{"id":63297,"date":"2021-03-12T10:30:10","date_gmt":"2021-03-12T09:30:10","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=63297"},"modified":"2021-03-12T00:18:14","modified_gmt":"2021-03-11T23:18:14","slug":"limperialismo-del-libero-scambio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=63297","title":{"rendered":"L\u2019imperialismo del libero scambio"},"content":{"rendered":"<p>da <strong>TERMOMETRO GEOPOLITICO\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>(Giacomo Gabellini)<\/strong><\/p>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\">\n<div dir=\"auto\" style=\"text-align: justify\">Uno degli effetti generati dalla Prima Guerra Mondiale fu indubbiamente quello di imprimere una brusca accelerata al trasferimento del centro di gravit\u00e0 geopolitica del pianeta dal \u201cvecchio continente\u201d agli Usa. Un processo costellato da una serie di crisi in grado di raggiungere un\u2019intensit\u00e0 tale da condurre all\u2019implosione del Gold Standard sterlino-centrico, intrinsecamente votato alla massima limitazione delle fluttuazioni monetarie. L\u2019instaurazione del regime aureo rappresentava un passaggio cruciale della \u201cscalata\u201d intrapresa dalla Gran Bretagna verso la conquista dell\u2019egemonia globale a detrimento delle declinanti Province Unite olandesi. Un percorso che, nato dalle ceneri della Santa Alleanza, condusse all\u2019instaurazione di un ordine europeo fondato sull\u2019equilibrio delle forze e strutturato a sufficienza per sopravvivere alle brame imperiali napoleoniche, che indirizz\u00f2 le direttrici di espansione inglesi dal \u201cvecchio continente\u201d verso Americhe, Asia ed Africa. Il risultato fu la formazione di un impero geograficamente gigantesco presidiato sul piano militare dalla formidabile Royal Navy e capace di associare al \u201ccentro\u201d, costituito dai \u201ctradizionali\u201d possedimenti coloniali, una periferia integrata informalmente per mezzo di accordi bilaterali di libero scambio stipulati con una miriade di Paesi del mondo \u2013 molti dei quali di recente decolonizzazione. Naturalmente, laddove i trattati non conducevano all\u2019integrazione delle nazioni firmatarie nel sistema liberoscambista egemonizzato dalla Gran Bretagna, Londra non disdegn\u00f2 mai il ricorso alla forza bruta, come avvenuto con le Guerre dell\u2019Oppio nel 1840 e nel 1857. Il cui risultato, per\u00f2, fu sempre l\u2019estensione dell\u2019impero informale.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">Il cosiddetto \u201cimperialismo del libero scambio\u201d rappresent\u00f2 quindi l\u2019arma vincente di cui la Gran Bretagna si serv\u00ec per massimizzare i vantaggi legati al suo stato di fabbrica del mondo conquistato con la prima rivoluzione industriale, ponendo l\u2019Inghilterra nelle condizioni di rifornire il resto del mondo di manufatti in cambio di cibo e materie prime che consentivano di ridurre la struttura dei costi e riprodurre cos\u00ec il vantaggio competitivo inglese sui mercati mondiali. Il meccanismo funzion\u00f2 quantomeno fino alla met\u00e0 del XIX Secolo, quando Londra, a differenza di Washington e Berlino, non riusc\u00ec a raccogliere la sfida rappresentata dalla seconda rivoluzione industriale. Il mancato rinnovamento tecnologico dell\u2019apparato produttivo che ne deriv\u00f2 si tradusse in una perdita di competitivit\u00e0 della manifattura inglese, rimasta legata alle vecchie produzioni che, specialmente in seguito alla lunga e precipitosa caduta dei prezzi spuntati dalle esportazioni inglesi a partire dal 1873, vennero riversate sugli unici mercati di sbocco disponibili. Vale a dire le aree sottosviluppate dell\u2019Impero prive di una