{"id":63193,"date":"2021-03-09T08:00:21","date_gmt":"2021-03-09T07:00:21","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=63193"},"modified":"2021-03-08T22:18:00","modified_gmt":"2021-03-08T21:18:00","slug":"giornale-di-bordo-ma-il-filoamericano-gramsci-puo-essere-un-antidoto-alla-globalizzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=63193","title":{"rendered":"Giornale di Bordo. Ma il filoamericano Gramsci pu\u00f2 essere un antidoto alla globalizzazione?"},"content":{"rendered":"<div class=\"entry-header\">\n<h1 class=\"jeg_post_title\"><span style=\"font-size: 16px\">Opportuno \u00e8 invece riflettere sul ruolo degli intellettuali nella politica del nostro tempo<\/span><\/h1>\n<div class=\"jeg_meta_container\">\n<div class=\"jeg_post_meta jeg_post_meta_2\">\n<div class=\"jeg_meta_author\"><strong>di BARBADILLO (Enrico Nistri)<\/strong><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"row\">\n<div class=\"jeg_main_content col-md-8\">\n<div class=\"jeg_inner_content\">\n<div class=\"entry-content no-share\">\n<div class=\"content-inner \">\n<figure id=\"attachment_97179\" class=\"wp-caption alignright\" aria-describedby=\"caption-attachment-97179\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-97179\" src=\"https:\/\/www.barbadillo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/unnamed-1-350x263.jpg\" alt=\"\" width=\"350\" height=\"263\" data-pin-no-hover=\"true\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-97179\" class=\"wp-caption-text\">Antonio Gramsci<\/p>\n<\/figcaption><\/figure>\n<p>La breve ma pregnante recensione di\u00a0<a href=\"https:\/\/www.barbadillo.it\/97068-gramsci-contro-la-globalizzazione-parola-di-diego-fusaro\/\">Renato de Robertis al saggio di Diego Fusaro\u00a0<em>Bentornato Gramsci<\/em>, uscita su \u201cBarbadillo\u201d<\/a>, evoca in me ricordi poco pi\u00f9 che adolescenziali. Ho letto tutti i\u00a0<em>Quaderni dal carcere<\/em>\u00a0di Antonio Gramsci per un motivo che da solo basterebbe a documentare l\u2019\u201cegemonia culturale\u201d del Pci, da lui auspicata, nella met\u00e0 degli anni Settanta. Stavo consegnando la mia tesi di laurea in storia moderna presso la facolt\u00e0 di Lettere e Filosofia dell\u2019universit\u00e0 di Firenze. Il mio professore, sapendo che non ero molto amato per le mie prese di posizioni politiche, mi sugger\u00ec di inserirvi, possibilmente nell\u2019introduzione (quella che tutti i commissari d\u2019esame leggono) una citazione di Antonio Gramsci. Gramsci non c\u2019entrava nulla con l\u2019argomento della mia tesi, dedicata a un oscuro libellista del Seicento italiano, per\u00f2 il verbo del grande pensatore sarebbe potuto servire come un\u2019aspersione di acqua santa per disperdere l\u2019odore sulfureo che emanava dalla mia persona. Il mio professore, Roberto Pecchioli, purtroppo precocemente scomparso senza essere giunto all\u2019ordinariato, era una persona onesta e uno studioso serio quanto sfortunato: era stato l\u2019assistente prediletto di quel grande storico della cultura e della storiografia che fu Delio Cantimori. Gli sarebbe sinceramente dispiaciuto se l\u2019impuntatura di un commissario mi avesse impedito di ottenere la lode, che tutti si aspettavano vista l\u2019alta media del mio libretto.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 fra Gramsci e i libellisti italiani del Seicento esistevano ancora meno analogie che fra gli asparagi e l\u2019immortalit\u00e0 dell\u2019anima, per citare il titolo di un libro all\u2019epoca di successo del grande umorista Achille Campanile. Per questo dovetti leggermi quasi tutta l\u2019opera omnia del pensatore prima di trovare qualche citazione citabile senza tema di cadere nel ridicolo.<\/p>\n<p>Leggendo,\u00a0<em>bon gr\u00e9, mal gr\u00e9<\/em>, Gramsci, rimasi colpito da due cose. La prima \u00e8 il fatto che a un detenuto politico nell\u2019Italia fascista fosse consentito di leggere, di scrivere, di lavorare mantenendosi aggiornato sulle pi\u00f9 vive tematiche del dibattito ideologico dell\u2019epoca. Dubito che avrebbe potuto farlo se fosse finito, come tanti suoi \u201ccompagni\u201d, in un gulag staliniano. In molti manuali di storia si cita solo la richiesta del pubblico ministero al suo processo, che invitava la giuria a una condanna severa per \u201cimpedire a quell\u2019uomo di pensare\u201d. Non si dice invece che non gli fu impedito n\u00e9 di pensare n\u00e9 di scrivere. Credo che in carcere abbia goduto di assai minori \u201csconti\u201d un Guareschi nelle prigioni dell\u2019Italia di De Gasperi e Scelba. Per capire chi furono i veri nemici dello studioso nell\u2019Italia fascista invito piuttosto a leggere quel terribile\u00a0<em>j\u2019accuse<\/em>\u00a0contro Togliatti che \u00e8 il saggio del suo ex segretario personale Massimo Caprara\u00a0<em>Gramsci e i suoi carcerieri<\/em>\u00a0(Ares).