{"id":61294,"date":"2020-12-09T13:45:45","date_gmt":"2020-12-09T12:45:45","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61294"},"modified":"2020-12-09T13:34:15","modified_gmt":"2020-12-09T12:34:15","slug":"una-contraddizione-tra-materia-e-forma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61294","title":{"rendered":"Una contraddizione tra materia e forma"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRAINRETE (Claus Peter Ortlieb)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sull&#8217;importanza della produzione di plusvalore relativo ai fini della dinamica della crisi<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories10\/Ortlieb.jpg\" alt=\"Ortlieb\" width=\"300\" height=\"200\" \/><\/p>\n<p>Mentre l&#8217;economia politica in carica ritiene di stare osservando solo il lato materiale del modo di produzione capitalistico, e si interessa di magnitudini quali la crescita &#8220;reale&#8221; del prodotto interno lordo, oppure del reddito &#8220;effettivo&#8221; &#8211; tutte cose che, tuttavia, sono mediate dai loro valori in denaro &#8211; la maggioranza dei testi che si legano alla teoria del valore lavoro analizza il medesimo processo di produzione in relazione alla massa di valore e di plusvalore che viene realizzata in quel processo. Entrambe la parti, sembrano partire implicitamente dal principio secondo cui si tratti solo di differenti unit\u00e0 di misura della ricchezza. Viceversa, questo testo parte, con Marx, dal duplice concetto di ricchezza nel capitalismo, storicamente specifico, che viene rappresentato nel duplice carattere della merce e del lavoro. Il valore, come forma dominante di ricchezza nel capitalismo, si contrappone alla ricchezza materiale, alla cui forma specifica il capitale \u00e8 di fatto indifferente, ma alla quale continua ad essere indispensabile in quanto portatore del valore. Ora, con l&#8217;aumentare della produttivit\u00e0, queste due forme di ricchezza entrano necessariamente a far parte di un&#8217;evoluzione divergente; ed era a partire da questo che Marx poteva parlare del capitale come \u00ab<strong><em>contraddizione in processo<\/em><\/strong>\u00bb. Ed \u00e8 tale contraddizione che vado qui ad esaminare. L&#8217;obiettivo \u00e8 quello di mettere alla prova le argomentazioni del saggio di Robert Kurz (del 1986), che ha fondato la teoria della crisi dell&#8217;ex Krisis, contro quanto meno alle argomentazioni pi\u00f9 serie contrarie a quelle formulate da Kurz.<\/p>\n<p>Secondo quel testo, il capitale ci starebbe conducendo verso una crisi finale perch\u00e9, a causa dell&#8217;aumento della produttivit\u00e0, a lungo termine la produzione sociale totale, o globale, del plusvalore dovr\u00e0 diminuire, e alla fine la valorizzazione del capitale dovr\u00e0 cessare del tutto. Per quel che riguarda tale diagnosi, questo testo sostanzialmente non differisce da quello di Kurz (1986), ma si basa su una prospettiva leggermente diversa per quel che riguarda la rappresentazione della massa di plusvalore sociale totale. Questa pu\u00f2 essere determinata, da un lato, come fa Kurz (1986 e 1995), partendo dal plusvalore creato da ciascun lavoratore, attraverso la somma del plusvalore prodotto da tutti i lavoratori produttivi, ma anche, come avviene qui, partendo dal plusvalore realizzato in un&#8217;unit\u00e0 materiale, attraverso la somma di tutta la produzione materiale. Le due rappresentazioni non si contraddicono, ma piuttosto evidenziano quelli che sono aspetti differenti di un medesimo processo. Inoltre, l&#8217;approccio qui scelto consente di stabilire un legame tra la dinamica della crisi finale e la tendenza del capitale a distruggere l&#8217;ambiente, gi\u00e0 analizzata da Postone (nel 2003). [&#8230;]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>1. &#8211; L&#8217;ultima crisi del capitale? Una controversia<\/strong><\/p>\n<p>La teoria della crisi della vecchia Krisis ha subito una forte opposizione e una critica, entrambe di un genere che in gran parte non potevano essere prese sul serio, in primo luogo perch\u00e9 &#8211; continuando a seguire solo la propria linea &#8211; non prendevano neanche nota dell&#8217;argomentazione avanzata. In questo quadro vanno incluse quelle idee dogmatiche secondo cui il capitalismo sarebbe sempre risorto dalle successive crisi, come la Fenice dalle proprie ceneri, in modo che tutto possa sempre essere come in passato. Altre idee negano l&#8217;aspetto oggettivo della dinamica capitalistica in generale, e sostengono che il capitalismo pu\u00f2 essere abolito solo attraverso una rivoluzione, o perfino con un \u00ab<strong><em>atto volontaristico<\/em><\/strong>\u00bb. In mezzo a tutto questo, diventa indubbio che la transizione verso una societ\u00e0 liberata, qualunque essa sia, presuppone l&#8217;agire consapevole degli esseri umani. Ma da questo non ne deriva che, in assenza di una tale transizione, il capitalismo possa continuare allegramente allo stesso modo. Pu\u00f2 anche verificarsi una fine del terrore.