{"id":61535,"date":"2020-12-21T09:30:16","date_gmt":"2020-12-21T08:30:16","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61535"},"modified":"2020-12-20T23:37:42","modified_gmt":"2020-12-20T22:37:42","slug":"essere-keynesiani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61535","title":{"rendered":"Essere Keynesiani"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>TERMOMETRO GEOPOLITICO<\/strong><\/p>\n<p><strong>(Claudio Freschi)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ad ogni crisi economica, il nome di John Maynard Keynes torna estremamente popolare. Solo che le sue teorie economiche spesso vengono citate a casaccio (se non in malafede). Mettiamo un po\u2019 di ordine.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Puntualmente in occasione di una crisi economica, il nome di John Maynard Keynes torna ad essere estremamente popolare. Chiunque si occupi di materie economiche, sia esso giornalista, opinionista o peggio ancora politico, parla o scrive, spesso a sproposito, di politiche keynesiane per affrontare il probabile dissesto. Lo scopo di questo articolo, lungi dal voler essere esaustivo sul pensiero del brillante economista di Cambridge, \u00e8 quello di fissare alcuni punti cardine da sempre imprescindibili per Keynes.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Essere Keynesiani significa, oggi come allora, riconoscere il ruolo cruciale della domanda aggregata, favorire lo stimolo fiscale (attraverso la spesa pubblica ed agendo su imposte e tasse) in tempi di crisi anche a discapito di un peggioramento del debito nazionale, ed essere consapevoli che la politica monetaria non \u00e8 sufficiente, ed a volte completamente inadeguata, ad affrontare una grave recessione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La domanda aggregata<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La grande depressione del 1929 serv\u00ec a John Maynard Keynes per lanciare la sua grande rivoluzione economica. In una serie di articoli e raccomandazioni, culminati nella sua Teoria Generale dell\u2019occupazione, dell\u2019interesse e della moneta, Keynes fu il primo a sostenere in maniera decisa come il principale problema dell\u2019economia classica fosse il presupposto che fosse l\u2019offerta a creare la domanda. La famosa legge di Say, tanto contestata da Keynes, prevede che in una economia di mercato se si ha un eccesso di offerta di un bene i prezzi tenderanno a scendere, e questa discesa render\u00e0 conveniente acquistare quel bene. Per la teoria classica predominante all\u2019epoca, i bisogni dei consumatori erano sempre maggiori della capacit\u00e0 dei produttori di soddisfarli: qualsiasi cosa venisse prodotta sarebbe stata acquistata e consumata se si fosse trovato il giusto prezzo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Keynes fece notare che in seguito alla Grande Depressione non vi era alcuna garanzia che i beni prodotti venissero effettivamente acquistati: rimanendo invenduti questo avrebbe causato una contrazione della produzione e in ultima analisi una crescente disoccupazione. Per mantenere la piena occupazione non ci si poteva quindi affidare ai meccanismi di autoregolazione del mercato, bens\u00ec occorreva un intervento statale al fine di ridare potere di acquisto alla popolazione attraverso politiche di spesa pubblica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nonostante gli attacchi decisivi di Keynes, la dottrina classica torn\u00f2 in auge a partire dagli anni \u201970 del secolo scorso. Semplicemente, l\u2019importanza della domanda aggregata torn\u00f2 ad essere ignorata. I maligni dicono che il ritorno del pensiero classico sia dovuto alle giustificazioni che questo offre alle ineguaglianze ed alle ingiustizie sociali prodotte dal capitalismo, ma il punto non \u00e8 ideologico. Il problema \u00e8 il fallimento, ai fini previsionali, di questo tipo di dottrina. Un problema che viviamo anche ai giorni nostri \u00e8 l\u2019incapacit\u00e0 degli economisti classici di prevedere e attuare le misure necessarie per affrontare le grandi crisi economiche. L\u2019aspetto pi\u00f9 grave \u00e8 che la grande maggioranza degli economisti contemporanei, sembra non aver dato alcuna importanza alla mancanza di corrispondenza tra la loro teoria e i risultati da essa prodotti nel mondo reale. Alimentando cos\u00ec la sfiducia, quando non vera e propria diffidenza, tra la persona comune e il mondo economico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Lo stimolo fiscale<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Data la centralit\u00e0 della domanda aggregata nella teoria Keynesiana, diventa chiaro come per l\u2019economista di Cambridge fosse fondamentale un adeguato stimolo fiscale. Per combattere una crisi recessiva occorre quindi un forte intervento governativo, sotto forma di aumento della spesa pubblica accompagnato da un taglio delle tasse. Queste misure, come vedremo in seguito, dovranno essere incisive ma temporanee, contrariamente a quanto molti pensino, Keynes non era un fanatico del debito pubblico ad oltranza. Era convinto che occorresse agire senza paura per mettere in atto politiche economiche coraggiose, in quanto solo queste potevano essere efficaci, anche a scapito di un peggioramento dei conti pubblici. Solo una volta rilanciata l\u2019economia, si poteva e si doveva tornare a pensare all\u2019equilibrio di bilancio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma l\u2019attenzione che Keynes poneva sulla politica fiscale non lo portava a trascurare la politica monetaria, che vedeva come un complemento all\u2019aumento della spesa pubblica. Le Banche Centrali, in accordo con i Ministeri del Tesoro, dovrebbero poter fornire \u201caiuti\u201d finanziari aumentando la liquidit\u00e0 disponibile sui mercati, se a seguito di una crisi il mercato del credito andasse a contrarsi. Questa differenza nell\u2019importanza della politica fiscale rispetto a quella monetaria \u00e8 per\u00f2 il fulcro della rivoluzione Keynesiana. La dottrina classica si \u00e8 