vera capacit\u00e0 industriale di cui Londra si curava di mantenere intatta la specializzazione nella produzione e nell\u2019esportazione di materie prime attraverso i meccanismi tipici del modello liberoscambista. L\u2019export di merci primarie verso le altre nazioni industrializzate realizzato dalle colonie britanniche andava cos\u00ec a ripianare sia il deficit accumulato dalla Gran Bretagna con i Paesi esportatori di derrate agricole, sia il disavanzo derivante dalle sue esportazioni di capitale verso gli Stati di recente colonizzazione che si traducevano in larghissima parte in domanda per manufatti fabbricati internamente o importati dalle altre nazioni sviluppate.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">Il mantenimento delle colonie in una condizione di cronico sottosviluppo produsse tuttavia il risultato di ridurre la loro capacit\u00e0 di assorbimento di beni di produzione inglesi, e di trasformare la scarsa dinamicit\u00e0 della manifattura britannica in vera e propria paralisi, certificata dalla cristallizzazione della sua struttura produttiva basata sulla fabbricazione di merci tradizionali e sempre meno concorrenziali. Gi\u00e0 nel 1870, quella che fino a un trentennio prima veniva unanimemente riconosciuta come \u201cofficina del mondo\u201d era in grado di assommare appena il 20% della forza vapore e di produrre meno del 50% dell\u2019acciaio su scala mondiale.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">Il rapido declino della struttura industriale britannica aggravato dalle politiche protezionistiche adottate da Stati Uniti e Germania indusse Londra a identificare nel processo di industrializzazione di cui stavano rendendosi protagonisti i suoi principali concorrenti la leva fondamentale di cui avvalersi per valorizzare al massimo la posizione di crocevia del commercio e della finanza mondiali conquistata dalla Gran Bretagna nel corso dei decenni precedenti. Come rilevato dall\u2019eminente geografo Halford J. Mackinder in un discorso pronunciato agli sgoccioli del XIX Secolo dinnanzi a una platea di banchieri londinesi, la principale camera di compensazione su scala globale<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">\u00abrisieder\u00e0 sempre dove si trova la maggior concentrazione di capitale. \u00c8 questa la vera chiave per risolvere la lotta tra la nostra politica di libero commercio e il protezionismo degli altri Paesi \u2013 noi siamo quelli che dispongono del capitale, e chi detiene il capitale prende sempre parte all\u2019attivit\u00e0 intellettuale e fisica degli altri Paesi\u00bb (1).<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">Per tutto il cinquantennio che precedette la Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna continu\u00f2 a godere della rendita garantita dalla sua funzione di camera di compensazione globale, macinando ingentissimi guadagni attraverso il riciclaggio del gigantesco surplus di capitale a propria disposizione in prestiti a interesse e attivit\u00e0 speculative. Cos\u00ec, mentre \u00abla sua industria languiva, la sua finanza trionfava. I servizi nel campo delle spedizioni marittime, del commercio e delle mediazioni nel sistema mondiale dei pagamenti diventarono pi\u00f9 che mai indispensabili. In effetti, se Londra si trov\u00f2 mai a essere il perno economico del mondo, e se la sterlina ne costitu\u00ec le fondamenta, questo accadde tra il 1870 e il 1913\u00bb (2).