<\/p>\n<p>La diagnosi in tal senso, presentata per la prima volta da Robert Kurz nel suo saggio &#8220;<a href=\"https:\/\/francosenia.blogspot.com\/2016\/05\/ripartire-da-qui.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">La crisi del valore di scambio<\/a>&#8221; (KURZ, 1986), stabilisce per linee generali che il capitale &#8211; attraverso l&#8217;aumento compulsivo della produttivit\u00e0 (o delle forze produttive) indotto dalla concorrenza del mercato &#8211; si scava la propria fossa, dato che elimina dal processo produttivo creatore di plusvalore sempre pi\u00f9 il lavoro, e insieme ad esso la propria sostanza. In questo contesto, gioca un ruolo speciale la \u00ab<strong><em>forza produttiva scienza<\/em><\/strong>\u00bb in generale, e la \u00ab<strong><em>rivoluzione microelettronica<\/em><\/strong>\u00bb in particolare. Il testo pu\u00f2 essere letto come un&#8217;elaborazione ed un aggiornamento di una famosa constatazione fatta da Marx e contenuta nel frammento sulle macchine dei Grundrisse: \u00ab<em><strong>Il capitale \u00e8, esso stesso, la contraddizione in processo [<\/strong><\/em>perch\u00e9<em><strong>] si sforza, da una parte, di ridurre il tempo di lavoro a un minimo, e dall\u2019altra stabilisce il tempo di lavoro come l&#8217;unica fonte e la sola misura della ricchezza.<\/strong><\/em>\u00bb Nei Grundrisse, Marx ammette che questa contraddizione \u00e8 tale da \u00abfar saltare in aria\u00bb quella che \u00e8 la base ristretta del modo di produzione capitalistico.<\/p>\n<p>Tra i critici di questa tesi di una crisi finale del capitale, Michael Heinrich svolge un ruolo particolare, nella misura in cui si lascia coinvolgere, almeno in parte, nell&#8217;impianto argomentativo per mezzo del quale viene sviluppata questa tesi. E poich\u00e9 intende ignorare quella che \u00e8 la tendenza al collasso del capitale, deve schierarsi e prendere posizione contro il Marx dei Grundrisse, e lo fa giocandogli contro il Marx del Capitale (HEINRICH, 2005):<\/p>\n<p>\u00ab\u00a0<strong><em>Ne Il Capitale, la prospettiva di valore del suddetto processo &#8211; ovvero che nel processo di produzione di ogni prodotto dev&#8217;essere impiegato sempre meno lavoro &#8211; non viene analizzata come se si trattasse di una tendenza al collasso, ma piuttosto come se si trattasse di una basa per la produzione del plusvalore relativo. L&#8217;apparente contraddizione della quale Marx appariva cos\u00ec impressionato nei Grundrisse, per cui il capitale &#8220;si sforza, da una parte, di ridurre il tempo di lavoro a un minimo, e dall\u2019altra stabilisce il tempo di lavoro come l&#8217;unica fonte e la sola misura della ricchezza&#8221;, diventa, per Kurz, Trenkle ed altri rappresentanti del gruppo Krisis la &#8220;autocontraddittoria logica del capitale&#8221;, la quale condurrebbe inevitabilmente al crollo del capitalismo. Ma nel I Volume de Il Capitale, Marx di sfuggita decifra tale contraddizione come un vecchio enigma dell&#8217;economia politica, con cui gi\u00e0 nel 18\u00b0 secolo l&#8217;economista francese Quesnay aveva tormentato i suoi avversari. Questo enigma, secondo Marx, \u00e8 facile da comprendere qualora si tiene conto che per i capitalisti ci\u00f2 che conta, o che interessa, non \u00e8 il valore assoluto della merce, ma piuttosto il plusvalore (ossia, il lucro) che questa merce rende loro. Pertanto, il tempo di lavoro necessario alla produzione di ciascuna merce pu\u00f2 continuare ad essere tranquillamente ridotto, a patto che cresca il plusvalore, ossia il lucro prodotto dal loro capitale<\/em><\/strong>.\u00bb<\/p>\n<p>Innanzitutto, va osservato e sottolineato che qui Heinrich evidentemente confonde i due livelli nei quali si pu\u00f2 avere contraddizione: in realt\u00e0, Marx decifra un enigma che appariva agli economisti come una contraddizione logica e un difetto della sua teoria. Con ci\u00f2, tuttavia, ovviamente non scompare la &#8220;contraddizione in processo&#8221; che si trova situata sul piano reale e che \u00e8 una contraddizione forse spiegata, ma non superata. Secondo il Marx dei Grundrisse, tale contraddizione consiste nel fatto che il capitale, nella sua dinamica inconscia, prosciuga la fonte della quale vive. A questo Heinrich obietta che per il Marx del Capitale l&#8217;aumento della produttivit\u00e0 sarebbe la base della produzione del plusvalore relativo, come se questo, nella sua progressione, non fosse compatibile con la tendenza al collasso. Sarebbe cos\u00ec? Esiste un&#8217;incompatibilit\u00e0 tra la produzione del plusvalore relativo e l&#8217;autodistruzione del capitale?