{"id":61387,"date":"2020-12-14T10:30:23","date_gmt":"2020-12-14T09:30:23","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61387"},"modified":"2020-12-13T21:17:33","modified_gmt":"2020-12-13T20:17:33","slug":"brexit-no-deal-e-meglio-di-bad-deal-lanalisi-di-zecchini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61387","title":{"rendered":"Brexit, no deal \u00e8 meglio di bad deal. L\u2019analisi di Zecchini"},"content":{"rendered":"<p>di<strong> FORMICHE (Salvatore Zecchini)<\/strong><\/p>\n<div class=\"entry-summary\">\n<p style=\"text-align: justify\">Nel corso dei negoziati \u00e8 apparso sempre pi\u00f9 chiaro che da parte britannica era irrinunciabile mantenere la pi\u00f9 grande autonomia di politica ed emanciparsi dal giudizio di istituzioni europee. Realt\u00e0 che confligge con i capisaldi fondanti del processo d\u2019integrazione europea, che si basa sulla condivisione di benefici,\u00a0 regole ed istituzioni valide ugualmente per tutti<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"entry-content\">\n<p style=\"text-align: justify\">Malgrado le dichiarazioni ufficiali delle parti di voler negoziare fino all\u2019ultimo giorno un accordo che regoli le loro relazioni dopo l\u2019uscita della Gran Bretagna dall\u2019Unione Europea, alla fine bisogner\u00e0 arrendersi alla realt\u00e0, ovvero che in questo momento storico entrambe non possono raggiungere un accordo. Il\u00a0<em>no deal<\/em>\u00a0era insito nelle ragioni stesse della decisione del Regno Unito (RU) di uscire dall\u2019Unione e questo risultato alla fine converrebbe tanto ai britannici che agli europei. Sin dall\u2019inizio del negoziato aleggiava l\u2019illusione di entrambi che sarebbe stato possibile superare le divergenze all\u2019origine di una decisione senza precedenti, ma sui cardini fondanti di un paese e di una unione, quale quella europea, non si possono fare compromessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quali i motivi? Da parte britannica \u00e8 mancato nei secoli uno spirito di aggregazione a livello europeo, in quanto la sua storia moderna si \u00e8 svolta all\u2019insegna della diversit\u00e0 da quello da loro chiamato \u201cil continente\u201d. Loro sono fieri di questa diversit\u00e0, che nei secoli ha permesso al popolo di un\u2019isola nell\u2019Atlantico di sollevarsi dalla pochezza delle loro risorse attraverso l\u2019ingegno e lo spirito d\u2019intraprendenza e d\u2019innovazione. Attraverso gli scambi commerciali e la scelta di prendere grandi rischi, anche in campo tecnologico, sono riusciti a sviluppare ricchezze e perfino a formare un impero fondato sullo sfruttamento delle risorse del mondo. In ci\u00f2 sono stati sostenuti da una particolare forma di democrazia e da istituzioni improntante alla migliore gestione della cosa pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il costante riferimento ai mercati, certamente non limitati a quello interno ma estesi al mondo, ha fatto da molla e da leva per il loro benessere. Quando inizi\u00f2 a costituirsi per gradi un mercato europeo ristretto a pochi paesi, il loro atteggiamento non fu invero cos\u00ec favorevole, ma quando quel mercato mostr\u00f2 di essere in grado di divenire una grande area di scambi senza troppi ostacoli il suo interesse a farne parte divenne inevitabile. La loro adesione alla Comunit\u00e0 Europea \u00e8 stata sempre una partecipazione a un grande mercato piuttosto che a un grande disegno di integrazione tra economie e tra sistemi nazionali come \u00e8 divenuta. In questo spirito hanno sempre fatto da freno all\u2019avanzare in questa evoluzione, salvo accettarla in alcuni settori in cui appariva conveniente e restarne fuori laddove il loro interesse a mantenere una grande libert\u00e0 d\u2019azione appariva pi\u00f9 conveniente. In questa logica hanno rifiutato di partecipare, ad esempio, all\u2019unione monetaria e al capitolo sociale delle politiche dell\u2019UE che ne avrebbero