{"id":63113,"date":"2021-03-05T10:10:54","date_gmt":"2021-03-05T09:10:54","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=63113"},"modified":"2021-03-04T19:57:58","modified_gmt":"2021-03-04T18:57:58","slug":"congo-inferno-dimenticato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=63113","title":{"rendered":"Congo, inferno dimenticato"},"content":{"rendered":"<p><strong>di ANALISI DIFESA (Mirko Molteni)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"post-gallery\">\n<div class=\"thumb-wrap\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/DRC-militia-patrol-900x600.jpg\" alt=\"DRC-militia-patrol-900x600\" width=\"640\" height=\"378\" \/><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"the-content\">\n<p>L\u2019uccisione dell\u2019ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere di scorta, appuntato Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese Mustaf\u00e0 Milambo Baguna ha riportato all\u2019attenzione dell\u2019opinione pubblica italiana lo stato di perenne crisi, umanitaria e militare, della Repubblica Democratica del Congo (da intendersi l\u2019ex-Zaire e da non confondersi con l\u2019assai pi\u00f9 piccolo Congo Brazzaville) e delle zone limitrofe alla regione africana dei Grandi Laghi.<\/p>\n<p>Da decenni tutta la fascia orientale dell\u2019enorme paese, ricchissimo di risorse minerarie, \u00e8 preda di numerosissimi gruppi ribelli, la cui presunta titolarit\u00e0 politico-eversiva spesso sconfina nel puro e semplice brigantaggio. Massacri di civili, rapimenti a scopo di riscatto e contrabbando di minerali rari rendono la zona una delle pi\u00f9 pericolose del mondo e la stessa presenza di una forza ONU di 17.000 militari non basta, alla luce dei fatti, ad aiutare l\u2019esercito governativo.<\/p>\n<p>Questo inferno \u201cnascosto\u201d, \u00e8 da tempo dimenticato e rimosso dall\u2019opinione pubblica occidentale, che difficilmente ricorda il genocidio del Ruanda del 1994 e che ignora, forse del tutto, che in una fase particolarmente acuta, dal 1998 al 2003, la regione conobbe perfino una lunga guerra da 5 milioni di morti, una vera \u201cguerra mondiale africana\u201d che vide l\u2019intervento di molti paesi del continente. Ora quel calderone ha di nuovo sollevato il suo coperchio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Agguato sulla strada<\/u><\/strong><\/p>\n<p>La mattina di luned\u00ec 22 febbraio 2021 l\u2019ambasciatore Luca Attanasio, 43 anni, che fin dal suo arrivo in Congo, nel 2017, si era dedicato a svariati progetti umanitari, si trovava nella citt\u00e0 di Goma, capoluogo della provincia del Kivu Nord, nell\u2019estremo lembo orientale del paese, a ridosso del confine con il Ruanda, dove era arrivato fin dal 19 febbraio. Da l\u00ec doveva raggiungere la citt\u00e0 di Kiwanja, circa 73 km a Nord di Goma, percorrendo la strada RN2, detta \u201cKamango Road\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141756 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/download-10-360x245.jpg\" alt=\"download\" width=\"441\" height=\"300\" \/><\/p>\n<p>Un tragitto teoricamente breve per gli standard europei, ma che, date le condizioni accidentate della rotabile africana, richiede oltre due ore di tempo, per l\u2019esattezza una media di circa 2 ore e 24 minuti. A quanto \u00e8 stato finora accertato, l\u2019ambasciatore ha lasciato Goma lungo la Kamango Road attorno alle 9.27 ora locale insieme ad appena sei persone, suddivise su due veicoli fuoristrada del World Food Program con i distintivi ONU. Attanasio doveva infatti presenziare a Kiwanja per la realizzazione di un progetto di alimentazione a favore delle derelitte popolazioni dell\u2019area.<\/p>\n<p>Dall\u2019analisi delle fotografie scattate immediatamente prima della partenza da Goma, si riconoscono sia Attanasio, sia il carabiniere di scorta, appuntato Vittorio Iacovacci, insieme a quattro delle cinque persone destinate ad accompagnarli, fra le quali una potrebbe essere l\u2019autista Mustaf\u00e0 Milambo. Fra gli accompagnatori c\u2019era anche l\u2019italiano Rocco Leone, alto funzionario del WFP.<\/p>\n<p>Da una prima ricostruzione, l\u2019ambasciatore viaggiava sul secondo dei due fuoristrada incolonnati, veicoli di tipo commerciale senza alcuna protezione blindata. Il tutto senza alcuna scorta, tranne che per la presenza del giovane carabiniere. In un punto che le autorit\u00e0 congolesi hanno indicato nei dintorni di Kibati, cio\u00e8 a soli 15 km dopo la partenza da Goma, e quindi presumibilmente attorno alle ore 10.00, i due veicoli sono stati oggetto di un agguato da parte di un gruppo di \u201csei uomini armati di machete e di Kalashnikov\u201d.<\/p>\n<p>Su questa versione concordano le dichiarazioni a caldo del presidente del Congo, F\u00e9lix Tshisekedi, e del governatore del Kivu Nord, Carly Nzanzu Kasivita. I due veicoli sono stati fermati sotto la minaccia delle armi e solo il veicolo di testa mostrava danni a un finestrino, mentre quello pi\u00f9 arretrato, su cui viaggiava Attanasio, non avrebbe subito danni.<\/p>\n<p>A questo punto, il primo a essere stato ucciso \u00e8 stato l\u2019autista Milambo, per intimorire gli altri componenti del piccolo convoglio e spingerli a seguire i guerriglieri. Almeno una delle guardie congolesi al seguito si sarebbe salvata fingendo di essere morta.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141758 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/5af18ea2-8e74-406a-b640-0ea6e0a922d204draghi_ciampino.jpg\" alt=\"5af18ea2-8e74-406a-b640-0ea6e0a922d204draghi_ciampino\" width=\"807\" height=\"537\" \/><\/p>\n<p>Questo primo dettaglio sembra quindi gi\u00e0 avvalorare l\u2019ipotesi, poi emersa come sempre pi\u00f9 probabile, di un tentativo di rapimento. Il gruppo composto dai rapitori e dagli ostaggi si sarebbe quindi spostato verso Nord di alcuni chilometri prima di essere intercettato dalle prime forze dell\u2019ordine messe in allarme, ovvero i ranger del parco naturale di Virunga, elementi presumibilmente gi\u00e0 di per s\u00e9 abituati a confrontarsi in armi con bracconieri e banditi.<\/p>\n<p>Ai rangers seguivano a ruota soldati dell\u2019esercito congolese e caschi blu ONU della missione MONUSCO, attirati anche dal rumore degli spari. Immagini riprese coi telefonini e diffuse subito dopo mostrano che il gruppo di rapitori \u00e8 stato agganciato in una zona chiaramente identificabile dalla presenza di tre grandi antenne per telecomunicazioni in una localit\u00e0 presso Buhumba, a 23 km da Goma.<\/p>\n<p>A quel punto, vistisi i ranger alle calcagna, ormai a soli 500 metri dietro di loro, i rapitori hanno in pratica abortito il loro piano iniziale e, per poter sfuggire alla svelta, hanno abbandonato gli ostaggi, non prima, per\u00f2, di aver sparato al carabiniere Iacovacci, uccidendolo, e allo stesso Attanasio, ferendolo gravemente all\u2019addome.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141759 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/02dd4ebb-7fc7-48f5-a201-c206f606438b12salme_ciampinoMedium.jpg\" alt=\"02dd4ebb-7fc7-48f5-a201-c206f606438b12salme_ciampinoMedium\" width=\"794\" height=\"541\" \/><\/p>\n<p>Secondo i risultati dell\u2019autopsia condotta il 24 febbraio, sulle salme, rientrate in Italia con un volo speciale, i due italiani sono morti per un totale di 4 colpi di fucile d\u2019assalto AK-47 Kalashnikov, due colpi per ciascuno, sparati in entrambi i casi dal lato sinistro del loro corpo. In particolare, per quanto riguarda il carabiniere, il colpo mortale potrebbe essere quello rilevato all\u2019altezza del collo, dove sarebbe rimasto un proiettile nel corpo.