{"id":62169,"date":"2021-01-25T11:00:36","date_gmt":"2021-01-25T10:00:36","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=62169"},"modified":"2021-01-24T21:54:09","modified_gmt":"2021-01-24T20:54:09","slug":"1976-linizio-della-fine-del-pci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=62169","title":{"rendered":"1976: l\u2019inizio della fine del PCI"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di La Fionda (Thomas Fazi)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img decoding=\"async\" class=\"img-fluid foto-articolo ls-is-cached lazyloaded\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/A-100-anni-dalla-fondazione-del-Partito-Comunista-Italiano.jpg\" alt=\"\" data-src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/A-100-anni-dalla-fondazione-del-Partito-Comunista-Italiano.jpg\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La storia della crisi del \u201ccompromesso di classe\u201d keynesiano, alla met\u00e0 degli anni Settanta del secolo scorso, che avrebbe poi spianato la strada alla violenta restaurazione capitalistica che oggi chiamiamo neoliberismo, \u00e8 anche la storia della crisi delle sinistre occidentali. E in particolare del PCI.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sono diverse le ragioni per cui le basi di quel compromesso cominciarono a venire meno in quegli anni: l\u2019aumento del prezzo delle materie prime in seguito alle crisi petrolifere, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche (in seguito alla re-industrializzazione di Europa e Giappone), il rallentamento della produttivit\u00e0 ecc., ma soprattutto il diffondersi di richieste sindacali sempre pi\u00f9 radicali. Tutto ci\u00f2 minava alle fondamenta il processo di accumulazione capitalistica. In tal senso, la reazione dei capitalisti fu comprensibile: la loro partecipazione al compromesso di classe keynesiano si basava una serie di condizioni (<em>in primis<\/em>, ovviamente, la possibilit\u00e0 dell\u2019accumulazione); nel momento in cui tali condizioni vennero meno, venne meno anche il loro sostegno al compromesso keynesiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una soluzione consensuale al conflitto distributivo capitale-lavoro che si venne a determinare in quegli anni era semplicemente impossibile; per dirla in parole povere, esso non poteva che risolversi a favore dell\u2019una o dell\u2019altra parte: a favore del capitale (per mezzo di una riduzione dei salari e pi\u00f9 in generale del potere dei sindacati) o a favore dei lavoratori, per mezzo di quella graduale \u201csocializzazione degli investimenti\u201d \u2013 finalizzata a sottrarre una parte cospicua dell\u2019investimento alla logica del profitto, all\u2019interno di una regolamentazione complessiva dell\u2019investimento privato \u2013 che lo stesso Keynes indicava come unica soluzione alla naturale tendenza al ristagno del capitalismo sviluppato e come \u201cvia lenta\u201d alla societ\u00e0 ideale immaginata dall\u2019economista britannico, idea poi ripresa in chiave pi\u00f9 radicale da Hyman Minsky proprio negli anni Settanta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il problema \u00e8 che buona parte della sinistra socialdemocratica e socialcomunista o non cap\u00ec ci\u00f2 che stava avvenendo \u2013 diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente era, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi\u00a0<em>capitalistica<\/em>\u00a0che invest\u00ec il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico \u2013 o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i \u201cfondamentali\u201d del sistema e in particolare il problema del \u201cvincolo esterno\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il fatto che la teoria economica dominante \u2013 quella versione \u201cimbastardita\u201d delle teorie di Keynes nota come neokeynesismo \u2013 fosse incapace di offrire una spiegazione alla cosiddetta stagflazione di quegli anni (la contemporanea presenza di alti tassi di disoccupazione e alti tassi di inflazione) non aiut\u00f2. Ma ad obnubilare la capacit\u00e0 di analisi dei movimenti operai, indebolendone la volont\u00e0 di opporsi ai primi passi della controrivoluzione neoliberale contribu\u00ec anche il diffondersi di teorie nate negli stessi ambienti di sinistra: in primo luogo, l\u2019accettazione della tesi secondo cui una delle cause fondamentali della crisi fosse la spirale incontrollata della spesa pubblica (vedi il successo del famoso saggio di James O\u2019Connor