{"id":60539,"date":"2020-11-11T11:30:52","date_gmt":"2020-11-11T10:30:52","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=60539"},"modified":"2020-11-09T14:07:55","modified_gmt":"2020-11-09T13:07:55","slug":"catastrofe-o-rivoluzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=60539","title":{"rendered":"Catastrofe o rivoluzione"},"content":{"rendered":"<p>di\u00a0<strong>EMILIANO BRANCACCIO<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>L\u2019ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura \u201ccatastrofe\u201d serve una \u201crivoluzione\u201d keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito\u00a0<\/em>\u00ab<em>legge di ripro\u00adduzione e tendenza del capitale<\/em>\u00bb<em>. Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libert\u00e0 del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libert\u00e0 e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito.<\/em><\/p>\n<p><em>L\u2019unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della pi\u00f9 forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera in\u00addividualit\u00e0 sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un\u2019intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell\u2019an\u00adgusto recinto di un paradigma liberale gi\u00e0 in crisi.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Prologo<\/em><\/p>\n<p>Per scongiurare una futura \u201ccatastrofe\u201d sociale serve una \u201crivoluzione\u201d della politica economica. Cos\u00ec parl\u00f2 Olivier Blanchard, gi\u00e0 capo economi\u00adsta del Fondo monetario internazionale, in occasione di un dibattito e un simposio ispirati da un libretto critico a lui dedicato (Blanchard e Brancac\u00adcio 2019; Blanchard e Summers 2019; Brancaccio 2020). Che un grande cardinale delle istituzioni economiche mondiali adoperi espressioni cos\u00ec av\u00adventuristiche \u00e8 un fatto inusuale. Ma l\u2019aspetto davvero sorprendente \u00e8 che tale fatto risale a prima del tracollo causato dal coronavirus. Tanto pi\u00f9 dopo la pandemia, allora, diventa urgente cercare di capire se l\u2019evocazione blan\u00adchardiana del bivio \u201ccatastrofe o rivoluzione\u201d sia mera voce dal sen fuggita o piuttosto segno di svolta di uno spirito del tempo che inizia a muovere da farsa a tragedia. A tale interrogativo \u00e8 dedicato questo scritto.<\/p>\n<p>A chi intenda cimentarsi nella lettura, sar\u00e0 utile lanciare un avvertimento. Sebbene intessuto di fili accademici, questo saggio risulter\u00e0 estraneo alle pratiche discorsive dell\u2019ordinario comunicare scientifico. Qui si cercher\u00e0 in\u00adfatti di rinnovare un antico esercizio, eracliteo e materialista: di intendere\u00a0<em>logos come scienza<\/em>. Scienza non parziale ma generale, per giunta, quindi ine\u00advitabilmente colma di vuoti come un formaggio svizzero. Su questi vuoti, prevediamo, gli specialisti contemporanei avvertiranno insofferenza mentre sar\u00e0 indulgente l\u2019osservatore avvezzo alla critica e alla crescita della cono\u00adscenza (Lakatos e Musgrave 1976). Costui \u00e8 consapevole che solo una visio\u00adne generale consente di visualizzare quei vuoti, e quindi crea le premesse per tentare di perimetrarli e superarli.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Riproduzione e tendenza<\/em><\/p>\n<p>Anche i consiglieri delle dittature fasciste, per una volta, possono trovarsi dal lato della ragione. Nella polemica con Myrdal sullo statuto scientifico dell\u2019economia, Milton Friedman aveva ragione: non vi \u00e8 motivo di ritenere che quella economica sia scienza \u201cmolle\u201d rispetto alla fisica, alla chimica e in generale alle cosiddette scienze \u201cdure\u201d. Dato che la previsione pu\u00f2 suscitare imbarazzo all\u2019una e alle altre, che in entrambi i gruppi di scienze l\u2019esperi\u00admento \u00e8 a volte direttamente possibile e altre no, che in nessuno dei due ambiti il test pu\u00f2 dirsi perfettamente controllato o isolato, che tra le singole scienze \u201cdure\u201d sussistono differenze metodologiche rilevanti almeno quanto quelle che si registrano tra ognuna di esse e la \u201cmolle\u201d economia, e che i giudizi di valore possono influenzare tanto l\u2019una che le altre discipline, si possono intuire le ragioni per cui quella partizione risulta meno robusta di quanto comunemente si creda, e per questo non raccoglie pi\u00f9 grandi con\u00adsensi fra gli epistemologi contemporanei (Brancaccio e Bracci 2019).<\/p>\n<p>Ovviamente ci\u00f2 non significa aderire allo strumentalismo di Friedman, che \u00e8 forse la pi\u00f9 deteriore tra le varianti della gi\u00e0 caduca epistemologia popperia\u00adna. N\u00e9 significa nobilitare la rappresentazione dell\u2019economia suggerita dalla teoria neoclassica-marginalista, che incurante delle sue fallacie Friedman pro\u00adpugnava e che un ignaro Popper elevava addirittura al rango di unico para\u00addigma. Sebbene le teorie e le epistemologie ispirate dall\u2019approccio neoclassico siano anche le stelle polari della ricerca scientifica di Blanchard, qui non si far\u00e0 cenno a esse. Per le sue comprovate incoerenze logiche e debolezze empiriche, e per la sua interpretazione irrimediabilmente\u00a0<em>naive\u00a0<\/em>del corso degli eventi, l\u2019approccio neoclassico appare infatti inadeguato a valutare la rilevanza storica del crocevia blanchardiano. Misurarsi con l\u2019incedere del processo storico, e quindi anche giudicare la tempestivit\u00e0 di \u201ccatastrofe o rivoluzione\u201d, \u00e8 questione scientifica improba, che mai potrebbe esser ficcata negli angusti sgabuzzini della scarsit\u00e0 e dell\u2019utilit\u00e0 neoclassiche. Dinanzi a un tale interrogativo, nella migliore delle ipotesi, lo studioso neoclassico si obbliga a un disagevole silen\u00adzio. Se dunque in questa sede si intende decretare la presenza a pieno titolo dell\u2019economia nell\u2019empireo della scienza\u00a0<em>tout court<\/em>, e con essa si pretende di indagare sulla biforcazione in questione, allora si dovr\u00e0 per forza indicare un sentiero di ricerca diverso da quello prevalente (sulla diversit\u00e0 rispetto all\u2019orto\u00addossia neoclassica, cfr. Brancaccio 2010a).<\/p>\n<p>Una via alternativa potrebbe consistere nel recupero di un\u2019ardimentosa e mai rinnegata tesi di Althusser: che dopo avere inteso per \u201cstoria\u201d la com\u00adplessa totalit\u00e0 sociale dominata dal modo di produzione capitalistico e dopo aver situato l\u2019economia nel suo mezzo, arriva a identificare nel\u00a0<em>Capitale\u00a0<\/em>di Marx il primo, pur incerto passo della conoscenza scientifica nel perime\u00adtro del fino ad allora inesplorato \u00abcontinente della storia\u00bb, come secoli pri\u00adma il\u00a0<em>Dialogo\u00a0<\/em>di Galileo aveva fornito la chiave metodologica d\u2019accesso nel \u00abcontinente della fisica\u00bb (Althusser 1974). Il paragone, bisogna ammetterlo, appare tuttora imbarazzante, anche laddove sia riferito alla sola fisica dei primordi. Sulla storia, abbiamo detto, l\u2019approccio neoclassico \u00e8 intrinseca\u00admente muto. Ma pure la scienza critica dell\u2019economia e della storia, ispirata all\u2019analisi marxiana e ai suoi continuatori, si presenta ancora oggi a uno stadio poco pi\u00f9 che embrionale. Essa si sviluppa grazie a filoni di ricerca sotterranei che riaffiorano puntuali all\u2019indomani delle crisi, ma il pi\u00f9 delle volte restano sommersi e dimenticati, ai margini della grande accademia e delle sue ingenti risorse. Di questa marginalit\u00e0 abbiamo suggerito una pos\u00adsibile spiegazione, che attiene ai contrasti tra la riproduzione del rapporto sociale di produzione e lo sviluppo di un paradigma scientifico che anzich\u00e9 favorire quella stessa riproduzione rischia di ostacolarla. Memore di Eso\u00adpo, il sistema si guarda bene dal nutrire una serpe teorica in seno. Eppure, nonostante le enormi difficolt\u00e0, la serpe cresce. Dai nuovi apporti di teoria della produzione, agli schemi \u00abstock-flow consistent\u00bb, fino ai modelli ad agenti depurati da infiltrazioni neoclassiche, i filoni di ricerca alternativi continuano a produrre avanzamenti dal punto di vista del metodo, della strutturazione logica e della verifica empirica delle teorie.