<\/p>\n<p>L\u2019ambasciatore non \u00e8 morto subito, tanto che esistono immagini del suo disperato soccorso, mentre viene trasportato d\u2019urgenza all\u2019ospedale di Goma a bordo di un veicolo, con uno dei suoi accompagnatori che lo tiene fra le braccia disteso. Le ferite all\u2019addome erano per\u00f2 destinate a non lasciargli scampo e poco dopo spirava. Questi sono i fatti, nella loro essenzialit\u00e0, per come sono stati ricostruiti nell\u2019arco delle 48 ore successive alla tragedia e, mentre scriviamo, Attanasio e Iacovacci ricevono le esequie di Stato a Roma.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Caccia agli assassini<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Non si ha ancora idea di chi possa essere l\u2019autore del tentato rapimento finito cos\u00ec tragicamente. A cavallo fra l\u2019Est del Congo e i vicini stati di Ruanda, Burundi e Uganda sono stati censiti qualcosa come un centinaio di gruppi, fra grandi e piccoli, che operano ormai da decenni alle soglie del puro brigantaggio. Si \u00e8 puntato il dito dapprima sulla temuta formazione islamista ADF, Allied Democratic Forces, che a dispetto del nome inglese \u00e8 votata alla jihad e affiliata, almeno nominalmente (forse solo con una sua branca), all\u2019ISIS, tanto da condividere probabilmente alcune fonti di finanziamento illecito con la formazione somala di Al Shabab.<\/p>\n<p>La responsabilit\u00e0 di ADF, si \u00e8 detto, potrebbe per\u00f2 essere indiretta, nel senso che lo specifico gruppo di fuoco autore dell\u2019attacco potrebbe essere costituito da delinquenti comuni, esperti comunque nel saccheggio e nel taglieggiamento, che avevano intenzione di procurarsi ostaggi \u201cdi valore\u201d, cio\u00e8 occidentali, da \u201crivendere\u201d poi all\u2019ADF. Uno schema a quanto pare simile a quello seguito nel 2018 in Kenya dai rapitori della cooperante italiana Silvia Romano, poi \u201crigirata\u201d ad Al Shabab.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141760 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/370105a3-571c-423b-87fc-90ac9884f85003draghi_ciampino.jpg\" alt=\"370105a3-571c-423b-87fc-90ac9884f85003draghi_ciampino\" width=\"793\" height=\"540\" \/><\/p>\n<p>L\u2019analisi delle testimonianze dei superstiti ha permesso di appurare che gli aggressori parlavano in lingua Kinyarwanda, idioma degli Hutu che costituiscono l\u2019ossatura di altre formazioni che nulla c\u2019entrano con l\u2019ADF. Negli ultimi giorni si sta quindi privilegiando una pista che porterebbe al fronte FDLR (Fronte Democratico per la Liberazone del Ruanda), erede delle milizie protagoniste del genocidio ruandese del 1994, oppure ai movimenti Nyatura e M23.<\/p>\n<p>In effetti, gli istituti di analisi Intelligence Fusion e Kivu Security hanno pubblicato mappe che ben mostrano come la strada fatale percorsa dal compianto ambasciatore incrociasse proprio i territori in cui spadroneggiano queste formazioni guerrigliere.<\/p>\n<p>Le prime ricostruzioni dell\u2019accaduto concorderebbero con quanto emerso dal sopralluogo-lampo degli investigatori del ROS dei Carabinieri, recatisi in Congo gi\u00e0 fra il 23 e 24 febbraio per interrogare Leone e i tre sopravvissuti congolesi, due guardie e un autista.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141762 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/5788453_2032_congo_obbligo_per.jpg\" alt=\"5788453_2032_congo_obbligo_per\" width=\"775\" height=\"425\" \/><\/p>\n<p>significativo che dai ROS sia emersa la richiesta di verificare se i proiettili letali per le vittime provenissero davvero da armi illegali oppure da armi registrate ed eventualmente in dotazione ai ranger o ai soldati congolesi, non essendo stata ancora del tutto esclusa l\u2019ipotesi, inquietante, che il diplomatico e il carabiniere possano essere stati colpiti per errore in un conflitto a fuoco fra i rapitori in fuga e le autorit\u00e0 in inseguimento.<\/p>\n<p>Promettendo di scovare e punire i responsabili, il governo congolese ha intanto iniziato a dare una stretta agli spostamenti dei diplomatici stranieri sul suo territorio, sollevando pi\u00f9 di una perplessit\u00e0. Infatti, il 23 febbraio il presidente Tshisekedi ha incontrato i suoi maggiori responsabili della sicurezza nazionale e dopo il summit ha fatto subito diramare quella stessa sera dal suo ufficio questo comunicato: \u201cGli ambasciatori e gli altri capi missione non possono pi\u00f9 lasciare Kinshasa per l\u2019interno del paese senza informare il capo della diplomazia congolese e i servizi competenti\u201d.<\/p>\n<p>Il fatto che tutti i diplomatici stranieri in Congo debbano d\u2019ora in poi informare le autorit\u00e0 dei loro spostamenti lontano dalla capitale potrebbe a prima vista sembrare una misura di sicurezza, volta a poter offrir loro la protezione delle forze regolari congolesi.<\/p>\n<p>Ma non tutti la pensano cos\u00ec. Come ha riportato l\u2019agenzia Reuters, infatti, un paio di diplomatici stranieri, sotto anonimato, hanno dichiarato alla stampa che richiedere la notifica di spostamenti del personale diplomatico \u201cpotrebbe configurarsi come violazione della Convenzione di Vienna\u201d, che regola la diplomazia internazionale.<\/p>\n<p>E uno dei due ha anche ricordato che potrebbe perfino esporre a rischi maggiori, se \u00e8 vero, come dicono anche rapporti ONU, che una parte dei militari e poliziotti congolesi \u00e8 corrotta e in combutta con ribelli e banditi. Da qui al sospetto che la banda di rapitori contasse su un proprio appoggio informativo, in altre parole delatori, per sapere con esattezza orari e itinerario di Attanasio, il passo \u00e8 molto breve.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141764 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/114253488-98930872-06a9-4595-8d4a-96a30d907d14-360x245.jpg\" alt=\"114253488-98930872-06a9-4595-8d4a-96a30d907d14\" width=\"472\" height=\"321\" \/><\/p>\n<p>Il governo del Congo ha inoltre ordinato il 24 febbraio una nuova operazione militare, evidentemente per dimostrare alla comunit\u00e0 internazionale la volont\u00e0 di riaffermare, o perlomeno tentare di riaffermare, la sua autorit\u00e0 sulle zone orientali del paese.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 forse un po\u2019 di confusione. Inizialmente, Radio Okapi aveva segnalato che, stando al portavoce militare Antony Mwalushayi, stava iniziando una offensiva del tutto nuova, denominata \u201cRuwenzori 2\u201d, nella regione dell\u2019omonimo vulcano, ai confini con l\u2019Uganda, e diretta principalmente \u201ca neutralizzare le forze ADF e i gruppi a loro affiliati attivi in questa regione\u201d.<\/p>\n<p>Sono per\u00f2 giunte precisazioni dal generale Sylvain Ekenge, secondo cui non si tratta affatto di una nuova operazione, ma della prosecuzione della gi\u00e0 avviata \u201coperazione Sokola 1\u201d, gi\u00e0 in atto da oltre una settimana. Secondo Ekenge: \u201cNon ci sono cambiamenti nelle operazioni. L\u2019operazione contro le ADF \u00e8 ancora in atto a Mayangose.