sulla crisi fiscale dello Stato), poi il mito secondo cui il successo delle multinazionali \u2013 nella misura in cui sembravano neutralizzare i poteri di regolazione dello Stato-nazione \u2013 rendeva di fatto impossibile praticare il \u201ckeynesismo in un solo paese\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la met\u00e0 degli anni Settanta e l\u2019inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo globalizzazione, e il contestuale svuotamento delle sovranit\u00e0 nazionali in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernit\u00e0. In realt\u00e0, come spiego nel libro <em>Sovranit\u00e0 o barbarie<\/em>, si trattava di tesi perlopi\u00f9 prive di fondamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fatto sta, per\u00f2, che la sinistra europea, avendo accettato l\u2019impossibilit\u00e0 o comunque la non auspicabilit\u00e0 di una svolta nella direzione di un \u201criformismo radicale\u201d a livello domestico, nell\u2019accezione minskyana del termine, sia l\u2019inevitabilit\u00e0 della globalizzazione (nella sua variante neoliberale) a livello internazionale, fin\u00ec di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come <em>unica <\/em>soluzione alla crisi del keynesismo. Come notano Albo Barba e Massimo Pivetti, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente sub\u00ecto l\u2019accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell\u2019ultimo trentennio; al contrario, la sinistra \u00abha in larga misura consapevolmente deciso e gestito\u00bb questa transizione, e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non a caso \u2013 secondo una paradossale logica autoavverantesi, in cui la sinistra si \u00e8 prodigata per plasmare la realt\u00e0 in base alla sua analisi fallace della stessa \u2013 in numerosi paesi proprio le forze socialiste e laburiste <em>anticiparono <\/em>la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Basti pensare alla svolta che James Callaghan impose al Labour Party alla met\u00e0 degli anni Settanta, dopo avere liquidato la sinistra interna di Tony Benn, o alla retromarcia che il presidente francese Mitterrand, \u201cispirato\u201d dal ministro social-liberale Jacques Delors, comp\u00ec all\u2019inizio degli anni Ottanta, convertendosi al liberismo dopo essere stato eletto con un programma radicale di trasformazione in senso socialista dell\u2019economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La traiettoria appena descritta assunse in Italia caratteristiche peculiari. Nonostante la congiuntura internazionale negativa, la prima met\u00e0 degli anni Settanta, rappresent\u00f2 per l\u2019Italia, proprio in virt\u00f9 della forza del movimento operaio e dell\u2019altissimo livello di conflittualit\u00e0 sociale ed industriale, una stagione di grandi riforme progressive: l\u2019accordo sulla scala mobile (ossia l\u2019indicizzazione dei salari all\u2019inflazione); la riforma del sistema pensionistico; lo Statuto dei diritti dei lavoratori; nuove norme per la tutela delle lavoratrici madri e la parit\u00e0 di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro; l\u2019avvio di un tentativo di riforma del sistema tributario nel senso dell\u2019aumento della sua progressivit\u00e0; e, soprattutto, l\u2019istituzione del Servizio sanitario nazionale (SSN).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di l\u00ec a poco, per\u00f2, il ciclo riformista sarebbe volto bruscamente (e brutalmente) al termine sotto la spinta di una controffensiva padronale senza precedenti. Determinanti in tal senso si riveleranno le scelte che il PCI compir\u00e0 nella seconda met\u00e0 del decennio in questione. La controffensiva ebbe inizio nel 1976-77, con il varo da parte del governo di nuove misure restrittive\/deflazionistiche, che determinarono un leggero miglioramento della dinamica dei prezzi e della bilancia commerciale, ma anche un crollo della produzione e degli investimenti. Il calo dell\u2019occupazione e della crescita indebolirono il potere contrattuale dei lavoratori, dando il via a una radicale riorganizzazione dei rapporti di classe che avrebbe trovato il suo coronamento nell\u2019adesione dell\u2019Italia, di l\u00ec a poco, al Sistema monetario europeo (SME), prodromico all\u2019introduzione della moneta unica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli eventi drammatici di quegli anni \u2013 che avrebbero segnato l\u2019inizio della fine per il movimento operaio italiano e pi\u00f9 in generale per le prospettive di