<\/p>\n<p>Da questi avanzamenti \u00e8 venuto alla luce uno snodo della moderna scienza economica critica che forse, una volta superato, consentirebbe di compiere qualche concreto passo avanti nell\u2019ancora pressoch\u00e9 inesplorato continente della storia. Lo snodo a cui mi riferisco \u00e8 l\u2019esigenza di stabilire un collegamento fra la teoria della \u201criproduzione\u201d e della crisi capitalistica da un lato, e la teoria delle leggi di \u201ctendenza\u201d del capitale dall\u2019altro. L\u2019una e l\u2019altra hanno finora quasi sempre proceduto lungo sentieri separati, come fossero oggetti impossibilitati a connettersi. A riprova di questa idiosincrasia vi \u00e8 persino l\u2019assenza di una metafora adatta a descrivere il loro possibile in\u00adcontro: cerchio e linea, ruota e binario, rapporto e catena, nessuna figurazio\u00adne sembra adeguata al caso. L\u2019innesto fra teoria della riproduzione e teoria della tendenza, tuttavia, sembra indispensabile per tentare di delineare un criterio di indagine dei crocicchi del processo storico. Senza quell\u2019aggancio, anche la scienza critica del capitale rischia di cadere in uno sconfortante mutismo. Una possibile via di collegamento fra le due teorie, allora, pu\u00f2 provenire dalla decifrazione di un loro legame inedito, emerso da alcune ricerche recenti. Si tratta del nesso tra le condizioni di solvibilit\u00e0 sottese alla riproduzione del capitale da un lato, e la tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani dall\u2019altro (Brancaccio 2010b; Brancaccio e Cavallaro 2011; Brancaccio e Fontana 2016; Brancaccio e Suppa 2018; Brancaccio, Giammetti, Lopreite, Puliga 2018, 2019; Brancaccio, Califano, Lopreite, Moneta 2020).<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 motivo di ritenere che questo nesso abbia valenza euristica generale: situato al livello della struttura economica capitalistica, le sue diverse confi\u00adgurazioni sembrano incidere su tutti i piani del rapporto sociale di produ\u00adzione, fino a plasmare il livello culturale e politico. Se dunque si condivide questa linea di ricerca, diventa necessario estendere la massima althusseria\u00adna: la nostra tesi fondamentale \u00e8 che non \u00e8 possibile porre interrogativi e rispondervi, se non dal punto di vista\u00a0<em>della riproduzione e della tendenza<\/em>, in particolare della tendenza alla centralizzazione del capitale. Alla luce di que\u00adsta tesi, utilizzando gli strumenti di analisi incorporati in essa, si prover\u00e0 qui a verificare se il bivio \u201ccatastrofe o rivoluzione\u201d debba ritenersi suggestione importuna o al contrario evocazione tempestiva, nel tempo storico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Fisionomia di una catastrofe<\/em><\/p>\n<p>L\u2019etimo di \u201ccatastrofe\u201d \u00e8 \u201ccapovolgimento\u201d, \u201crovescio\u201d, ma anche, tratto dalla tragedia greca, \u201cscioglimento dell\u2019intreccio di un dramma\u201d. Prendendo spunto da Jan Kott, si pu\u00f2 tradurre con \u201catto risolutivo\u201d, che scioglie una contraddizione di sistema. Se questo sia o meno il tempo di una catastrofe cos\u00ec intesa, \u00e8 il tema oggetto di analisi.<\/p>\n<p>Aggiungere l\u2019ennesima risposta\u00a0<em>narrativa\u00a0<\/em>a un simile interrogativo sarebbe poco utile: si eviter\u00e0 quindi di navigare senza bussola nel\u00a0<em>mare magnum\u00a0<\/em>del\u00adla romanzeria futurologica, dal panglossiano Stephen Pinker al cassandrico Millenium Project. Piuttosto, la questione sar\u00e0 qui esaminata entro un peri\u00admetro di osservazione ben delimitato: lo chiameremo\u00a0<em>legge di riproduzione e tendenza<\/em>, ovvero la tendenza alla centralizzazione del capitale. Come accen\u00adnato prima, rarissimi sono i tentativi di cimento in questo campo decisivo di ricerca. Per quel che mi \u00e8 dato sapere, la sola indagine che in certo modo vi si approssimi e che \u00e8 salita agli onori delle cronache scientifiche recenti, \u00e8 quella di Thomas Piketty (Piketty 2014). Criticabile nella esposizione dei dati, fuorviante nella ricostruzione storica del pensiero economico critico e a mezza strada fra tradizione e confusione nella visione teorica, l\u2019opera di Piketty ha tuttavia un indubbio merito: cercare di trarre una legge di tendenza da una relazione di riproduzione del capitale. Quest\u2019ultima viene definita dall\u2019autore \u00abdisuguaglianza fondamentale\u00bb, e consiste nella differenza tra il tasso di ren\u00addimento del capitale e il tasso di crescita del reddito. La tesi dell\u2019economista francese \u00e8 che il secolo ventunesimo sar\u00e0 contraddistinto da un tasso di rendi\u00admento del capitale sistematicamente pi\u00f9 alto del tasso di crescita del reddito. Di conseguenza, sotto date condizioni, il capitale crescer\u00e0 pi\u00f9 rapidamente del reddito e questo determiner\u00e0 pure un incremento continuo dei patrimoni ereditati rispetto ai redditi creati durante una vita di lavoro. Se la riproduzione del sistema impone che il capitale renda pi\u00f9 di quanto il reddito cresca, l\u2019im\u00adplicazione \u00e8 una tendenza incessante all\u2019aumento delle disuguaglianze tra chi vive di ricchezza e chi vive di lavoro. Si annuncia dunque un secolo rigoglioso, per il moderno rentier e per i suoi pargoli.<\/p>\n<p>Il padre della teoria neoclassica della crescita e premio Nobel per l\u2019econo\u00admia Robert Solow l\u2019ha denominata \u00abtendenza dei ricchi sempre pi\u00f9 ricchi\u00bb e ha sostenuto che prima di Piketty nessuno l\u2019avesse mai concepita (Solow 2014). Non \u00e8 esattamente cos\u00ec, ma il punto che qui merita attenzione \u00e8 un altro. Il tentativo di Piketty di inquadrare la sua tesi secolare in uno sche\u00adma tradizionale, di tipo neoclassico, \u00e8 fallimentare. L\u2019idea di una crescita continua del capitale in rapporto al reddito e di un conseguente sempre maggiore accaparramento del prodotto da parte di chi vive di lasciti ere\u00additari, \u00e8 un fenomeno che mal si adatta agli \u201cequilibri naturali\u201d tipici della modellistica neoclassica, siano essi non stazionari, stazionari o secolari, e indipendentemente dal carattere esogeno o endogeno della crescita che de\u00adscrivono. Dunque, anche volendo accantonare per un attimo le incoerenze logiche e le smentite empiriche dell\u2019approccio neoclassico, il tentativo di in\u00adfilarci dentro la tendenza delineata da Piketty appare in s\u00e9 contraddittorio. Per quanto l\u2019economista francese possa trovarlo disturbante, la sua idea pu\u00f2 trovare adeguata sistemazione solo altrove. L\u2019ambito appropriato, in questo senso, sembra esser proprio la scienza critica del capitale.<\/p>\n<p>In questo contesto teorico alternativo, tuttavia, si fa subito una nuova scoperta. Dentro quella che Piketty chiama la \u00abdisuguaglianza fondamen\u00adtale\u00bb sussiste un ulteriore elemento, nascosto e pi\u00f9 profondo. Se scompo\u00adniamo il rendimento medio del capitale in due parti, quella che attiene al tasso medio di profitto e quella che riguarda il tasso d\u2019interesse medio sui prestiti, possiamo notare che dentro la legge di riproduzione rappresentata dalla \u201cdisuguaglianza fondamentale\u201d c\u2019\u00e8 anche una \u201ccondizione di solvibi\u00adlit\u00e0\u201d del sistema. In questa cruciale condizione si innesta anche, non per caso, l\u2019ordine generale della politica economica, e in particolare quella che altrove abbiamo definito la\u00a0<em>solvency rule\u00a0<\/em>del banchiere centrale. Ora, a date ipotesi, si pu\u00f2 mostrare che quanto maggiore sia il tasso di rendimento me\u00addio del capitale rispetto al tasso di crescita del reddito, tanto maggiore sar\u00e0 il tasso medio d\u2019interesse rispetto al tasso medio di profitto, e quindi tanto pi\u00f9 stringente sar\u00e0 la condizione di solvibilit\u00e0. Ossia, in altre parole, sar\u00e0 pi\u00f9 difficile onorare i debiti accumulati. Ci\u00f2 porter\u00e0 a un aumento delle insolvenze, delle bancarotte e dei fallimenti dei capitali relativamente pi\u00f9 fragili ed esposti, e quindi favorir\u00e0 la loro liquidazione e il loro assorbimento a colpi di fusioni e acquisizioni a opera dei capitali pi\u00f9 forti. \u00c8 questo, per l\u2019appunto, il moto della centralizzazione capitalistica: un fenomeno pervasi\u00advo e forse pi\u00f9 insidioso della \u201ctendenza dei ricchi sempre pi\u00f9 ricchi\u201d, perch\u00e9 a differenza di questa pu\u00f2 imporsi anche in base al controllo di un capitale di cui non si \u00e8 formalmente proprietari. I dati indicano che questo moto di centralizzazione dei capitali \u00e8 ancora frastagliato, con varianti nazionali e geopolitiche, ma che almeno in potenza non ha limiti n\u00e9 confini, ed \u00e8 per questo in grado di estendersi all\u2019intero pianeta. Dalla riproduzione del sistema, dunque, si pu\u00f2 trarre una duplice tendenza: il capitale non solo tende a crescere rispetto al reddito, come sostiene Piketty, ma tende anche, e soprattutto, a centralizzarsi in sempre meno mani. Come nell\u2019allegoria di Bruegel, i grandi mangiano i piccoli.