{"id":62586,"date":"2021-02-11T08:30:01","date_gmt":"2021-02-11T07:30:01","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=62586"},"modified":"2021-02-10T20:58:49","modified_gmt":"2021-02-10T19:58:49","slug":"problemi-e-limiti-dello-sviluppo-democratico-in-italia-iii","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=62586","title":{"rendered":"Problemi e limiti dello sviluppo democratico in Italia (III)"},"content":{"rendered":"<p><strong>Da: Senso Comune (Lelio Basso)<\/strong><\/p>\n<p><em>Nel 1956 la rivista socialista <\/em>Mondo Operaio\u00a0<em>pubblic\u00f2 una serie di articoli di Lelio Basso dedicati all\u2019analisi delle tare strutturali e di lungo periodo della democrazia italiana. Lo storico esponente della sinistra socialista denunciava il carattere predatorio del nostro capitalismo; la considerazione, da parte delle classi dominanti italiane, dello Stato come strumento di spartizione dei propri interessi di parte; la necessit\u00e0 di avvalersi di un partito unico di governo da parte di una ristretta oligarchia, con gli strumenti della coercizione e del trasformismo.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>I procedimenti che hanno portato alla nascita del governo Draghi ci sembrano richiamare molto da vicino i problemi inerenti la nostra democrazia cos\u00ec come denunciati allora da Basso.<\/em><\/p>\n<p><em>Di seguito pubblichiamo il terzo ed ultimo articolo. Per leggere i primi due clicca <a href=\"https:\/\/senso-comune.it\/rivista\/paese\/problemi-e-limiti-dello-sviluppo-democratico-in-italia-i\/\">qui<\/a> e <a href=\"https:\/\/senso-comune.it\/rivista\/paese\/problemi-e-limiti-dello-sviluppo-democratico-in-italia-ii\/\">qui<\/a><\/em><\/p>\n<p>Abbiamo visto nell\u2019articolo precedente come la borghesia italiana si sia trovata, al termine del processo unitario, alla testa di un grande stato, senza avere n\u00e9 i mezzi n\u00e9 lo spirito di una moderna classe capitalistica e perci\u00f2 senza la capacit\u00e0 di dirigerlo sulla via di un moderno sviluppo economico-politico.<\/p>\n<p>La Destra rappresentava ancora Il governo dei notabili, nella maggior parte grandi e medi proprietari terrieri del Nord e in parte del Centro, convinti che la propriet\u00e0 fosse il segno distintivo di una superiorit\u00e0 sociale da cui derivava il diritto a governare l\u2019intiera nazione. L\u2019avvento della Sinistra rappresent\u00f2 un\u2019estensione della piattaforma di governo, a cui ebbero accesso tanto i ceti dirigenti del Mezzogiorno quanto i nuovi strati borghesi del Nord, fra cui soprattutto i banchieri e i grandi speculatori i quali volevano che la conquistata libert\u00e0 si estrinsecasse in una maggior libert\u00e0 per essi di fare i propri affari e di arricchirsi e rivendicavano tal fine una maggiore e pi\u00f9 diretta influenza sul potere statale. Depretis e il trasformismo furono l\u2019espressione politica di questo mutamento: con essi cominci\u00f2 appunto a delinearsi la figura classica dello Stato italiano, che abbiamo definito come un sindacato o un consorzio di privilegiati.<\/p>\n<p>Data infatti la scarsit\u00e0 di capitali in rapporto alla popolazione dello Stato e agli investimenti che sarebbero stati necessari per ammodernarlo, data la sproporzione fra le esigenze della finanza moderna e le risorse del paese, dati i timori che cagionava lo sviluppo industriale per la \u201cquestione sociale\u201d che ne sarebbe derivata e a cui non sarebbe stato possibile ovviare a breve scadenza, ne conseguiva che \u2013 anzich\u00e9 impegnarsi a fondo in un processo di sviluppo economico che avrebbe richiesto mezzi, energie e capacit\u00e0 di iniziativa e di rischio che facevan difetto ai capitalisti italiani \u2013 i gruppi dirigenti preferirono darsi a un\u2019economia di speculazione e in certa misura di rapina condotta assicurandosi i favori dello stato.<\/p>\n<p>Speculazioni bancarie, edilizie e ferroviarie; forniture ed appalti statali sia in materia di lavori pubblici che di riarmo (l\u2019incidenza delle spese militari sul bilancio complessivo dello stato abbiamo gi\u00e0 rilevato nel precedente articolo); sovvenzioni e protezioni di ogni genere furono le risorse di una classe capitalistica che non poteva o non voleva \u2013 per mancanza di mezzi o di mercati, per assenza di spirito capitalistico o per timore di agitazioni operaie, per arretratezza delle condizioni generali o della propria mentalit\u00e0, oppure per tutte queste ragioni assieme \u2013 assolvere ai propri compiti storici, che restava una classe dominante senza diventare una vera classe dirigente la