democratizzazione dell\u2019economia \u2013 non possono essere compresi se non si analizza il ruolo cruciale giocato in quegli anni dal Partito Comunista Italiano. Dopo l\u2019<em>exploit <\/em>alle amministrative del 1975 si svilupp\u00f2 in seno al PCI un fervente dibattito sulla posizione che il partito, alla luce della proposta di \u201ccompromesso storico\u201d avanzata dal segretario generale Enrico Berlinguer alla DC e al PSI nel 1973, dovesse assumere nei confronti di quelli che nel dibattito pubblico erano presentati come i due \u201cmali\u201d del paese: l\u2019inflazione e gli squilibri con l\u2019estero. Paradigmatico di quel dibattito \u2013 e delle drammatiche conclusioni che ne trasse il partito \u2013 fu un convegno organizzato nel 1976 dal CESPE, il Centro studi di politica economica del PCI, esplicitamente dedicato al tema della crisi economica, del costo del lavoro e dei condizionamenti internazionali dell\u2019Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 utile riprendere le fila di quel dibattito perch\u00e9 vi si ritrovano molti dei temi centrali di quello odierno. Esso vide confrontarsi il neokeynesiano e futuro premio Nobel per l\u2019economia Franco Modigliani \u2013 che proponeva la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all\u2019inflazione e una riduzione generalizzata degli stessi \u2013 e diversi economisti eterodossi vicini al PCI, nonch\u00e9, ovviamente, esponenti del partito stesso. \u00c8 bene ricordare il contesto nazionale di questo dibattito, in cui la forza organizzata della classe operaia fu \u00abassunta ancora una volta [dal governo e dai <em>media <\/em>filo-governativi] come la principale responsabile dei problemi di competitivit\u00e0 dell\u2019economia nazionale, della mancata estensione dell\u2019occupazione, e dell\u2019abnorme diffusione di forme di lavoro nero\u00bb, come scrivono Leonardo Paggi e Massimo D\u2019Angelillo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La tesi di Modigliani, a grandi linee, era la seguente: la scala mobile conduceva, a suo dire, a un aumento del salario reale (a causa dell\u2019impossibilit\u00e0 per gli imprenditori di scaricare tutto l\u2019aumento salariale sui prezzi), determinando cos\u00ec un peggioramento della bilancia commerciale italiana (le importazioni sarebbero aumentate, mentre le esportazioni sarebbero diminuite). Inoltre, la compressione dei profitti disincentivava gli imprenditori a investire, causando una contrazione della produttivit\u00e0 e di conseguenza dell\u2019occupazione. Era quindi nell\u2019interesse dei lavoratori stessi, e compito dei sindacati, cancellare la scala mobile e accettare un livello salariale pi\u00f9 basso, che fosse compatibile con la piena occupazione. Questo, ammetteva Modigliani, \u00abrichiede qualche sacrificio ai lavoratori\u00bb, ma in cambio la classe operaia avrebbe ottenuto la difesa dell\u2019occupazione, il riassorbimento della disoccupazione e la fine dell\u2019inflazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ai lettori pi\u00f9 attenti non sar\u00e0 sfuggita la somiglianza tra le tesi di Modigliani e la teoria del \u201ctasso naturale di disoccupazione\u201d di friedmaniana memoria: fu proprio Modigliani, infatti, a riprendere e a legittimare quella teoria, negli anni Settanta, da una prospettiva \u201ckeynesiana\u201d (quando si parla di Modigliani le virgolette sono d\u2019obbligo). Nel dibattito accademico italiano le tesi di Modigliani non erano certo nuove: l\u2019idea che la stagflazione italiana di quegli anni fosse sostanzialmente riconducibile agli eccessivi aumenti salariali ottenuti dai sindacati in seguito all\u2019\u201cautunno caldo\u201d del 1969-70 era il fulcro dell\u2019analisi di Guido Carli nel periodo in cui fu governatore della Banca d\u2019Italia: il cosiddetto \u201cschema Carli\u201d. Il fatto che Modigliani fosse un rinomato economista \u201cdi sinistra\u201d, tuttavia, contribu\u00ec a raccogliere l\u2019attenzione tanto del mondo accademico quanto dell\u2019opinione pubblica intorno alla sua proposta; si tratt\u00f2, infatti, di una delle prime occasioni in cui le idee monetariste furono discusse nell\u2019arena pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La proposta, come detto, gener\u00f2 un acceso dibattito tra gli economisti vicini al PCI, molti dei quali criticarono aspramente le tesi di Modigliani. Tra questi Augusto Graziani, Domenico Mario Nuti, Federico Caff\u00e8, Claudio Napoleoni, Massimo Pivetti e altri. Con sfumature