<\/p>\n<p>I tratti essenziali della legge di riproduzione e tendenza sono stati espli\u00adcitati. Siamo dunque al cospetto di un grande meccanismo shakespeariano, funesto quanto inesorabile? O esistono controtendenze? Altrove abbiamo osservato che la centralizzazione pu\u00f2 suscitare una reazione. I capitali pi\u00f9 piccoli e pi\u00f9 fragili, a rischio di liquidazione e assorbimento, possono ten\u00adtare di organizzarsi per imporre al banchiere centrale e alle altre autorit\u00e0 di governo una linea politica orientata a mitigare le condizioni di solvibilit\u00e0 e a contrastare la dinamica della centralizzazione. Nasce cos\u00ec una lotta, tutta interna alla classe capitalista, tra aggressione dei grandi e resistenza dei pic\u00adcoli. Da questo scontro, in effetti, pu\u00f2 emergere una controtendenza con implicazioni di fase rilevanti, al limite di portata storica. Ma l\u2019evidenza di\u00adsponibile solleva dubbi sulla possibilit\u00e0 che una simile reazione sia in grado di sovvertire la tendenza centralizzante di fondo. Una teoria della politica economica in grado di spiegare il perch\u00e9 \u00e8 ancora di l\u00e0 da venire. Tuttavia c\u2019\u00e8 motivo di ritenere che proprio la crescita del capitale rispetto al reddito abbia qualcosa a che fare con la capacit\u00e0 della centralizzazione di soverchiare le sue controtendenze.<\/p>\n<p>La legge di riproduzione e tendenza fin qui descritta ha riflessi su varie controversie teoriche del passato. Per esempio, essa rigetta l\u2019erronea teoria della produttivit\u00e0 marginale decrescente del capitale, mentre non si oppone ma nemmeno necessita della tesi di caduta tendenziale del saggio di profitto. Pi\u00f9 in generale, in chiave epistemologica, la legge descritta obbliga a ci\u00admentarsi nella difficile costruzione di quella teoria materialista della politica economica che tuttora manca all\u2019appello nella storia della scienza. Non \u00e8 per\u00f2 questa la sede per approfondire ulteriormente le basi e le implicazioni della legge di riproduzione e tendenza del capitale. Quanto detto finora ci pare infatti sufficiente per sollevare l\u2019interrogativo che qui davvero preme: la tendenza del capitale a crescere rispetto al reddito e a centralizzarsi, costitu\u00adisce in quanto tale una prova di tendenza del sistema verso la \u201ccatastrofe\u201d? Sebbene molta indagine vi sia ancora da compiere in tema, ad avviso di chi scrive \u00e8 possibile dare una risposta preliminare affermativa, in un senso che trascende la mera analisi economica e investe la totalit\u00e0 sociale del modo di produzione. Il punto di fondo, in estrema sintesi, \u00e8 che la crescita del capitale in rapporto al reddito e la centralizzazione del suo controllo sono tendenze che in quanto tali annunciano una progressiva concentrazione di potere, economico e di conseguenza politico. Come gli stessi Blanchard e Piketty pur di sfuggita rilevano, una tale dinamica del capitale non sconvol\u00adge soltanto l\u2019assetto economico ma pu\u00f2 avere enormi ricadute sul quadro politico e istituzionale, e pi\u00f9 in generale sul sistema dei diritti. La centraliz\u00adzazione capitalistica, in altre parole, erode la democrazia e la libert\u00e0, anche intese nel mero significato liberale. Al limite, a date condizioni, la tendenza descritta pu\u00f2 arrivare a minare le basi stesse del liberalismo democratico. Se cos\u00ec andasse, verrebbe smentita la vecchia eppur tenace credenza kojeviana secondo cui il capitalismo liberaldemocratico mondializzato rappresente\u00adrebbe il meraviglioso equilibrio finale di tutta la storia umana.<\/p>\n<p>L\u2019ideologia dominante e la teoria economica che la supporta ci inducono a guardare il capitalismo con uno sguardo cristallizzato sulle sue origini glo\u00adriose, in cui una classe borghese in ascesa si incaricava di abbattere l\u2019<em>ancien regime\u00a0<\/em>dei privilegi aristocratici. In quel breve attimo della storia, la sconfitta del rentier feudale ad opera dell\u2019imprenditore capitalista segna realmente un progresso generale, non solo economico ma anche civile e politico. La conquista del potere da parte dei capitalisti \u00e8 oggettivamente un momento di sviluppo in senso liberale e democratico, per ragioni materiali piuttosto ovvie: il modo di produzione che i borghesi incarnano non solo accresce la ricchezza sociale pi\u00f9 rapidamente ma la ripartisce anche maggiormente all\u2019interno della societ\u00e0, per il semplice motivo che essi sono pi\u00f9 numerosi dei proprietari terrieri. \u00c8 per questo che il capitalismo delle origini risulta associato a una fase di maggiore partecipazione politica e di primordiale espansione dei diritti. Il movimento oggettivo che stiamo qui analizzando, per\u00f2, indica che quella fase originaria \u00e8 soverchiata dagli stessi sviluppi del capitale. Il regime contemporaneo di centralizzazione, per certi versi, so\u00admiglia sempre pi\u00f9 al vecchio feudalesimo che allo scintillante capitalismo rivoluzionario delle origini.<\/p>\n<p>Se dunque la legge di tendenza verso la centralizzazione dei capitali tro\u00adver\u00e0 ulteriore conforto in analisi future, una delle implicazioni principali \u00e8 che da essa potrebbero derivare anche le basi per una previsione di sbocco, come talvolta \u00e8 stato definito, di \u00abneoliberismo autoritario\u00bb (cfr. tra gli altri, Bruff 2014). La fisionomia di una catastrofe inizia a delinearsi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Tendenza, reazione, conflitto<\/em><\/p>\n<p>Nell\u2019accezione originaria, \u201crivoluzione\u201d richiama il \u201cvoltare\u201d, il \u201crivolgere indietro\u201d. In effetti sembra uno sguardo all\u2019indietro quello che deve avere indotto Blanchard, con Larry Summers, a invocare una \u201crivoluzione\u201d della politica economica per scongiurare future catastrofi. Per rivoluzione, infatti, i due intendono non molto pi\u00f9 che un recupero del vecchio lascito keyne\u00adsiano: politiche monetarie e fiscali ancor pi\u00f9 espansive, se necessario con\u00adtrolli sui capitali e altre forme di repressione della finanza, cui si potrebbero anche aggiungere estensioni del welfare sotto forma di reddito di esistenza (che al di l\u00e0 delle retoriche non \u00e8 mai stato molto pi\u00f9 che una declinazione liberaldemocratica del keynesismo).<\/p>\n<p>Beninteso, la novit\u00e0 non \u00e8 di poco conto. Per quanto Joan Robinson non avrebbe esitato a considerarlo \u201cbastardo\u201d, un keynesismo cos\u00ec accorato ai vertici del pensiero\u00a0<em>mainstream\u00a0<\/em>non si vedeva da decenni. Tuttavia, da qui a considerarlo praticabile ce ne corre. Altrove abbiamo sostenuto che una tale evocazione di Keynes, per quanto influente, potrebbe risultare vana. Sebbene la storiografia metta in luce solo di rado questo aspetto, bisogne\u00adrebbe ricordare che la sintesi keynesiana \u00e8 stata un oggetto politico, prima che teorico. E in quanto oggetto di tal fattura venne forgiato nelle asprezze di un gigantesco conflitto epocale, tra capitalismo e socialismo sovietico. Questo fatto dialettico, mi sembra, vale in generale: oggi come allora, una sintesi keynesiana potrebbe nascere solamente sotto il pungolo del pericolo socialista. Si avverte oggi quel pungolo? Esiste uno scontro di sistema para\u00adgonabile a quello degli anni trenta del secolo scorso? Per quanto qui non si condivida del tutto la tesi di Ronald Coase \u2013 secondo cui la Cina sarebbe ormai un\u2019economia capitalistica a tutti gli effetti (Coase e Wang 2014) \u2013 oc\u00adcorre riconoscere che per adesso di quel grande conflitto di sistema non vi \u00e8 traccia nel mondo. Come possa quindi attivarsi la dialettica necessaria al concepimento di una nuova \u201crivoluzione\u201d keynesiana, resta per il momento un mistero.<\/p>\n<p>A ben guardare, per\u00f2, la politica keynesiana potrebbe anche materializ\u00adzarsi in senso diverso:\u00a0<em>non rivoluzionario ma reazionario<\/em>. \u00c8 il caso in cui venga messa al servizio esclusivo dei capitali pi\u00f9 deboli e fragili, al solo fine di allontanare il pericolo di una loro liquidazione e rallentare cos\u00ec la centra\u00adlizzazione nelle mani dei capitali pi\u00f9 forti. Questa possibilit\u00e0 esiste. Contra\u00adriamente a quanto sostenuto da Blanchard e Summers, e in generale dalla tradizione neoclassica, la \u201cdisuguaglianza fondamentale\u201d fra il tasso di ren\u00addimento del capitale e il tasso di crescita del reddito non \u00e8 la risultante di un equilibrio \u201cnaturale\u201d ma \u00e8 piuttosto l\u2019esito di decisioni macroeconomiche. In questo senso, una eventuale politica keynesiana interviene proprio su una componente cruciale della disuguaglianza fondamentale, quella che attiene alla differenza tra il tasso d\u2019interesse medio sui prestiti e il tasso di crescita del reddito. \u00c8 la condizione di solvibilit\u00e0, in cui, abbiamo detto, opera an\u00adche la\u00a0<em>solvency rule\u00a0<\/em>del banchiere centrale. Manovrando allo scopo di tenere stabilmente il tasso d\u2019interesse sotto il tasso di crescita, il\u00a0<em>policymaker\u00a0<\/em>keyne\u00adsiano rende meno stringenti le condizioni di solvibilit\u00e0 del sistema, riduce le bancarotte e i fallimenti e pone cos\u00ec un freno alle liquidazioni e acquisizioni<em>\u00a0people\u00a0<\/em>\u2013 che del resto gi\u00e0 presentava il limite tipicamente populista della neutralit\u00e0 degli effetti distributivi nel senso di Patinkin.