fortemente limitato l\u2019autonomia, ma hanno spinto per la sempre pi\u00f9 estesa liberalizzazione degli scambi di beni e di servizi all\u2019interno del mercato europeo e con il resto del mondo. Un esempio: il loro maggiore contributo alla costruzione europea sta nella proposta della\u00a0<strong>Thatcher<\/strong>\u00a0di creare un mercato unico in cui si potesse commerciare senza alcuna restrizione, n\u00e9 vincolo di omologazione dei prodotti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quando la costruzione europea \u00e8 andata troppo oltre il mercato e poneva non pochi condizionamenti alla loro libert\u00e0 d\u2019azione e qualche costo aggiuntivo in termini finanziari, una maggioranza di britannici ha votato per uscirne, pur conservando un gran interesse a mantenerne alcuni benefici come l\u2019accesso al mercato unico ed a quelli finanziari europei, e la cooperazione in alcuni importanti campi, quali la sicurezza e i progetti di Ricerca e Sviluppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si pu\u00f2 giudicare quest\u2019atteggiamento in vario modo, ma in queste scelte conta molto il retaggio storico e la cultura nazionale. Date queste premesse, nel corso dei negoziati \u00e8 apparso sempre pi\u00f9 chiaro che da parte britannica era irrinunciabile mantenere la pi\u00f9 grande autonomia di politica ed emanciparsi dal giudizio di istituzioni europee, in particolare della Corte di Giustizia Europea in caso di contenziosi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa realt\u00e0 confligge nettamente con i capisaldi fondanti del processo d\u2019integrazione europea, che si basa sulla condivisione di benefici, nonch\u00e9 di regole ed istituzioni valide ugualmente per tutti, anche se comportano costi di aggiustamento e rinunce a frazioni di sovranit\u00e0 nazionale. Integrazione economica implica, infatti, avanzare verso un corpo unico di disciplina delle attivit\u00e0 aperte alla concorrenza dei paesi partner e andare oltre nella direzione di accrescere le interconnessioni tra gli stessi e di cooperare nella formulazione ed attuazione delle politiche rilevanti per sostenere un continuo ed armonico sviluppo economico e sociale di tutti gli stati membri. Per l\u2019UE accettare eccezioni a questi principi equivale a piantare i semi di una futura disgregazione dell\u2019Unione stessa, in quanto consentirebbe ad altri membri di abbandonare la costruzione europea e di chiedere lo stesso trattamento accordato al RU. In termini pi\u00f9 concreti, significherebbe permettere al paese che non intende pi\u00f9 contribuire alla costruzione europea di poter continuare a beneficiare della partecipazione al mercato unico senza condividerne le stesse regole e gli stessi vincoli. Una condizione chiaramente inaccettabile sia per i restanti membri, sia per il futuro dell\u2019integrazione. Tanto pi\u00f9 inaccettabile allorquando i governanti britannici dichiarano di voler usare la riconquistata autonomia per offrire agli investitori e alle imprese condizioni pi\u00f9 vantaggiose di quanto possibile nell\u2019UE; quest\u2019ultima, di conseguenza, si troverebbe esposta a una forte concorrenza di sistema dall\u2019esterno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tra gli operatori economici la Brexit \u00e8, invece, valutata prevalentemente nei suoi effetti sull\u2019andamento della crescita, degli scambi commerciali, dei servizi finanziari e di grandezze macroeconomiche, quali gli investimenti. l\u2019occupazione e l\u2019inflazione. Le simulazioni econometriche finora effettuate concordano nello stimare che l\u2019impatto di medio periodo sulla dinamica dell\u2019economia europea sar\u00e0 negativo ma di portata modesta e probabilmente molto inferiore a quanto si verificherebbe nel RU. In particolare, considerando un ventaglio di scenari che vanno dal\u00a0<em>no deal<\/em>\u00a0a una sorta di \u201c<em>soft Brexit<\/em>\u201d che contempli la permanenza nel