quale ha il compito appunto di portare avanti l\u2019intiera collettivit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p>La lotta politica in Italia fu perci\u00f2 caratterizzata dallo sforzo di nuovi gruppi sociali per assidersi al banchetto e per spartirsi i favori dello stato: dopo i banchieri gli industriali, dopo gli industriali il ceto medio. Manc\u00f2 sostanzialmente quel che \u00e8 il fondamento di una vita democratica: il conflitto di partiti e di idee, la partecipazione alla lotta delle grandi masse, l\u2019alternarsi al governo di gruppi sociali e di movimenti politici contrapposti. Il trasformismo di Depretis, quel ch\u2019egli design\u00f2 come \u201cfeconda trasformazione dei partiti\u201d, rappresent\u00f2 precisamente il compromesso e la fusione del vecchio strato privilegiato dei notabili della Destra con i nuovi ceti sociali rappresentati dalla Sinistra, sulla base di continui compromessi di governo.<\/p>\n<p>Se, a misura che la ricchezza della nazione cresceva, si estendeva la cerchia dei privilegiati, non \u00e8 detto che i nuovi privilegiati godessero sempre di eguali benefici: accanto ai privilegi maggiori, vi erano quelli minori, che si risolvevano in sede locale con i lavori pubblici o le forniture delle amministrazioni comunali e provinciali, con le amministrazioni delle opere pie, o, ancor pi\u00f9 semplicemente, con impieghi, prebende, promozioni e onorificenze. Ma anche in questa forma minore, la caccia al favore e al privilegio rimase sempre l\u2019aspetto distintivo della vita politica italiana: anche il ceto medio, di fronte alle scarse possibilit\u00e0 di una normale promozione sociale, come quella che il progresso economico veniva realizzando negli altri paesi, si attacc\u00f2 disperatamente alla raccomandazione, alla protezione, al favore massonico. Sopravviveva probabilmente in questo costume la vecchia mentalit\u00e0 corporativo-feudale del \u201cprivilegio\u201d, della \u201cconcessione\u201d, della \u201cpatente\u201d: segno anche questo che la borghesia era giunta al potere senza avere raggiunto il necessario grado di sviluppo capitalistico, e senza averne quindi assimilato i valori profondi di libert\u00e0.<\/p>\n<p>Questa situazione spiega come si sia venuta consolidando la mentalit\u00e0 della nostra classe capitalistica, ansiosa di assicurarsi dei profitti senza rischi, aliena da ogni preoccupazione di interesse veramente nazionale, pronta sempre ad identificare il \u201cpaese\u201d con se stessa e a sacrificare ogni cosa allo sfruttamento delle proprie posizioni di favore, a sacrificare soprattutto lo sviluppo economico nazionale ai propri interessi sezionali e corporativi. E spiega altres\u00ec come il ceto medio italiano, quello meridionale principalmente, anzich\u00e9 porsi alla testa delle classi diseredate per condurre una grande battaglia democratica, abbia invece preferito farsi gradualmente assorbire nella cerchia ristretta dei privilegiati e assicurarsi la sua modesta porzione di beneficio, salvo precipitarsi ad ondate successive \u2013 di generazione in generazione \u2013 all\u2019assalto della cosa pubblica per accrescere la propria porzione.<\/p>\n<p>Ma per perpetuare questo sistema bisognava che il consorzio dei privilegiati non perdesse mai il controllo assoluto del potere statale, donde la necessit\u00e0 del partito unico di governo, del partito cio\u00e8 che non ammette la possibilit\u00e0 di un\u2019alternativa al proprio esclusivo dominio. Tutta la politica del gruppo dirigente \u00e8 stata sempre indirizzata, via via che nuove forze premevano, ad assorbirle allargando la cerchia dei privilegiati, ma ad impedire sempre che questi nuovi gruppi potessero dar vita ad una opposizione suscettibile di ascendere democraticamente al governo dello stato. E d\u2019altra parte anche i gruppi che emergevano a poco a poco e venivano alla ribalta preferivano sempre trovar posto fra i privilegiati, piuttosto che condurre una lunga e difficile battaglia per mutare profondamente l\u2019ordine delle cose.<\/p>\n<p>Nonostante le dispute accademiche sulla utilit\u00e0 dei due partiti e sul sistema inglese, lo sforzo pi\u00f9 valido dei gruppi dominanti fu sempre rivolto alla formazione di un partito unico di governo, che si designava volta a volta come nazionale, o conservatore, o progressista, in ogni caso come un partito medio che doveva contemperare appunto conservazione e progresso, escludendo solo i reazionari (quelli cio\u00e8 attaccati al vecchio ordine preunitario) e i sovversivi (cio\u00e8 tutti coloro che aspiravano a un mutamento di sistema). Depretis raggiunse questa combinazione sulla base della ricerca continua di compromessi fra i vari interessi privilegiati, mentre Crispi present\u00f2 questa soluzione sotto l\u2019etichetta dello stato forte e dell\u2019interesse collettivo incarnato in un uomo forte.