<\/p>\n<p>Per le ragioni accennate prima, sembra difficile che questa linea di indiriz\u00adzo possa soverchiare indefinitamente il meccanismo di centralizzazione del capitale. Ci\u00f2 non toglie, per\u00f2, che la \u201creazione keynesiana\u201d pu\u00f2 scatenare contraccolpi alla centralizzazione marxiana. In generale tenui, cio\u00e8 tali da rallentarla in virt\u00f9 di un compromesso tra le diverse fazioni del capitale. Oppure al limite cos\u00ec violenti e pervasivi da trasformare la contesa econo\u00admica tra capitali in conflitto politico tra nazioni. Questo salto di livello pu\u00f2 avvenire, ancora una volta, per ragioni materiali: da un lato capitali media\u00admente solvibili, pi\u00f9 grandi e sempre pi\u00f9 ramificati a livello internazionale, dall\u2019altro capitali pi\u00f9 piccoli e in affanno che operano invece maggiormente entro i confini della nazione e per questo tendono a identificarsi pi\u00f9 facil\u00admente in essa, magari riesumando una politica revanscista, potenzialmente xenofoba, al limite fascistoide, ma sempre a suo modo liberista. In questo rinculo keynesiano, allora, la reazione pu\u00f2 farsi nazione, o quantomeno pu\u00f2 chiudere la tendenza alla centralizzazione del capitale entro gabbie geopo\u00adlitiche. Ossia \u2013 in un senso nuovo rispetto alle vecchie controversie \u2013 pos\u00adsiamo dire che\u00a0<em>nello scontro tutto interno alla classe capitalista, Keynes pu\u00f2 muovere contro Marx<\/em>. Una contrapposizione che all\u2019estremo pu\u00f2 sfociare in guerra, con ripercussioni prevedibili, ancora una volta, sulle istituzioni liberaldemocratiche. L\u2019altra faccia della catastrofe viene allo scoperto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Ecologia, tecnologia, distopia<\/em><\/p>\n<p>Il fatto che nell\u2019attuale fase storica la lotta politica resti confinata nel re\u00adcinto della classe dominante ha anche altre implicazioni. Una delle pi\u00f9 rile\u00advanti \u00e8 che ogni disputa viene plasmata dagli apparati ideologici secondo i codici di quell\u2019unica lotta politica.<\/p>\n<p>Il caso del cambiamento climatico \u00e8 esemplare, in questo senso. Il premio Nobel William Nordhaus ha sostenuto che i costi della riconversione eco\u00adlogica dell\u2019economia andrebbero sostenuti in misura maggiore dalle future generazioni, visto che grazie alla crescita economica queste risulteranno pi\u00f9 ricche delle generazioni attuali. I movimenti ambientalisti hanno contestato questa conclusione, sostenendo che sono le generazioni presenti che dovreb\u00adbero farsi carico di evitare danni irreparabili a quelle future. Esaminiamo la controversia dal punto di vista della legge di riproduzione e tendenza del ca\u00adpitale. A differenza dei modelli neoclassici utilizzati da Nordhaus, lo schema alternativo riconosce il carattere indeterminato sia della crescita economica futura che dei potenziali danni provocati da una crisi ecologica. Sotto que\u00adsto aspetto, dunque, esso prova che gli ambientalisti hanno ragione: occorre adottare un principio precauzionale che porti la generazione presente ad assumere qui e ora i costi di una transizione ecologica dell\u2019economia. La legge di riproduzione e tendenza, per\u00f2, mette in luce anche un altro aspet\u00adto: n\u00e9 l\u2019uno n\u00e9 gli altri attori di questa disputa accennano alla divisione in classi insita nel rapporto sociale di produzione. Come accade anche per altre tenzoni, sul debito pubblico come sul sistema previdenziale, ci si concen\u00adtra esclusivamente su un generico conflitto generazionale. La lotta di classe sembra del tutto estranea al discorso ecologista. Eppure non ci vuol molto a capire che il conflitto sul clima \u00e8 inestricabilmente legato al conflitto tra le classi sociali. A questo riguardo, lo schema di riproduzione e tendenza mostra che le crisi ecologiche impattano sui prezzi relativi del sistema in un modo che pressoch\u00e9 inesorabilmente, al giorno d\u2019oggi, colpisce in misura preponderante le classi subalterne. Ma soprattutto, quello schema mette in luce che gli effetti prevalenti del cambiamento climatico non vengono catturati dai prezzi capitalistici: si tratta cio\u00e8 di quella che gli economisti de\u00adfinirebbero una \u201cesternalit\u00e0\u201d generale, un fenomeno che si pone al di l\u00e0 delle capacit\u00e0 di calcolo razionale del modo di produzione capitalistico. Il mono\u00adpolio capitalistico della politica impedisce di visualizzare questi problemi. Con il risultato che oggi, come \u00e8 stato detto, si riesce a concepire persino la fine della vita sulla terra ma non la fine del capitalismo. Utopico o distopico che sia, anche l\u2019immaginario \u00e8 storicamente determinato.<\/p>\n<p>Un\u2019altra grande implicazione del monopolio capitalistico della lotta po\u00adlitica \u00e8 che lo sviluppo della scienza e della tecnica assume una connotazio\u00adne sociale univoca. A tale riguardo, \u00e8 bene sottolineare che l\u2019innovazione tecnico-scientifica non \u00e8 mai una variabile esogena del sistema. Il processo innovativo non cade affatto dal cielo ma \u00e8 parte in causa del meccanismo sociale. Forse pi\u00f9 di ogni altro ingranaggio della riproduzione sociale, l\u2019atto innovativo esprime sempre lo stato delle forze produttive e dei rapporti di forza nella societ\u00e0. L\u2019organizzazione della produzione tecnico-scientifica \u00e8 infatti in primo luogo organizzazione del potere economico della scienza. Intorno a questo potere montano le lotte politiche pi\u00f9 feroci, ma se tali lotte vedono in azione i soli agenti capitalistici, \u00e8 inevitabile che la produzione tecnico-scientifica in generale, e la produzione dell\u2019innovazione in parti\u00adcolare, vengano messe al servizio esclusivo della riproduzione del capitale e dei suoi rendimenti. Si spiega cos\u00ec l\u2019opera incessante di privatizzazione della conoscenza tecnico-scientifica, a mezzo di brevetti, diritti di propriet\u00e0 intellettuale, contratti di segretezza. Un\u2019opera che non si \u00e8 fermata nem\u00admeno dinanzi a una minaccia generale di morte, come il coronavirus. Gli scienziati chiedono di accantonare questa logica privatistica per mettere in comune le conoscenze, condividerle a livello internazionale e coordinare i gruppi di ricerca per accelerare la ricerca sul covid-19. Ma nello stato attuale dei rapporti sociali di produzione, un\u00a0<em>comunismo scientifico nella lotta contro il virus\u00a0<\/em>(Brancaccio e Pagano 2020) rischia di essere nient\u2019altro che una voce razionale nel deserto. Nella sua titanica impresa, dunque, Prometeo non \u00e8 affatto un eroe soli\u00adtario, ma piuttosto va inteso come un pezzo dell\u2019ingranaggio, ovvero come un operaio della scienza. E assieme a tutti gli altri operai, anch\u2019egli \u00e8 in ul\u00adtima istanza messo al servizio della riproduzione capitalistica e dei rapporti a essa sottesi. In ci\u00f2 risiede anche il motivo, tra l\u2019altro, per cui dalla legge di riproduzione e tendenza del capitale scaturisce un movimento che nessuna traiettoria dello sviluppo tecnologico, in quanto tale, \u00e8 in grado di sovverti\u00adre. Anzi, a date condizioni, i cambiamenti tecnici potrebbero persino accre\u00adscere il tasso di variazione delle tendenze del capitale, come in una sorta di\u00a0<em>distopia accelerazionista<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Speculazione e libert\u00e0 del capitale<\/em><\/p>\n<p>Dal punto di vista storico, le tendenze fin qui descritte hanno dominato lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, con una rilevante eccezio\u00adne rappresentata dal cosiddetto \u00absecolo breve\u00bb. Esse infatti incontrano un freno nella Prima guerra mondiale e nella concomitante ascesa del bolscevi\u00adsmo, e tornano poi in auge con l\u2019inizio della crisi sovietica e l\u2019ascesa di quel\u00adla fase politica talvolta definita \u00abcontrorivoluzione neoliberista\u00bb. Questa \u00e8 l\u2019epoca in cui si riafferma il primato di una forma specifica di libert\u00e0: quella dei proprietari del capitale di muovere le ricchezze e di speculare sui mercati senza pi\u00f9 ostacoli di legge. L\u2019apparato ideologico che accompagn\u00f2 quella svolta si basa su un\u2019idea in fondo semplice: l\u2019efficienza del libero mercato, in particolare del mercato finanziario, porta pace e prosperit\u00e0. \u00c8 la visione tuttora prevalente, che per\u00f2 non trova il conforto dei fatti. In realt\u00e0, quan\u00addo le forze che operano sul mercato vengono lasciate libere di espandersi, il sistema risulta continuamente soggetto al movimento speculativo: vale a dire all\u2019istinto, degli agenti del capitale, di guadagnare dalle mere differenze di prezzo tra acquisto e vendita delle merci, dei titoli che le incarnano, delle tecniche, persino dei cambiamenti climatici. Insomma, di qualsiasi oggetto di transazione.