{"id":62354,"date":"2021-02-03T09:00:21","date_gmt":"2021-02-03T08:00:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=62354"},"modified":"2021-02-01T14:05:15","modified_gmt":"2021-02-01T13:05:15","slug":"i-dannati-del-clic-lavoro-digitale-e-nuove-forme-di-sfruttamento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=62354","title":{"rendered":"I dannati del clic. Lavoro digitale e nuove forme di sfruttamento"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRAINRETE (Carlo Formenti)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories11\/Gig-Economy-1.jpeg\" alt=\"Gig Economy 1\" width=\"300\" height=\"210\" \/>Il ruolo delle tecnologie digitali nella progettazione di nuove forme di sfruttamento delle classi lavoratrici, \u00e8 al centro di un incontro organizzato dalla CGIL per marted\u00ec 2 febbraio\u00a0<a href=\"https:\/\/www.centroriformastato.it\/non-solo-rider-le-antiche-nuove-forme-di-sfruttamento-di-chi-lavora-per-e-con-le-piattaforme-digitali-5\/\">https:\/\/www.centroriformastato.it\/non-solo-rider-le-antiche-nuove-forme-di-sfruttamento-di-chi-lavora-per-e-con-le-piattaforme-digitali-5\/<\/a>. Negli ultimi anni, il tema \u00e8 stato affrontato da diverse ricerche: dal libro di Riccardo Staglian\u00f2,\u00a0<i>Lavoretti. Cos\u00ec la sharing economy ci rende tutti pi\u00f9 poveri\u00a0<\/i>(Einaudi 2018) al pi\u00f9 recente\u00a0<i>Schiavi del clic. Perch\u00e9 lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo\u00a0<\/i>(Feltrinelli 2020), di Antonio Casilli, il quale parteciper\u00e0 all\u2019incontro di cui sopra. Quel \u201ctutti\u201d che accomuna i due sottotitoli (\u201cci rende tutti pi\u00f9 poveri\u201d, \u201cperch\u00e9 lavoriamo tutti\u201d), sembra suggerire che gli autori credano di riconoscere, in queste nuove forme di sfruttamento, un tratto generalizzabile, universale dell\u2019attuale fase di sviluppo capitalistico. Nel testo che segue mi propongo di problematizzare questa tesi. Ma prima \u00e8 opportuno sintetizzare il contributo dei due libri alla comprensione di una serie di fenomeni che stanno mettendo in discussione alcuni concetti di base della sociologia del lavoro, dalla relazione fra tecnologia e occupazione all\u2019idea stessa di lavoro.<\/p>\n<p>Sulla questione della disoccupazione tecnologica Staglian\u00f2 (cfr. la recensione che Alessandro Visalli gli ha dedicato\u00a0<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/10\/riccardo-stagliano-lavoretti.html?q=gig+economy\">http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/10\/riccardo-stagliano-lavoretti.html?q=gig+economy<\/a>) resta nel solco della tradizione marxista: l\u2019odierna tecnologia \u201cruba\u201d il lavoro, come ha fatto fin dalla prima rivoluzione industriale, e lo fa non tanto e non solo per ragioni \u201coggettive\u201d \u2013 cio\u00e8 come effetto collaterale di un inevitabile quanto irreversibile \u201cprogresso\u201d tecnico-scientifico \u2013 ma anche e soprattutto perch\u00e9 \u00e8 lo strumento principale grazie al quale il capitale contiene il costo del lavoro quando questo accumula rapporti di forza tali da sfidare il profitto.<\/p>\n<p>La tecnologia serve cio\u00e8 a creare un \u201cesercito di riserva\u201d. Uber \u00e8 citato come esempio paradigmatico di tale logica: il colosso che ha \u201cliberalizzato\u201d il servizio dei taxi, distruggendo un settore caratterizzato da un elevato tasso di regolazione del lavoro (paragonabile a quello di certe corporazioni medievali) ha creato un mercato della forza lavoro in cui, a fronte di un milione e mezzo di autisti nominalmente autonomi, troviamo solo 12.000 dipendenti diretti.