{"id":61239,"date":"2020-12-09T09:37:27","date_gmt":"2020-12-09T08:37:27","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61239"},"modified":"2020-12-07T20:40:11","modified_gmt":"2020-12-07T19:40:11","slug":"costruire-ponti-con-la-dinamite","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61239","title":{"rendered":"Costruire ponti con la dinamite"},"content":{"rendered":"<p>di SINOSFERE (Simone Pieranni)<\/p>\n<p class=\"Standard\">\u201cChiunque parli della Cina parla di s\u00e9 stesso\u201d. Mentre stavo scrivendo questo intervento, sollecitato da\u00a0<a href=\"http:\/\/sinosfere.com\/2020\/10\/01\/marco-fumian-sinologi-nella-nuova-era\/\">Marco Fumian e dal dibattito che ha lanciato su Sinosfere<\/a>, ho incrociato questa frase di Simon Leys. Inutile dire che, come spesso accade dopo la lettura di Leys, ho buttato tutto quanto avevo scritto fino a quel momento. Se \u00e8 vero, se pu\u00f2 essere vero, quanto afferma Leys, in questo contesto nel quale si discute di sinologia e del suo ruolo all\u2019interno della generale comprensione della Cina contemporanea, da giornalista devo compiere uno sforzo non da poco per allontanarmi momentaneamente dalla realt\u00e0, dal fatto cio\u00e8 di essere un giornalista e di sentirmi dunque tirato in ballo rispetto all\u2019argomento in discussione nella sua declinazione pi\u00f9 compromettente: quella di chi partecipa a un\u2019informazione che viene data per scontato in quanto carente, difficoltosa, problematica, ecc.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Liquiderei questo tema invitando a un esercizio che la sinologia spesso richiede a chi si occupa di Cina: la Cina, si dice giustamente, non \u00e8 monolitica. Ne esistono tante. Ne esistono di piacevoli e di temibili, di lampanti e di nascoste. Lo sforzo \u00e8 cercare questa complessit\u00e0 e trovarne altra, altra ancora. \u00c8 l\u2019esercizio che solitamente si attribuisce alle relazioni sentimentali, del resto. Analogamente invito i sinologi a fare questo esercizio: il giornalismo sulla Cina non \u00e8 monolitico. Ne esistono tanti. Ne esistono di piacevoli e di temibili, di lampanti e nascosti. Lo sforzo \u00e8 esattamente lo stesso richiesto sul tema \u201cCina\u201d: basta cercarli e si trovano (lo conferma il fatto che tra chi interviene sul sito sinosfere c\u2019\u00e8 anche chi ha collaborato con alcuni quotidiani italiani). Bisogna dare per scontato un tema, per\u00f2: giornalisti e sinologi fanno due lavori diversi.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Aggiungo un ulteriore elemento: la balestra spaziale di un giornalista, spesso, \u00e8 limitata dalla carta (\u00e8 vero che esiste anche il web, ma non possiamo dimenticare che per quanto riguarda i\u00a0<i>decision maker<\/i>, politici o economici, la carta ancora costituisce un fulcro informativo da non sottovalutare) e dai suoi spazi. L\u2019invito, che faccio in primo luogo a me, \u00e8 il seguente: scrivere nel modo pi\u00f9 semplice in modo da rendere fruibile il contenuto a chiunque, senza provocare suicidi di massa di sinologi. Cercando cio\u00e8 di essere rigoroso. Non sempre riesce questo equilibrismo ma questa \u00e8 la bussola: semplice, rigoroso e in grado di offrire un contesto a quello di cui si scrive. Contesto che come vedremo non \u00e8 solo cinese.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Dopodich\u00e9 \u2013 infatti \u2013 c\u2019\u00e8 da valutare qualcosa che a mio avviso \u00e8 imprescindibile, per uscire fuori dalla semplificazione tout court mainstream, ovvero la \u201clettura politica\u201d di quanto accade, di quanto si scrive. Perch\u00e9 altrimenti \u2013 dal mio punto di vista \u2013 al giornalismo manca un pezzo, manca una capacit\u00e0 di modificare l\u2019esistente o quanto meno contribuire a farlo.<\/p>\n<p class=\"Standard\">E arriviamo al punto del mio intervento che trascende la Cina e anzi, proprio perch\u00e9 la Cina \u00e8 inserita nel contesto globale (capitalismo, capitalismo di sorveglianza, l\u2019affermarsi di populismi e sovranismi quando non direttamente nuove forme di fascismo o di governo \u201cpost-democratiche\u201d) bisogna parlare anche di contesto generale del giornalismo italiano. Ovvero: si pu\u00f2 fare informazione su un paese come la Cina uscendo dal binario del nemico-amico, tifoso-avversario, bianco e nero? La difficolt\u00e0 di avere giornalismo di alto livello sugli esteri dipende ormai da quello che sembra un atteggiamento di interpretazione a due dimensioni. Pi\u00f9 o meno da quando inizi\u00f2 il conflitto siriano questa tendenza \u00e8 aumentata: da allora, da una guerra per procura che offriva uno schema ghiotto per letture binarie (Usa e Ue da una parte, Russia e Cina dall\u2019altra), tutto \u00e8 finito per rientrare all\u2019interno di questa pericolosa cornice. Cosa accade dunque? Che un articolo critico nei confronti della Cina \u00e8 immediatamente accusato di essere stato dettato dalla Cia. Che un articolo positivo sulla Cina \u00e8 immediatamente accusato di essere stato dettato dai terribili burocrati di Pechino. Non se ne esce. \u00c8 anche difficile, in tempi fatti di informazioni raccolte in video di 10 secondi, tenere traccia del percorso di un giornalista.