<\/p>\n<p>Ma il comandante del settore, il generale Peter Cirimwami, si \u00e8 concentrato sul Ruwenzori. \u00c8 l\u00ec con le sue unit\u00e0, ogni volta che conduce un\u2019operazione, le d\u00e0 un nome, ma l\u2019operazione non \u00e8 cambiata. C\u2019\u00e8 una forte attivit\u00e0 delle ADF presso il Ruwenzori e lui vuole la pacificazione. Non c\u2019\u00e8 cambiamento, solo ci stiamo rafforzando da quella parte\u201d.<\/p>\n<p>Considerato comunque che l\u2019intero esercito congolese non \u00e8 accreditato di pi\u00f9 di 160.000 uomini, piuttosto pochi per un territorio nazionale di oltre 2 milioni di km quadrati, nonch\u00e9 le difficolt\u00e0 di transito in zone remote, fra foreste e alture nella parte orientale, \u00e8 difficile che le operazioni dei governativi possano avere un successo risolutivo. Nelle stesse ore, si diffondeva la notizia di un nuovo massacro perpetrato, si dice, dall\u2019ADF, che avrebbe trucidato 11 civili a Kisima, nella medesima regione del Kivu Nord in cui hanno perso la vita i due italiani.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Il senno di poi<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Attorno alla tragedia sono fioriti dubbi e polemiche di ogni tipo. Anzitutto ci si \u00e8 chiesti perch\u00e8 mai l\u2019ambasciatore e i suoi accompagnatori abbiano accettato di percorrere un tragitto in una zona cos\u00ec pericolosa e senza alcuna scorta, a quanto pare senza avvisare nessuno. Qualcuno, a quanto pare, avrebbe suggerito che Attanasio aveva intenzione di effettuare una visita un po\u2019 in sordina, pi\u00f9 per interessi commerciali legati ai minerali che per i programmi umanitari per cui si batte da tempo.<\/p>\n<p>Queste insinuazioni sono state per\u00f2 prontamente rigettate il 24 febbraio dall\u2019ambasciatore dell\u2019Unione europea in Congo, il francese Jean-Marc Chataigner, che ha precisato:\u00a0<em>\u201cL\u2019oggetto della sua missione era duplice.<\/em><\/p>\n<p><em>Un incontro consolare con i cittadini italiani residenti a Goma e una visita ai progetti sul campo del World Food Program su alimentazione e mense scolastiche. Diverse pubblicazioni su Facebook e Twitter tentano di offuscare l\u2019immagine del mio amico ambasciatore Luca Attanasio, assassinato vigliaccamente luned\u00ec con il suo autista Mustapha Milambo e il suo addetto alla sicurezza Vittorio Iacovacci, dicendo che lo scopo della sua visita nel Nord-Kivu sarebbe stato motivato principalmente da interessi minerari. Si tratta di fake news. Ricordo anche che l\u2019Italia non ha societ\u00e0 nel settore minerario nella Repubblica democratica del Congo e che \u00e8 impegnata con l\u2019Unione Europea nella lotta al traffico illecito di minerali dalle zone di conflitto\u201d.<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141771 size-full alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/174822784-28749675-167d-44e0-9a3f-e7bbad838ae7.jpg\" alt=\"174822784-28749675-167d-44e0-9a3f-e7bbad838ae7\" width=\"426\" height=\"426\" \/><\/p>\n<p>Dal mondo politico, a caldo, la senatrice di Forza Italia Stefania Craxi ha dato voce a dubbi abbastanza diffusi in questi giorni:\u00a0<em>\u201cE\u2019 necessario richiedere sicurezza per i diplomatici e i militari. Lentezze e burocratismi nel campo diplomatico possono costare moltissimo. Ad esempio, non si comprende perch\u00e9 un\u2019auto blindata per il nostro ambasciatore, richiesta nell\u2019agosto 2020, non fosse ancora arrivata. Probabilmente dipendeva dall\u2019Onu ma una cosa simile non deve accadere. Bisogna inoltre approfondire il ruolo da svolgere nell\u2019area congolese dove il conflitto prosegue nel disinteresse generale\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Sulla questione dell\u2019auto blindata attesa dal diplomatico \u00e8 da notare che l\u2019Ambasciata d\u2019Italia a Kinshasa aveva sviluppato una determina in data 20 agosto 2020, emettendo poi oltre due mesi e mezzo dopo, il 6 novembre, un bando il cui oggetto recita: \u201cInvito alla procedura aperta per la fornitura in conto permuta di una autovettura blindata avente 7 posti a sedere e con un livello di blindatura VR6, CIG 7864299\u201d. Il livello di protezione VR6, secondo la scala internazionale VR (Vehicle Resistance) equivale a una blindatura capace di resistere a proiettili bellici calibro 7,62 x 39 mm, tipicamente come quelli di un Kalashinkov, oltre a schegge di bombe a mano e perfino all\u2019esplosione di una carica di 15 kg di tritolo da una distanza di 4 metri.<\/p>\n<p>Col senno di poi, \u00e8 quasi certo che un veicolo con simili caratteristiche avrebbe permesso all\u2019ambasciatore di sfuggire a un attacco a scopo di rapimento da parte di una piccola banda di 6 uomini.<\/p>\n<p>Al limite, un\u2019auto blindata del genere sarebbe stata inutile soltanto nel caso di un attentato al preciso scopo di ucciderlo, dato che, ovviamente, una blindatura del genere non avrebbe potuto resistere all\u2019eventuale uso di un razzo perforante della serie RPG o similare, studiato per i ben pi\u00f9 pesanti carri armati. Le offerte dovevano pervenire entro \u201cle ore 12.00 del 31 dicembre 2020\u201d, dunque in tempi abbastanza stretti.<\/p>\n<p>Il bando iniziale prevedeva come offerta valore di permuta che il nuovo veicolo avrebbe dovuto sostituire un\u2019auto Toyota Prado gi\u00e0 in possesso dell\u2019ambasciata. Ma una rettifica del bando, datata 3 dicembre, ha poi precisato che la macchina da sostituire sarebbe stata invece una \u201cToyota Land Cruiser 200 GX 5 porte, anno di immatricolazione 2007\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141772 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/attanasio-iacovacci-attacco-900x600.jpg\" alt=\"attanasio-iacovacci-attacco-900x600\" width=\"900\" height=\"600\" \/><\/p>\n<p>Attanasio ha approvato l\u20198 gennaio 2021 l\u2019assegnazione della commessa, per un valore di 205.000 euro, all\u2019azienda uscita vincitrice dalla gara d\u2019appalto, che \u00e8 risultata essere la Gruppo Effe Srl con sede a Barlassina, in provincia di Monza e Brianza. Tuttavia l\u2019effettiva consegna del veicolo sembrerebbe essere stata fatalmente ritardata dal termine di 35 giorni che doveva decorrere a partire da quella data, dunque fino al 13 febbraio, termine previsto in base alla direttiva europea 66 del 2007, a tutela degli altri partecipanti al bando, qualora avessero voluto presentare reclami.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Zero garanzie<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Al di l\u00e0 di questi dettagli, che pure incidono sicuramente sulla tempistica complessiva degli avvenimenti, fatto sta che Attanasio e Iacovacci si sono trovati a dover percorrere quella strada senza un mezzo adeguato di cui erano destinati a beneficiare. Perch\u00e8 allora l\u2019ambasciatore e i suoi accompagnatori si sono messi il 22 gennaio a percorrere senza scorta apprezzabile e senza mezzi blindati, la famigerata strada?