<\/p>\n<p>KURZ (1986) afferma al contrario che \u00ab\u00a0<strong><em>il capitale stesso diventa il limite logico e storico assoluto alla produzione di plusvalore relativo. Il capitale non ha alcun interesse e non pu\u00f2 essere interessato alla creazione assoluta di valore; esso si fissa soltanto sul plusvalore nelle forme in cui appare in superficie, vale a dire sulla proporzione relativa &#8211; nel valore appena creato dal valore della forza lavoro (i costi della sua riproduzione) &#8211; alla quota del nuovo valore di cui il capitale si appropria. Non appena il capitale non pu\u00f2 pi\u00f9 incrementare la creazione di valore in termini assoluti, estendendo la giornata lavorativa, ma pu\u00f2 solo incrementare per mezzo dell&#8217;incremento della produttivit\u00e0 la componente relativa alla sua stessa quota di valore appena creato, questo allora provoca nella produzione di plusvalore relativo un contro-movimento, il quale deve consumare storicamente s\u00e9 stesso e deve portare ad una battuta d&#8217;arresto nel processo della creazione di valore. Con lo sviluppo della produttivit\u00e0, il capitale incrementa l&#8217;entit\u00e0 dello sfruttamento, ma cos\u00ec facendo mina la base e l&#8217;oggetto dello sfruttamento, ossia la produzione di valore in quanto tale. Dal momento che la produzione di plusvalore relativo, inseparabile com&#8217;\u00e8 dalla progressiva fusione della scienza moderna con il processo materiale di produzione, include la tendenza all&#8217;eliminazione del lavoro produttivo, vivente, immediato, in quanto sola fonte di creazione del valore sociale totale. Il medesimo movimento che incrementa la quota di capitale del nuovo valore, attraverso l&#8217;eliminazione del lavoro produttivo direttamente vivente, decrementa le basi assolute della produzione di valore.<\/em><\/strong>\u00bb<\/p>\n<p>Qui la produzione di plusvalore relativo, non solo non appare essere minimamente in contraddizione con la tendenza del capitale al collasso ma, al contrario, sembra essere addirittura lo strumento per mezzo del quale il capitale stesso diventa il suo stesso \u00ab<strong><em>limite logico e storico assoluto<\/em><\/strong>\u00bb. In tal caso, per\u00f2, il Marx de Il Capitale non avrebbe affatto corretto il Marx dei Grundrisse, come pretende Heinrich, ma gli avrebbe solo fornito quella che \u00e8 una spiegazione pi\u00f9 dettagliata della \u00ab<strong><em>contraddizione in processo<\/em><\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>A quanto pare (e senza sorpresa alcuna) qui si tratta di una controversia. Si pu\u00f2 andare fino in fondo, a tale controversia, dal momento che gli avversari condividono un punto di partenza comune, vale a dire, la categoria del \u00ab<strong><em>plusvalore relativo<\/em><\/strong>\u00bb introdotta da Marx nella critica dell&#8217;economia politica, ma finiscono per trarne delle conclusioni del tutto differenti, e persino mutuamente contraddittorie. Pertanto, il tentativo che segue e che vuole contribuire al chiarimento, deve tornare, ancora una vola, a quello che \u00e8 il punto di partenza comune. Il dibattito, cui ci si \u00e8 sovente riferiti nel contesto delle controversie intorno alla teoria della crisi della vecchia Krisis &#8211; tra TRENKLE (1998) ed HEINRICH (1999) &#8211; qui non servono come riferimento, poich\u00e9 Trenkle, al contrario di KURZ (1986), nella sua argomentazione a proposito dell&#8217;avvicinarsi di una crisi finale, non fa affatto menzione della produzione di plusvalore relativo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>2. &#8211; Produttivit\u00e0, valore e ricchezza materiale<\/strong><\/p>\n<p>Si parla di un aumento di produttivit\u00e0 quando, nello stesso tempo di lavoro pu\u00f2 essere prodotta una maggiore quantit\u00e0 materiale di prodotto oppure &#8211; il che \u00e8 lo stesso &#8211; quando la stessa quantit\u00e0 materiale di merci pu\u00f2 essere prodotta impiegando meno lavoro, riducendo cos\u00ec l&#8217;ampiezza del valore, La produttivit\u00e0 \u00e8, pertanto, la proporzione tra la quantit\u00e0 dei beni materiali ed il tempo di lavoro necessario per produrli. Per meglio comprendere la produttivit\u00e0 e la sua evoluzione, si rende pertanto necessario distinguere tra dimensioni del valore e ricchezza materiale.