<\/p>\n<p>La posizione di Casilli \u00e8 pi\u00f9 eretica, nel senso che questo autore contesta la retorica della \u201cfine del lavoro\u201d generata dal processo di sostituzione tecnologica, in base alla quale basterebbe rimpiazzare alcune mansioni perch\u00e9 scompaiono interi mestieri. Per valutare realisticamente l\u2019impatto delle intelligenze artificiali, scrive, occorrerebbe prendere seriamente in considerazione gli indicatori economici e statistici (giusto, ma visto che ci\u00f2 non viene fatto nemmeno nel suo lavoro, permane il rischio che certe valutazioni siano basate sul partito preso, pi\u00f9 che sull\u2019analisi empirica; per esempio: dopo essersi chiesto quante siano nel mondo \u201cle piccole api onerose della IA\u201d, Casilli risponde: \u201cnon si sa, sicuramente milioni\u201d. Quanti? Uno, dieci, cento, di pi\u00f9?). Ma il suo argomento forte \u00e8 il seguente: \u201canche gli impieghi a pi\u00f9 alto rischio di automazione contengono spesso una quantit\u00e0 di mansioni che non possono essere automatizzate\u201d. L\u2019automazione totale \u00e8 e rester\u00e0 un mito perch\u00e9, per il capitale (e qui il suo punto di vista converge con quello di Staglian\u00f2), l\u2019automazione \u00e8 innanzi tutto uno strumento per disciplinare il lavoro, ed \u00e8 per questo motivo che quella piena e definitiva viene costantemente rinviata a un futuro imprecisato.<\/p>\n<p>Sia Staglian\u00f2 che Casilli concentrano poi l\u2019attenzione sulla massa di lavoro sottopagato, altamente usurante, che viene compiuto \u201cdietro le quinte\u201d di un processo produttivo che utenti e consumatori immaginano interamente automatizzato. La verit\u00e0 \u00e8 invece che gran parte del lavoro non viene effettuato da software e Bot dotati di mirabolanti quote di \u201cintelligenza artificiale\u201d, bens\u00ec da normali intelligenze umane. N\u00e9 le intelligenze artificiali coinvolte nel processo hanno alcunch\u00e9 da spartire con le mitiche intelligenze artificiali \u201cforti\u201d, di cui personaggi come Kurzweil predicano l\u2019imminente avvento: si tratta piuttosto di intelligenze artificiali \u201cdeboli\u201d, composte da applicazioni che aiutano a gestire l\u2019informazione, ottimizzare contenuti, prendere decisioni e che non sarebbero in grado di funzionare senza il supporto del lavoro umano.<\/p>\n<p>Veniamo ora alla descrizione di questo cosiddetto \u201ccapitalismo delle piattaforme\u201d, e agli argomenti con cui si sostiene che la controparte di questa nuova incarnazione del rapporto di capitale non \u00e8 un insieme eterogeneo di figure sociali bens\u00ec una inedita e ben precisa tipologia di forza lavoro, accomunata da molte caratteristiche se non del tutto omogenea, che Casilli definisce\u00a0<i>digital labor<\/i>. Il punto da cui partire \u00e8 il fatto che le piattaforme non operano come le industrie che sostituiscono e distruggono, non comprano cio\u00e8 forza lavoro n\u00e9 mezzi di produzione, bens\u00ec erogano un servizio, di cui formalmente non dispongono, agendo come se potessero disporne, per cui accettano prenotazioni di determinati prodotti e servizi che poi \u201cmettono all\u2019asta\u201d su Internet. Attraverso la messa in contatto e la generalizzazione del modello dell\u2019asta viene \u201cestratto\u201d (torner\u00f2 pi\u00f9 avanti su questo termine) tutto il valore che in precedenza veniva catturato dallo strato intermedio di quei saperi esperti e di quelle pratiche organizzate che hanno guidato la differenziazione progressiva della modernit\u00e0 a partire dal milleseicento ad oggi (questa la definizione di Staglian\u00f2). Ma vediamo come si articola questo modello.<\/p>\n<p>Uno.\u00a0<i>Piattaforme on demand.