<\/p>\n<p>L\u2019altro aspetto riguarda le posizioni di Gramsci nei confronti del capitalismo. Diego Fusaro,scorge nell\u2019insegnamento del pensatore sardo un antidoto alla globalizzazione. Pu\u00f2 sussistere del vero in questa ipotesi, per\u00f2 non posso dimenticare che Gramsci nel pi\u00f9 noto dei suoi Quaderni, edito poi da Einaudi sotto il titolo\u00a0<em>Americanismo e fordismo<\/em>, non nasconde le sue simpatie per il capitalismo statunitense, in cui scorge un fenomeno modernizzatore, fondato sulla \u201cegemonia della fabbrica\u201d e contrapposto alla persistenza di retaggi aristocratici, parassitari e semifeudali. Mi \u00e8 difficile scorgere in questo atteggiamento un precedente della critica alla globalizzazione, che \u00e8 in fondo il prodotto della logica capitalistica portata alle sue estreme conseguenze: non pi\u00f9 negli Usa, magari, ma in Cina. Certo, oggi siamo ridotti a rimpiangere il fordismo, che assicurava almeno buoni salari e sicurezza del posto di lavoro, ma questo \u00e8 un altro discorso.<\/p>\n<p>Concordo invece sull\u2019utilit\u00e0 dell\u2019appello a un \u201critorno a Gramsci\u201d, sotto forma di rivalutazione del ruolo degli intellettuali come antidoto all\u2019odierno primato dell\u2019economia, e di un\u2019economia, per altro, sempre pi\u00f9 finanziarizzata. Lo studioso sardo aveva capito che il successo del fascismo era stato reso possibile dall\u2019egemonia culturale \u201cborghese\u201d. Gli squadristi non sempre erano degli intellettuali e una barzelletta in voga nei primi anni Venti sosteneva che nel \u201cfritto misto di fascista\u201d c\u2019era \u201cmolto fegato e poco cervello\u201d; ma dietro di loro c\u2019era il liberalismo di Gentile, la teoria dello Stato forte di Benedetto Croce, la poesia civile di un d\u2019Annunzio, l\u2019antiparlamentarismo di un Mosca e di un Pareto. Per questo Gramsci invitava il Partito comunista a promuovere un\u2019egemonia culturale della sinistra, come strumento di conquista della cittadella della politica attraverso il controllo della societ\u00e0 civile. E per questo un Alain de Benoist, in un contesto in cui tale egemonia si era ormai realizzata, teorizz\u00f2 negli anni Settanta l\u2019esigenza di un \u201cgramscismo di destra\u201d, volto a contrastare tale predominio.<\/p>\n<h3>La tesi di Fausto Gianfranceschi<\/h3>\n<p>A questo proposito \u00e8 lecito per\u00f2 un dubbio: fino a che punto la tesi di Gramsci era originale? Un fine letterato come Fausto Gianfranceschi avanz\u00f2 a questo proposito un\u2019ipotesi non infondata: la sua teoria della conquista dell\u2019egemonia culturale era in realt\u00e0 un \u201cbottaismo di sinistra\u201d: Gramsci in realt\u00e0, negli anni Trenta, teorizzava, a sinistra, quello che il gerarca e ministro dell\u2019Educazione Nazionale andava facendo a destra, valorizzando intelligenze (basti pensare alla quantit\u00e0 e qualit\u00e0 degli intellettuali cooptati come docenti universitari e ispettori del ministero dell\u2019Educazione nazionale), fondando riviste, promuovendo convegni. Gramsci insomma avrebbe voluto che la sinistra facesse quello che il fascismo stava facendo durante il Ventennio; e il partito comunista in effetti lo fece nel dopoguerra, in primo luogo servendosi del suo mito per operare una profonda penetrazione negli ambienti intellettuali. Il passaggio da Gentile a Croce e da Croce a Gramsci \u00e8 caratteristico dell\u2019itinerario politico di molti esponenti di spicco della cultura italiana della seconda met\u00e0 del XX secolo. Un caso tipico fu il grande storico dell\u2019umanesimo (non amo sprecare l\u2019appellativo di filosofo) Eugenio Garin, che negli anni Quaranta stava collaborando con Gentile a un manuale di storia della filosofia e che trent\u2019anni dopo teneva nelle Case del Popolo conferenze sul Rinascimento fiorentino per gli operai, che magari non ci capivano nulla e cadevano dal sonno, perch\u00e9 avevano lavorato in fabbrica tutto il giorno, ma lo applaudivano perch\u00e9 l\u2019aveva detto il partito.<\/p>\n<p>Resta il fatto che, superato il tempo della retorica dell\u2019<em>engagement<\/em>, una rivalutazione del ruolo dell\u2019intellettuale come presenza critica sarebbe auspicabile. Ma non vedo n\u00e9 a sinistra emuli di Gramsci, n\u00e9 soprattutto scorgo a destra nipotini non dico di Bottai, ma nemmeno di De Vecchi di Val Cismon.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.barbadillo.it\/97165-giornale-di-bordo-ma-il-filoamericano-gramsci-puo-essere-un-antidoto-alla-globalizzazione\/\">https:\/\/www.barbadillo.it\/97165-giornale-di-bordo-ma-il-filoamericano-gramsci-puo-essere-un-antidoto-alla-globalizzazione\/<\/a><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Opportuno \u00e8 invece riflettere sul ruolo degli intellettuali nella politica del nostro tempo di BARBADILLO (Enrico Nistri) Antonio Gramsci La breve ma pregnante recensione di\u00a0Renato de Robertis al saggio di Diego Fusaro\u00a0Bentornato Gramsci, uscita su \u201cBarbadillo\u201d, evoca in me ricordi poco pi\u00f9 che adolescenziali. 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