<\/p>\n<p>Quando Marx dice (vedi sopra) che il capitale \u00ab<strong><em>stabilisce il tempo di lavoro come unica misura e sola fonte di ricchezza<\/em><\/strong>\u00bb, egli sta parlando della ricchezza sotto forma di merce. Tale forma di ricchezza storicamente specifica, valida solo per la societ\u00e0 capitalista e che ne costituisce il suo \u00ab<strong><em>nucleo interno<\/em><\/strong>\u00bb (si veda POSTONE, 2003), per il Marx dei Grundrisse cade progressivamente in contraddizione con la \u00ab<strong><em>ricchezza reale<\/em><\/strong>\u00bb:<\/p>\n<p>\u00ab<strong><em>Ma nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantit\u00e0 di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta \u2014 questa loro powerfull effectiveness \u2014 non \u00e8 minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall\u2019applicazione di questa scienza alla produzione.<\/em><\/strong>\u00bb<\/p>\n<p>Ne Il Capitale, Marx, anzich\u00e9 di \u00ab<strong><em>ricchezza reale<\/em><\/strong>\u00bb, parla di \u00ab<strong><em>ricchezza materiale<\/em><\/strong>\u00bb, la quale \u00e8 formata dai valori d&#8217;uso. Questo uso del linguaggio appare pi\u00f9 adeguato perch\u00e9 nella societ\u00e0 capitalista sviluppata, perfino la ricchezza materia non \u00e8 la stessa di quella nelle societ\u00e0 non capitaliste, ma le forme che essa assume sono a loro volta segnate dalla ricchezza sotto forma di valore. A questo punto, basta constatare che nella societ\u00e0 capitalista esistono due forme distinte, e concettualmente distinguibili, di ricchezza: \u00ab<strong><em>La ricchezza delle societ\u00e0 in cui predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come un&#8217;immensa collezione di merci<\/em><\/strong>\u00bb (MEW 23: 49). E nel duplice carattere delle merci, in quanto portatrici di valore e in quanto valori d&#8217;uso, si riflettono quelle che sono le due forme differenti di ricchezza esistente in queste societ\u00e0. Nel capitalismo, il valore \u00e8 la forma predominante e non materiale di ricchezza, dal momento che non interessa la forma materiale di ricchezza sotto forma di valore. L&#8217;economia capitalista mira solo a fare accrescere questa forma di ricchezza (valorizzazione del valore) che trova la sua espressione nel denaro: un&#8217;attivit\u00e0 economica che non prevede plusvalore, anche se pu\u00f2 produrre molta ricchezza materiale, non ha alcun senso. Perch\u00e9 mai qualcuno dovrebbe investire il proprio capitale nel processo di produzione, se alla fine dovesse ottenere solo un valore tutt&#8217;al pi\u00f9 uguale a quello inizialmente impiegato?<\/p>\n<p>La ricchezza materiale &#8211; che secondo POSTONE (1993\/2003: 296 sg.) \u00e8 una caratteristica delle societ\u00e0 non capitalistiche come forma dominante di ricchezza &#8211; al contrario, si misura a partire dai valori d&#8217;uso disponibili, i quali sono molto versatili e possono servire a scopi assai diversi. In questo senso, 500 tavoli, 4.000 paia di pantaloni, 200 ettari di terra, 14 lezioni sulle nanotecnologie o 30 bombe a frammentazione saranno ricchezza materiale. Da questi esempi deve essere chiaro quanto segue: innanzitutto, la ricchezza materiale non viene necessariamente generata dal lavoro, e non \u00e8 neppure vincolata alla forma della merce (come, ad esempio, l&#8217;aria che respiriamo), per quanto essa venga spesso posta in questa forma (come, per esempio, avviene con la terra). In secondo luogo, la ricchezza materiale non consiste necessariamente di beni materiali, ma pu\u00f2 includere anche la conoscenza, le informazioni ecc. e la conseguente divulgazione. In terzo luogo, nella ricchezza materiale non va visto quello che \u00e8 il \u00ab<strong><em>bene<\/em><\/strong>\u00bb puro e semplice. Gli \u00e8 che, sebbene la ricchezza materiale non rimanga legata alla forma della merce e nonostante il fatto che il lavoro non sia la sua unica fonte, dall&#8217;altro lato, nel capitalismo essa ne costituisce il \u00ab<strong><em>supporto materiale<\/em><\/strong>\u00bb (MEW 23:50) del valore, il quale, a partire da questo, rimane perci\u00f2 vincolato a sua volta alla ricchezza materiale. Nella produzione delle merci, il suo obiettivo, vale a dire, la mera accumulazione di sempre pi\u00f9 plusvalore, deforma in maniera quasi naturale la qualit\u00e0 della ricchezza materiale, i cui produttori non sono allo stesso tempo anche i suoi consumatori: qui non si tratta mai di raggiungere l&#8217;obiettivo della massima soddisfazione, nell&#8217;uso della ricchezza materiale, ma nell&#8217;economia imprenditoriale si tratta sempre e solo dell&#8217;obiettivo della massima efficienza. L&#8217;abolizione della societ\u00e0 capitalistica non potr\u00e0 quindi consistere solo nel liberare la ricchezza materiale dalla costrizioni che le vengono imposte dalla valorizzazione del capitale, ma implica anche l&#8217;abolizione delle sue deformazioni indotte dal valore.