<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">Anche sul fronte eminentemente finanziario, tuttavia, Londra aveva cominciato a registrare difficolt\u00e0 crescenti nell\u2019espletare le normali attivit\u00e0 di routine. Il processo di industrializzazione che aveva investito i principali concorrenti della Gran Bretagna aveva ridotto la loro capacit\u00e0 di assorbire i capitali britannici, come certificato dal calo degli investimenti esteri inglesi verso Stati Uniti ed Europa da oltre il 50 a meno del 30% tra il 1860 e il 1880 a cui coincise un incremento speculare del flusso di capitali verso l\u2019America Latina e i cosiddetti dominions. Aree geograficamente pi\u00f9 vaste, ma economicamente assai meno redditizie e assolutamente non in grado di reggere da sole il peso soverchiante del ripianamento del crescente deficit britannico, n\u00e9 tantomeno di fornire un avanzo per nuovi investimenti. In definitiva, \u00abo queste regioni si sviluppavano effettivamente, ed allo si sarebbero ancor pi\u00f9 ristretti gli sbocchi degli investimenti esteri inglesi; o queste regioni non si sviluppavano, e sarebbe allora diventato problematico il recupero del denaro investito\u00bb (3).<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">L\u2019uscita provvisoria della Gran Bretagna da questo micidiale circolo vizioso fu attuata per un verso ottenendo da Tokyo il deposito a Londra dei proventi in sterline dell\u2019export nipponico come contropartita per l\u2019appoggio fornito al Giappone in occasione della guerra russo-giapponese del 1905. Per l\u2019altro, incrementando a dismisura le importazioni d\u2019oro saccheggiato dalle miniere del Titwatersrand tramite la De Beers di Cecil Rhodes, ma per controllare e mettere a regime i ricchissimi giacimenti auriferi sudafricani si erano rese necessarie due sanguinosissime guerre con i locali coloni boeri culminate con il dissesto dei conti pubblici e la disarticolazione del sistema tributario inglese.<\/div>\n<div dir=\"auto\">In tali condizioni, gli oneri di risanamento del disavanzo britannico non potevano che spostarsi dall\u2019accumulazione della rendita generata dagli investimenti esteri all\u2019assunzione diretta del controllo delle eccedenze estere \u2013 e quindi della politica monetaria \u2013 cumulate dalle colonie e, soprattutto, all\u2019estrazione del \u201ctributo\u201d, sotto forma di risorse naturali, forza lavoro e strumenti di pagamento, alle province dell\u2019impero formale. A partire dall\u2019India, fondamentale possedimento della Corona nonch\u00e9 \u00abunica parte dell\u2019Impero Britannico a cui non fu mai applicato il laissez-faire\u00bb (4) che la Gran Bretagna saccheggiava senza ritegno, vessava con l\u2019imposizione di tasse interne e obbligava a rimanere ancorato al tallone argenteo.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">Grazie alla svalutazione della rupia per effetto della continua depressione dei corsi dell\u2019argento, l\u2019India capitalizzava colossali surplus commerciali verso il resto del mondo ad eccezione della Gran Bretagna, che Londra convertiva istantaneamente in oro e quindi in depositi bancari e titoli di Stato. Pi\u00f9 specificamente, l\u2019eccedenza commerciale cumulata dall\u2019India mediante l\u2019esportazione di cotone, juta e prodotti tessili di vario genere verso Stati Uniti, Giappone ed Europa continentale andava a coniugarsi con un deficit delle partite correnti nei confronti della Gran Bretagna, da cui il sub-continente importava obtorto collo laminati d\u2019acciaio ed altre merci non concorrenziali su altri mercati. Sulla bilancia dei pagamenti indiana gravavano inoltre i redditi generai dalle spese di \u201cordinaria amministrazione\u201d britannica e dagli interessi sul debito pubblico, cresciuto da 70 a 225 milioni di sterline tra il 1875 e il 1900. Complessivamente, nell\u2019ultima met\u00e0 del XIX Secolo il surplus ricavato dal commercio dell\u2019India con il resto del mondo aument\u00f2 da 4 a 50 milioni di sterline, arrivando a superare la soglia critica dei 60 milioni nel 1910. Una quota pi\u00f9 che preponderante della rendita generata dagli investimenti oltremare da cui dipendeva la capacit\u00e0 di Londra di accumulare avanzi nella bilancia dei pagamenti pesava quindi interamente sulle larghe spalle della nazione indiana, e in particolare sul suo \u201cdeficit imposto\u201d nei confronti della Gran Bretagna.