<\/p>\n<p>Come \u00e8 ormai noto anche a Shiller e ad altri esponenti della dottrina economica prevalente, l\u2019impulso speculativo non \u00e8 affatto un sintomo di efficienza del sistema. Al contrario, esso contribuisce in modo decisivo all\u2019al\u00adternarsi di euforia e depressione, al sottoutilizzo sistematico dei mezzi di produzione, alla selezione avversa dei processi tecnico-scientifici, e in ge\u00adnerale a quel fenomeno caotico che va sotto il nome di \u201cdisorganizzazione dei mercati\u201d. Una disorganizzazione che si manifesta, tra l\u2019altro, nella se\u00adtacciatura del futuro: conta solo ci\u00f2 che contribuisce all\u2019accumulo privato di capitale, mentre viene quasi del tutto scartato ci\u00f2 che riguarda l\u2019avvenire collettivo, come ad esempio la prevenzione dei disastri sistemici.<\/p>\n<p>Come Marx ben sapeva, l\u2019impulso speculativo non \u00e8 un retaggio della vecchia economia antecedente all\u2019accumulazione primitiva, ma \u00e8 una caratteristica intrinseca del capitalismo sviluppato. Si pu\u00f2 dimostrare, in questo senso, che il moto della speculazione \u00e8 addirittura alla base della legge di ri\u00adproduzione e tendenza (Brancaccio e Buonaguidi 2019; Algieri, Brancaccio, Buonaguidi 2020). Questa evidenza ha un\u2019implicazione importante, per il nostro discorso. Se la libert\u00e0 del capitale mobilita la speculazione, e se la speculazione \u00e8 alla base del meccanismo che alimenta la crescita del capitale rispetto al reddito e la centralizzazione del suo controllo, allora possiamo arrivare ad affermare che la libert\u00e0 del capitale non \u00e8 solo un propagatore di inefficienza sistemica ma costituisce essa stessa una minaccia potenziale per la democrazia liberale. Potremmo dire che\u00a0<em>la libert\u00e0 finanziaria degli agenti del capitale tende a soffocare le altre libert\u00e0<\/em>, gli altri diritti. Esperimenti di fascismo liberista in effetti non sono mancati nella storia. Per le ragioni suddette c\u2019\u00e8 motivo di ritenere che in prospettiva possano propagarsi. C\u2019\u00e8 un\u2019amara ironia, in questo grande inviluppo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Polarizzazione e uniformizzazione<\/em><\/p>\n<p>Al pari del modello di von Neumann, delle equazioni dei prezzi di Sraffa o delle tavole input-output di Leontief, la legge di riproduzione e tendenza fin qui descritta \u00e8 un mero schema, confinato nella struttura economica del sistema. Diversamente dai suoi predecessori, per\u00f2, questo inedito sche\u00adletro logico coltiva anche la pretesa di dire qualcosa sui movimenti della sovrastruttura politica. Pretesa immane solo in apparenza, se si ammette che nemmeno un passo nel \u201ccontinente storia\u201d pu\u00f2 ragionevolmente compiersi se si rinuncia a coltivarla. Riassumiamo allora la tesi in questione, semplice e netta. La tendenza alla crescita del capitale rispetto al reddito e alla centra\u00adlizzazione del suo controllo in sempre meno mani, non sembra compatibile con il mantenimento futuro della democrazia, della libert\u00e0, al limite della pace, almeno cos\u00ec come oggi le intendiamo. Il moto profondo del sistema costituisce in s\u00e9 una minaccia per la sopravvivenza delle istituzioni su cui reggono le democrazie liberali contemporanee. E nella misura in cui la lot\u00adta politica sia pressoch\u00e9 tutta interna alla classe capitalista, quel moto non sembra ammettere esiti alternativi: se cio\u00e8 tutto si riduce al gioco di fazioni interno al capitale, allora lo schema tratteggiato \u00e8\u00a0<em>self-contained<\/em>. Una vecchia ma non desueta eresia trova cos\u00ec ulteriore sostegno: la libera razionalit\u00e0 indi\u00adviduale dei singoli agenti del capitale guida cecamente verso una catastrofica e illiberale irrazionalit\u00e0 di sistema. Con mezzi di analisi un po\u2019 pi\u00f9 generali rispetto ai consueti equilibri non cooperativi di Nash,\u00a0<em>una nuova vendetta si consuma contro la \u00abmano invisibile\u00bb\u00a0<\/em>di Adam Smith.<\/p>\n<p>La biforcazione blanchardiana, da cui siamo partiti, sembra quindi tro\u00advare una conferma e una smentita: c\u2019\u00e8 un meccanismo interno al modo di produzione che effettivamente muove verso la \u201ccatastrofe\u201d, ma questo stesso meccanismo tende a piegare un\u2019eventuale svolta keynesiana in senso reazionario piuttosto che \u201crivoluzionario\u201d. Il suono dell\u2019inevitabilit\u00e0 sembra riecheggiare persistente, in questa minacciosa conclusione. Ma qui non si vuol celebrare nessuna filosofia negativa della storia. N\u00e9 al contempo si vuol cadere nell\u2019idiotismo di chi immagini una totalit\u00e0 \u201caleatoria\u201d in cui tutto sia improvvisamente possibile, magari solo in virt\u00f9 di un agire incosciente e speranzoso. Il vincolo epistemologico su cui si vuole qui insistere, \u00e8 che in ultima istanza tutto deve scaturire dallo schema: come la linea verso la catastrofe \u00e8 una risultante della legge di riproduzione e tendenza, cos\u00ec do\u00advrebbero esserlo anche i suoi eventuali sovvertimenti.<\/p>\n<p>Uno spunto, in questo senso, viene dalla constatazione che tutte le pre\u00advisioni che si sono finora irradiate dall\u2019analisi assumono un dato: che ogni lotta si sviluppi dentro la classe egemone, tra i soli agenti del capitale. Si assume cio\u00e8 che la classe lavoratrice, la classe subalterna, resti silente sul pia\u00adno politico, e quindi ridotta a variabile residuale nello schema economico. Tale residualit\u00e0 dei subalterni, tra l\u2019altro, accresce le possibilit\u00e0 di risoluzione pacifica delle contese tra grandi e piccoli capitali, magari sotto la bandiera di una centralizzazione che rallenta ma non si arresta. Ora, sebbene questo sia un preciso tratteggio dell\u2019attuale fase storica, dobbiamo per forza ritenerlo valido anche per il futuro? A questo cruciale interrogativo la legge di ripro\u00adduzione e tendenza pu\u00f2 fornire tracce essenziali per una risposta. Il punto \u00e8 che il movimento verso la crescita del capitale rispetto al reddito e verso la sua centralizzazione in sempre meno mani, \u00e8 in quanto tale distruttivo per i gruppi sociali intermedi: piccoli capitalisti, ceti medi pi\u00f9 o meno riflessivi, borghesia minore, esponenti delle professioni, quadri privati e pubblici, pa\u00addroncini e rentiers marginali, questo aggregato di corpi centrali \u00e8 destinato a erodersi: sospinti in piccola parte verso l\u2019estremo superiore della scala socia\u00adle, mentre la restante gran parte viene man mano scaraventata verso il basso, i componenti di questo mondo di mezzo finiscono per ingrossare le file degli strati subalterni. Al pari della centralizzazione che lo induce, questo moto potr\u00e0 arrestarsi e anche indietreggiare in certi momenti, ma sul piano della logica \u00e8 destinato a imporsi. I dati storici, ancora una volta, vanno in questa direzione. Con buona pace di Bernstein e dei suoi epigoni, la legge di riproduzione e tendenza alla centralizzazione del capitale \u00e8 anche\u00a0<em>legge di polarizzazione\u00a0<\/em>delle classi.<\/p>\n<p>Infine, la polarizzazione sembra assumere anche i tratti di una tendenziale\u00a0<em>uniformizzazione\u00a0<\/em>delle condizioni della classe subalterna. \u00c8 una dinamica che avvicina le condizioni di vita e di lavoro a livello internazionale, ge\u00adneralmente dando luogo a una loro convergenza verso il basso (Brancac\u00adcio, De Cristofaro, Filomena 2019). Ma uniformizzazione, a ben vedere, significa molto di pi\u00f9. Il punto da comprendere \u00e8 che la centralizzazione capitalistica, inesorabilmente, tanto tende a concentrare il potere di sfrutta\u00admento in poche mani quanto tende a livellare le differenze tra gli sfruttati. Che si tratti di nativi o di immigrati, di donne, uomini o transgender, man mano che si sviluppa il capitale tratter\u00e0 questi soggetti in modo sempre pi\u00f9 indifferenziato, come pura forza lavoro universale. Questo processo di universalizzazione del lavoro mette in crisi le vecchie istituzioni, disintegra gli antichi legami di famiglia basati sulla soggezione della donna all\u2019uomo e allenta i confini nazionali che dividevano la forza lavoro interna da quella esterna. \u00c8 un movimento che per forza di cose abbatte gli antichi equilibri sociali basati sulle discriminazioni di genere e di razza, e che mette pure in crisi le istituzioni familiari e le convenzioni sociali che soprintendono ai le\u00adgami affettivi e sessuali: che la forza lavoro sia\u00a0<em>etero\u00a0<\/em>oppure\u00a0<em>lgbtqiapk<\/em>, per in\u00adtenderci, non fa la minima differenza per il capitale. Ma quello stesso movi\u00admento, al tempo stesso, risulta guidato da una pura logica di acquisizione di forza lavoro indifferenziata ai fini della intensificazione dello sfruttamento. Pertanto, quali che siano il genere, l\u2019orientamento sessuale, la provenienza, l\u2019etnia, col tempo il capitale ci rende tutti uguali, e questo \u00e8 il suo aspetto progressivo e universalistico. Ma ci rende uguali nello sfruttamento, e que\u00adsto \u00e8 il suo aspetto retrivo e divisivo. Anche l\u2019uniformizzazione di classe \u00e8 movimento contraddittorio, come ogni altra cosa del capitale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Nuovo capitale umano<\/em><\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un ultimo movimento, che la legge di riproduzione e tendenza mette in atto e del quale Marx e alcuni suoi epigoni ben conoscevano l\u2019importan\u00adza. \u00c8 il fatto che la legge del capitale implica un progressivo assorbimento di nuova forza lavoro nel processo di accumulazione. Man mano che il capitale si accumula e si centralizza, ulteriore forza lavoro viene prelevata e aggan\u00adciata alla macchina capitalistica globale. Gambe, braccia e sinapsi di classe, operanti nei pi\u00f9 sperduti angoli del mondo, da quel momento e tramite lunghissimi fili vengono guidate da consigli direttivi situati nei nuclei pi\u00f9 centrali e ramificati del sistema, e il tutto avviene sotto il dominio di una legge di movimento impersonale.