<\/i>\u00a0L\u2019abbinamento fra clienti e lavoratori si opera attraverso la app ma le prestazioni sono dal vivo. Il caso di scuola \u00e8 Uber: questa azienda \u00e8 un network digitale in cui si incontrano passeggeri e conducenti nei confronti dei quali Uber agisce da intermediario. Tuttavia la percentuale che trattiene sulle prestazioni degli autisti come compenso per tale funzione non \u00e8 il core business, il quale si annida piuttosto nel meccanismo reputazionale fondato sui punteggi che conducenti e passeggeri si attribuiscono reciprocamente. L\u2019algoritmo di Uber opera come strumento per incentivare gli uni e gli altri a svolgere quel lavoro di produzione d\u2019informazione che \u00e8 la vera base del business (per inciso, Casilli riprende qui il discorso contro il mito dell\u2019automazione: le \u201cmacchine senza conducente\u201d, di cui si favoleggia per un prossimo futuro, saranno in realt\u00e0 veicoli in cui toccher\u00e0 al passeggero svolgere il ruolo del \u201cvero\u201d conducente, nella misura in cui dovr\u00e0 risolvere tutti i problemi che il veicolo non sar\u00e0 in grado di gestire autonomamente).<\/p>\n<p>Due. Microlavoro, ovvero\u00a0<i>human based computation<\/i>. Si tratta di pratiche che consistono nel delegare agli esseri umani operazioni che le macchine non sono in grado di eseguire da sole . Il caso di scuola qui \u00e8 la piattaforma Mechanical Turk di Amazon che \u201cappalta\u201d queste operazioni a una miriade di persone sparse in tutto il mondo (riferendosi a queste moltitudini \u2013 ovviamente non solo a quelle gestite da Amazon &#8211; Casilli sostiene che si tratterebbe di almeno quaranta, ma forse addirittura centinaia di milioni di lavoratori, giustificando questa approssimazione \u2013 che fa il paio con quel \u201csicuramente milioni\u201d di cui sopra \u2013 con la difficolt\u00e0 di reperire dati attendibili). Amazon sfuma il suo ruolo di intermediario presentandosi come un \u201cecosistema\u201d dove clienti e lavoratori entrano in contatto in maniera per cos\u00ec dire spontanea. Casilli sottolinea inoltre che le interfacce delle app sono ludiche, per evitare che gli utenti abbiano l\u2019impressione di svolgere missioni impegnative o faticose, e aggiunge che simili meccanismi ludici assumono sovente forma agonistica per stimolare la produttivit\u00e0.<\/p>\n<p>Tre.\u00a0<i>Lavoro sociale in rete<\/i>. Il caso di scuola \u00e8 in questo caso Facebook. Si potrebbe dire che questo modello rappresenta una evoluzione avanzata del marxiano \u201clavoro del consumatore\u201d: la partecipazione degli utenti dei social come Facebook (costruzione di comunit\u00e0, creazione, produzione e condivisione di contenuti, generazione massiva di big data traducibili in profilazioni di mercato, comunicazione pubblicitaria, ecc.) consiste in una serie di mansioni assimilate al tempo libero, alla creativit\u00e0 e alla socialit\u00e0. Ma la logica del capitalismo delle piattaforme digitali, argomenta Casilli, fa s\u00ec che il contributo del consumatore-utente non sia pi\u00f9 solo complementare rispetto al lavoro formale, ma si trasformi nella pietra angolare di un intero edificio produttivo. A chi obietta che se si svolgono attivit\u00e0 in ci si diverte non le si possono definire lavoro (1), Casilli replica che gli utenti dei social si trovano sullo stesso piano degli \u201coperai del clic\u201d (quelli delle piattaforme on demand e del microlavoro) nella misura in cui, al pari di loro, contribuiscono alla costruzione dei sistemi intelligenti, sono cio\u00e8 integrati in un processo nel quale non sono le macchine a fare il lavoro degli esseri umani, bens\u00ec sono gli esseri umani che vengono indotti a svolgere il \u201cdigital labor\u201d per conto della macchine, accompagnandole, imitandole, addestrandole.