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">In assenza del fondamentale contributo estorto all\u2019India, la Gran Bretagna non avrebbe mai potuto re-immettere nel sistema monetario internazionale, sotto forma di nuovi investimenti, la liquidit\u00e0 drenata mediante la riscossione degli interessi sui vecchi capitali investiti. Tanto pi\u00f9 che, osserva l\u2019economista Marcello De Cecco, l\u2019India assicurava, \u00abcon le riserve del suo sistema monetario, una massa di manovra che le autorit\u00e0 inglesi potevano utilizzare per supplementare le proprie riserve e mantenere a Londra la caratteristica di centro del sistema monetario internazionale\u00bb (5). Il colossale surplus nella bilancia dei pagamenti dell\u2019India costituiva quindi il motore propulsivo della riproduzione allargata dei processi di accumulazione del capitale britannici, al pari dell\u2019eccedenza di manodopera indiana inquadrata nelle divisioni dell\u2019esercito facenti capo alla corona. Le quali, lungi dall\u2019adempiere a funzioni di polizia a livello interno, operavano come \u00abpugno d\u2019acciaio nel guanto di velluto dell\u2019espansionismo vittoriano [\u2026]; la principale forza coercitiva a sostegno dell\u2019internazionalizzazione del capitalismo industriale\u00bb (6) di cui Londra si serv\u00ec sistematicamente per aprire mercati e sottomettere forza-lavoro straniera.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">La capacit\u00e0 di estorcere su scala amplificata il \u201ctributo\u201d coloniale assicurata dalle divisioni indiane e la conversione di quest\u2019ultimo in capitale investito in tutto il mondo tramite la City increment\u00f2 il distacco di Londra come capitale finanziaria mondiale rispetto a metropoli concorrenti del calibro di Amsterdam e Parigi, elevandola a polo di riferimento per la comunit\u00e0 di banchieri e finanzieri cosmopoliti \u2013 a partire da Lionel Rothschild \u2013 rapidamente accreditatasi come principale strumento di dominio britannico. Alla straordinaria concentrazione, la massa monetaria depositata presso la City univa inoltre il pregio \u00abdi essere capitale totalmente cedibile a prestito e impiegabile in un raggio d\u2019azione virtualmente illimitato. Era, quello londinese, l\u2019unico mercato che avesse dimensioni e respiro planetari; vi affluivano tutte le nazioni che non avrebbero potuto trovare credito altrove, in primo luogo i governi dei Paesi che volevano avviarsi sul cammino della civilt\u00e0, per quello che ci\u00f2 significava allora, ossia la realizzazione di infrastrutture e anzitutto linee ferroviarie. L\u2019organizzazione finanziaria di Londra, mediante la cooperazione dei suoi vari segmenti, consentiva loro di approvvigionarsi dei capitali occorrenti e cos\u00ec Lombard Street, dove si compivano le delicate operazioni di credito, agiva da \u201cgrande intermediario\u201d regolando i flussi di capitale\u00bb (7).