<\/p>\n<p>Con questo ingresso nel sistema, la forza lavoro muta in ingranaggio, pez\u00adzo indistinguibile della macchina, operaiato. Questo accade, si badi bene, nel lavoro semplice come in quello pi\u00f9 sofisticato, e di riflesso dall\u2019azione produttiva in senso stretto si spande poi ovunque: nel consumo come nelle relazioni sociali e personali, nell\u2019atto ludico e nel pensiero sparso, nel dolore come nell\u2019appagamento di un desiderio. Lo \u201cstare attaccati alla macchina\u201d, in questo senso, \u00e8 un\u2019espressione che si generalizza e si fa metafora del mon\u00addo: non pi\u00f9 banalmente soltanto l\u2019operaio industriale o il malato in terapia intensiva, ma chiunque in qualsiasi luogo e momento, in fabbrica come in camera da letto, che si trovi impegnato in pensieri, parole, opere, omissioni e sensazioni, sono tutti costantemente \u201cattaccati alla macchina\u201d. Cos\u00ec, dalla produttivit\u00e0, alla sessualit\u00e0, all\u2019affettivit\u00e0, tutto della vita diventa tecnico. I teorici della biopolitica hanno vagamente intuito qualcosa, di questo de\u00adstino di colonizzazione capitalistica delle esistenze. Ma la loro miope epistemologia ha impedito di trarne le implicazioni di fondo. Perch\u00e9 il punto essenziale, qui, \u00e8 che la tesi marxiana secondo cui la storia umana non \u00e8 altro che una continua trasformazione della natura umana, va intesa nel senso che la legge di riproduzione e tendenza del capitale \u00e8 anche legge di riproduzione e tendenza di\u00a0<em>un nuovo tipo umano capitalistico. Anzi, dicia\u00admo pure nuovo capitale umano<\/em>, un\u2019espressione che viene cos\u00ec liberata dalle aporetiche e infantili concettualizzazioni neoclassiche di Becker e dei suoi seguaci. Ben pi\u00f9 persistente e pervasiva delle edificazioni del virile uomo nuovo mussoliniano o dell\u2019altruista nuova umanit\u00e0 sovietica, \u00e8 dunque in atto una riproduzione tendenziale, continuamente modificata, di un nuovo tipo umano: un nuovo capitale umano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Quale rivoluzione<\/em><\/p>\n<p>Lo schema di analisi fin qui tratteggiato ha raggiunto il suo limite estre\u00admo di applicazione. Non \u00e8 un caso che ci\u00f2 sia avvenuto dinanzi all\u2019arti\u00adcolarsi dell\u2019umano dentro il termine \u201cclassi\u201d, dove anche i pi\u00f9 fecondi manoscritti, come \u00e8 noto, si interrompono. Restano tuttavia le ultime domande in sospeso, che non possono essere eluse. In breve: il fatto che la tendenza alla centralizzazione dei capitali implichi un movimento ogget\u00adtivo verso la polarizzazione e l\u2019uniformizzazione di classe e l\u2019accumulo di nuovo capitale umano, pu\u00f2 esser considerata una ragione sufficiente per prevedere uno sviluppo della lotta politica oltre il perimetro del gruppo sociale dominante? E questa dinamica, in quanto tale, pu\u00f2 rendere nuova\u00admente ammissibile il cenno blanchardiano a una \u201crivoluzione\u201d capace di scongiurare la \u201ccatastrofe\u201d?<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 qualcosa, in queste domande, che le rende particolarmente ostiche. Esse chiamano in causa un elemento che opera \u201cdall\u2019esterno\u201d, direbbe Le\u00adnin, ovvero al di l\u00e0 dello schema che descrive la legge di riproduzione e tendenza. Definirlo \u201csoggettivo\u201d darebbe luogo a una pletora di incom\u00adprensioni. Meglio il termine \u201cintelligenza collettiva\u201d: un oggetto materiale, neuroscientifico, di cui evidentemente bisogner\u00e0 delineare una genesi. Da questo punto in poi la selva del \u201ccontinente storia\u201d si fa ancor pi\u00f9 fitta, quasi imperscrutabile con i mezzi impiegati finora. Il canone accademico indur\u00adrebbe a fermare il discorso qui e ora, tra le mura scientifiche della legge di movimento. Ma proprio l\u2019incedere catastrofico di questa non lo consente. Restando fedeli al metodo, c\u2019\u00e8 ancora un passo che dobbiamo cercare di compiere verso l\u2019entroterra del nuovo mondo.<\/p>\n<p>Ricapitoliamo l\u2019intrico di filiazioni della legge di riproduzione e tendenza alla centralizzazione: speculazione e disorganizzazione dei mercati, distopia accelerazionista, polarizzazione e uniformizzazione di classe, formazione di nuovo capitale umano nel senso suddetto, e al contempo una libert\u00e0 del capitale che nel suo espandersi minaccia di catastrofe le altre libert\u00e0 e lo stesso liberalismo democratico. Il grande meccanismo \u00e8 cos\u00ec interamente dispiegato. Alcuni dei suoi ingranaggi appaiono indubbiamente ancora fra\u00adgili, essendo per adesso ricavati solo da una sorta di variante economica del \u00abparadigma indiziario\u00bb (Ginzburg 1979). Ma tutti sono comunque bene attaccati all\u2019albero motore della legge di riproduzione e tendenza, che al contrario pu\u00f2 vantare una precisa logica di movimento. Un movimento, come abbiamo visto, vocato a una totalit\u00e0 che non ammette esodo o ere\u00admitaggio, e soprattutto risulta pressoch\u00e9 insensibile alle correzioni di rotta. Sono infatti gli oggetti a esso estranei che a quanto pare vengono centripe\u00adtati, fagocitati, plasmati. Questo vale in particolare per gli oggetti politici. Nel grande meccanismo, la rivoluzione keynesiana si riduce a mera reazione piccolo borghese, e con essa le propaggini del reddito di esistenza o della moneta per il popolo. Ma anche un illuminato accelerazionismo tecnologi\u00adco (Williams e Srnicek 2013) muta in propulsore distopico, e cos\u00ec analogo destino subirebbe probabilmente ogni altro manifesto per un \u00abcapitalismo progressista\u00bb (Stiglitz 2020).<\/p>\n<p>Talmente pervasiva \u00e8 dunque la legge di movimento verso la \u201ccatastrofe\u201d, che l\u2019unica \u201crivoluzione\u201d in grado di scongiurarla sembra possibile solo in virt\u00f9 di un movimento eccezionale, una mossa inedita. Quale mossa pu\u00f2 mai servire in tal senso? Una metafora seducente, per certi versi affine, \u00e8 la pratica yawara del judo \u201cscientifico\u201d: adeguarsi alla forza avversa, quindi sfruttarla per piegarla in avanti, fino a ottenere il suo rovesciamento e il suo controllo. Gesto elegante, di indubbio fascino. Ma quale pu\u00f2 mai essere il suo corrispettivo nella dura prassi della politica? Ebbene, c\u2019\u00e8 motivo di supporre che questo pu\u00f2 risiedere solo in una paziente opera di costruzio\u00adne, in un lavoro di edificazione di una nuova intelligenza collettiva, per un nuovo scopo. L\u2019obiettivo principale di questo emergente comune\u00a0<em>intelligere\u00a0<\/em>dovrebbe infatti consistere nell\u2019esercitare le nuove leve a comprendere l\u2019ar\u00adcano della legge di movimento del capitale, e a scoprire che tra i suoi po\u00adtenti ingranaggi covano immani contraddizioni interne. Quale sia il nucleo di queste contraddizioni \u00e8 presto detto. Centralizzazione, polarizzazione e uniformizzazione di classe, riproduzione di nuovo capitale umano, hanno una doppia implicazione: da un lato ci avvicinano al catastrofico orizzonte concentrazionario e illiberale prima descritto, ma dall\u2019altro lato oggettiva\u00admente erodono le eterogeneit\u00e0 tra i subalterni, concretamente ridetermina\u00adno la loro universalit\u00e0, e proprio attraverso questa via aprono opportunit\u00e0 politiche inedite. Man mano cio\u00e8 che il capitale si ammassa nelle mani di un manipolo sempre pi\u00f9 ristretto di capitalisti, man mano che il loro potere si concentra e ci si avvicina alla catastrofe della liberaldemocrazia, diventa al contempo sempre pi\u00f9 difficile frastagliare gli interessi della classe subalter\u00adna, e risulta sempre pi\u00f9 oneroso l\u2019antico esercizio macedone del dividere per dominare. In una impersonale eterogenesi dei fini, mentre cresce la potenza del capitale centralizzato, monta al contempo la fragilit\u00e0 del suo monopolio politico. Pi\u00f9 vicina \u00e8 la catastrofe, pi\u00f9 vicina \u00e8 