diverse, criticarono tutti l\u2019idea \u2013 intrinsecamente neoclassica \u2013 che esistesse un solo livello salariale compatibile con la piena occupazione e l\u2019equilibro dei conti con l\u2019estero, controbattendo che tanto il livello salariale quanto la gestione del vincolo della bilancia dei pagamenti non erano questioni tecniche che in quanto tali offrivano soluzioni univoche, ma il risultato del conflitto tra le classi, che a sua volta dipendeva anche da circostanze esterne alla sfera della produzione, <em>in primis <\/em>le politiche pubbliche: monetarie, fiscali, industriali ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In un\u2019ottica di questo tipo, erano concepibili soluzioni alternative al vincolo esterno rispetto alla riduzione dei salari: nel breve periodo \u2013 anche alla luce della natura plausibilmente contingente dell\u2019aumento del prezzo delle materie prime \u2013 \u00abcontrolli severi dei movimenti di capitali e la riduzione del contenuto di importazioni della domanda interna, ossia con restrizioni temporanee delle importazioni di beni non indispensabili al processo produttivo e l\u2019avvio di una politica industriale di sostituzione di importazioni con produzione interna\u00bb; nel medio-lungo periodo, politiche tese all\u2019aumento della produttivit\u00e0 tramite investimenti pubblici, ristrutturazioni industriali e una migliore pianificazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come avrebbe scritto qualche anno pi\u00f9 tardi Federico Caff\u00e8, in quel dato contesto internazionale, la piena occupazione richiedeva una riforma fondamentale del contesto istituzionale e verosimilmente \u00abcontrolli sul commercio con l\u2019estero, controlli sui prezzi, controlli sulla localizzazione delle industrie, estensione dell\u2019azione dello Stato anche ai fini della regolamentazione complessiva dell\u2019investimento privato\u00bb: in breve, una vera e propria \u00abeconomia dei controlli\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sarebbe a dire che, data la crisi del modello keynesiano, tanto a livello domestico quanto internazionale, la difesa degli interessi dei lavoratori passava necessariamente per una riforma radicale del sistema capitalistico, nell\u2019ottica di una sua regolazione e in prospettiva di un suo superamento. L\u2019alternativa sarebbe consistita inevitabilmente non solo in una drastica contrazione dei livelli di attivit\u00e0 e di occupazione, ma nella rinuncia a ogni forma di controllo sulla distribuzione del reddito, implicita nell\u2019accettazione del principio secondo cui tutti i paesi debbano equalizzare il loro costo del lavoro a quello dei paesi concorrenti (non a caso Modigliani proponeva anche la completa liberalizzazione degli scambi internazionali).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questi argomenti, purtroppo, furono accolti con scetticismo, per non dire aperta ilarit\u00e0, dai massimi dirigenti del partito e del sindacato. Cos\u00ec si espresse Luciano Lama:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Tutto ci\u00f2 a me sembra arieggiare il ripristino di un sistema protezionistico che potrebbe davvero riportarci indietro di molti decenni sul piano economico e politico, con la prevedibile conseguenza: di un drastico, rovinoso peggioramento del livello di vita dei lavoratori e del nostro popolo; di una rapida uscita dell\u2019Italia non solo dal serpente monetario, ma dal novero dei paesi industrializzati, sia pure a met\u00e0 e con tanti ingiusti squilibri. Non credo che possa essere, una sorta di autarchia degli anni Ottanta, la medicina che ci serve per uscire dalla crisi e per combattere validamente la spirale svalutazione-inflazione-svalutazione.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non molto diversa nella sostanza fu la posizione espressa senza ironia al convegno da Bruno Trentin, segretario generale della Federazione lavoratori metalmeccanici, allora considerato come l\u2019esponente pi\u00f9 autorevole della \u201csinistra\u201d del movimento sindacale:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>La contropartita [dei sacrifici che vengono chiesti ai lavoratori] che il sindacato pu\u00f2 pretendere in questo caso \u2013 e si tratta di una contropartita non monetizzabile \u2013 potr\u00e0 consistere nella possibilit\u00e0 offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In occasione del convegno del CESPE, in breve, qualunque soluzione eterodossa al problema del vincolo esterno venne scartata. Il