<\/p>\n<p>\u00c8 sufficiente il fatto di svolgere un\u2019attivit\u00e0 spezzettata e &#8220;datificata\u201d che serve ad addestrare i sistemi automatici, per inquadrare in una categoria unitaria un coacervo di esperienze in cui si mescolano lavoro atipico, lavoro indipendente, lavoro a cottimo microremunerato, hobby professionalizzati, passatempi monetizzati, un continuum, scrive Casilli, fatto di attivit\u00e0 non remunerate, attivit\u00e0 sottopagate e attivit\u00e0 remunerate in modo flessibile? L\u2019operazione a me pare azzardata, nella misura in cui \u00e8 fondata su un\u2019astrazione logica che difficilmente pu\u00f2 essere identificata con il concetto marxiano di \u201castrazione concreta\u201d. Ma se Casilli se la pu\u00f2 permettere \u00e8 perch\u00e9 il suo approccio si colloca esplicitamente nella cornice della cosiddetta\u00a0<i>italian theory<\/i>\u00a0(fuor di lessico accademico: delle teorie post operaiste). Il che significa che tutti i \u201cbuchi\u201d e le contraddizioni del suo discorso possono essere sanati ricorrendo al concetto di\u00a0<i>tendenza<\/i>.<\/p>\n<p>Prima di discutere l\u2019infondatezza di tale concetto, ritengo tuttavia doveroso riconoscere che Casilli, pur ispirandosi al paradigma post operaista, ne critica alcuni aspetti indifendibili. A partire dall\u2019idiozia del cosiddetto \u201clavoro immateriale\u201d, che ci \u00e8 stata propinata in tutte le salse negli ultimi decenni: il\u00a0<i>digital<\/i>\u00a0<i>labor<\/i>, scrive Casilli, non \u00e8 pi\u00f9 immateriale del lavoro di un avvocato o di un operaio, nel senso che questi lavoratori si confrontano con questioni concrete e con mansioni che richiedono la partecipazione del corpo, dei sensi, delle dita (qui il digitale va inteso nel senso letterale delle dita che manovrano il mouse). Del resto, aggiunge, senza riferirsi alla dimensione materiale che si cela dietro un\u2019economia che si spaccia per \u201cimmateriale\u201d, diventa impossibile cogliere la dimensione dello sfruttamento (2) ad essa strettamente associata (giustamente Casilli estende la critica alle profezie postoperaiste che, mistificando la categoria marxiana del\u00a0<i>general intellec<\/i>t, si sono associate \u201cda sinistra\u201d alle profezie degli imbonitori tecnoentusiasti della \u201cfine del lavoro\u201d).<\/p>\n<p>Ma torniamo al concetto di tendenza, che ha avuto la sua prima formulazione nelle teorie del primo operaismo (quello dei \u201cQuaderni Rossi\u201d per intenderci) il quale accusava i marxisti dogmatici di essere ancorati a una visione anacronistica del processo produttivo (e di conseguenza alla valorizzazione politica di una composizione di classe basata sull\u2019operaio professionale). La transizione al modo di produzione fordista configurava una composizione di classe inedita, in cui il potenziale antagonista transitava dall\u2019operaio professionale all\u2019operaio massa, cio\u00e8 agli addetti alle mansioni ripetitive e dequalificate della catena di montaggio. Esauritosi il ciclo fordista il paradigma si \u00e8 perpetuato proponendo una lunga serie di poli oppositivi: economia postfordista\/operaio sociale (poi moltitudine); economia della conoscenza\/knowledge workers, ecc. Questi slittamenti progressivi seguono appunto il filo rosso della tendenza, intesa come la forma \u201cpi\u00f9 avanzata\u201d che la contraddizione fra capitale e lavoro viene via via assumendo. La tendenza \u00e8 concepita come un processo monodirezionale e irreversibile, mosso da una necessit\u00e0 immanente che \u00e8 quasi esclusivamente identificata con l\u2019evoluzione delle tecnologie produttive, non solo macchine ma anche modelli organizzativi &#8211; evoluzione che \u00e8 a sua volta il prodotto della lotta fra forza lavoro e capitale.