<\/p>\n<p>Tuttavia, esiste anche una differenza tra le due forme di ricchezza in termini di valutazione qualitativa. Sotto l&#8217;aspetto materiale, la cosa decisiva consiste solo nell&#8217;uso che delle cose si pu\u00f2 fare. Sotto la prospettiva della ricchezza nella forma del valore, tuttavia, per esempio &#8211; nella questione di sapere se io in quanto imprenditore preferisco produrre 500 tavoli o 30 bombe a frammentazione &#8211; ci\u00f2 che conta \u00e8 solo il plusvalore che riesco ad ottenere in ciascuno dei due casi.<\/p>\n<p>Il concetto di produttivit\u00e0 astrae rispetto alla qualit\u00e0 della ricchezza materiale, ed \u00e8 per questa ragione che in un tale contesto preferisco parlare di unit\u00e0 materiali, piuttosto che di valori d&#8217;uso. Questa limitazione quantitative \u00e8 problematica perch\u00e9, ad esempio rispetto ai 500 tavoli e ai 4.000 paia di pantaloni, non si pu\u00f2 dire in quale delle due produzioni la ricchezza materiale sia maggiore, poich\u00e9 non sono comparabili sul piano materiale, a causa della differenza qualitativa. Ne consegue che anche il concetto di produttivit\u00e0, che pone in relazione reciproca le due forme di ricchezza, dev&#8217;essere differenziato, a seconda della qualit\u00e0 che la ricchezza materiale pu\u00f2 assumere: la produttivit\u00e0 nella produzione di tavoli \u00e8 differente rispetto alla produttivit\u00e0 nella produzione di pantaloni, ecc. In seguito, l&#8217;attenzione si concentra sulle relazioni quantitative tra le due forme di ricchezza create nella produzione di merci; relazioni che per quanto siano fissi in ogni momento, sono, come dice Marx (MEW 23: 60 sg.) costantemente in flusso:<\/p>\n<p>\u00ab\u00a0<strong><em>Una quantit\u00e0 maggiore di valore d&#8217;uso costituisce in s\u00e9 e per s\u00e9 una maggiore ricchezza di materiale, due abiti sono pi\u00f9 di uno. Con due abiti si possono vestire due uomini, con un abito se ne pu\u00f2 vestire uno solo, ecc. Eppure alla massa crescente della ricchezza di materiali pu\u00f2 corrispondere una caduta contemporanea della sua grandezza di valore. Questo movimento antagonistico sorge dal carattere duplice del lavoro. Naturalmente forza produttiva \u00e8 sempre forza produttiva di lavoro utile, concreto, e di fatto determina soltanto il grado di efficacia di una attivit\u00e0 produttiva conforme a uno scopo in un dato spazio di tempo. Quindi il lavoro utile diventa fonte pi\u00f9 abbondante o pi\u00f9 scarsa di prodotti in rapporto diretto con l&#8217;aumento o con la diminuzione della sua forza produttiva. Invece, un cambiamento della forza produttiva non tocca affatto il lavoro rappresentato nel valore preso in s\u00e9 e per s\u00e9. Poich\u00e9 la forza produttiva appartiene alla forma utile e concreta del lavoro, non pu\u00f2 naturalmente pi\u00f9 toccare il lavoro, appena si fa astrazione dalla sua forma concreta e utile. Quindi lavoro identico rende sempre, in spazi di tempo identici, grandezza identica di valore, qualunque possa essere la variazione della forza produttiva. Ma esso fornisce nello stesso periodo di tempo quantit\u00e0 differenti di valori d&#8217;uso: in pi\u00f9 quando la forza produttiva cresce, in meno quando cala. Dunque quella stessa variazione della forza produttiva che aumenta la fecondit\u00e0 del lavoro e quindi la massa dei valori d&#8217;uso da esso fornita, diminuisce la grandezza di valore di questa massa complessiva aumentata, quando accorcia il totale del tempo di lavoro necessario alla produzione di quella massa stessa. E viceversa.