<\/p>\n<p>Ma, nell\u2019un caso come nell\u2019altro, costante fu la preoccupazione di escludere da ogni partecipazione reale al governo della cosa pubblica l\u2019immensa maggioranza della popolazione, le cui condizioni di vita erano incredibilmente basse onde consentire appunto l\u2019esistenza di privilegiati che godevano di una parte notevole dello scarso reddito nazionale. Uno sfruttamento cos\u00ec intenso e una miseria cos\u00ec grande portano necessariamente alla esclusione dal potere, ch\u00e9 altrimenti le classi sfruttate se ne servirebbero appunto per mutare l\u2019ordine delle cose. Ma esclusa dalla partecipazione alla vita pubblica l\u2019immensa maggioranza della popolazione, la base su cui poggiava lo stato era troppo ristretta perch\u00e9 essa potesse ancora dividersi in partiti contrastanti. E tanto pi\u00f9 ristretta era a quell\u2019epoca per l\u2019atteggiamento astensionistico dei cattolici.<\/p>\n<p>Non sar\u00e0 pertanto possibile in Italia quel che \u00e8 accaduto per esempio in Inghilterra, dove i partiti tradizionali, che rappresentavano interessi contrastanti delle classi dominanti, poterono prendersi il lusso di contendersi i favori delle classi lavoratrici, facendosi l\u2019uno e l\u2019altro promotori di riforme sociali. In Italia, respinta la possibilit\u00e0 di serie riforme sociali e quindi esclusa la possibilit\u00e0 di alleanze con i ceti popolari, nessun gruppo delle classi dominanti fu in grado di affrontare la lotta su due fronti: la borghesia industriale, anche all\u2019apogeo della sua potenza, non si impegn\u00f2 mai a fondo per una seria riforma agraria, per distruggere i residui feudali nelle campagne, e prefer\u00ec sempre il compromesso con i proprietari terrieri anche i pi\u00f9 retrivi, sulla base della difesa della situazioni esistenti, non solo per il timore di pericoli futuri che avrebbero potuto derivarle dalla formazione di nuovi strati moderni di lavoratori, ma anche per la necessit\u00e0 di assicurare ad un regime ristretto l\u2019appoggio di tutti i ceti possidenti. L\u2019immobilismo sociale italiano ha avuto, in questo compromesso fra i vari gruppi privilegiati, la sua definitiva consacrazione.<\/p>\n<p>Chi conosce superficialmente la storia italiana pu\u00f2 ritenere smentita dai fatti questa tendenza al partito unico. Sono noti infatti i contrasti fra la Destra e la Sinistra e la vittoria di quest\u2019ultima nel 1876, e, un quarto di secolo dopo, le nuove battaglie parlamentari che segnarono la fine della reazione umbertina e l\u2019avvento al potere dei gruppi progressivi di Zanardelli e Giolitti. Si tratt\u00f2 per\u00f2 in entrambi i casi di un allargamento della base del \u201cpartito di governo\u201d, pi\u00f9 che di un vero e proprio mutamento, come il corso degli eventi ha dimostrato.<\/p>\n<p>Per assicurare tutto il potere al partito unico di governo, fosse il partito di Depretis di Crispi o di Giolitti, si dovettero porre in essere degli adeguati strumenti. Uno di essi fu l\u2019accentramento burocratico, con cui si cerc\u00f2 di distruggere ogni forma di vita autonoma locale, di togliere dalle mani della popolazione possibilit\u00e0 di sviluppo democratico e di accesso al governo della cosa pubblica, e di costringere tutti gli interessi locali al compromesso con il potere centrale. \u00c8 noto che questa condizione di cose, combinata con il collegio uninominale, faceva della maggior parte dei deputati, legati agli interessi locali i quali alla lor volta dipendevano dal potei e centrale, i sostegni necessari del governo. Parallelamente fu perseguita la politicizzazione della burocrazia: i metodi inaugurati da Nicotera, primo ministro degli interni della Sinistra, che, giunto al potere nel 1876, cambi\u00f2 tutti i prefetti per assicurarsi dei fedeli servitori del suo partito, trov\u00f2 sempre larga applicazione successiva. Si instill\u00f2 cos\u00ec nella alta burocrazia il concetto che le sue fortune eran legate agli interessi del partito di governo, che la legalit\u00e0 e l\u2019uguaglianza dei cittadini passavano in seconda linea di fronte agli interessi dei gruppi dominanti, che in altre parole il potere statale non doveva essere strumento di ordinato progresso per la collettivit\u00e0 ma era dominio privato dell\u2019oligarchia dominante e doveva essere adoperato per i suoi fini. E quest\u2019oligarchia si venne consolidando sulla base di una sempre pi\u00f9 stretta compenetrazione di gruppi economicamente dominanti, di classe politica e di alta burocrazia.