<\/p>\n<p>Questo schema non prevede eccezioni n\u00e9 contro tendenze, cos\u00ec come ne restano escluse o quasi le variabili politiche, culturali e sociali in senso pi\u00f9 ampio (antropologiche). L\u2019idea di fondo \u00e8 che la tendenza agisca come un fattore soverchiante che sovradetermina tutti gli altri. Ecco perch\u00e9 Casilli pu\u00f2 giocare con i numeri attribuendo importanza relativa al fatto se i suoi operai del clic rappresentino una quota pi\u00f9 o meno ampia della forza lavoro totale: \u00e8 sufficiente, per esempio, estendere la filiera agli operai della Foxconn (oggetto di un selvaggio sfruttamento neofordista) per considerali parte integrante del modello. In poche parole: il conflitto fra capitalismo delle piattaforme (considerato la punta pi\u00f9 avanzata dello sviluppo capitalistico anche se i dati ci dicono che il peso economico reale di questa industria \u00e8 assai pi\u00f9 limitato di quanto non lasci intendere il suo prestigio virtuale) e\u00a0<i>digital<\/i>\u00a0<i>labor<\/i>\u00a0(anche se la percentuale di questi lavoratori sul totale della forza lavoro \u00e8 relativamente bassa) diventa la tendenza principale in grado di sovradeterminare l\u2019insieme degli altri conflitti economici, politici e sociali (3).<\/p>\n<p>In questo modo Casilli \u2013 al pari di tutti quelli che adottano un punto di vista analogo \u2013 non \u00e8 pi\u00f9 in grado di relativizzare il suo contributo, inquadrandolo in un contesto analitico pi\u00f9 ampio. Non avendo intenzione di allargare troppo il discorso, mi limito a fare qui di seguito alcuni esempi di ci\u00f2 che intendo: 1) tende a sposare la tesi di Manuel Castells, secondo cui la logica dei flussi sarebbe inevitabilmente destinata a prevalere sulla logica dei luoghi, e questo proprio nel momento storico che vede una crisi radicale della globalizzazione e un prepotente ritorno del conflitto interimperialistico fra grandi Stati; 2) il fatto che la maggioranza degli operai del clic siano disperati che sgobbano per pochi centesimi a operazione in Asia e Africa, lo induce ad ammettere che la geografia globale \u00e8 oggi persino pi\u00f9 ineguale che nella seconda met\u00e0 del Novecento ma, al tempo stesso, la necessit\u00e0 di descrivere un mondo omologato sotto un unico paradigma (4), fa s\u00ec che neghi l\u2019evidenza della natura neocoloniale del rapporto fra Nord e Sud del mondo (ampiamente dimostrata da autori come Samir Amin); 3) gli sfugge il fatto che quello che chiama capitalismo delle piattaforme non \u00e8 altro che un epifenomeno del pi\u00f9 ampio processo di finanziarizzazione dell\u2019economia, cui queste tecnologie certamente contribuiscono, ma rispetto al quale rappresentano un effetto collaterale; 4) incontra serie difficolt\u00e0 a conciliare il fatto che i lavoratori del clic faticano a concepirsi come lavoratori con la loro collocazione in una posizione \u201coggettivamente\u201d avanzata nel contesto delle contraddizioni sistemiche (5).<\/p>\n<p>Mi tocca infine fare \u2013 come anticipato in precedenza \u2013 un breve inciso sul concetto di \u201cestrazione\u201d di valore. Le analisi di Marx ed Engels sul processo di accumulazione primitiva; la teoria leninista dell\u2019imperialismo; quelle di Baran e Sweezy sul capitale monopolistico; quelle della \u201cbanda dei quattro\u201d (Wallerstein, Arrighi, Samir Amin e Gunder Frank) sullo sviluppo del sottosviluppo, per tacere del concetto di accumulazione per espropriazione di David Harvey, sono tutti contributi che dimostrano come l\u2019estrazione di valore sia un elemento consustanziale alla storia del capitalismo, alla cui comprensione il fenomeno del cosiddetto capitalismo delle piattaforme aggiunge relativamente poco, se non per il fatto che rappresenta una delle tattiche dilatorie &#8211; quelle che Wolfgang Streeck riunisce sotto lo slogan \u201cguadagnare tempo\u201d &#8211; (6) del capitalismo finanziarizzato per far fronte alla caduta del saggio di profitto.