{"id":61839,"date":"2021-01-13T09:38:21","date_gmt":"2021-01-13T08:38:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61839"},"modified":"2021-01-13T11:37:43","modified_gmt":"2021-01-13T10:37:43","slug":"cera-una-volta-donald-trump","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=61839","title":{"rendered":"C\u2019era una volta Donald Trump\u2026"},"content":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Luca Giannelli)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14pt\"><strong>Ritratto controcorrente dell\u2019uomo che ha messo in luce la crisi americana. Decennale. Quando una societ\u00e0 privata condanna all\u2019ostracismo un presidente regolarmente eletto la democrazia vacilla<\/strong><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>C\u2019era una volta un presidente. Si chiamava Donald Trump, era di origini tedesche e diversamente da gran parte dei suoi predecessori non proveniva n\u00e9 dal mondo dei militari n\u00e9 da quello degli avvocati. Il suo habitat artificiale era stato e continuava ad essere l\u2019edilizia, attivit\u00e0 ereditata dal padre al quale gi\u00e0 Woody Guthrie aveva dedicato qualche invettiva canora. Veniva da quel Bronx nel quale erano nati tanti New York Intellectuals, ma la cultura non era mai stata il suo forte. Non lo era mai stata nemmeno l\u2019eleganza, per la verit\u00e0, ma con un popolo di cui come diceva Barnum nessuno perder\u00e0 mai un centesimo a sottovalutare i gusti, questo non era certo un problema. Proprio dall\u2019alta moda, da Pierre Cardin aveva preso l\u2019idea chiave per farsi strada: mettere il suo nome su ogni cosa, dalla bistecca al grattacielo. Il sarto francese voleva dare forma al mondo, lui si era messo in testa di darla a Manhattan e a se stesso, una Trump-Manhattan.<\/p>\n<p><strong>All\u2019inizio degli anni Novanta lo davano gi\u00e0 per fallito, ma siccome in America, nel Paese dell\u2019extra large, il fallimento \u00e8 da sempre parte integrante del successo, proprio da l\u00ec, dalla disfatta, aveva saputo, sfruttando una naturale disinvoltura e la dilagante ossessione per il denaro, tirare fuori il successo.<\/strong> Lo aveva raggiunto grazie a un programma televisivo di grande successo che aveva nella frase di rito da lui animosamente pronunciata, \u201cYou\u2019re fired\u201d, la sua formula magica.<\/p>\n<p>Al mondo della politica era sempre stato vicino, finanziando anche il partito democratico, ma non era tipo da sottilizzare troppo su questioni socio-ideologiche. Certo, i suoi riferimenti erano tutti dalla stessa parte, Nixon, Reagan, Goldwater e anche il miliardario Ross Perot che nel 1992 aveva ottenuto uno strepitoso successo da indipendente (inferiore solo a quello di Theodor Roosevelt nel 1912); come quel Roosevelt l\u00ec, nel GOP, il Grand Old Party, quello con l\u2019elefante in bella mostra, non si era mai sentito a casa. Molti conservatori trovavano di che eccepire, famosi opinionisti come George Will abbandonavano il partito, nessuno scommetteva un centesimo sulla sua riuscita, nemmeno dopo che ebbe fatto fuori uno dopo l\u2019altro come birilli tutti i contendenti, nemmeno sapendo che dall\u2019altra parte avrebbe trovato una Hillary Clinton molto poco a suo agio nel sentimento popolare.<\/p>\n<p><strong>Trump gridava contro uno \u201cstato che protegge se stesso e non i cittadini\u201d, mitragliava sui social stile Rambo nella giungla, ma la sua arma segreta non aveva proiettili, viveva alla Casa bianca.<\/strong>\u00a0Si chiamava Barak Obama, e complice una crisi paragonabile solo a quella post 1929, non solo non aveva saputo risollevare il Paese, ma nemmeno il partito cui pure apparteneva, quello democratico. Quella banda di picchiatelli svedesi gli aveva consegnato cos\u00ec sulla fiducia, appena eletto, il Nobel per la pace, cos\u00ec, come se fosse una di quelle bottiglie che trovi nelle camere di albergo, ma la fiducia doveva rivelarsi mal riposta, come si poteva intuire gi\u00e0 all\u2019inizio, quando dopo aver puntato l\u2019indice sulle banche per la crisi finanziaria, come primo atto fece loro recapitare loro 800 miliardi di dollari, senza preoccuparsi minimamente che CEO come quello di J.P.Morgan\u00a0 potessero prendersi buonuscite da 39 milioni.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-136376\" src=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/v2\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/IMG_0963.jpg\" alt=\"\" \/><\/figure>\n<p><strong>Il bello \u00e8 che la crisi del 2007-2008 non \u00e8 che fosse sbucata dal nulla, bastava solo ascoltare e riascoltare canzoni come \u201cThe Ghost of Tom Joad\u201d, scritta da Bruce Springsteen a met\u00e0 anni Novanta, per capire che c\u2019era tutta una popolazione di \u201cdimenticati\u201d (per lo pi\u00f9 bianchi) che la globalizzazione aveva messo in ginocchio.