<\/p>\n<p>Nei confronti delle masse non privilegiate, cio\u00e8 della immensa maggioranza del paese esclusa da quest\u2019oligarchia e quindi esclusa da ogni forma di partecipazione al potere, gli strumenti adoperati furono vari e complessi. Baster\u00e0 qui enumerarne i principali. In primo luogo la ristrettezza del suffragio. Nel 1860 la percentuale degli elettori rispetto agli abitanti era dell\u20191,92 e in vent\u2019anni saliva al 2,18. Con la riforma elettorale dell\u201982, dopo sei crisi di governo della sinistra e conseguente allargamento della piattaforma governativa, l\u2019elettorato sal\u00ec a circa il 75 e poi aument\u00f2 leggermente negli anni successivi, ma nel 1894 Crispi, nel quadro della politica autoritaria da lui perseguita, procedette ad una revisione straordinaria delle liste elettorali, che fece scendere la percentuale di nuovo al 6,89. Saran soltanto le elezioni del 1913 che si faranno sulla base di un suffragio maschile quasi universale e quelle del 1919 sulla base del suffragio universale maschile. Ma nonostante questa ristrettissima base, il governo non rinunci\u00f2 mai ad addomesticare le elezioni con la corruzione, con la frode e con la violenza. Questi metodi elettorali furono introdotti dalla Destra, perfezionati da Depretis, portati da Giolitti a un alto grado di raffinatezza.<\/p>\n<p>Ma il voto non \u00e8 la sola arma a disposizione delle masse. Perci\u00f2, anche prima della concessione del suffragio universale, i gruppi dominanti si preoccuparono soprattutto di impedire la formazione di un grande schieramento unitario delle masse lavoratrici e delle forze progressiste. A tal fine furono usati i metodi della divisione, della corruzione dei capi, della mistificazione ideologica, della ignoranza e della repressione. La divisione risultava dalla condizione stessa del paese, nato dalla fusione non certo organica di stati diversi, aventi dietro di s\u00e9 una storia, diversa e giunti a un diverso grado di evoluzione economica e sociale. \u201cSe non temessi di destar gelosie, direi anco\u00a0che in\u00a0Italia ci sono diverse societ\u00e0, frutto di formazioni storiche quasi indipendenti le une dalle altre, perci\u00f2 differenti di coltura e di abito morale\u201d, scriveva De Sanctis nel\u00a0<em>Diritto\u00a0<\/em>del 4 febbraio 1878. E quindici anni dopo, presentando al Congresso della Internazionale a Zurigo il proprio rapporto, il Partito dei Lavoratori Italiani nato a Genova l\u2019anno prima, metteva in rilievo appunto come elementi che giustificavano la debolezza del movimento operaio\u00a0<em>\u201cles conditions \u00e9conomiques encore peu d\u00e9velopp\u00e9es de notre pays, surtout l\u2019extr\u00e8me vari\u00e9t\u00e9 de ces conditions qui fait que d\u2019une r\u00e9gion \u00e0 l\u2019autre il y a presque la diff\u00e9rence d\u2019un si\u00e8cle et que des p\u00e9riodes historiques successives et contradictoires se coudoyent dans la m\u00eame nation\u201d.<\/em><\/p>\n<p>La classe di governo italiana si adoper\u00f2 per mantenere in vita questa estrema variet\u00e0, anzi per accrescerla favorendo lo sviluppo di alcune regioni mentre altre vegetavano in situazioni sociali che risultavano-sempre pi\u00f9 arretrate. Come \u00e8 accaduto in genere ai governi metropolitani in confronto delle loro colonie, il governo di Roma si alle\u00f2 nelle regioni arretrate con i capi locali per difendere le arcaiche strutture che garantivano ad un tempo i privilegi di questi capi e l\u2019obbedienza delle masse. La sopravvivenza della mafia siciliana, favorita sempre dalle autorit\u00e0 e dal governi, non \u00e8 che l\u2019esempio pi\u00f9 noto di questo indirizzo. Non fu dunque soltanto per assicurarsi un mercato semicoloniale, del resto scarsamente consumatore, che la classe dominante rallent\u00f2 lo sviluppo del Mezzogiorno e di altre regioni italiane. I vantaggi che essa ne traeva per la sua politica erano enormi.