere il Patto di Stabilit\u00e0. La crisi che stiamo vivendo, come ogni crisi, offre l\u2019opportunit\u00e0 di ripensare nel profondo l\u2019architettura economica dell\u2019Unione europea.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTI:<a href=\"https:\/\/www.kriticaeconomica.com\/le-regole-fiscali-europee-vanno-eliminate-parola-di-blanchard-e-dei-tedeschi\/\">https:\/\/www.kriticaeconomica.com\/le-regole-fiscali-europee-vanno-eliminate-parola-di-blanchard-e-dei-tedeschi\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di KRITICA ECONOMICA (Dario Luciani) &nbsp; Crediti foto: OECD &nbsp; Il tema delle\u00a0regole fiscali europee\u00a0\u00e8 al centro del dibattito pubblico da diversi anni, ed \u00e8 ormai acquisito il consenso tra economisti ed addetti ai lavori sulla\u00a0necessit\u00e0 di una loro riforma. 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