<\/strong>\u00a0Ma il partito democratico si comportava come i delfini incuffiati e addestrati nel film \u201cLe avventure acquatiche di Steve Zissou\u201d di Wes Anderson: \u201co non sentono o non capiscono nulla\u201d.<\/p>\n<p>Per Trump Reagan restava un mito, ma un mito da adattare, per dire cos\u00ec alle esigenze del momento. Il sospirato ritorno alle origini della frontiera (\u201cAmerica is back\u201d), rivisto e corretto nel senso di America first poteva anche funzionare, cos\u00ec come l\u2019alleggerimento fiscale, storico cavallo della destra liberale; ma per la\u00a0<em>deregulation<\/em>, per il liberismo sfrenato non c\u2019era pi\u00f9 posto, cos\u00ec come per la fandonia delle democrazie da esportare nel mondo, che costavano tanto e portavano solo guai. La finanza, insieme alla politica che l\u2019aveva sempre protetta, restava il grande nemico. Su questo terreno potevano incontrarsi perfino i Tea Party e quel movimento Occupy Wall Street che Obama aveva tentato perfino, a un certo momento, con scarso successo, di cavalcare. Chi si era aspettato che col primo presidente nero della storia americana le condizioni dei neri sarebbero migliorate, si era dovuto ricredere; chi aveva sperato che la power \u00e9lite alloggiata nella plancia di comando a Washington e al Pentagono subisse qualche rovescio anche, per non parlare dei rapporti con i potenti cinesi abbracciati da Obama cos\u00ec poco graditi alla pancia del Paese.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-136377\" src=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/v2\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/160615_gma_dowd2_4x3_992.jpg\" alt=\"\" \/><\/figure>\n<p>Prendendo forse alla lettera il simbolo del GOP, nella cristalleria del sistema-mondo il neo presidente Trump era entrato come un elefante, ma un elefante che a ben vedere la proboscide \u2013 stupidaggini social e avvicendamenti a raffica nello staff a parte \u2013 sapeva anche usarla con una qualche accortezza. Gli attacchi ad accordi come il TTIP, all\u2019ONU, all\u2019OMS o la faccia feroce con la Cina funzionavano, la macchina economica marciava, la \u201cstruttura\u201d della sua amministrazione, nepotismi a parte, non \u00e8 che fosse cos\u00ec avventata. Tanto per dire, come Segretario al Tesoro non aveva messo un avversario delle banche ma un parente ma un Goldman Sachs di seconda generazione come Steven Mnuchin.<\/p>\n<p>C\u2019era una volta Trump. Perch\u00e9 ora non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, spazzato via dall\u2019emergenza Covid, e dal conseguente stratosferico boom del voto per posta? Forse, anzi probabilmente. \u00a0Ma da due mesi a questa parte annichilito da se stesso, dal suo stesso invasamento da post-verit\u00e0, dalla povert\u00e0 culturale da cui \u00e8 tiranneggiato, dall\u2019incapacit\u00e0 in fondo di accettare proprio quella realt\u00e0 in nome della quale era riuscito a farsi eleggere presidente.<\/p>\n<p>Che la crisi della politica americana fosse ormai strutturale, e che non ci potesse essere peggiore inaugurazione della follia mondiale scatenata da Bush dopo le torri gemelle, si era capito, a meno di non essere miopi. Che gli otto anni di amministrazione Obama abbiano partorito soltanto una \u2013 peraltro non risolutiva: solo una ventina di milioni di americani su oltre 40 ne hanno tratto vantaggio \u2013 complicatissima legge sanitaria definita dal\u00a0<em>New York Times<\/em>\u00a0\u201cun regalo ad assicurazioni ed aziende farmaceutiche\u201d \u00e8 cosa pi\u00f9 difficile ad ammettere per il bel mondo progressista, quello abituato ad associare il movimento Black lives matter, nato nel 2015 proprio sotto Obama, alla tanto cos\u00ec tanto disprezzata era Trump.\u00a0<strong>\u00c8 lo stesso mondo che si era messo a chiedere l\u2019impeachment fin dal giorno del suo insediamento, che faceva vignette su vignette sui capelli oro giallo e titoli sugli stilisti che si rifiutavano di vestire la moglie Melania, quello che si \u00e8 messo ad attaccare Trump scendendo sul suo misero terreno (vedi i rovesci interni allo stesso\u00a0<em>New York Times<\/em>), che lo ha sempre demonizzato per la presenza ossessiva e ubriacante su piattaforme social.