<\/p>\n<p>Si ritardava cos\u00ec infatti la formazione di una coscienza di classe o pi\u00f9 semplicemente di una coscienza democratica unitaria di vastissime masse di lavoratori, che avrebbero potuto svilupparsi solo se si fossero allentati o comunque ridotti alla loro sfera particolare i vecchi rapporti precapitalistici e le vecchie forze di coesione (patriarcali, religiose, tradizionali, tribali, ecc.) e di divisione (lotte di villaggi, di gruppi, di famiglie, ecc.), in modo che la sfera dei rapporti di classe e dei rapporti politici apparisse distinta e autonoma. Finch\u00e9 duravano le vecchie condizioni, era pi\u00f9 facile far presa sulle masse piccolo-borghesi o contadine con miti e passioni irrazionali (sanfedismo, colonialismo, nazionalismo, ecc.), ed era pi\u00f9 facile altres\u00ec mantenere il rispetto delle gerarchie in una societ\u00e0 semifeudale che si reggeva in gran parte ancora sul rapporto patronato-clientela anzich\u00e9 sulla democrazia. Ma inoltre questa divisione del paese in zone a struttura e quindi a interessi diversi consentiva di giocare sulla diversit\u00e0 degli interessi immediati.; delle varie categorie di lavoratori, contrapponendo p. es. gli interessi degli operai delle industrie protette del Nord agli interessi dei contadini meridionali, ed eccitando le passioni degli uni contro gli altri. Si voleva insomma da un lato unificare e centralizzare il potere e dall\u2019altro impedire viceversa la formazione di un blocco unitario del le classi lavoratrici e delle forze democratiche.<\/p>\n<p>Sulla corruzione \u2013 sia in senso letterale che in senso politico \u2013 di capi o di gruppi dirigenti del movimento democratico o addirittura di strati di ceto medio che avrebbero utilmente potuto esercitare una funzione di\u00a0<em>leadership,\u00a0<\/em>non \u00e8 il caso di soffermarsi: \u00e8 fenomeno ben noto nella storia recente e anche recentissima d\u2019Italia, e non soltanto del Mezzogiorno. Anche l\u2019ignoranza delle masse fu, lungamente ed \u00e8 ancora in parte un modo di tenerle tranquille, di non farle avvicinare a libri, a giornali che potrebbero essere veicoli di idee non conformiste. \u00c8 risaputo \u2013 e lo ha ricordato ancora recentemente Chabod nel suo volume sulla politica estera \u2013 che l\u2019istruzione obbligatoria fu rifiutata dalla Destra e fu votata soltanto, fra gravi contrasti, dopo l\u2019avvento della Sinistra al potere, proprio per il timore apertamente dichiarato che l\u2019istruzione delle plebi fosse un\u2019arma nella lotta contro il predominio degli alti e medi ceti. Ma,\u00a0anche<em>\u00a0<\/em>votata, non fu poi applicata: aver lasciato il carico della scuola elementare ai comuni fu un mezzo perch\u00e9 i comuni pi\u00f9 poveri, cio\u00e8 quelli appunto dove vivevano le masse di contadini pi\u00f9 arretrate,\u00a0non<em>\u00a0<\/em>fossero in grado di provvedervi. E tutti sappiamo che ancor oggi l\u2019istruzione obbligatoria \u00e8 un mito.<\/p>\n<p>Pure la mistificazione ideologica fu uno strumento importante per impedire la formazione di un forte partito di opposizione fondato sulle masse dei lavoratori. Nei paesi capitalistici che ebbero uno sviluppo democratico fu il ceto medio che forn\u00ec alle masse i quadri intellettuali per la democratizzazione del paese, che avvantaggiava le masse ma creava altres\u00ec delle condizioni di maggior prestigio e di pi\u00f9 larga influenza proprio per il ceto medio. Il ceto medio italiano invece, come abbiamo visto nell\u2019articolo precedente, proprio per le condizioni di arretratezza del paese, non fu in grado di assolvere a questa funzione, se non in piccola parte, e oscill\u00f2 in generale fra forme di ribellismo e l\u2019asservimento ai ceti dominanti. Il ritardo di sviluppo delle citt\u00e0 italiane che, specialmente nel Mezzogiorno ma anche nel Nord fino a qualche decennio fa, non erano centri di produzione economica e quindi motori di uno sviluppo progressivo, ma luoghi di consumo di redditi agricoli e mercati commerciali di prodotti agricoli e perci\u00f2 legate all\u2019economia tradizionale, ha certo avuto la sua parte in questa rinuncia del ceto medio alla sua funzione progressiva.<\/p>\n<p>Nelle campagne poi, almeno in vastissime zone, la direzione ideologica delle masse fu lasciata interamente ai preti e alle organizzazioni cattoliche, che non esercitarono certo una funzione progressiva, volte com\u2019erano a combattere, conforme i dettami del Sillabo, la civilt\u00e0 borghese nella sua totalit\u00e0 e poi anche lo stato italiano considerato \u201cusurpatore\u201d. Sar\u00e0 solo sotto la pressione della concorrenza socialista che il movimento cattolico metter\u00e0 in disparte le ideologie reazionarie e corporative per accettare, almeno in parte, i metodi moderni di lotta.