<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">E dal momento che i crediti venivano erogati sulla base di criteri di affidabilit\u00e0 per quanto concerne la capacit\u00e0 dei governi stranieri di mantenere in equilibrio il bilancio pubblico, al quale il valore esterno della moneta era inestricabilmente collegato in un regime di Gold Standard, la base aurea rappresentava uno strumento di disciplina finanziaria su scala internazionale imprescindibile per la preservazione della supremazia geopolitica della Gran Bretagna. \u00abLa pax britannica \u2013 nota in proposito Karl Polanyi \u2013 manteneva il suo dominio talvolta per mezzo della minacciosa presenza dei grossi cannoni della marina ma pi\u00f9 spesso prevaleva tirando tempestivamente un filo nella rete monetaria internazionale\u00bb (8).<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">******************************<\/div>\n<div dir=\"auto\">Note<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">1 \u2013 Cfr. Semmel, Bernard, Sir Halford Mackinder: theorist of imperialism, \u00abThe Canadian Journal of Economics and Political Science\u00bb, vol 24, n. 4, novembre 1958.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">2 \u2013 Cfr. Hobsbawm, Eric J., La rivoluzione industriale e l\u2019impero. Dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi, Torino 1972, pp. 168, 169.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">3 \u2013 Cfr. Arrighi, Giovanni, La geometria dell\u2019imperialismo, Feltrinelli, Milano 1978, p. 62.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">4 \u2013 Cfr. Hobsbawm, Eric J., Op. cit., p. 164.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">5 \u2013 De Cecco, Marcello, Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1890 al 1914, Einaudi, Torino 1979, p. 84.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">6 \u2013 Cfr. Washbrook, David, South Asia, the world system, and world capitalism, \u00abThe Journal of Asian Studies\u00bb, vol. 49, n. 3, agosto 1990.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\" style=\"text-align: justify\">\n<div dir=\"auto\">7 \u2013 Cfr. Berta, Giuseppe, L\u2019ascesa della finanza internazionale, Feltrinelli, Milano 2013, p. 23.<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q\">\n<div dir=\"auto\" style=\"text-align: justify\">8 \u2013 Polanyi, Karl, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974, p. 19.<\/div>\n<\/div>\n<div dir=\"auto\"><\/div>\n<div dir=\"auto\"><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/l.facebook.com\/l.php?u=http%3A%2F%2Fosservatorioglobalizzazione.it%2Fosservatorio%2Fimperialismo-libero-scambio-gran-bretagna%2F%3Ffbclid%3DIwAR3woec7rgVOImWXTRXLFYzAoFk4Cxx_IXU1ygWDOzRBYOXwcNuTrHNE_TE&amp;h=AT0S_Bf8ijMZeWg3G4UjUUFXpIYTtjUld4IrtqTj31rxdQvBZh7kBVHE3SlPPbA7wD34N5GsFqRaJ7P6HBNMOIuBEj7fe62UrIPzlo1j_onia3VIMpIoahNrR1Obn7k0Sg70&amp;__tn__=-UK-R&amp;c[0]=AT0wP0tBFrS99XpnwP0hI2JrScfvr_w8YPOFimj0_UvK-i9MHe7JzF1h-Fy_1LbMwgYxbqMRGFeJHmtr_4c2lG5q026kkn00Qw1tgnyf8BMTFoeml-U1er6NqNgWic7agzkV_Y-_HQch4pK39cC_NcIkOpBI6PrBtuLTDZP99T1ZKHg\">https:\/\/l.facebook.com\/l.php?u=http%3A%2F%2Fosservatorioglobalizzazione.it%2Fosservatorio%2Fimperialismo-libero-scambio-gran-bretagna%2F%3Ffbclid%3DIwAR3woec7rgVOImWXTRXLFYzAoFk4Cxx_IXU1ygWDOzRBYOXwcNuTrHNE_TE&amp;h=AT0S_Bf8ijMZeWg3G4UjUUFXpIYTtjUld4IrtqTj31rxdQvBZh7kBVHE3SlPPbA7wD34N5GsFqRaJ7P6HBNMOIuBEj7fe62UrIPzlo1j_onia3VIMpIoahNrR1Obn7k0Sg70&amp;__tn__=-UK-R&amp;c[0]=AT0wP0tBFrS99XpnwP0hI2JrScfvr_w8YPOFimj0_UvK-i9MHe7JzF1h-Fy_1LbMwgYxbqMRGFeJHmtr_4c2lG5q026kkn00Qw1tgnyf8BMTFoeml-U1er6NqNgWic7agzkV_Y-_HQch4pK39cC_NcIkOpBI6PrBtuLTDZP99T1ZKHg<\/a><\/strong><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da TERMOMETRO GEOPOLITICO\u00a0 (Giacomo Gabellini) Uno degli effetti generati dalla Prima Guerra Mondiale fu indubbiamente quello di imprimere una brusca accelerata al trasferimento del centro di gravit\u00e0 geopolitica del pianeta dal \u201cvecchio continente\u201d agli Usa. 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