<\/p>\n<p>A quanto si sa finora, sembra che le autorit\u00e0 locali del Kivu avessero assicurato che la strada RN2 era da considerarsi al momento relativamente sicura per il semplice fatto che negli ultimi tempi l\u2019attivit\u00e0 criminale, principalmente a livello di sequestri di persona sembrava un po\u2019 diminuita. Per il contingente delle Nazioni Unite MONUSCO, quella strada era classificata \u201cgialla\u201d, cio\u00e8 \u201cmediamente pericolosa\u201d e da percorrersi \u201ccon almeno due mezzi\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141773 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/download-11.jpg\" alt=\"download\" width=\"455\" height=\"255\" \/><\/p>\n<p>Secondo un rapporto intelligence dell\u2019ONU, citato dal collega Fausto Biloslavo su Il Giornale, \u201cnessuna richiesta di scorta\u201d sarebbe arrivata dal gruppo di Attanasio, ma ci sarebbe stata in fieri una \u201cautorizzazione di sicurezza per percorrere la strada\u201d che \u201cnon \u00e8 stata processata\u201d. A questo punto \u00e8 lecito domandarsi se, date le precauzioni imprescindibili in paesi cos\u00ec rischiosi, non sarebbe spettato comunque all\u2019intelligence italiana fare qualcosa di pi\u00f9 per garantire la sicurezza o quantomeno dissuadere l\u2019ambasciatore dal recarsi nella zona.<\/p>\n<p>Non si tratta certo di attribuire la responsabilit\u00e0 dell\u2019accaduto all\u2019AISE, la nostra Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, che ha sempre dimostrato professionalit\u00e0 e abnegazione indiscutibili specialmente nelle varie crisi legate ad ostaggi italiani. Fonti anonime citate da Biloslavo sembrano puntare il dito in questa direzione, asserendo che la competenza per il Congo in fatto di intelligence estera spetterebbe a un ufficiale italiano che ha sede per\u00f2 in Angola, a centinaia di chilometri di distanza.<\/p>\n<p>Ufficiale che, comprensibilmente, anche con tutta la buona volont\u00e0, ha energie e tempo limitati per poter adeguatamente occuparsi dei molteplici rischi di un cos\u00ec vasto scacchiere. Inoltre, ancora una fonte anonima riconducibile all\u2019Arma dei Carabinieri ha evocato una sorta di graduale \u201csmobilitazione\u201d di cui sarebbe stato oggetto l\u2019apparato di sicurezza dell\u2019ambasciata italiana di Kinshasa: \u201cDal 2014 ci sono solo due operatori di scorta, prima eravamo in quattro e prima ancora il reggimento Tuscania aveva otto uomini\u201d.<\/p>\n<p>Una parola definitiva su questi fatti drammatici potr\u00e0 venire solo dalla conclusione di un\u2019inchiesta che si preannuncia solo agli inizi. Di primo acchito, perch\u00e8 simili sciagure non abbiano a ripetersi, appare opportuno che il personale diplomatico italiano attivo in paesi ad alto rischio utilizzi al massimo grado, e senza risparmio, tutto il personale e gli apparati di sicurezza di cui dispone, anche in casi e situazioni che le autorit\u00e0 locali non dovessero giudicare particolarmente pericolose.<\/p>\n<p>Pensare sempre al \u201ccaso peggiore\u201d e premunirsi di conseguenza \u00e8 la migliore ricetta in ambiti in cui, come in Congo, non si pu\u00f2 essere del tutto sicuri che tutte le forze regolari siano immuni da corruzione ed eventuale complicit\u00e0 con forze irregolari sul territorio, tenuto conto anche dell\u2019estrema povert\u00e0 generale del paese che certamente incentiva in molti individui la tentazione di \u201carrotondare\u201d con mezzi illeciti.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141774 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/images-1-1.jpg\" alt=\"images (1)\" width=\"441\" height=\"247\" \/><\/p>\n<p>Un attacco a sorpresa, sia esso terroristico, guerrigliero o banditesco, si pu\u00f2 verificare anche in contesti giudicati ufficialmente \u201csicuri\u201d, perfino nel cuore di Parigi o Londra, come si \u00e8 visto pi\u00f9 volte. A maggior ragione, in una nazione in ininterrotto subbuglio da ormai 60 anni prestar fede a valutazioni burocratiche di \u201cmaggior\u201d o \u201cminor pericolosit\u00e0\u201d assegnate su base statistica a una citt\u00e0 o a una strada, dovrebbe aver ben poco peso, da una prospettiva pi\u00f9 realistica. Sia la guerriglia, sia il banditismo, forti, per loro intrinseca natura, di alta mobilit\u00e0 ed esperienza nel nascondersi, per giunta in ambienti selvatici, possono a loro piacimento decidere di cessare azioni in un settore per riprenderle improvvisamente in un altro da dove mancavano da tempo.<\/p>\n<p>Del resto, la storia registra un precedente ambasciatore straniero ucciso nel Congo, allora chiamato Zaire, ma non su una strada fangosa ai margini della foresta, bens\u00ec nel cuore di Kinshasa, mentre era all\u2019interno della sua stessa ambasciata. Si trattava del rappresentante francese Philippe Bernard, morto il 28 gennaio 1993 mentre, stando alla versione ufficiale, stava assistendo dalla finestra dell\u2019ambasciata a combattimenti di strada in corso fra i militari ribelli e quelli fedeli al longevo dittatore Mobutu Sese Seko. Bernard fu colpito, si disse, da \u201cpallottole vaganti\u201d, ma al di l\u00e0 del quesito se fosse stato, oppure no, oggetto di un azione deliberata, ci\u00f2 che pi\u00f9 importa in questa sede \u00e8 rilevare come anche la stessa capitale congolese possa essere ancora oggi pericolosa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Il Congo Belga<\/u><\/strong><\/p>\n<p>La tragedia del Congo e degli stati vicini ha radici antiche e il fatto che ancora oggi si verifichino massacri indica che le tensioni etniche, acuite dalla competizione per lo sfruttamento delle risorse naturali, il pi\u00f9 delle volte a beneficio poi di clienti esteri, i soli ad avere la tecnologia per sfruttare certi minerali indica che dopo decenni non c\u2019\u00e8 ancora nulla di risolto.<\/p>\n<p>Per una di quelle ironie (amare) di cui \u00e8 ricca la storia, una nazione oggi praticamente ignorata, salvo per delitti che tocchino occidentali, dal mondo aveva invece smosso, oltre un secolo fa, l\u2019attenzione di tutte le grandi potenze. Fu infatti sotto lo sprone della penetrazione coloniale belga in Congo, attuata fin dal 1876 tramite la maschera della Associazione Internazionale Africana voluta dal re del Belgio Leopoldo II che nacque una disputa con altre potenze, fra cui Gran Bretagna, Portogallo e Francia, che port\u00f2 infine il \u201ccancelliere di ferro\u201d Otto von Bismarck a convocare nel 1884 la conferenza di Berlino, che diede il via alla vera e propria spartizione dell\u2019Africa.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141782 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/BgNMojCHdOSPaeC-800x450-noPad.jpg\" alt=\"BgNMojCHdOSPaeC-800x450-noPad\" width=\"484\" height=\"272\" \/><\/p>\n<p>Le potenze europee, che fino ad allora avevano controllato solo pochi capisaldi lungo le coste del Continente Nero, si decisero cos\u00ec ad annettersi larghissime fette dell\u2019entroterra, finch\u00e8 nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, in tutta l\u2019Africa solo l\u2019Etiopia e la Liberia erano rimasti stati indipendenti. Quanto al Congo, dal 1884 al 1908 era stato battezzato \u201cStato Libero del Congo\u201d ma era in pratica un dominio personale del re Leopoldo II, annesso ufficialmente allo Stato, con la nuova denominazione di Congo Belga, il 15 novembre 1908. Gi\u00e0 a quei tempi, nel paese come nel resto dell\u2019Africa, si instaur\u00f2 quel sistema di rapina delle risorse locali che ancora oggi penalizza il continente.<\/p>\n<p>Il Congo era uno scrigno ripieno di oro, diamanti, legname, stagno, gomma vegetale, per non parlare di minerali rari come il coltan, contrazione di columbite-tantalite, la cui utilit\u00e0 sarebbe emersa pi\u00f9 tardi, con il sorgere dell\u2019era elettronica. E\u2019 noto come gi\u00e0 i belgi avessero introdotto un sistema crudele per spingere larghe fasce della popolazione a lavorare nelle piantagioni o nelle miniere, affidando l\u2019esazione a sgherri locali, ma comandati da ufficiali belgi, che comminavano punizioni disumane come il taglio delle mani.