<\/p>\n<p>Ma tutto questo non bastando, il ricorso alla repressione poliziesca e illegale contro i lavoratori fu frequente nella storia del nostro paese. Ogni qual volta appariva impossibile mantenere i lavoratori aggiogati supinamente al carro dell\u2019oligarchia dominante, ogni qual volta si delineava il tentativo di una partecipazione autonoma delle masse alla vita politica del paese e con essa la pretesa di influire sulla situazione in senso contrario agli interessi privilegiati, subito il governo reagiva cercando di gettare questo movimento al margini della vita politica o addirittura nell\u2019illegalit\u00e0. Fu l\u2019atteggiamento di Depretis nei confronti del Partito Operaio, che pure era un piccolissimo partito a tendenze operaistiche ma che aveva scosso appunto la guida ideologica dei radicali, e fu pi\u00f9 tardi l\u2019atteggiamento di Crispi e successori contro il Partito Socialista che, nato a Genova nel 1892, fu sciolto nel 1894 e assoggettato poi a persecuzioni e repressioni fino alla fine del secolo.<\/p>\n<p>In quale misura si pu\u00f2 ora considerare che questi limiti dello sviluppo democratico siano stati realmente superati? Se le considerazioni che abbiam svolto sono esatte, \u00e8 evidente che non \u00e8 stato superato il limite fondamentale, cio\u00e8 quello dell\u2019arretratezza economica, dell\u2019insufficienza del reddito a soddisfare le esigenze vitali delle masse lavoratrici. Finch\u00e9 la struttura economica del paese \u00e8 fragile, finch\u00e9 sussistono due milioni di disoccupati, finch\u00e9 il livello di coscienza delle masse si sviluppa pi\u00f9 rapidamente del loro tenore di vita, non \u00e8 pensabile che i gruppi dirigenti accettino lealmente il metodo democratico, cio\u00e8 affidino la direzione politica del paese all\u2019alea del gioco delle maggioranze. La persistenza di questo rapporto fra le condizioni economiche e le condizioni politiche \u00e8 evidente nel nostro paese.<\/p>\n<p>Fu soprattutto la crisi agraria scoppiata nel 1882 che, inasprendo la lotta di classe nelle campagne, port\u00f2 ai grandi scioperi del 1885 e alle misure repressive e antidemocratiche di Depretis; la crisi dello zolfo e del vino, rompendo il fragile equilibrio dell\u2019economia siciliana, provoc\u00f2 il moto dei Fasci siciliani e la spietata repressione crispina; l\u2019aumento del prezzo del grano diede il via ai moti del \u201898 e agli stati d\u2019assedio.<b><a href=\"http:\/\/leliobasso.it\/documento.aspx?id=f181fcb02d85596a44670c1f23576f7f#_ftn1\" name=\"_ftnref1\" data-et-has-event-already=\"true\">[1]<\/a><\/b>\u00a0Se Giolitti pot\u00e9 avviare un periodo di sviluppo democratico, fu perch\u00e9, superata la crisi, diminuita la pressione demografica sulle campagne con l\u2019emigrazione e affluiti capitali dall\u2019estero, in gran parte proprio sotto forma di rimesse di emigranti, l\u2019economia italiana usc\u00ec dalla situazione difficile di fine secolo e conobbe il periodo della sua maggiore prosperit\u00e0. L\u2019aumento del reddito nazionale consent\u00ec ai gruppi privilegiati di accrescere la propria porzione di benefici pur migliorando le condizioni di vita dei lavoratori e allentando conseguentemente la pressione su di essi. Tuttavia \u00e8 caratteristico dello sviluppo politico italiano che l\u2019esperimento giolittiano si sia svolto anch\u2019esso sui binari tradizionali, nel senso cio\u00e8 di allargare la cerchia dei privilegiati, tentando di legare operai settentrionali e contadini della valle padana agli interessi dei gruppi dominanti ma mantenendo le popolazioni del Mezzogiorno in condizioni immutate di oppressione, e perseguendo per questa via una frattura alla base di un possibile schieramento democratico italiano.<\/p>\n<p>Comunque fosse destinato a svilupparsi questo esperimento, esso fu travolto dalla guerra, che ebbe per effetto da un lato di rafforzare enormemente la pressione dei grandi gruppi economici sul potere statale e dall\u2019altro di imprimere un ritmo molto pi\u00f9 celere allo sviluppo di coscienza delle masse, esasperando cos\u00ec la contraddizione insita nella struttura dello stato post-risorgimentale, cos\u00ec come si era venuto formando. Da un lato cio\u00e8, per quel caratteristico fenomeno di accavallamento delle situazioni storiche che si verifica nei paesi arretrati e che abbiamo descritto nel primo articolo, l\u2019Italia giunse a un alto grado di concentrazione capitalistica e alle forme degenerative dell\u2019imperialismo e del monopolismo mentre molte tappe della rivoluzione democratico-borghese erano ancora da percorrere. La tendenza dei monopoli ad impadronirsi direttamente del potere statale e ad assoggettarsi l\u2019alta burocrazia per assicurarsi, pure in condizioni di malthusianismo economico, dei profitti crescenti e senza rischi, trov\u00f2 la strada agevolata proprio dal fatto che in Italia la mentalit\u00e0-capitalistica vera e propria non aveva mai attecchito, che il sezionalismo e il privilegio erano forme normali della vita economico-politica del paese, che la burocrazia era gi\u00e0 al servizio di interessi particolari e infine che non si erano ancora sviluppate nel paese adeguate resistenze fondate su un forte movimento democratico.