sempre opposta agli stimoli fiscali come arma per combattere la recessione, spingendo invece per una politica di austerit\u00e0, ovvero tagliando ulteriormente la spesa pubblica e riducendo il debito di una Nazione. Per gli economisti classici uno stimolo fiscale non porter\u00e0 ad una uscita dalla crisi bens\u00ec la aggraver\u00e0, in quanto privati ed imprese si aspetteranno in un prossimo futuro una maggiore tassazione che vada a compensare l\u2019aumento del deficit, contraendo la loro fiducia e quindi agendo da freno per gli investimenti. Per i classici, o pi\u00f9 precisamente per i neoclassici che hanno approfondito la materia, sar\u00e0 sempre e solo sufficiente un intervento di politica monetaria, come ad esempio l\u2019immissione di liquidit\u00e0 sui mercati da parte delle Banche Centrali, le politiche di Quantitative Easing che abbiamo visto adottare per la crisi del 2008 e che ancora oggi sono parte fondamentale nella lotta alla crisi generata dal Covid-19.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per la Teoria Keynesiana, al contrario, lo stimolo monetario \u00e8 un rafforzativo dello stimolo fiscale, che rimane centrale. La riduzione delle entrate fiscali o l\u2019incremento della spesa pubblica andranno finanziati attraverso un aumento dell\u2019emissione di titoli di Stato. La Banca Centrale in accordo con il Ministero del Tesoro potr\u00e0 cos\u00ec acquistare sul mercato questo surplus di prestiti governativi e in questo modo l\u2019espansione fiscale sar\u00e0 accompagnata da una espansione monetaria, che avr\u00e0 il non secondario effetto di mantenere bassi i tassi di interesse. Se la combinazione di stimoli fiscali e monetari sar\u00e0 sufficientemente corposa, la domanda aggregata torner\u00e0 a livelli ottimali favorendo la ripresa economica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Essere Keynesiano, oggi pi\u00f9 che mai, significa dare la priorit\u00e0 a combattere la recessione, piuttosto che prevenire un eccessivo rialzo del debito pubblico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il ritorno alla crescita e le politiche restrittive<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La critica principale alle soluzioni proposte da Keynes riguarda proprio l\u2019impatto sul debito di una Nazione. A causa della pandemia che ha richiesto misure eccezionali da parte di tutti i governi del mondo, le percentuali di indebitamento delle singole Nazioni rispetto al prodotto interno lordo sono aumentate in maniera molto significativa. Il timore che il debito diventi troppo elevato \u00e8 spesso per\u00f2 anche il maggior ostacolo all\u2019implementazione di stimoli fiscali adeguati al fine di combattere delle crisi cos\u00ec profonde. Questo perch\u00e9 troppo spesso si considera uno Stato al pari di un privato cittadino o di una azienda, con le stesse logiche e gli stessi limiti di indebitamento. Durante una crisi \u00e8 normale che i cittadini si comportino con prudenza, taglino le spese e provino a risparmiare, e si aspettano che uno Stato si comporti allo stesso modo. Ma se per un privato o un\u2019azienda spesso l\u2019austerit\u00e0 diviene una scelta obbligata, uno Stato ha altre opzioni. Pu\u00f2 infatti spendere pi\u00f9 di quanto incassi con le tasse, prendere a prestito la differenza emettendo titoli di Stato e fare in modo che la Banca Centrale acquisti la differenza, comprando questi titoli ed emettendo nuova moneta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Con il ritorno alla crescita economica dovuta allo stimolo fiscale, ritorner\u00e0 la fiducia, aumenteranno consumi e investimento, e solo a quel punto l\u2019intervento pubblico potr\u00e0 diminuire gradualmente. La domanda aggregata torner\u00e0 su livelli tali da mantenere la piena occupazione riducendo il deficit di bilancio e quindi portando il debito pubblico ad una percentuale accettabile del prodotto interno lordo. In questo modo, alla successiva crisi, il debito governativo sar\u00e0, almeno idealmente, sufficientemente basso da rendere politicamente praticabile un nuovo stimolo fiscale per combattere la nuova recessione. Ecco che per la teoria keynesiana l\u2019innalzamento del Debito attraverso la spesa pubblica in deficit non \u00e8 un Dogma, bens\u00ec l\u2019arma principale in mano agli Stati nei periodi di crisi. Ma una volta ritornati alla prosperit\u00e0 e alla crescita economica, occorre pensare di tornare a risanare i conti pubblici, concetto sintetizzato da Keynes con la famosa frase \u201cThe boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Conclusioni<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Risulta impossibile concentrare in poche righe il pensiero economico di John Maynard Keynes, ma abbiamo ritenuto utile provare a chiarire alcuni concetti, che troppo spesso vengono dimenticati anche e soprattutto da chi in qualche maniera si dipinge come keynesiano. Assistenzialismo, aumento indiscriminato della spesa pubblica, politiche monetarie espansionistiche, non fanno parte della Teoria sviluppata dall\u2019economista di Cambridge, possono al massimo essere tatticismi temporanei al soldo di una strategia di pi\u00f9 ampio respiro, ma mai il cuore delle politiche economiche.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Diventa cos\u00ec importante, soprattutto di fronte ad una crisi come quella che stiamo vivendo, imparare a distinguere chi esprime concetti e soluzioni avendo una reale comprensione del pensiero economico di Keynes, e chi invece lo usa come paravento, per dare una parvenza di scientificit\u00e0 a misure economiche prese un po\u2019 a casaccio quando non in clamorosa malafede.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/economia\/keynes-teoria-economica\/\">https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/economia\/keynes-teoria-economica\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Claudio Freschi) &nbsp; Ad ogni crisi economica, il nome di John Maynard Keynes torna estremamente popolare. 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