<\/em><\/strong>\u00bb<\/p>\n<p>Ricordo la distinzione tra ricchezza materiale e ricchezza sotto forma di merce; una distinzione che qui si basa su una tesi che \u00e8 centrale per la critica dell&#8217;economia politica di Marx, poich\u00e9 essa \u00e8 per noi tutt&#8217;altro che ovvia, e che parla di soggetti imprigionati nel feticcio della merce che in essa si riproducono. Nella nostra quotidianit\u00e0 sotto forma di merce, entrambe le forme della ricchezza appaiono essere ugualmente \u00abnaturali\u00bb e, in genere, perfino identiche: Non solo perch\u00e9 il valore ha bisogno di un supporto materiale, ma anche perch\u00e9 l&#8217;appropriazione dei valori d&#8217;uso normalmente avviene attraverso l&#8217;acquisto, dando perci\u00f2 valore ad essi sotto forma di denaro. L&#8217;ignoranza della distinzione tra ricchezza nella forma del valore e la ricchezza materiale, nella vita quotidiana moderna pu\u00f2 anche non essere problematica, e pu\u00f2 persino arrivare a facilitare le attivit\u00e0 di ogni giorno. Ma qualsiasi teoria che ignori una simile differenza, o che non la prenda sul serio, non pu\u00f2 necessariamente fare altro che rimuovere il nucleo storicamente specifico del modo di produzione capitalistico.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 vale &#8211; si potrebbe dire, naturalmente &#8211; per la dottrina dominante dell&#8217;economia nazionale neoclassica, per la quale l&#8217;obiettivo storico di ogni attivit\u00e0 economica risiede nella massimizzazione del profitto per il singolo, il quale a sua volta consiste nella combinazione ottimizzata di quelli che sono i \u00ab<strong><em>pacchetti di beni<\/em><\/strong>\u00bb, mentre la ricchezza astratta viene vista solo come se fosse il \u00abvelo del denaro\u00bb, che si limita solo a coprire e nascondere la ripartizione della ricchezza materiale e che, pertanto, ai fini di una maggior chiarezza, dev&#8217;essere eliminato e rimosso dalla teoria economica.<\/p>\n<p>Ma lo stesso vale anche per l&#8217;economia politica classica, come nel caso di David Ricardo, il quale nell&#8217;introduzione al suo &#8220;<strong>On the principles of political economy and taxation<\/strong>&#8221; (1821) scrive:<\/p>\n<p>\u00ab<strong><em>I prodotti della terra &#8211; tutto quello che si ottiene dalla sua superficie attraverso l&#8217;applicazione congiunta di lavoro, macchinari e capitale &#8211; vengono ripartiti fra tre classi sociali, vale a dire, i proprietari della terra, i proprietari di quei beni o del capitale necessario alla sua coltivazione e i lavoratori la cui attivit\u00e0 la coltiva. Le quote provenienti dal prodotto totale della terra &#8211; che sotto i nomi di rendite, profitti e salari toccano a ciascuna di queste classi &#8211; saranno tuttavia assai differenti nei vari stadi di sviluppo della societ\u00e0&#8230; Il problema principale dell&#8217;economia politica consiste nel ricercare le leggi che determinano questa distribuzione<\/em><\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>Qui, si tratta unicamente della distribuzione della ricchezza materiale, mentre non si parla della forma particolare che assume la ricchezza nel capitalismo, della quale probabilmente non esiste nemmeno la consapevolezza. Sembra che anche il marxismo tradizionale sia andato raramente oltre questa visione. Per esso, il \u00ab<strong><em>lavoro che crea tutta la ricchezza<\/em><\/strong>\u00bb \u00e8 un fatto naturale astorico, cos\u00ec come lo \u00e8 la ricchezza da esso creata. La sua critica, che non va al di l\u00e0 di quello che \u00e8 il piano della circolazione, viene rivolta contro la distribuzione della ricchezza in s\u00e9, ma non contro la forma storicamente specifica di quella che \u00e8 la ricchezza nel capitalismo. C&#8217;\u00e8 da notare, con Moishe Postone, che cos\u00ec facendo si tiene nascosta una parte importante della critica di Marx (POSTONE 2003: 55\/56):<\/p>\n<p>\u00ab<strong><em>Molte delle argomentazioni che si riferiscono all&#8217;analisi di Marx sulla singolarit\u00e0 del lavoro in quanto fonte di valore, non riconoscono la distinzione da lui fatta tra la &#8220;ricchezza reale&#8221; (o, la &#8220;ricchezza materiale&#8221;) ed il valore. La &#8220;teoria del valore lavoro&#8221; di Marx, tuttavia, non \u00e8 in alcun modo una teoria della qualit\u00e0 singolari del lavoro in generale, ma piuttosto un&#8217;analisi della specificit\u00e0 storica del valore, visto come forma di ricchezza e come forma del lavoro che quella ricchezza costituisce. Di conseguenza, per lo sforzo di Marx \u00e8 irrilevante se si argomenti a favore o contro la sua teoria del valore, come se essa fosse una teoria (trans-storica) del lavoro e della ricchezza &#8211; ossia, come se Marx avesse scritto un&#8217;economia politica, anzich\u00e9 una critica dell&#8217;economia politica<\/em><\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>Nel frattempo, sull&#8217;equivoco a proposito dell&#8217;approccio di Marx, che \u00e8 stato qui criticato da Postone, sono state costruite intere montagne teoriche. Ne fornisce un esempio particolarmente impressionante J\u00fcrgen Habermas, il quale assume per la