<\/p>\n<p>Ma poich\u00e9 d\u2019altro lato proprio la guerra, attraverso l\u2019avvicinamento di masse meridionali e settentrionali fuse nell\u2019unit\u00e0 dell\u2019esercito durante oltre tre anni di guerra, attraverso le promesse dei ceti dirigenti e la propaganda, sia pure interessata, di ideologie democratiche, attraverso infine i mutamenti delle condizioni economiche dovuti soprattutto alla svalutazione che determinarono ampi movimenti sociali nel dopoguerra, favor\u00ec il rapido svilupparsi di due grandi movimenti popolari, quello socialista e quello cattolico, che insieme conseguirono la maggioranza dei seggi nelle elezioni del 1919 \u2013 le prime svoltesi a suffragio universale -, era inevitabile che il consorzio dei privilegiati, che da decenni si considerava padrone dello stato e non aveva mai ammesso la possibilit\u00e0 che il partito unico di governo si vedesse contestato il suo dominio esclusivo, reagisse vivacemente. L\u2019edificio giolittiano and\u00f2 subito in pezzi, e bast\u00f2 la crisi del 1921 \u2013 che altri paesi pi\u00f9 robusti superarono senza gravi difficolt\u00e0 \u2013 per scuotere l\u2019economia italiana (fallimenti Ansaldo, Ilva, Banca Italiana di Sconto) e indurre i gruppi dominanti a sostituire allo stato giolittiano lo stato fascista.<\/p>\n<p>Certo il fascismo non sarebbe spiegabile senza lo sviluppo del potere monopolistico, ma il suo rapido successo non sarebbe spiegabile se non si tenesse conto che esso, lungi dal rappresentare una parentesi o una deviazione dallo sviluppo generale del paese, era invece nella linea tradizionale della politica delle classi dominanti: lo stato considerato come propriet\u00e0 di queste classi dominanti e amministrato come un sindacato di privilegiati, attraverso la pratica di un partito unico che getta nella illegalit\u00e0 i partiti e i movimenti politici dei ceti non privilegiati che hanno la pretesa di contrapporre uno schieramento autonomo al partito di governo.<\/p>\n<p>Queste tendenze delle classi dominanti non sono mutate neppure in questo dopoguerra, perch\u00e9 non \u00e8 mutata la struttura fondamentale dello stato, soggetto pi\u00f9 che mai al ricatti e alle pressioni degli interessi sezionali. Lo sviluppo economico \u00e8 ancora insufficiente e il reddito nazionale ancora troppo basso per consentire ad un tempo tranquilli profitti senza rischi ai gruppi dominanti e condizioni umane di vita alle masse. Perci\u00f2 i gruppi dominanti considerano pi\u00f9 che mai necessario tenere strettamente il potere nelle proprie mani ed escludere qualunque possibilit\u00e0 di alternativa democratica. Tutta la politica di questi anni ha continuato a servirsi degli strumenti tradizionali di dominio che abbiamo descritto, ma soprattutto ha mirato a rompere lo schieramento unitario delle masse, favorendo scissioni politiche e sindacali, tentando di spezzare l\u2019unit\u00e0 di socialisti e comunisti, riprendendo l\u2019esperimento giolittiano nel senso di favorire aristocrazie operaie nel Nord e di sparare sui contadini meridionali. La mistificazione ideologica \u00e8 stata adoperata su larga scala, non soltanto con l\u2019esperimento socialdemocratico ma soprattutto con il tentativo di far servire l\u2019influenza della Chiesa ai fini di un interclassismo che, nelle intenzioni dei gruppi dirigenti, dovrebbe frenare lo sviluppo di una coscienza autonoma delle masse e bloccare i fermenti democratici della base.<\/p>\n<p>E infine la pretesa al monopolio del potere per il partito che difende gli interessi dei gruppi privilegiati \u00e8 stata martellata nell\u2019opinione pubblica in tutti questi anni. L\u2019accaparramento dei valori della civilt\u00e0 occidentale ai fini di questa propaganda da un lato, e dall\u2019altro il ricatto anticomunista hanno alimentato una visione manichea, che mira precisamente a rappresentare lo schieramento dei lavoratori come il male che va respinto lontano da ogni possibilit\u00e0 di partecipazione effettiva all\u2019esercizio del potere e gettato ancora una volta ai margini della vita nazionale, perch\u00e9 non si ha la forza di metterlo nella illegalit\u00e0. La pretesa di condizionare l\u2019apertura a sinistra alla rottura dello schieramento democratico, cio\u00e8 in altre parole di assorbire nella maggioranza una parte dell\u2019opposizione per meglio combattere il resto, rientra anche essa nella politica tradizionale dei gruppi dominanti.