<\/p>\n<p>Concludo con un breve accenno alla\u00a0<i>pars costruens<\/i>\u00a0dei libri di Staglian\u00f2 e Casilli. Staglian\u00f2, che come sopra ricordato resta ancorato allo scenario della disoccupazione tecnologica, ripropone il rimedio del reddito di base, rispetto al quale mi limito qui a riproporre le perplessit\u00e0 che Alessandro Visalli avanza nella recensione citata in apertura: &lt;&lt;E\u2019 vero che il capitalismo (\u2026) non riesce a garantire un adeguato reddito da lavoro a tutti, e quindi dissemina scarti e \u201cinutili\u201d. Ma il solo reddito garantito, in particolare quando soggetto a pensati condizionalit\u00e0, rischia di portare con s\u00e9 una ineliminabile dimensione disciplinare&gt;&gt;. Viceversa Casilli ha il merito di mettere in luce l\u2019oggettiva difficolt\u00e0 di costruire una cornice politico-sindacale unitaria in cui far confluire gli interessi di questi soggetti, oltre a dimostrare l\u2019insensatezza di alcune delle soluzioni proposte. In particolare, critica l\u2019idea secondo cui, dal momento che siamo di fronte a un tipo di potere che si basa su una sottomissione convenzionale, quest\u2019ultima si ridurrebbe a una sorta di \u201csuperstizione\u201d destinata a svanire nel momento in cui si cessa di credervi. Non so se si riferisca qui a certe idiozie post operaiste, ma \u00e8 certo che la critica vi si adatta alla perfezione: avete presente la tesi secondo cui i knowledge workers, dato che sono ormai in grado di gestire autonomamente un processo produttivo compiutamente socializzato, basta \u201csi sveglino\u201d dall\u2019illusione della necessit\u00e0 del comando capitalistico per rendere possibile la transizione diretta al comunismo? In realt\u00e0, scrive Casilli, la produzione di informazione non si basa su incentivi alla \u201csottomissione volontaria\u201d bens\u00ec sull\u2019induzione di \u201cuna scelta volontaria obbligatoria\u201d: si adottano comportamenti che producono informazioni come se questa fosse una nostra scelta.<\/p>\n<p>Su altre utopie, come ripensare il rapporto fra utente lavoratore e infrastrutture di raccolta e trattamento dati inquadrandolo nella logica dei beni comuni, sviluppare nuove modalit\u00e0 di condivisione delle risorse, dare vita a un cooperativismo delle piattaforme in grado di &lt;&lt;usare la piattaformizzazione contro se stessa&gt;&gt;(!?) Casilli non si pronuncia con altrettanta chiarezza critica. Personalmente resto dell\u2019idea che non esistano alternative a un faticoso sforzo di sindacalizzazione di questi soggetti che, dato il loro alto livello di stratificazione e dispersione, dovrebbe assumere \u2013 come ho argomentato nel post precedente, dedicato alla nascita della sezione italiana della Tech Workers Coalition, la forma di una sorta di sindacalismo sociale capace di aggregare trasversalmente figure diverse.<\/p>\n<hr \/>\n<h5>NOTE<\/h5>\n<h5>(1) La stessa obiezione che mi fu rivolta dopo la pubblicazione di Felici e sfruttati (Egea 2011), libro in cui definivo lavoro gratuito l\u2019attivit\u00e0 degli utenti dei social.