\u00a0<\/strong>Questo almeno fino a due giorni fa, quando Twitter, Instagram e Facebook con atteggiamento censorio gli hanno bloccato il profilo. a tempo \u201cindeterminato o almeno per le prossime due settimane\u201d fino al giuramento gli account del presidente, si \u00e8 fatto sapere.<\/p>\n<p>\u201cGli scioccanti eventi delle ultime 24 ore mostrano chiaramente che il presidente Trump intende usare il resto della sua permanenza in carica minando una pacifica e legale transizione di potere al suo successore, Joe Biden. Riteniamo che i rischi di permettere al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano troppo grandi\u201d. Cos\u00ec, naturalmente\u00a0sul suo profilo Facebook, ha spiegato Mark Zuckerberg. Quello stesso\u00a0<strong>Zuckerberg che lo scorso anno fa aveva eliminato i profili di siti anche italiani ritenuti \u201cpericolosi\u201d, ma che pochi mesi fa, dopo i fatti di Minneapolis e dopo che Twitter aveva oscurato un messaggio presidenziale, aveva riservato una parolina velenosa alla concorrenza, pensando di assumere il ruolo di alfiere del pluralismo:<\/strong>\u00a0\u201cCredo fortemente che Facebook non debba essere l\u2019arbitro della verit\u00e0\u00a0di tutto ci\u00f2\u00a0che la gente dice online. In generale le societ\u00e0\u00a0private, specialmente le piattaforme, probabilmente non dovrebbero essere nella posizione di farlo\u201d.\u00a0Lo stesso Zuckerberg che dopo lo scandalo di Cambridge Analytica (costatogli una multa da 5 miliardi e l\u2019impegno a curare la privacy degli utenti e l\u2019obbligo a creare un comitato interno che monitori il rispetto del trattamento dati) \u00e8 alla ricerca di riabilitazione, in un\u2019America dove in tanti ancora si chiedono come sia stato possibile che la Federal Trade Commission abbia potuto permettere al creatore di Facebook di acquistare prima Instagram (nel 2012, per 1 miliardo di dollari) e poi WhatsApp, per 22 miliardi (due anni dopo, per 22), lanciandolo di fatto come il vero padrone della comunicazione globalizzata.\u00a0<strong>Lo Zuckerberg che ora cos\u00ec imperiosamente interviene nel campo che per gli americani \u00e8 tradizionalmente proprio il pi\u00f9 sacro, quello della libert\u00e0 di opinione cio\u00e8, \u00e8 lo stesso imprenditore-editore che Obama innalz\u00f2 a alfiere del giornalismo nelle Town Hall del 2011<\/strong>\u00a0(alla vigilia delle elezioni), quando fu proprio il giovane miliardario a filtrargli le domande via Facebook.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-136378\" src=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/v2\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/76758.jpg\" alt=\"\" \/><\/figure>\n<p>Il motto di Google, qualcuno se lo ricorder\u00e0, era \u201cdon\u2019t be evil\u201d. Nel 2020 crederci \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile. Lo slogan tanto criptico quanto fortunato lanciato oltre mezzo secolo fa da Marshall McLuhan, \u201cil medium \u00e8 il messaggio\u201d, forse solo ora, con due miliardi di persone indaffarate a farsi belli sui social, sta cominciando ad avere una sua consistenza.<\/p>\n<p>Per questo le parole lanciate qualche anno fa di Zuckerberg, \u201cLa mia speranza \u00e8 di costruire nel lungo termine una infrastruttura sociale per unire l\u2019umanit\u00e0 (\u2026) una comunit\u00e0 informata, sicura, impegnata dal punto di vista civico, inclusiva. Tutte le soluzioni non arriveranno solo da Facebook, ma noi potremo giocare un ruolo, credo\u201d, non fanno per niente sorridere. Si parla tanto di democrazia tormentata, sovrana, pilotata, sfigurata (lo stesso Franco in Spagna non parlava \u201cdemocrazia organica\u201d) in un festival di locuzioni inquietanti, ma forse ancora troppo generiche. Il rischio vero, in un mondo in cui una societ\u00e0 privata pu\u00f2 condannare all\u2019ostracismo un presidente regolarmente eletto, sembra solo uno: quello di avere, complice la politica che continua a dimostrarsi troppo debole e di inesistente valore culturale, una \u201cdemocrazia consegnata\u201d. Ai giganti del web. Come si leggeva in\u00a0<em>Blade Runner<\/em>? \u201cUna nuova vita vi attende nelle colonie Extra-Mondo\/ L\u2019occasione per ricominciare in un Eldorado di buone occasioni e avventure\/ un nuovo clima, divertimenti ricreativi\u2026\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[fonte: https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/esteri\/trump-luca-giannelli\/ ]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Luca Giannelli) &nbsp; Ritratto controcorrente dell\u2019uomo che ha messo in luce la crisi americana. Decennale. 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