precisione il citatissimo passaggio del frammento sulle macchine dei Grundrisse, come se fosse un&#8217;opportunit\u00e0 per poter infliggere a Marx un \u00ab<strong><em>pensiero revisionista<\/em><\/strong>\u00bb (HABERMAS, 1978: 256): \u00ab<strong><em>Nelle &#8220;Bozze<\/em><\/strong>\u00a0[Grundrisse]<strong><em>\u00a0della Critica dell&#8217;Economia Politica&#8221; c&#8217;\u00e8 un&#8217;idea assai interessante, la quale mostra che proprio Marx avesse visto lo sviluppo scientifico delle forze produttive tecniche come una possibile fonte di valore. La premessa della teoria del valore lavoro, secondo cui la &#8220;quantit\u00e0 di lavoro applicato \u00e8 il fattore decisivo nella produzione della ricchezza&#8221;, viene per lui qui limitata, vale a dire: &#8220;Ma nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantit\u00e0 di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta non \u00e8 minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall\u2019applicazione di questa scienza alla produzione&#8221;. Tuttavia, Marx ha poi di fatto abbandonato questo pensiero &#8220;revisionista&#8221; che non \u00e8 cos\u00ec entrato nella versione finale della teoria del valore lavoro<\/em><\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>Ovviamente, qui Habermas, senza parlarne con Marx, identifica la ricchezza \u00abreale\u00bb con la ricchezza sotto forma di valore. Solo cos\u00ec facendo pu\u00f2 supporre che Marx qui avesse \u00ab<strong><em>visto lo sviluppo scientifico delle forze produttive tecniche come una possibile fonte di valore<\/em><\/strong>\u00bb. Egli ignora deliberatamente che Marx, in questo contesto del frammento sulle macchine, solo una pagina dopo &#8211; come citato &#8211; parli del capitale come \u00ab<strong><em>contraddizione in processo<\/em><\/strong>\u00bb; che \u00e8 quasi il contrario del \u00ab<strong><em>pensiero revisionista<\/em><\/strong>\u00bb menzionato da Habermas. Come dimostra POSTONE (2003: 345-393), questa identificazione implicita (senza alcuna ulteriore riflessione) della ricchezza con il valore, ed insieme ad essa l&#8217;ontologizzazione del valore e del lavoro visti come patrimonio della specie umana, in modo non storicamente specifico, costituisce la fondamentale premessa da cui dipendono tutte le critiche habermasiane a Marx, e ai suoi tentativi di superarlo.<\/p>\n<p>Ma perfino un preteso teorico del valore come Michael Heinrich, al quale la distinzione tra ricchezza materiale e ricchezza sotto forma di valore \u00e8 perfettamente familiare non sempre rimane immune all&#8217;equiparazione tra le forme di ricchezza: la sua argomentazione centrale contro la tesi sviluppata da KURZ (1995), &#8211; secondo cui il lavoro \u00ab<strong><em>produttivo<\/em><\/strong>\u00bb (creatore di plusvalore) si dissolve e fa crescere costantemente quella parte di lavoro \u00abimproduttivo\u00bb che viene finanziato a partire dal plusvalore prodotto dalla societ\u00e0 nel suo complesso, e che pertanto fa diminuire la produzione di plusvalore disponibile per l&#8217;accumulazione di capitale &#8211; \u00e8 la seguente (HEINRICH 1999: 4):<\/p>\n<p>\u00ab<strong><em>La crescente capacit\u00e0 produttiva garantisce che la massa di plusvalore prodotta da una forza lavoro &#8220;produttiva&#8221; crea continuamente e che, pertanto, una forza lavoro &#8220;produttiva&#8221; riesce a mantenere una massa continuamente crescente di lavoro improduttivo<\/em><\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>Sul piano della ricchezza materiale &#8211; a cui si riferisce esclusivamente la crescente capacit\u00e0 produttiva &#8211; questo argomento (in quanto possibilit\u00e0) potrebbe naturalmente essere corretto, solo che non ha niente a che vedere con la &#8220;<strong>massa di plusvalore prodotta da una forza lavoro produttiva<\/strong>&#8220;, dal momento che questa massa viene misurata solo in base al tempo di lavoro impiegato, ragion per cui la massa di plusvalore prodotta in un giornata di lavoro, da una forza lavoro, per quanto produttiva possa essere, non potr\u00e0 mai essere maggiore di quella di una giornata di lavoro. Lo stesso errore, forse tratto da Heinrich e solo portato fino all&#8217;estremo, lo si trova in ISF [Initiative Sozialistisches Forum] (2000):<\/p>\n<p>\u00ab<strong><em>Supponiamo che tutto ci\u00f2 che una simile societ\u00e0 abbia bisogno, a livello di attrezzature, grazie all&#8217;enorme produttivit\u00e0 del lavoro possa essere prodotto con un minimo sforzo, diciamo, che equivalga in tutto il mondo a 100.000 ore di lavoro nell&#8217;anno X. Che cosa