<\/p>\n<p>Sembra pertanto chiaro da quanto abbiamo detto qui che la strada per edificare in Italia uno stato democratico \u00e8 ancora aspra e difficile. Di essa si \u00e8 realizzata fino ad ora solo una condizione preliminare: per la prima volta in Italia si \u00e8 formato in\u00a0questo<em>\u00a0<\/em>dopoguerra uno schieramento democratico di vaste proporzioni, egualmente presente in tutte le regioni d\u2019Italia, e quindi fondato su quella coscienza unitaria di cui, come s\u2019\u00e8 visto, la classe dominante ha cercato d\u2019impedire la formazione. Mantenere e allargare questo schieramento ai lavoratori cattolici e i ceti medi, soprattutto agli intellettuali e ai tecnici, \u00e8 una seconda tappa tuttora in corso per la cui effettuazione il PSI sembra pi\u00f9 che mai oggi lo strumento indispensabile.<\/p>\n<p>Ma accanto a queste condizioni, ve ne sono altre non meno necessarie. Si tratta di assicurare rapidamente lo sviluppo economico del paese, di eliminare la disoccupazione, di migliorare le condizioni di vita delle masse, di realizzare anche in questo campo le promesse costituzionali. Abbiamo detto nel primo articolo, con le parole di Laski, che \u201cuna democrazia politica ha bisogno per essere solida di un\u2019economia in via di espansione\u201d, e crediamo di aver dimostrato che proprio l\u2019arretratezza economica dell\u2019Italia ha pesato enormemente per ritardarne lo sviluppo democratico.<\/p>\n<p>Infine \u00e8 necessario assicurare gli strumenti di una vita democratica, attraverso una profonda riforma dell\u2019amministrazione statale, che si \u00e8 venuta formando da decenni sulla base di una pratica di governo profondamente antidemocratica nello spirito, e attraverso un largo sviluppo delle autonomie locali che favorisca l\u2019espandersi di tante energie per troppo tempo mortificate dal pesante centralismo burocratico.<\/p>\n<p>Ma tutto, ci\u00f2 non sarebbe possibile se non si elevasse insieme il livello culturale del popolo italiano, condizione indispensabile del suo progredire economico e del suo maturare politico.<\/p>\n<p>\u00c8 uno sforzo organico che si richiede oggi alle forze democratiche italiane, diretto a combattere insieme gli strumenti tradizionali del prepotere oligarchico nel campo economico, politico e spirituale, e a costruire il nuovo edificio dello stato democratico italiano.<\/p>\n<p>Se il PSI sapr\u00e0 presentarsi all\u2019opinione pubblica, ma soprattutto alle giovani generazioni che si affacciano oggi alla vita pubblica liberi da tutte le polemiche del passato, come il partito capace di dirigere questo sforzo organico di costruzione democratica, esso avr\u00e0 schiuso un capitolo nuovo nella storia travagliata del popolo italiano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/senso-comune.it\/rivista\/paese\/problemi-e-limiti-dello-sviluppo-democratico-in-italia-iii\/\">https:\/\/senso-comune.it\/rivista\/paese\/problemi-e-limiti-dello-sviluppo-democratico-in-italia-iii\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da: Senso Comune (Lelio Basso) Nel 1956 la rivista socialista Mondo Operaio\u00a0pubblic\u00f2 una serie di articoli di Lelio Basso dedicati all\u2019analisi delle tare strutturali e di lungo periodo della democrazia italiana. Lo storico esponente della sinistra socialista denunciava il carattere predatorio del nostro capitalismo; la considerazione, da parte delle classi dominanti italiane, dello Stato come strumento di spartizione dei propri interessi di parte; la necessit\u00e0 di avvalersi di un partito unico di governo da parte&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":104,"featured_media":62587,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Senso-Comune-1.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-ghs","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62586"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/104"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=62586"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62586\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":62588,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62586\/revisions\/62588"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/62587"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=62586"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=62586"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=62586"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}