<\/p>\n<p>Il tutto all\u2019insegna del \u201cdivide et impera\u201d di romana memoria, dato che, allora come oggi, in quell\u2019immenso territorio sono state comprese oltre 200 etnie, nessuna delle quali realmente maggioritaria.<\/p>\n<p>Oggi, ad esempio, sul totale di 100 milioni di abitanti stimato, il 47 % appartiene alle tre etnie maggiori, Luba (18%), Mongo (17%) e Kongo (12%), senza contare numerose altre popolazioni, per le quali gli unici collanti sono la lingua francese e un apparato statale da decenni abbastanza evanescente. Dopo che il 30 giugno 1960 il paese ottenne l\u2019indipendenza dal Belgio emerse la contrapposizione fra il presidente della repubblica, il filoamericano Joseph Kasavubu e il primo ministro, il filosovietico Patrice Lumumba. Come se non bastasse, negli stessi giorni i ribelli di Moise Ciomb\u00e8, sostenuti dai belgi attuarono la secessione della ricca provincia diamantifera del Katanga.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Kindu: militari italiani uccisi in Congo<\/u><\/strong><\/p>\n<p>La guerra civile che ne segu\u00ec fu costellata di vari e barbari episodi che qui possiamo solo citare per motivi di spazio, come la ribellione dei ferocissimi Simba, il dispiegamento di una delle prime grandi forze di caschi blu dell\u2019ONU e l\u2019accorrere da tutta Europa di centinaia di mercenari, talvolta veterani della Seconda Guerra Mondiale, nelle file dello stato secessionista del Katanga. In tale ambito, un episodio merita certamente di essere narrato per sommi capi, ovvero il massacro di 13 aviatori italiani dell\u2019Aeronautica Militare, che in ambito ONU stavano operando per rifornire una guarnigione di caschi blu malesi di stanza a Kindu.<\/p>\n<p>Erano gli equipaggi di due bimotori da trasporto Fairchild C-119 Boxcar, il classico \u201cvagone volante\u201d, che decollarono da Leopoldville l\u201911 novembre 1961, uomini della 46\u00b0 Aerobrigata che ancora oggi li ricorda giustamente come martiri. Erano diretto a Kindu con un carico di medicinali, ma fecero una sosta intermedia a Kamina, per caricare a bordo \u201caltro materiale\u201d, forse munizioni, destinate ai caschi blu malesi a Kindu. Atterrati, andarono a rifocillarsi presso la mensa ONU dei malesi, ma la tragedia era in agguato.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141780 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/unnamed-2.jpg\" alt=\"unnamed (2)\" width=\"779\" height=\"510\" \/><\/p>\n<p>L\u2019arrivo dei C-119 allarm\u00f2 le milizie congolesi lumumbiste presenti nella zona, che scambiarono gli italiani per mercenari belgi e li sopraffecero rapidamente, anche perch\u00e8 i 13 aviatori, guidati dal maggiore Amedeo Parmeggiani, avevano incautamente lasciato a bordo dei velivoli le loro armi d\u2019ordinanza ed erano pertanto inermi.<\/p>\n<p>I caschi blu malesi non poterono fare nulla. Gli italiani vennero cos\u00ec catturati e massacrati senza piet\u00e0. Forse (ma non fu mai chiarito) alcuni di loro furono, almeno parzialmente, vittime di cannibalismo, secondo ricostruzioni di prima mano dell\u2019epoca, le quali tuttavia non andrebbero sottovalutate a priori. Kindu \u00e8 rimasta quindi impressa nel sangue come una pagina tragica del rapporto fra il nostro paese e il Congo.<\/p>\n<p><strong><u>Da Mobutu a Kabila<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Comunque, dal 1965 fu un ambizioso ufficiale dell\u2019esercito, Mobutu Sese Seko (nella foto sOtto), a imporre dalla capitale una dittatura corrotta destinata a durare oltre un trentennio. Contro di lui, fin da allora, sorse nell\u2019Est del paese un movimento ribelle guidato dal marxista Laurent Desir\u00e8 Kabila, che inizialmente si fece aiutare anche da Ernesto \u201cChe\u201d Guevara, a capo di una pattuglia di consiglieri militari cubani.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141781 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/mobutu-sese-seko1508340021890_aspR_1.667_w620_h372_e400.jpg\" alt=\"Mobutu Sese Seko pictured in Kinshasa a month before he was overthrown in 1997\" width=\"435\" height=\"261\" \/><\/p>\n<p>Kabila, la cui organizzazione era molto carente, non ebbe per\u00f2 che la forza di mantenere per anni un suo piccolo potentato personale nel Kivu Sud. Mobutu non ebbe quindi seri contrasti al suo arricchirsi facendo affari con i governi occidentali che lo appoggiavano, su tutti USA, Francia e Belgio, svendendo in pratica le risorse del paese e tenendo per s\u00e9 e per la sua cerchia milioni di dollari di royalties. E fece tutto dietro l\u2019apparenza del capo di stato \u201cindigenista\u201d che, di facciata mostrava di volersi slegare dal passato coloniale propugnando una rivincita culturale africana.<\/p>\n<p>Per esempio, ribattezzando nel 1966 la capitale Kinshasa, ed eliminando del tutto il riferimento residuo a re Leopoldo, oppure adottando nel 1971 il nome Zaire per l\u2019intero paese. Su questa falsariga, e per distrarre la popolazione con una logica da \u201cpanem et circenses\u201d, organizz\u00f2 perfino, nel 1974 un celebre incontro di pugilato a livello internazionale, ospitando a Kinshasa una sfida storica fra i campioni afroamericani Mohammed Ali (ex-Cassius Clay convertito all\u2019Islam) e George Foreman, per la cronaca con la vittoria del primo. La situazione dello Zaire\/Congo era destinata a sbloccarsi soltanto negli anni Novanta, quando l\u2019onda lunga dei sommovimenti etnici iniziati oltre la frontiera orientale fin\u00ec col travolgere Mobutu.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Da un genocidio all\u2019altro<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Negli stati confinanti con l\u2019Est dello Zaire crescevano le tensioni fra le etnie rivali Hutu e Tutsi, sfociando in stagioni di guerriglia soprattutto in Ruanda. Dopo vicissitudini estremamente complesse, il 6 aprile 1994 un aereo privato Dassault Falcon 50 con a bordo i presidenti di Ruanda e Burundi, Juv\u00e9nal Habyarimana e Cyprien Ntaryamira, venne abbattuto con missile antiaereo mentre stava per atterrare all\u2019aeroporto di Kigali, capitale del Ruanda.<\/p>\n<p>Poich\u00e8 i presidenti erano entrambi Hutu, l\u2019evento venne preso a pretesto da milizie estremiste Hutu per scatenare nei giorni e mesi successivi uno spaventoso massacro ai danni dei Tutsi ruandesi, additati come responsabili del complotto.<\/p>\n<p>Ci furono circa un milione di morti, per la maggior parte massacrati a mezzo di machete, economici e non meno mortali delle pallottole, soprattutto adatti a trucidare vilmente civili inermi e disarmati. Machete che, per la maggior parte erano stati importati dalla Cina, il che confermerebbe la premeditazione del genocidio e la paternit\u00e0 degli Hutu estremisti nell\u2019attentato all\u2019aereo dei presidenti.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141778 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/download-1-3.jpg\" alt=\"download (1)\" width=\"473\" height=\"266\" \/><\/p>\n<p>Durante il genocidio, sottobanco, la Francia appoggi\u00f2 gli Hutu, mentre i Tutsi, pi\u00f9 vicini agli americani, passarono alla riscossa con loro pi\u00f9 organizzato fronte guerrigliero RPF, che prese il controllo del Ruanda entro l\u2019estate. L\u2019effetto della rivincita Tutsi fu la fuga oltre il confine congolese di migliaia di estremisti Hutu che avevano perso il conflitto, oltre a un paio di milioni di profughi della stessa etnia.