<\/h5>\n<h5>(2) Un altro aspetto che consente di parlare di sfruttamento in relazione a questo tipo di attivit\u00e0 \u00e8 l\u2019esistenza di pratiche che gi\u00e0 anni fa (cfr. nota precedente) definivo \u201ctaylorismo digitale\u201d, riferendomi all\u2019uso delle informazioni raccolte attraverso i vari tipi di piattaforme per ottimizzare non solo il tempo di lavoro ma anche il tempo di vita degli utenti. Casilli approfondisce il concetto scrivendo che, mentre gli operai del taylorismo classico subivano la macchina come mezzo di produzione, gli operai del clic costituiscono essi stessi gli ingranaggi della macchina che mira a sostituirli (ingranaggi che possono a loro volta sfruttare le condizioni generate da decenni di esternalizzazione e parcellizzazione del lavoro).<\/h5>\n<h5>(3) Non si tratta di negare che le pratiche di sfruttamento sperimentate in questo settore possano essere \u201cesportate\u201d in altri settori di maggior peso strategico. Ma ci\u00f2 non implica che il capitalismo delle piattaforme rappresenti ormai il capitalismo\u00a0<i>tout court<\/i>.<\/h5>\n<h5>(4) In un post precedente ho parlato di \u201cterrapiattismo\u201d, a proposito della tendenza a cancellare le differenze radicali fra sistemi. Casilli, per esempio, sembra dare per scontato che la Cina non faccia eccezione rispetto alla \u201ctendenza\u201d globale (in merito cita il funzionamento delle grandi piattaforme digitali \u201cmade in China\u201d), per cui gli sfugge come il conflitto fra Stati Uniti e Cina incarni il persistere di quella dialettica fra potere dei flussi e potere dei luoghi che lui ritiene ormai risolto a favore del primo. Ma le cose, come dimostra la liquidazione del boss del commercio online Jack Ma, il quale usava la sua impresa come cavallo di Troia delle logiche di finanziarizzazione, sono assai pi\u00f9 complicate.<\/h5>\n<h5>(5) Mi pare di poter aggiungere che nel libro di Casilli manca un\u2019analisi convincente della stratificazione interna di questa forza lavoro: quali strati \u2013 e in base a quali criteri \u2013 possono essere definiti come proletari digitali e quali come alleati del capitale?<\/h5>\n<h5>(6) Cfr. W. Streeck,\u00a0<i>Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico<\/i>, Feltrinelli, Milano 2013.<\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/lavoro-e-sindacato\/19662-carlo-formenti-i-dannati-del-clic.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/lavoro-e-sindacato\/19662-carlo-formenti-i-dannati-del-clic.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Carlo Formenti) &nbsp; Il ruolo delle tecnologie digitali nella progettazione di nuove forme di sfruttamento delle classi lavoratrici, \u00e8 al centro di un incontro organizzato dalla CGIL per marted\u00ec 2 febbraio\u00a0https:\/\/www.centroriformastato.it\/non-solo-rider-le-antiche-nuove-forme-di-sfruttamento-di-chi-lavora-per-e-con-le-piattaforme-digitali-5\/. Negli ultimi anni, il tema \u00e8 stato affrontato da diverse ricerche: dal libro di Riccardo Staglian\u00f2,\u00a0Lavoretti. Cos\u00ec la sharing economy ci rende tutti pi\u00f9 poveri\u00a0(Einaudi 2018) al pi\u00f9 recente\u00a0Schiavi del clic. Perch\u00e9 lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo\u00a0(Feltrinelli 2020), di Antonio Casilli,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":99,"featured_media":26572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Schermata-2016-12-13-alle-15.57.26.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-gdI","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62354"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/99"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=62354"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62354\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":62355,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62354\/revisions\/62355"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=62354"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=62354"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=62354"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}