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Se si avesse il modo, ad esempio, ci si accorgerebbe che molti giornalisti hanno in mente \u2013 almeno cos\u00ec spero \u2013 in primo luogo il lettore e poi un proprio percorso di analisi e studio di un tema, sviscerato attraverso\u00a0<i>pi\u00f9\u00a0<\/i>articoli. Ma questo non toglie che \u2013 da giornalista \u2013 la cosa pi\u00f9 complicata sia riuscire a stare fuori da questa lettura binaria.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Per uscire c\u2019\u00e8 solo un modo: inserire la Cina all\u2019interno del contesto globale e \u2013 brutalmente \u2013 scriverne come se si scrivesse, ad esempio, di Stati Uniti. Quello che accade in Cina, ormai, ci riguarda perch\u00e9 parliamo di un paese i cui movimenti, interni ed esterni, condizionano o sono condizionati dal mondo nel quale il paese \u00e8 inserito.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Spiegare i meccanismi che provocano alcune decisioni in Cina, provare a raccontare le tante Cine (un tema che ha poco appeal nelle redazioni, naturalmente) collegandole al sentimento del nostro tempo permette di uscire da letture e visioni binarie restituendo un senso politico agli accadimenti. Come\u00a0<a href=\"http:\/\/sinosfere.com\/2020\/11\/08\/fabio-lanza-nuova-era-vecchi-dualismi\/\">ricordava Fabio Lanza<\/a>, quanto succede ai migranti in Cina non \u00e8 diverso da quanto accade nel Mediterraneo; i dispositivi di disuguaglianza cinesi non sono diversi da quelli di altri paesi occidentali. Di recente sul manifesto abbiamo pubblicato un articolo sulle condizioni dei riders cinesi, dal quale si evince come le contemporanee forme di sfruttamento, anche quelle determinate dagli algoritmi, siano molto simili. Perfino il populismo di alcuni leader occidentali non \u00e8 cos\u00ec distante dal \u201cpopulismo con caratteristiche cinesi\u201d di Xi Jinping.<\/p>\n<p class=\"Standard\">L\u2019alchimia \u00e8 riconoscere un contesto specifico cinese, senza che diventi giustificatorio, sempre pi\u00f9 influente e influenzato dal contesto globale. Prendiamo il tema tecnologico di cui mi sono occupato di recente. Quanto accade in Cina ci permette di osservare sia la Cina sia noi. Ci permette di evidenziare peculiarit\u00e0 del sistema cinese, all\u2019interno del pi\u00f9 generale ombrello del capitalismo della sorveglianza. Ci permette dunque di scorgere all\u2019interno del mondo capitalistico contemporaneo tendenze in atto che hanno ricadute politiche gigantesche: quegli stessi strumenti di potenziale dominio, in realt\u00e0 tengono insieme i lavoratori precari \u2013 i\u00a0<i>riders\u00a0<\/i>dell\u2019AI \u2013 europei, americani e cinesi. Il caso dei lavoratori del settore tecnologico (la 996 generation), la cui protesta ha visto la solidariet\u00e0 degli omologhi occidentali, lo dimostra.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Ma non solo: nel suo ultimo libro,\u00a0<i>Cultura della sorveglianza\u00a0<\/i>(Luiss university press, 2020), David Lyon racconta come da controllati stiamo diventando tutti controllori (attraverso app, wearable objects, smart city, ecc). E non parla di Cina, non ne parla mai. Parla di noi, dell\u2019Occidente.<\/p>\n<p class=\"Standard\">Si dice che il compito dell\u2019informazione sia quello di costruire ponti. Proviamo a ribaltare: questi ponti vanno costruiti con la dinamite all\u2019interno, per fare detonare la realt\u00e0 che pare impossibile da cambiare (come Mark Fisher racconta in modo potentissimo in\u00a0<i>Realismo Capitalista<\/i>). Scrivere di Cina oggi, allora, \u00e8 scrivere di s\u00e9, \u00e8 un modo come un altro per scorgere movimenti, soggettivit\u00e0, capaci di scorgere similitudini, di riconoscersi ed esplorare nuovi terreni di conflitto: affinit\u00e0 in grado di fare saltare i ponti della diseguaglianza, del populismo, del dominio attraverso i nostri dati e il nostro lavoro.<\/p>\n<p class=\"Standard\">\u00c8 in questo contesto che la sinologia deve inserirsi, provare a dialogare con i media pi\u00f9 ricettivi, per suggerire collegamenti, possibilit\u00e0, immaginazione (anche) offrendo spunti di ricerca e metodi per collegare sempre di pi\u00f9 due mondi che ruotano intorno allo stesso sistema economico. Se questo approccio continuer\u00e0 a\u00a0<i>divenire minoritario<\/i>, non c\u2019\u00e8 nessun problema. L\u2019importante \u00e8 che si possa trovare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINOSFERE (Simone Pieranni) \u201cChiunque parli della Cina parla di s\u00e9 stesso\u201d. Mentre stavo scrivendo questo intervento, sollecitato da\u00a0Marco Fumian e dal dibattito che ha lanciato su Sinosfere, ho incrociato questa frase di Simon Leys. Inutile dire che, come spesso accade dopo la lettura di Leys, ho buttato tutto quanto avevo scritto fino a quel momento. 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