impedisce che cos\u00ec venga generata una massa di plusvalore che possa permettere di coprire, a livello produttivo in questo anno X, tutto il denaro che 10 miliardi di fornitori di servizi potrebbero forse risparmiare e mettere in conto agli interessi? Denaro che sarebbe tuttavia concentrato in meno di 10 miliardi di mani, diciamo 10 milioni, e che potrebbe essere in parte usato come capitale speculativo finanziario, ma anche in parte come capitale competitivo rispetto ai produttori di plusvalore che lavorano quelle 100 mila ore &#8211; in modo da poter cos\u00ec assicurare il potere di metterlo a disposizione della societ\u00e0? E ad essere in discussione \u00e8 proprio questo potere di mettere a disposizione della societ\u00e0, dal momento che in fondo continuiamo a vivere ancora in una societ\u00e0 di classe, sebbene che le classi. come dice Adorno, siano evaporate, realizzando un &#8220;concetto super-empirico&#8221;. Le relazioni di dominio continuerebbero a dipendere dal potere di disporre di questo lavoro, il quale produce le attrezzature in una societ\u00e0 cos\u00ec costruita; e in questa lo fa molto di pi\u00f9 ancora.<\/em><\/strong>\u00bb<\/p>\n<p>Tralascio la questione di sapere se una simile societ\u00e0 sarebbe o meno possibile, ma di sicuro non sarebbe capitalista, vista l&#8217;impossibilit\u00e0 di valorizzazione del capitale: quei 10 milioni, nelle cui mani si dovrebbe concentrare il capitale, non potrebbero sfruttare pi\u00f9 di 100 mila ore di lavoro l&#8217;anno, vale a dire, ciascuno di essi solo una centesima parte di un&#8217;ora di lavoro, cio\u00e8, 36 secondi, il che \u00e8 niente se paragonato alla giornata di lavoro di circa 8 ore, moltiplicato per circa 200 giorni di lavoro l&#8217;anno e per 10 miliardi di \u00abmani\u00bb in grado di lavorare. Per quale motivo, qualcuno di quei 10 milioni di proprietari di capitale dovrebbe buttare i suoi soldi nel processo di produzione? Anche qui, l&#8217;errore risiede nell&#8217;equiparare le due forme di ricchezza: in fin dei conti, possiamo certo concepire che possa essere sufficiente un tempo di lavoro equivalente a 100 mila ore di lavoro l&#8217;anno, per rifornire in maniera soddisfacente una popolazione di 10 miliardi di persone. Solo che tutto ci\u00f2 avrebbe smesso di passare per la cruna dell&#8217;ago della valorizzazione del valore, a causa della mancanza di una massa di plusvalore. Non \u00e8 affatto un caso che simili errori, da parte delle persone che in fondo sono quelle che conoscono meglio l&#8217;argomento, si verifichino quasi inevitabilmente quando polemizzano contro la possibilit\u00e0 di una crisi finale del capitalismo. Questo, perch\u00e9 la diagnosi del necessario verificarsi di una tale crisi &#8211; come vedremo &#8211; \u00e8 dovuta essenzialmente alla differenza tra le due forme di ricchezza citate, ed al fatto che esse si differenziano sempre pi\u00f9.\u00a0<strong>[&#8230;]<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/marxismo\/19295-claus-peter-ortlieb-una-contraddizione-tra-materia-e-forma.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/marxismo\/19295-claus-peter-ortlieb-una-contraddizione-tra-materia-e-forma.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Claus Peter Ortlieb) &nbsp; Sull&#8217;importanza della produzione di plusvalore relativo ai fini della dinamica della crisi Mentre l&#8217;economia politica in carica ritiene di stare osservando solo il lato materiale del modo di produzione capitalistico, e si interessa di magnitudini quali la crescita &#8220;reale&#8221; del prodotto interno lordo, oppure del reddito &#8220;effettivo&#8221; &#8211; tutte cose che, tuttavia, sono mediate dai loro valori in denaro &#8211; la maggioranza dei testi che si legano alla teoria&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":99,"featured_media":26572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Schermata-2016-12-13-alle-15.57.26.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-fWC","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61294"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/99"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=61294"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61294\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":61295,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61294\/revisions\/61295"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=61294"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=61294"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=61294"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}