l\u2019occasione di una svolta. Duro \u00e8 l\u2019insegamento che si trae da questo nuovo\u00a0<em>intelligere\u00a0<\/em>collettivo, che per forza di cose \u00e8 tale solo se avanguardista, e dunque nemico di ogni possibile \u201ccodismo\u201d. Se si intende il mondo nei termini fin qui descritti, si arriva a capire che solo nelle trasformazioni sociali operate dal movimento oggettivo del capitale, un\u2019intelligenza collettiva pu\u00f2 trovare condizioni fa\u00advorevoli per il rovesciamento del rapporto di produzione. Diventa chiaro, allora, che l\u2019ammorbante, continuo vezzeggio del cosiddetto ceto medio \u00e8 inesorabilmente politica \u201ccodista\u201d verso i piccoli capitali e le loro rappresen\u00adtanze politiche. Una politica tanto diffusa quanto fallimentare, che porta ad assecondare ogni possibile \u201creazione\u201d piccolo borghese, con le sue ti\u00adpiche suggestioni bigotte, familiste, ultranazionaliste, intrise delle illusioni del populismo interclassista, e che conduce fuori dalle contraddizioni di fondo del sistema. I medi, insomma, sono passato che resiste. Solo nella consapevolezza di questa collocazione temporale, al limite, si potr\u00e0 interagi\u00adre politicamente con essi. Perch\u00e9 solo la polarizzazione, l\u2019uniformizzazione di classe e lo sviluppo di nuovo capitale umano creano condizioni concrete per il cambiamento.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 anche un opposto \u201ccodismo\u201d che va scongiurato, che consiste nell\u2019ancor pi\u00f9 diffusa tentazione di mettersi sulla scia dei grandi capita\u00adli e delle loro rappresentanze politiche. \u00c8 la politica passiva che scaturisce dall\u2019illusione secondinternazionalista, hilferdinghiana, che il movimento oggettivo del capitale porti in s\u00e9 al rovesciamento del rapporto sociale. Ma non \u00e8 affatto cos\u00ec. Per piegare le immani forze della legge di movimento oc\u00adcorre che l\u2019intelligere di classe si riunifichi, pensi e agisca intorno a una chia\u00adve, una parola d\u2019ordine, una bandiera per l\u2019egemonia. La stessa legge fin qui descritta porta in quanto tale a ritenere che questa chiave sia la\u00a0<em>modernit\u00e0 della pianificazione collettiva<\/em>. Tutta la creativit\u00e0 del collettivo, tutta la forza fisica e intellettuale della militanza, devono riunirsi intorno a questo con\u00adcetto straordinariamente fecondo. E tutte le iniziative devono quindi essere riconcepite nella cornice logica del piano. Anche le proposte pi\u00f9 generose e illuminate, come il controllo democratico della regola di solvibilit\u00e0 del ban\u00adchiere centrale, dell\u2019ingresso dello Stato negli assetti proprietari del capitale, dei movimenti di capitale e pi\u00f9 in generale della bilancia dei pagamenti e delle connesse relazioni internazionali in base a determinati \u201cstandard socia\u00adli\u201d \u2013 proposte che chi scrive ha sostenuto \u2013 non possono pi\u00f9 essere accolte acriticamente. Cos\u00ec come, simmetricamente, la lotta per il reddito non \u00e8 pi\u00f9 detto che si riduca a piccolo riformismo liberale. Tutte le iniziative, infatti, assumono carattere rivoluzionario oppure reazionario a seconda che siano o meno intese come tasselli del piano collettivo.<\/p>\n<p>Il piano, dunque. Ecco finalmente una leva forte, la pi\u00f9 forte mai con\u00adcepita nella storia delle lotte politiche, l\u2019unica potenzialmente in grado di piegare la legge di movimento del capitale prima che ci affossi nella catastro\u00adfe. Ma come si fa a definire \u201cmoderna\u201d una simile arma economica? Come si pu\u00f2 affrancarla dalla storiografia\u00a0<em>mainstream\u00a0<\/em>del Novecento? Come la si monda dalle lacrime e dal sangue del passato? Un modo intellettualmente terso esiste, e va praticato. Si tratta di cimentarsi in un esercizio di sintesi tra la pianificazione collettiva e un concetto solo in apparenza antagonistico: la libert\u00e0 individuale. L\u2019idea dell\u2019assoluta impraticabilit\u00e0 di una simile miscela \u00e8 la litania del nostro tempo, una costante della comunicazione politica, anche in assenza di una minaccia effettiva, come se lo spettro del piano agitasse continuamente il sonno dei comunicatori del capitale. Gli odierni apparati ideologici insistono infatti con l\u2019idea secondo cui pianificazione, in quanto sinonimo di stalinizzazione, sarebbe anche intrinseco fattore di\u00adstruttivo delle libert\u00e0 individuali, le quali di contro sarebbero tutelate solo nell\u2019organizzazione capitalistica della societ\u00e0. In realt\u00e0 le cose stanno di\u00adversamente. Noi, discutendo di fascismo liberista, abbiamo gi\u00e0 smentito l\u2019equazione capitalismo uguale diritti. Non solo le sanguinarie dittature ca\u00adpitaliste della storia passata, ma anche le prospettive future delineate dalla legge di movimento, indicano che nei fatti la libert\u00e0 del capitale costituisce una potenziale minaccia per tutte le altre libert\u00e0 e per lo stesso liberalismo democratico. Inoltre, a ben guardare, anche l\u2019idea del piano come sinonimo di oppressione autoritaria \u00e8 in quanto tale fallace. Basti ricordare un fatto ovvio: la storia della pianificazione va molto al di l\u00e0 del naufragio sovietico e lambisce persino un tempio del libero mercato come gli Stati Uniti (Leon\u00adtief 1974). La verit\u00e0 \u00e8 che la logica profonda del rapporto tra piano e libert\u00e0 \u00e8 ancora tutta da esplorare.<\/p>\n<p>Non possiamo percorrere il lungo filo della riflessione di Marx e dei suoi continuatori su questi temi e in generale sulla \u201clibert\u00e0 comunista\u201d. Qui preme solo ricordare un punto fondamentale. Nella riflessione marxiana il controllo collettivo della totalit\u00e0 delle forze produttive \u00e8 condizione per lo sviluppo della totalit\u00e0 delle capacit\u00e0 individuali. La libera espressione dell\u2019individualit\u00e0 si manifesta, in altre parole, solo nella repressione della libert\u00e0 finanziaria del capitale e nel comunismo pianificatore della tecnica. Vale la pena di aggiungere che questa libera espressione della totalit\u00e0 di ca\u00adpacit\u00e0 individuali attiene alla totalit\u00e0 delle azioni, delle percezioni sensoriali, dell\u2019immaginazione e della creativit\u00e0 in ogni attivit\u00e0 umana: dunque non richiama solo la potenza produttiva del lavoro o l\u2019illimitatezza delle possibi\u00adlit\u00e0 di consumo, ma coinvolge anche lo sviluppo dell\u2019esercizio pedagogico, del gioco, della cura, della sessualit\u00e0, degli affetti, di quella che con Engels e Kollontaj si potrebbe definire la produzione sociale dell\u2019amore. Antici\u00adpando i pi\u00f9 recenti sviluppi delle neuroscienze sociali, Marx scrive che i cinque sensi e la sensibilit\u00e0 umana in generale sono vincolate dal rapporto proprietario privato, e possono trovare condizioni di espansione nel suo su\u00adperamento. Ossia, nel momento in cui il capitale centralizzato si socializza in un piano collettivo, cambia anche il rapporto tra storia e natura umana. Viene infatti raggiunto il limite estremo della legge di riproduzione del tipo umano capitalistico, e si creano quindi le condizioni per la produzione so\u00adciale di una nuova umanit\u00e0, in grado di fare dello sviluppo della materialit\u00e0 corporea e psichica un esercizio ludico complesso, raffinatissimo, liberato. Il Keynes di Bloomsbury l\u2019aveva intuito, arrivando a dare un cenno di fiducia all\u2019esperimento sovietico dei primordi, ancora non stalinizzato, inteso per l\u2019appunto come laboratorio per una nuova forza motrice dell\u2019azione umana (Keynes 1925). Al contrario, Freud ebbe troppa fretta di ridurre erronea\u00admente quello stesso esperimento a una mera celebrazione delle ingenuit\u00e0 antropologiche dell\u2019<em>Emilio\u00a0<\/em>rousseauiano (Freud 1930). Gli stessi freud-mar\u00adxisti sembrano non aver colto tutte le implicazioni potenziali della pianifi\u00adcazione ai fini della liberazione. Nell\u2019indagine sulla nuova umanit\u00e0 liberata dal piano c\u2019\u00e8 dunque un oggetto scabroso \u2013 queer, oseremmo dire \u2013 che \u00e8 ancora tutto da esplorare. Se non cominceranno presto questa indagine, gli stessi movimenti di emancipazione civile contro il razzismo e le discrimina\u00adzioni sessuali saranno travolti dalla crisi del liberalismo democratico, che al momento costituisce il loro unico, angusto orizzonte ideologico.<\/p>\n<p><em>Piano \u00e8 libert\u00e0<\/em>, dunque, in un senso costruttivo che va ben oltre le sempli\u00adficazioni del liberalismo sul carattere negativo o positivo delle libert\u00e0. Lo si chiami\u00a0<em>libercomunismo<\/em>, in senso non liberale ma addirittura libertino, o gli si trovi pure un nome meno capace di \u00e9pater le bourgeois, fa lo stesso. Quel che conta \u00e8 indicare la via per l\u2019unica rivoluzione capace, in prospettiva, di scongiurare la catastrofe.