<\/p>\n<p>Questi squilibri causarono entro un paio d\u2019anni un\u2019alleanza fra Mobutu e gli Hutu esuli da lui accolti, una lega appoggiata dai paesi che flirtavano col dittatore di Kinshasa, come Francia e anche la Cina che iniziava sempre pi\u00f9 a insinuarsi in Africa. Dall\u2019altro lato, si cre\u00f2 un fronte unito fra l\u2019organizzazione ribelle AFDL di Kabila, che ancora esisteva nel Kivu Sud, i Tutsi locali Banyamulenge, minoranza residente entro i confini dello Zaire, e contingenti prevalentemente Tutsi degli stati di Ruanda, Burundi e Uganda, presto rafforzati dall\u2019intervento dell\u2019Angola e dal sostegno degli Stati Uniti. Ne scatur\u00ec nel 1996 la cosiddetta Prima Guerra del Congo, che port\u00f2 nell\u2019arco di un anno al disfacimento del regime di Mobutu.<\/p>\n<p>Kabila, grazie ai suoi alleati stranieri, pot\u00e8 cos\u00ec prendere Kinshasa il 16 maggio 1997, mentre Mobutu era gi\u00e0 fuggito in Marocco, dove mor\u00ec poco dopo. Si calcola che siano rimasti uccisi almeno 200.000 civili, vittime delle violenze etniche e dei saccheggi che sempre accompagnano queste guerre africane. Subito Kabila cancell\u00f2 il nome Zaire e ridiede al paese il suo vecchio nome. Un anno dopo scoppi\u00f2 una ben pi\u00f9 lunga e drammatica Seconda Guerra del Congo, scatenata, in buona sostanza, dalla richiesta di Kabila agli eserciti alleati di lasciare il paese.<\/p>\n<p>Proprio da Goma, ultima citt\u00e0 vista dall\u2019ambasciatore Attanasio prima di morire, scoppi\u00f2 la scintilla del nuovo conflitto, quando il 2 agosto 1998 il Ruanda foment\u00f2 per vendetta la rivolta dei Tutsi Banyamulenge contro il governo di Kinshasa. A seguito del rovesciamento di alleanza, l\u2019esercito congolese di Kabila dovette affrontare le forze di Ruanda, Burundi e Uganda che pochi anni prima lo avevano aiutato a scacciare Mobutu, in pi\u00f9 accettando l\u2019alleanza di svariate milizie, prevalentemente Hutu, che avevano ciascuna i propri motivi di ostilit\u00e0 verso gli stati orientali.<\/p>\n<p>Molte di queste milizie esistono ancora oggi, come il pittoresco e feroce Esercito di Resistenza del Signore, in inglese LRA (Lord\u2019s Resistance Army), di etnia ugandese Acholi, guidato da Joseph Kony e impostato su una visione sincretistica ed estremistica di un cristianesimo deformato dall\u2019animismo africano, incline a massacri, stupri e arruolamenti forzati di bambini soldato.<\/p>\n<p>Inoltre, l\u2019esercito congolese era appoggiato anche da contingenti inviati da \u201cpotenze\u201d regionali esterne, ovvero Namibia, Zimbabwe, Angola e Ciad. Mentre il conflitto proseguiva fra alterne vicende, gi\u00e0 l\u2019ONU individuava nella competizione per le risorse minerali, specie il coltan che proprio una ventina d\u2019anni fa a cavallo del 2000, stava diventando strategico a causa del boom mondiale dei computer e della telefonia mobile.<\/p>\n<p>Non a caso il prezzo del coltan che fino al 1998 era di 2 dollari al chilo, schizz\u00f2 fino ai 600 dollari entro il 2004, per poi arrivare a stabilizzarsi sui livelli odierni di 150 dollari al chilo.<\/p>\n<p>Il 12 aprile 2001 un rapporto delle Nazioni Unite intitolato \u201cIllegal Exploitation of Natural Resources and Other Forms of Wealth of the Democratic Republic of Congo\u201d gi\u00e0 accusava i militari ruandesi in Congo di organizzare l\u2019estrazione abusiva di stagno e coltan poi contrabbandato in Ruanda e da l\u00ec venduto a compagnie di diversi paesi fra cui Belgio, Germania, Gran Bretagna, India e Malesia.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141779 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/images-2-360x245.jpg\" alt=\"images\" width=\"445\" height=\"303\" \/><\/p>\n<p>Allo stesso modo, lo Zimbabwe aveva ottenuto concessioni di favore per l\u2019estrazione da parte dei congolesi, il tutto condito da un giro di tangenti fra i comandanti militari, ognuno dei quali \u201ccapobastone\u201d di una propria zona. Pochi mesi prima di questo rapporto, il 16 gennaio 2001, a Kinshasa una guardia del corpo sparava a Kabila riducendolo in fin di vita. Ancora oggi si confrontano due versioni, l\u2019una che vuole Kabila morto nel suo ufficio, l\u2019altra che lo vuole ricoverato d\u2019urgenza in una struttura specialistica proprio in Zimbabwe, morendo per\u00f2 dopo due giorni.<\/p>\n<p>La cosa sicura \u00e8 che il 26 gennaio gli subentrava alla presidenza del Congo il figlio trentenne Joseph Kabila, destinato a rimanere in carica fino al 2019. Il conflitto, presto denominato la \u201cPrima Guerra Mondiale Africana\u201d, per la vastit\u00e0 dei combattimenti e il coinvolgimento di cos\u00ec tante nazioni e milizie guerrigliere, termin\u00f2 il 18 luglio 2003 con una serie di accordi fra le parti, in realt\u00e0 abbastanza fittizi poich\u00e9 la conflittualit\u00e0 \u00e8 rimasta alta nella regione.<\/p>\n<p>Si calcola che siano morte circa 5 milioni di persone, in massima parte civili, per la classica concatenazione fra vendette e controvendette etniche, sgombero forzato dei villaggi a vantaggio degli scavi minerari, intimidazione delle popolazioni per farle fuggire e\/o loro riduzione in schiavit\u00f9, con paghe da fame, per estrarre i minerali con la minor spesa possibile e il maggior margine di guadagno degli aguzzini.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Guerra in Kivu<\/u><\/strong><\/p>\n<p>La \u201cpace\u201d del 2003 si \u00e8 dimostrata solo un eufemismo. Dal 2004, a pi\u00f9 riprese la regione congolese del Kivu \u00e8 sempre stata preda dei gruppi guerriglieri. Non riesce a evitarlo il contingente di caschi blu ONU schierato nella regione, che in genere pu\u00f2 assicurare una protezione solo a ridosso dei centri abitati maggiori. Inizialmente la forza internazionale fu schierata nel 2000, in piena \u201cguerra mondiale africana\u201d, come MONUC (dal francese Mission de l\u2019Organisation des Nations Unies en R\u00e9publique d\u00e9mocratique du Congo), poi dal 1\u00b0 luglio 2010 \u00e8 stata ridenominata MONUSCO (Mission de l\u2019Organisation des Nations Unies pour la stabilisation en R\u00e9publique d\u00e9mocratique du Congo).<\/p>\n<p>La sua consistenza \u00e8 gradualmente aumentata dalle iniziali poche centinaia di osservatori a circa 10.000 uomini attorno al 2003, per crescere ancora fino ai circa 17.467 effettivi, fra soldati, polizia e funzionari civili, secondo dati aggiornati a dicembre 2020, sebbene l\u2019opzione teorica autorizzata possa prevedere un massimo di 18.316.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141775 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/image1170x530cropped.jpg\" alt=\"image1170x530cropped\" width=\"518\" height=\"353\" \/><\/p>\n<p>Fra essi le nazionalit\u00e0 pi\u00f9 rappresentate sono Pakistan, India, Bangladesh, Indonesia, Sudafrica e Marocco, per quanto riguarda il personale militare, mentre sul lato degli agenti di polizia vanno per la maggiore Senegal ed Egitto, che sopravanzano Bangladesh e India. Degno di nota \u00e8 il fatto che per un certo periodo, all\u2019incirca fra il 2005 e il 2011, il contingente indiano abbia impiegato un piccolo nucleo di 4 elicotteri da combattimento Mil Mi-35 di fabbricazione russa, la cui potenza di fuoco in pi\u00f9 di un\u2019occasione si \u00e8 rivelata un ottimo deterrente contro le bande ostili.