mercato unico, si stima per i britannici una perdita di reddito nel corso degli anni che varia tra il 9,5% e il 6,3%. Nulla di sorprendente, dato che il mercato dell\u2019Unione conta attualmente per circa il 45% degli scambi del RU e che la \u201cdistruzione di commerci\u201d conseguente alla perdita dei benefici traibili da quel mercato non sarebbe immediatamente compensabile con una diversione degli scambi verso altre aree geografiche pi\u00f9 lontane. L\u2019esito finale dipender\u00e0, tuttavia, dalla risposta di politica economica del governo britannico allo shock della Brexit, a cui va a sommarsi quello della crisi sanitaria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un\u00a0<em>no deal<\/em>\u00a0non avrebbe un impatto altrettanto drammatico sull\u2019economia italiana, bench\u00e9 il mercato d\u2019oltremanica costituisca per importanza il quinto sbocco per i nostri prodotti e nonostante le molte lamentele e richieste sollevate dalle categorie pi\u00f9 colpite. Ben difficilmente nel prossimo biennio l\u2019interscambio commerciale bilaterale potr\u00e0 continuare a crescere ai ritmi dello scorso decennio (+4,5% in media dal 2012), superando il livello di oltre 35 miliardi di euro raggiunto nel 2019 con un eccedenza delle nostre esportazioni (25 mld) sulle importazioni (10,7mld). Diversi ostacoli vi si frappongono, a parte lo shock della Brexit, tra cui gli effetti sulla domanda del RU del rallentamento del commercio mondiale in atto da qualche anno, della lunga crisi sanitaria, che ha depresso i redditi e rafforzato le pressioni protezionistiche, e di un ulteriore cedimento della sterlina dopo quelli avvenuti fin dal referendum di uscita dall\u2019Unione. La SACE stima che il\u00a0<em>no deal<\/em>\u00a0determinerebbe una contrazione dell\u2019export italiano (rispetto allo scenario ritenuto probabile senza\u00a0<em>no deal<\/em>) del 12,1% nel 2021 dopo il meno 14,8% del 2020, con un forte rimbalzo nel 2023 (+7,7%) che porterebbe gli scambi al di sopra dell\u2019andamento assunto come probabile. Ma questo scenario si basa su ipotesi sulle nuove barriere tariffarie nell\u2019interscambio tutte da verificare, e non \u00e8 nemmeno chiaro quanto il calo degli scambi sia dovuto a fattori indipendenti dalla Brexit. Si consideri anche che il\u00a0<em>no deal<\/em>\u00a0non preclude che in seguito si possano raggiungere limitati accordi col RU su qualche comparto sulla base di vantaggi specifici attentamente bilanciati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Complessivamente, sembra che gli effetti negativi siano da mettere in conto, ma siano sostenibili. Le analisi dell\u2019OCSE e di altre istituzioni, per esempio, stimano che tra le grandi economie dell\u2019UE quella italiana risulterebbe tra le meno colpite. Molto dipender\u00e0 da quanto efficace sar\u00e0 la reazione del governo italiano nell\u2019innescare una robusta ripresa economica mettendo a frutto le ingenti risorse fornite da Bruxelles. In ogni caso, l\u2019interesse preminente dell\u2019Italia travalica le mere considerazioni commerciali e riguarda il futuro dell\u2019Unione con il corollario della necessit\u00e0 di proseguire nello sforzo comune di costruire una Casa Europea in cui tutti i membri traggano stimolo e sostegno nel perseguire il loro progresso sociale, culturale ed economico. Quindi, anche per il nostro paese il\u00a0<em>no deal<\/em>\u00a0sarebbe meglio di un\u00a0<em>bad deal<\/em>.<\/p>\n<p><strong>FONTE<\/strong>:\u00a0<a href=\"https:\/\/formiche.net\/2020\/12\/no-deal-zecchini\/\">https:\/\/formiche.net\/2020\/12\/no-deal-zecchini\/<\/a><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FORMICHE (Salvatore Zecchini) Nel corso dei negoziati \u00e8 apparso sempre pi\u00f9 chiaro che da parte britannica era irrinunciabile mantenere la pi\u00f9 grande autonomia di politica ed emanciparsi dal giudizio di istituzioni europee. 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