risultato fu che il PCI fin\u00ec per sposare <em>in toto <\/em>le tesi monetariste\/neoliberiste di Modigliani, ossia l\u2019idea secondo cui, dato il vincolo esterno, ritenuto inamovibile, \u00abl\u2019Italia non avrebbe potuto affrontare la crisi economica in corso che attraverso il contenimento dei salari e politiche monetarie e di bilancio restrittive\u00bb. Come dichiar\u00f2 l\u2019economista ufficiale del PCI nonch\u00e9 segretario del CESPE, Eugenio Peggio:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Appare evidente che i problemi del paese possono essere affrontati e avviati a soluzione soltanto con un grande sforzo di tutta la nazione: uno sforzo che comporta necessariamente sacrifici, anche per la classe operaia e per le grandi masse popolari. [\u2026] In linea generale deve ritenersi che la dinamica del costo del lavoro per unit\u00e0 di prodotto non possa differire sostanzialmente da quello che si verifica negli altri paesi con i quali l\u2019Italia deve pi\u00f9 competere. \u00c8 questa la condizione necessaria per far s\u00ec che l\u2019Italia possa continuare ad agire in un\u2019economia aperta, e non debba fare concessioni di carattere protezionistico.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Difficile immaginare una manifestazione pi\u00f9 esplicita di come, gi\u00e0 a iniziare dagli anni Settanta, parti importanti del partito fossero \u00abandate mutando molecolarmente la propria cultura politica\u00bb, diventando \u00abparte (subalterna) di un diverso sistema egemonico\u00bb, come ha scritto Guido Liguori. Accettare l\u2019idea dell\u2019<em>inevitabilit\u00e0 <\/em>della compressione salariale e dunque della sua natura fondamentalmente <em>aclassista <\/em>significava, inoltre, rinunciare all\u2019idea stessa di \u201ccontropartite\u201d a favore dei lavoratori: un elemento che caratterizzer\u00e0 l\u2019impostazione politica comunista per tutto il triennio successivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come dichiar\u00f2 sempre in quell\u2019occasione Giorgio Amendola, esponente della corrente \u201cliberale\u201d del PCI: \u00abI sacrifici sono richiesti dallo stato delle cose\u00bb, e in questo senso non si configuravano come oggetto di una opzione negoziabile, ma piuttosto come uno stato di necessit\u00e0 che trascendeva l\u2019interesse delle singole parti sociali. Tanto il PCI quanto il sindacato, dunque, offrirono il loro <em>placet <\/em>a drastiche politiche di compressione del salario e della spesa pubblica e di miglioramento della profittabilit\u00e0, per di pi\u00f9 senza alcuna contropartita sul piano delle riforme e delle politiche economiche. Non sorprende che molti abbiano visto in questa svolta \u201ceconomica\u201d il primo passo verso la svolta \u201cpolitica\u201d, che quindici anni dopo avrebbe portato alla morte del partito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel giro di pochi anni, infatti, sull\u2019onda del sostegno offerto dal partito alle misure di austerit\u00e0 approvate a fine anno (1976) dal governo, sostenuto dal PCI nella forma dell\u2019appoggio esterno al governo di solidariet\u00e0 nazionale, i successi elettorali del 1975-76 si trasformarono in un\u2019emorragia di consensi del PCI presso gli strati sociali dei lavoratori, senza che ci\u00f2 provocasse alcun ripensamento tra i dirigenti comunisti. A dare il colpo di grazia a qualunque velleit\u00e0 riformista da parte del PCI, nonch\u00e9 alle prospettive di \u201ccompromesso storico\u201d, determinando cos\u00ec una drammatica \u00abcaduta dei livelli di garantismo conseguiti in tutta la legislazione precedente\u00bb, ci avrebbe pensato poi il terrorismo, culminato nell\u2019assassinio di Aldo Moro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Era iniziata la controffensiva, che sarebbe culminata due decenni dopo con l\u2019ingresso dell\u2019Italia nell\u2019euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2021\/01\/21\/1976-linizio-della-fine-del-pci\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2021\/01\/21\/1976-linizio-della-fine-del-pci\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di La Fionda (Thomas Fazi) La storia della crisi del \u201ccompromesso di classe\u201d keynesiano, alla met\u00e0 degli anni Settanta del secolo scorso, che avrebbe poi spianato la strada alla violenta restaurazione capitalistica che oggi chiamiamo neoliberismo, \u00e8 anche la storia della crisi delle sinistre occidentali. 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