<\/p>\n<p>Il tributo di sangue della missione ONU \u00e8 stato talvolta pesante, per citare solo alcuni esempi: nel febbraio 2005 un gruppo di 9 caschi blu bengalesi fu ucciso dalla milizia UCP a Ituri, al che il contingente internazionale ha reagito uccidendo almeno una cinquantina di ribelli.<\/p>\n<p>Nel gennaio 2006 i soldati ONU si scontrarono pesantemente con l\u2019Esercito del Signore. Ma ci sono state anche pagine poco chiare, specie nel 2008, quando fu aperta un\u2019indagine su abusi verso civili attuati dal personale indiano, seguita da aperte proteste popolari da parte degli abitanti di Goma, che accusavano i caschi blu di non far nulla contro le scorribande della milizia RCD.<\/p>\n<p>Nel 2012, poi, il contingente MONUSCO non pot\u00e8 impedire la presa di Goma da parte del movimento M23 (Mouvement du 23 Mars), perch\u00e8 costretto da regole d\u2019ingaggio che gli consentivano solo di proteggere civili.<\/p>\n<p>L\u2019M23 era nato da una costola di un partito ribelle del Kivu e controll\u00f2 Goma per un anno, fino al 2013, quando abbandon\u00f2 la citt\u00e0 dopo aspri combattimenti contro l\u2019esercito congolese e, stavolta, anche contro l\u2019ONU, grazie a un compromesso finale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>I jihadisti dell\u2019ADF<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Negli ultimi anni si \u00e8 espansa nella zona del Kivu l\u2019attivit\u00e0 del movimento islamista ADF, o Allied Democratic Forces, che si origin\u00f2 da un\u2019opposizione estremista al governo dell\u2019Uganda e al suo presidente Yoweri Museveni, ma che sfrutta tuttora il territorio congolese come santuario e fonte di finanziamenti illeciti. Dal 2014 al 2016 l\u2019ADF ha ucciso 700 civili nella sola area di Beni, in corrispondenza del parco nazionale di Virunga.<\/p>\n<p>A coronamento di questa strategia del terrore, la notte fra il 13 e il 14 agosto 2016 un gruppo di questi jihadisti ha assalito col favore del buio la popolazione civile di Beni per \u201cpunirla\u201d dopo che appena tre giorni prima essa aveva accolto il presidente Joseph Kabila in visita ufficiale.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141776 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/2013-12-31T120000Z_194410070_GM1EA110J1401_RTRMADP_3_CONGO-DEMOCRATIC.jpg\" alt=\"2013-12-31T120000Z_194410070_GM1EA110J1401_RTRMADP_3_CONGO-DEMOCRATIC\" width=\"790\" height=\"491\" \/><\/p>\n<p>Gli islamisti hanno trucidato con machete e altre armi bianche un minimo di 64 persone accertate, sebbene si stima che le vittime dell\u2019attacco possano essere state fino a 101. In parte lo scopo dei terroristi \u00e8 stato raggiunto, poich\u00e9 nei giorni seguenti gli abitanti di Beni hanno protestato nelle piazze contro il governo nazionale, colpevole di non proteggere abbastanza la gente, oltre che di attirare l\u2019ira dei jihadisti con le visite dei politici.<\/p>\n<p>L\u2019ADF ha colpito duramente ancora negli anni seguenti nell\u2019area di Beni, ponendo nel mirino il presidio ONU col\u00e0 dislocato. Nell\u2019ottobre 2017 ha ucciso in un agguato due caschi blu tanzaniani del MONUSCO e ne ha feriti 12, ma era solo l\u2019avvisaglia di quanto si preparava due mesi dopo.<\/p>\n<p>Nel pomeriggio del 7 dicembre 2017, un grande distaccamento dell\u2019ADF, forse di qualche centinaio di miliziani, si \u00e8 recato presso una base MONUSCO presso il fiume Semuliki, tenuta ancora da truppe in maggioranza tanzaniane. Poich\u00e8 i terroristi erano travestiti con uniformi dell\u2019esercito congolese, rubate oppure abilmente ricopiate, le truppe ONU, sulle prime, si sono fidate e li hanno lasciati entrare.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141777 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/02232.jpg\" alt=\"02232)\" width=\"425\" height=\"282\" \/><\/p>\n<p>Le ADF hanno gettato la maschera attaccando il centro di comunicazioni della base per impedire che le forze ONU potessero chiedere rinforzi, ma sembra che un primo messaggio di SOS abbia fatto in tempo a partire. Ne \u00e8 nata una battaglia durata alcune ore, in cui i terroristi sono anche riusciti con granate a razzo RPG a distruggere due veicoli corazzati da fanteria APC. Alla fine i jihadisti si sono ritirati dopo aver ucciso 15 caschi blu tanzaniani e feriti 53. Risultavano caduti anche 5 soldati regolari congolesi, mentre secondo l\u2019esercito governativo i terroristi uccisi nello scontro sarebbero stati ben 72. L\u2019attacco di Semuliki ha fatto particolare scalpore poich\u00e9 \u00e8 stato il pi\u00f9 sanguinoso subito da un presidio di truppe ONU dopo la missione in Somalia del 1993.<\/p>\n<p>E se l\u2019indignato segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha parlato di \u201ccrimine di guerra\u201d, il Vice-Segretario ONU per il Peacekeeping, Jean-Pierre Lacroix, ha commentato: \u201cLoro (i terroristi, n.d.r.) non ci vogliono qui. E credo che questo attacco sia una risposta alla nostra crescente robusta presenza nella regione\u201d.<\/p>\n<p>Nel 2019 le milizie ADF si sono ufficialmente aggregate all\u2019ISIS, realizzando di fatto un collegamento con i somali di Al Shabab. Nello stesso anno il Congo assumeva l\u2019assetto politico attuale, con l\u2019avvicendamento fra Kabila Junior e l\u2019attuale presidente Felix Tshisekedi. In base alla Costituzione congolese, Joseph Kabila avrebbe dovuto cessare il suo mandato fin dal 2016, ma ha cercato di rimanere al potere ancora un paio d\u2019anni, finch\u00e8 i partiti d\u2019opposizione e il pressing dei paesi occidentali lo hanno spinto a gettare la spugna. Alle elezioni del 30 dicembre 2018 \u00e8 cos\u00ec risultato vincitore Tshisekedi, che si \u00e8 insediato il 25 gennaio 2019.<\/p>\n<p>Il nuovo governo congolese ha avviato il 31 ottobre 2019 una grossa offensiva contro i jihadisti in tutto il Nord Kivu, cercando fra l\u2019altro di catturare il loro capo supremo, Musa Baluku. I soldati congolesi hanno scoperto e attaccato il 13 gennaio 2020 una base ADF a Madina uccidendo 40 terroristi, inclusi 5 comandanti, al prezzo di 30 regolari morti. Gli scontri sono proseguiti un po\u2019 per tutto l\u2019anno successivo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Cobalto e saccheggio<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Dal 15 dicembre 2019 \u00e8 iniziata una storica causa giudiziaria depositata negli Stati Uniti, alla corte distrettuale di Washington, dall\u2019associazione umanitaria International Rights Advocates, che ha raccolto la denuncia di 14 famiglie congolesi contro i grandi nomi dell\u2019alta tecnologia mondiale, fra cui ad esempio Apple, Dell, Microsoft, Tesla, per lo sfruttamento del lavoro minorile dei loro figli, bambini anche di soli 6 anni, talvolta fino ai 15 anni, utilizzati per scavare a mani nude il minerale di cobalto, utilizzato per batterie avanzate e altre parti elettroniche.<\/p>\n<p>Il cobalto viene estratto dai ragazzini pagati, i pi\u00f9 fortunati 2 dollari al giorno, ma altri anche meno di un dollaro, anche solo fra 70 e 95 centesimi, esposti a fatiche, rischi di morte nei tunnel e anche di avvelenamento. Il tutto per societ\u00e0, principalmente cinesi, che poi riforniscono a loro volta le grandi aziende mondiali con prezzi di favore.