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Virus capitale<\/em><\/p>\n<p>Nel momento in cui scriviamo, il mondo affronta con strumenti poco pi\u00f9 che medievali un virus che in una manciata di mesi ha fatto un milione di morti nel mondo, ha inibito la relazionalit\u00e0 umana pi\u00f9 di quanto abbia fatto negli anni la piaga dell\u2019aids, e ha provocato il pi\u00f9 repentino tracollo economico nella storia del capitalismo. La pandemia ha fatto precipitare il gi\u00e0 fragile quadro economico mondiale in un abisso la cui profondit\u00e0 surclassa la crisi di un decennio fa e pu\u00f2 andare persino oltre la grande depressione del secolo scorso. Nel mezzo di una tale voragine la risposta sanitaria ed economica \u00e8 stata poco pi\u00f9 che ordinaria, tra un improvvisato keynesismo dei sussidi e una ricerca contro il virus irrigidita dai diritti di propriet\u00e0 intellettuale e dall\u2019assenza di accordi di cooperazione scientifica globale. L\u2019invocazione razionale per un \u00abcomunismo scientifico nella lotta al virus\u00bb, abbiamo detto, cade inesorabilmente nel vuoto. Cos\u00ec, tra incertezza sanitaria e ignavia politica, il ritorno al pur modesto sentiero di sviluppo ante-covid appare ormai un miraggio. Le previsioni degli esordi, di una crisi a \u201cforma di v\u201d caratterizzata da un rapido declino e un altrettanto veloce recupero, sono solo uno sbiadito, imbarazzante ricordo.<\/p>\n<p>Questa \u201ccrisi totalitaria\u201d, che interviene a tutti i livelli del sistema, \u00e8 de\u00adstinata a imprimere una spaventosa accelerazione alla legge di riproduzione e tendenza fin qui descritta. Le cause risiedono nel crollo della domanda effettiva con una paralisi particolarmente accentuata degli investimenti pri\u00advati; nel calo di produttivit\u00e0, anche per gli effetti delle regole di distanzia\u00admento sociale sui processi di produzione e distribuzione; e in una generale \u201cdisorganizzazione dei mercati\u201d, che destabilizza le catene internazionali del valore, crea al contempo sprechi produttivi e problemi di approvvigiona\u00admento, e per questa via alimenta il fuoco della speculazione. La solvibilit\u00e0 del sistema, che \u00e8 alla base delle condizioni di riproduzione, si fa inarrivabile per i capitali pi\u00f9 deboli e favorisce cos\u00ec la tendenza alla centralizzazione nelle mani dei capitali pi\u00f9 forti. L\u2019orizzonte catastrofico \u00e8 pi\u00f9 vicino. Un\u2019intelli\u00adgenza collettiva rivoluzionaria \u00e8 tutta da costruire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Bibliografia<\/p>\n<p>B. Algieri, E. Brancaccio, D. Buonaguidi,\u00a0<em>Stock market volatility, specula\u00adtion and unenmployment: a Granger-causality analysis<\/em>, \u00abPSL Quarterly Re\u00adview\u00bb, 2020, Vol. 73, n. 293, pp. 137-160.<\/p>\n<p>L. Althusser,\u00a0<em>Lenin e la filosofia<\/em>, Milano, Jaca Book, 1974 (orig. 1969).<\/p>\n<p>O. Blanchard, E. Brancaccio,\u00a0<em>Crisis and Revolution\u00a0<\/em>in\u00a0<em>Economic Theory and Policy: a Debate<\/em>, \u00abReview of Political Economy\u00bb, 2019, Vol. 31 (2), pp. 271-287.<\/p>\n<p>O. Blanchard, L. Summers,\u00a0<em>Ripensare le politiche macroeconomiche: evo\u00adluzione o rivoluzione?<\/em>, in E. Brancaccio, F. De Cristofaro (a cura di),\u00a0<em>Crisi e rivoluzioni della teoria e della politica economica: un simposio<\/em>, \u00abMoneta e Credito\u00bb, 2019,Vol. 72, n. 287, numero speciale.<\/p>\n<p>E. Brancaccio,\u00a0<em>On the Impossibility of Reducing the Surplus Approach to a Neo-Classical Special Case. A criticism of Hahn in a Solowian context<\/em>, \u00abReview of Political Economy\u00bb, 2010a, Vol. 22, Issue 3, pp. 405-418.<\/p>\n<p>E. Brancaccio,\u00a0<em>Una teoria monetaria della riproduzione sociale<\/em>. In E. Bran\u00adcaccio,\u00a0<em>La crisi del pensiero unico<\/em>, Milano, Franco Angeli, 20102b.<\/p>\n<p>E. Brancaccio,\u00a0<em>Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia<\/em>, Milano, Franco Angeli, 2020.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, G. Bracci,\u00a0<em>Il discorso del potere. Il premio Nobel per l\u2019econo\u00admia tra scienza, ideologia e politica<\/em>, Milano, Il Saggiatore, 2019.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, D. Buonaguidi,\u00a0<em>Stock Market Volatility Tests: A Classi\u00adcal-Keynesian Alternative to Mainstream Interpretations<\/em>, \u00abInternational Jour\u00adnal of Political Economy\u00bb, 2019, 48(3).<\/p>\n<p>E. Brancaccio, L. Cavallaro,\u00a0<em>Leggere il capitale finanziario<\/em>, Introduzione a R. Hilferding,\u00a0<em>Il capitale finanziario<\/em>, Milano, Mimesis, 2011.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, F. De Cristofaro, M. Filomena,\u00a0<em>Convergenza o divergenza internazionale delle condizioni del lavoro? Alcune evidenze empiriche<\/em>, \u00abIl Pon\u00adte\u00bb, n. 4, luglio-agosto 2019.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, G. Fontana,\u00a0<em>\u201cSolvency rule\u201d and capital centralisation in a monetary union<\/em>, \u00abCambridge Journal of Economics\u00bb, 2016, 40 (4).<\/p>\n<p>E. Brancaccio, R. Giammetti, M. Lopreite, M. Puliga,\u00a0<em>Centralization of capital and financial crisis: a global network analysis of corporate control<\/em>, \u00abStructural Change and Economic Dynamics\u00bb, 2018, Vol. 45, June, pp. 94-104.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, R. Giammetti, M. Lopreite, M. Puliga,\u00a0<em>Monetary Poli\u00adcy, Crisis and Capital Centralization\u00a0<\/em>in\u00a0<em>Corporate Ownership and Control Networks: a B-Var Analysis<\/em>, \u00abStructural Change and Economic Dynamics\u00bb, 2019, Vol. 51, pp. 55-66.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, A. Moneta, M. Lopreite, A. Califano,\u00a0<em>Nonperforming Lo\u00adans and Competing Rules of Monetary Policy: a Statistical Identification Ap\u00adproach<\/em>, \u00abStructural Change and Economic Dynamics\u00bb, 2020, Vol. 53, pp. 127-136.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, U. Pagano,\u00a0<em>Stop private speculation in covid-19 research. A plan for a collective sharing of scientific knowledge on the pandemic<\/em>, \u00abThe Scientist\u00bb, 2020, 23 marzo.<\/p>\n<p>E. Brancaccio, D. Suppa,\u00a0<em>The \u201cSolvency Rule\u201d of the Central Banker in a Monetary Scheme of Reproduction<\/em>, \u00abBulletin of Political Economy\u00bb, 2018, 1-2, pp. 77-98.<\/p>\n<p>I. Bruff,\u00a0<em>The Rise of Authoritarian Neoliberalism, Rethinking Marxism,\u00a0<\/em>\u00abA Journal of Economics, Culture &amp; Society\u00bb, 2014, 26 (1), pp. 113-129.<\/p>\n<p>R. Coase, N. Wang,\u00a0<em>Come la Cina \u00e8 diventata un paese capitalista<\/em>. Torino, Ibl Libri, 2014 (orig. 2012).<\/p>\n<p>S. Freud,\u00a0<em>Il disagio della civilt\u00e0<\/em>, Torino, Einaudi, 2010 (orig. 1930).<\/p>\n<p>C. Ginzburg,\u00a0<em>Spie. Radici di un paradigma indiziario<\/em>, in A. Gargani (a cura di),\u00a0<em>Crisi della ragione<\/em>, Torino, Einaudi, 1979, pp. 57-106.<\/p>\n<p>J.M. Keynes,\u00a0<em>Breve sguardo alla Russia d\u2019oggi<\/em>, in J.M. Keynes,\u00a0<em>Esortazioni e profezie<\/em>, Milano, Il Saggiatore, 2017 (orig. 1925).<\/p>\n<p>I. Lakatos, A. Musgrave (a cura di),\u00a0<em>Critica e crescita della conoscenza<\/em>, Mi\u00adlano, Feltrinelli, 1976 (orig. 1970).<\/p>\n<p>W. Leontief,\u00a0<em>For a national economic planning board<\/em>, \u00abNew York Times\u00bb, 1974, 14 marzo.<\/p>\n<p>T. Piketty,\u00a0<em>Il capitale nel XXI secolo<\/em>. Milano, Bompiani, 2014 (orig. 2013).<\/p>\n<p>R. Solow,\u00a0<em>Thomas Piketty is right<\/em>, \u00abThe New Republic\u00bb, 2014, 23 aprile.<\/p>\n<p>J. Stiglitz,\u00a0<em>Popolo, potere e profitti. Un capitalismo progressista in un\u2019epoca di malcontento<\/em>. Torino, Einaudi, 2020 (orig. 2019).<\/p>\n<p>A. Williams, N. Srnicek,\u00a0<em>Manifesto accelerazionista<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 2018 (orig. 2013).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a id=\"_ftn1\" href=\"https:\/\/www.marxismo-oggi.it\/saggi-e-contributi\/saggi\/449-catastrofe-o-rivoluzione#_ftnref1\">*<\/a>\u00a0fonte: \u201cIl Ponte\u201d, 2020, n. 6. Una versione di questo saggio \u00e8 stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spe\u00adna),\u00a0<em>Non sar\u00e0 un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione,\u00a0<\/em>Roma, Meltemi, 2020.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.marxismo-oggi.it\/saggi-e-contributi\/saggi\/449-catastrofe-o-rivoluzione\">https:\/\/www.marxismo-oggi.it\/saggi-e-contributi\/saggi\/449-catastrofe-o-rivoluzione<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0EMILIANO BRANCACCIO &nbsp; L\u2019ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura \u201ccatastrofe\u201d serve una \u201crivoluzione\u201d keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito\u00a0\u00ablegge di ripro\u00adduzione e tendenza del capitale\u00bb. 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