{"id":61547,"date":"2020-12-21T12:15:19","date_gmt":"2020-12-21T11:15:19","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61547"},"modified":"2020-12-21T12:12:46","modified_gmt":"2020-12-21T11:12:46","slug":"le-ragioni-del-crollo-della-produttivita-italiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61547","title":{"rendered":"Le ragioni del crollo della produttivit\u00e0 italiana"},"content":{"rendered":"<p><strong>Nanismo aziendale o nanismo politico?<\/strong><\/p>\n<p>di <strong>KRITICA ECONOMICA<\/strong> (Riccardo D&#8217;Orsi)<\/p>\n<p>La\u00a0<strong>stagnazione dell\u2019economia italiana<\/strong>\u00a0ha radici profonde che precedono lo scoppio della Crisi finanziaria globale del 2007\/08. Mentre il reddito pro-capite medio dell\u2019Italia ha viaggiato a lungo sugli stessi livelli di Francia e Germania, a partire\u00a0<strong>dalla seconda met\u00e0 degli anni \u201990<\/strong>, le sue performance economiche sono peggiorate drasticamente.<\/p>\n<p>In contrapposizione ad alcuni studi che tendevano ad ascrivere i problemi dell\u2019economia italiana a un presunto\u00a0<strong>minor numero di ore lavorative rispetto ai suoi\u00a0<em>competitor<\/em><\/strong>\u00a0[1], la letteratura sul tema \u00e8 pressoch\u00e9 unanime nel ritenere il declino italiano un problema di\u00a0<strong>produttivit\u00e0<\/strong>\u00a0[2]. Mentre infatti fino agli inizi degli anni \u201990 l\u2019efficienza del processo produttivo italiano aveva tenuto il passo con le due maggiori economie europee,\u00a0<strong>tra il 1990 e il 1993, e poi ancora dal 1996, la produttivit\u00e0 italiana \u00e8 crollata<\/strong>.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-3536 lazyloaded td-animation-stack-type0-2\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=696%2C366&amp;ssl=1\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"620\" data-srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=1024%2C538&amp;ssl=1 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=300%2C158&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=768%2C403&amp;ssl=1 768w, https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=150%2C79&amp;ssl=1 150w, https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=696%2C365&amp;ssl=1 696w, https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=1068%2C561&amp;ssl=1 1068w, https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=800%2C420&amp;ssl=1 800w, https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?w=1200&amp;ssl=1 1200w\" data-src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.kriticaeconomica.com\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Copia-di-Copia-di-Copy-of-VINCOLO-ALLO-SVILUPPO-SOSTENIBILE-1.png?resize=696%2C366&amp;ssl=1\" data-sizes=\"(max-width: 696px) 100vw, 696px\" \/><\/figure>\n<p>Sulla scia della teoria neoclassica dominante, che non ammette alcun ruolo della domanda aggregata nel lungo periodo, la maggior parte dei contributi accademici si \u00e8 concentrata sulle cause di tale tendenza da una prospettiva che enfatizza il\u00a0<strong>ruolo dell\u2019offerta<\/strong>. Secondo tale approccio, si \u00e8 spesso sostenuto che la bassa produttivit\u00e0 italiana fosse dovuta al\u00a0<strong>\u201cnanismo\u201d della sua impresa<\/strong>, che non le avrebbe consentito di beneficiare degli effetti di economia di scala e ricerca e sviluppo (R&amp;D) [3].<\/p>\n<p>Tuttavia, le spiegazioni del crollo della produttivit\u00e0 italiana che enfatizzano il ruolo dell\u2019offerta non risultano convincenti. L\u2019arresto della crescita dell\u2019efficienza del processo produttivo italiano avviene infatti a partire da u<strong>n preciso momento storico coincidente con la fase in cui l\u2019Italia ha perseguito risolutamente l\u2019ingresso nell\u2019Unione Economica Monetaria<\/strong>\u00a0[4]. D\u2019altro canto, i fattori produttivi spesso enfatizzati da chi si concentra sul lato dell\u2019offerta sono strutturalmente presenti nel nostro sistema industriale, e non hanno impedito al paese di crescere in passato al pari dei suoi partner europei mantenendo livelli di produttivit\u00e0 pressoch\u00e9 analoghi.<\/p>\n<p>La spiegazione di come l\u2019adesione a Maastricht sia stata determinante nel crollo della produttivit\u00e0 italiana viene plasticamente fornita dalla teoria economica che sottolinea il ruolo della domanda aggregata nei processi produttivi. Petrus Johannes Verdoorn [5] ricorda infatti come vi sia una\u00a0<strong>relazione bilaterale tra crescita economica e produttivit\u00e0<\/strong>: cos\u00ec come una maggiore produttivit\u00e0 determina un maggior tasso di crescita, un aumento del reddito si rifletter\u00e0 positivamente sulla produttivit\u00e0. Come riconosciuto da Nicholas Kaldor [6], la ragione \u00e8 da ricondursi al fatto che maggiore \u00e8 la crescita, pi\u00f9 le imprese dovranno investire per far fronte alla crescente domanda di beni e servizi, e pi\u00f9 aumenter\u00e0 la produttivit\u00e0. La validit\u00e0 strutturale della legge Kaldor-Verdoorn per l\u2019economia italiana \u00e8 stata recentemente confermata da uno studio di\u00a0<a href=\"https:\/\/www.economiaepolitica.it\/politiche-economiche\/la-legge-kaldor-verdoorn-e-attuale\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Emanuele Millemaci e Fernando Ofria<\/a>\u00a0[7].