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141757 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/6033f723260000260d6bcda1.jpg\" alt=\"6033f723260000260d6bcda1\" width=\"797\" height=\"531\" \/><\/p>\n<p>Ai colossi del chip, stando all\u2019avvocato che cura gli interessi delle famiglie congolesi, Terrence Collingsworth, viene chiesto un indennizzo perch\u00e8 sarebbe imputabile \u201cingiusto arricchimento, supervisione negligente, imposizione intenzionale di stress emotivo\u201d. Ovviamente il ruolo dei big, rispetto a quello delle compagnie estrattive senza scrupoli, sar\u00e0 tutto da definire da parte dei giudici, ma ci\u00f2 che conta \u00e8 che la notizia di questa causa fa capire la portata dello sfruttamento.<\/p>\n<p>Fra le aziende cinesi ci sarebbe, ad esempio, la Zhejiang Huayou Cobalt. Alla luce di tutto ci\u00f2 \u00e8 interessante notare che il 22 febbraio 2021, la sera stessa successiva alla tragica morte di Attanasio, Iacovacci e Milambo, il missionario comboniano Padre Giulio Albanese, gi\u00e0 fondatore dell\u2019agenzia di stampa missionaria MISNA, abbia ricordato, in un\u2019intervista televisiva su La7<em>: \u201cNel Kivu ci sono fino a 160 milizie armate. Molti di questi gruppi hanno chiesto al governo di Kinshasa di poter depore le armi e poter essere reintegrati, perlomeno i pi\u00f9 giovani, nell\u2019esercito regolare. Il governo ha detto di no e il risultato e che questi sono tornati a fare i miliziani. Ma chi c\u2019\u00e8 dietro questi gruppi? Ci sono le compagnie straniere.<\/em><\/p>\n<p><em>Fra le ditte straniere, i cinesi hanno una predilezione per il cobalto e hanno creato degli enormi ambienti per lo stoccaggio. Fino ad ora non l\u2019hanno esportato, se lo tengono l\u00ec, sotto naftalina\u201d.<\/em>\u00a0Il quadro \u00e8 dunque drammatico oggi, quanto lo era venti o trent\u2019anni fa, nessun progresso \u00e8 stato compiuto, di fatto, per la stabilizzazione del Congo, specie nella regione del Kivu, dove la vicinanza di confini internazionali crea le condizioni ideali per un santuario di guerriglia. I gruppi armati possono cos\u00ec \u201cvendersi\u201d a una serie di attori, dalle aziende straniere (o congolesi stesse) senza scrupoli, ai governi vicini che traggono profitti \u201cpompando\u201d fuori dal Congo le ricchezze e incentivando l\u2019instabilit\u00e0 proprio in competizione con Kinshasa. Il tutto nella cornice della costante violazione dei diritti umani, che serve a ricreare senza fine il circolo vizioso della povert\u00e0, del terrore e della disperazione.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-141767 \" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/DRCArmy.jpg\" alt=\"Soldier of the FARDC (Armed Forces of the Democratic Republic of the Congo) sit on a military vehicle in an area of exchanges of fire with members of the ADF (Allied Democratic Forces) in Opira, North Kivu, on January 25, 2018. (Photo by ALAIN WANDIMOYI \/ AFP)\" width=\"793\" height=\"528\" \/><\/p>\n<p>Anche il Covid ha contribuito a peggiorare la situazione e non solo dal punto di vista umanitario, poich\u00e9 la chiusura al turismo del parco nazionale di Virunga, famoso per i gorilla, ha creato una \u201cterra di nessuno\u201d in cui le guardie armate del parco, hanno dovuto adattarsi in prima persona a combattere non solo i semplici bracconieri, ma anche i terroristi. Che spesso considerano anche i guardiacaccia loro bersaglio.<\/p>\n<p>Il 24 aprile 2020, appena un mese dopo che il parco era stato chiuso per il Covid, un plotone di 60 miliziani dell\u2019FDLR, il fronte Hutu erede degli sterminatori ruandesi del 1994, ha assalito un convoglio di civili scortato dai ranger e ne ha uccisi almeno 12, confermandosi ancora una fra le milizie pi\u00f9 pericolose.<\/p>\n<p>E, a quanto pare, ancora foraggiate dal regime militare del vicino Burundi, guidato da\u00a0 \u00c9variste Ndayishimiye. Il 10 gennaio 2021, uomini armati non identificati hanno inoltre assalito e ucciso altre 6 guardie di Virunga.<\/p>\n<p>Ma in generale tutto il 2020 e l\u2019inizio del 2021 ha visto susseguirsi nella zona almeno un migliaio di rapimenti per riscatto e 1280 morti civili. Peraltro, Kinshasa non pu\u00f2 contare sull\u2019appoggio di paesi confinanti come il Ruanda, che pure \u00e8 sempre sotto la guida del presidente-padrone di etnia Tutsi Paul Kagame, vice presidente dal 1994 e poi presidente dal 2000 a oggi, il quale accusa i congolesi di non fare abbastanza contro gruppi Hutu come l\u2019FDLR.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-141770 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/images-1.jpg\" alt=\"images\" width=\"443\" height=\"295\" \/><\/p>\n<p>Ma in realt\u00e0 da pi\u00f9 parti si sospetta che Kagame potrebbe approfittare proprio della situazione per fare il \u201csuo\u201d gioco nel Kivu, pare anche con infiltrazioni non confermate di truppe ruandesi, in modo da appropriarsi di una larga fetta delle ricchezze della regione, non ultimo il gas naturale abbondante nel sottosuolo del bacino del Lago Kivu, attraversato proprio dalla frontiera fra i due stati.<\/p>\n<p>Alle mai sopite ruggini etniche, l\u2019aggiungersi della variante jihadista non ha potuto che aggravare una situazione da sempre esplosiva. In particolare, l\u2019ADF si \u00e8 mostrato sempre pi\u00f9 pericoloso in una sequenza serrata di azioni nelle ultime settimane.<\/p>\n<p>Il 31 dicembre 2020 la formazione ha massacrato 25 civili nel villaggio di Twinge, ma il giorno dopo, 1\u00b0 gennaio 2021, \u00e8 stata respinta con le armi da un altro villaggio, Loselose, grazie all\u2019intervento dell\u2019esercito congolese e dei caschi blu ONU, con uno scontro in cui sono morti due militari governativi e ben 14 jihadisti. Il 4 gennaio si sono registrati altri scontri presso Twinge, Mwenda e Nzenga, sempre con la morte di 25 civili.<\/p>\n<p>Il 4 febbraio 2021, poi, sono stati miliziani definiti \u201cdell\u2019ISIS\u201d ad affrontare soldati congolesi sul confine con l\u2019Uganda, uccidendone tre e rubando armi e mezzi. Mancavano solo pochi giorni al drammatico destino dell\u2019ambasciatore italiano e dei suoi accompagnatori.<\/p>\n<p>E anche se i fatti del 22 febbraio hanno riportato il Congo sotto i riflettori, temiamo che presto questo colosso dell\u2019Africa torner\u00e0 nuovamente nell\u2019oblio, da parte della \u201cgrande\u201d stampa, condannato a un destino di inappellabile condanna a terra di brigantaggi e carneficine endemici, utili a mantenere prezzi di estrazione stracciati per le sue ricchezze geologiche, cos\u00ec vitali per il consumo dei pi\u00f9 costosi gadget occidentali.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0 https:\/\/www.analisidifesa.it\/2021\/03\/congo-inferno-dimenticato\/<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ANALISI DIFESA (Mirko Molteni) &nbsp; L\u2019uccisione dell\u2019ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere di scorta, appuntato Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese Mustaf\u00e0 Milambo Baguna ha riportato all\u2019attenzione dell\u2019opinione pubblica italiana lo stato di perenne crisi, umanitaria e militare, della Repubblica Democratica del Congo (da intendersi l\u2019ex-Zaire e da non confondersi con l\u2019assai pi\u00f9 piccolo Congo Brazzaville) e delle zone limitrofe alla regione africana dei Grandi Laghi. 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