<\/p>\n<p>Il proseguimento naturale di quanto detto al fine di verificare il ruolo della domanda aggregata nel calo della produttivit\u00e0 italiana, \u00e8 quello di investigarne le dinamiche storiche e compararle a quelle dei maggiori paesi europei. Un simile lavoro \u00e8 stato portato avanti da\u00a0<a href=\"https:\/\/www.economiaepolitica.it\/primo-piano\/bassa-domanda-e-declino-italiano\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Stefano Perri e Roberto Lampa<\/a>\u00a0[8], che mostrano come, analogamente a quanto avvenuto per la produttivit\u00e0,\u00a0<strong>a partire dagli anni \u201990 il livello di domanda aggregata italiano abbia cominciato a divergere rispetto a quello dei partner europei<\/strong>. La dinamica pi\u00f9 rilevante \u00e8 quella legata all\u2019andamento della\u00a0<strong>domanda interna<\/strong>\u00a0italiana, che a seguito di continui avanzi primari scelleratamente conseguiti per rientrare dei parametri macroeconomici di Maastricht, risulta al di sotto della media europea per tutto il periodo considerato [9].<\/p>\n<p>Piuttosto che di \u201cnanismo aziendale\u201d, quando si guarda alle dinamiche di stagnazione della produttivit\u00e0 e declino economico del Bel Paese sarebbe dunque pi\u00f9 corretto parlare di\u00a0<strong>\u201cnanismo politico\u201d<\/strong>. Non pu\u00f2 che essere meritevole di tale epiteto una classe dirigente che tanto superficialmente decide di imbrigliare il proprio paese in una serie di vincoli non idonei alle caratteristiche strutturali del suo sistema produttivo, causandone la \u201cmezzogiornificazione\u201d nell\u2019arco di poco pi\u00f9 di due decenni. Qualsiasi prospettiva di rilancio, non pu\u00f2 che partire da questa constatazione, affiancata al\u00a0<strong>ripudio di politiche di deregolamentazione, privatizzazione e austerit\u00e0 come ricetta di sviluppo<\/strong>\u00a0[10].<\/p>\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n<h2>Note<\/h2>\n<p>[1] Alesina, A. F., Glaeser, E. L., &amp; Sacerdote, B. (2005). Work and Leisure in the US and Europe: Why So Different?. NBER Macroeconomics Annuals, 20, 1-100.<\/p>\n<p>[2] Daveri, F., &amp; Jona-Lasinio, C. (2005). Italy\u2019s Decline: Getting the Facts Right. Giornale Degli Economisti, 64(4), 365-410.<\/p>\n<p>[3] Parisi, M. L., Schiantarelli, F., &amp; Sembenelli, A. (2006). Productivity, Innovation and R&amp;D: Micro Evidence for Italy. European Economic Review, 50(8), 2037-2061.<\/p>\n<p>[4] Bagnai, A. (2016). Italy\u2019s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis. International Review of Applied Economics, 30(1), 1-26.<\/p>\n<p>[5] Verdoorn, J. P. (1949). On the factors determining the growth of labor productivity. Italian economic papers, 2, 59-68.<\/p>\n<p>[6] Kaldor, N. (1967). Strategic Factors in Economic Development. New York: Ithaca.<\/p>\n<p>[7] Ofria, F., &amp; Millemaci, E. (2014). Kaldor-Verdoorn\u2019s Law and Increasing Returns to Scale \u2013 a Comparison across Developed Countries. Journal of Economic Studies, 41(1), 140\u2013162.<\/p>\n<p>[8] Perri, S., &amp; Lampa, R. (2014). The Italian economic decline: from theory to stylized facts. In Cerqueti R. (ed.), Polymorphic Crisis. Readings on the Great Recession of the 21st century (pp. 151-213). Macerata: EUM-University of Macerata Publications.<\/p>\n<p>[9] Baccaro, L., &amp; D\u2019Antoni, M. (2020). Has the\u201d external constraint\u201d contributed to Italy\u2019s stagnation? A critical event analysis (No. 20\/9). MPIfG Discussion Paper.<\/p>\n<p>[10] Storm, S. (2019). Lost in deflation: Why Italy\u2019s woes are a warning to the whole Eurozone. International Journal of Political Economy, 48(3), 195-237.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.kriticaeconomica.com\/crollo-produttivita-italiana\/\">https:\/\/www.kriticaeconomica.com\/crollo-produttivita-italiana\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nanismo aziendale o nanismo politico? di KRITICA ECONOMICA (Riccardo D&#8217;Orsi) La\u00a0stagnazione dell\u2019economia italiana\u00a0ha radici profonde che precedono lo scoppio della Crisi finanziaria globale del 2007\/08. Mentre il reddito pro-capite medio dell\u2019Italia ha viaggiato a lungo sugli stessi livelli di Francia e Germania, a partire\u00a0dalla seconda met\u00e0 degli anni \u201990, le sue performance economiche sono peggiorate drasticamente. 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