{"id":64296,"date":"2021-04-23T10:50:33","date_gmt":"2021-04-23T08:50:33","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=64296"},"modified":"2021-04-22T18:53:43","modified_gmt":"2021-04-22T16:53:43","slug":"so-long-afghanistan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=64296","title":{"rendered":"So long, Afghanistan"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Mario Motta)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><span style=\"font-size: 14pt\"><strong>Finisce dopo vent\u2019anni Enduring Freedom: se in Afghanistan c\u2019\u00e8 stata una guerra, non se n\u2019\u00e8 accorto nessuno<\/strong><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"has-drop-cap\" style=\"text-align: justify\">C&#8217;\u00e8 un\u2019aria d\u2019indifferenza palpabile attorno a Joe Biden mentre annuncia il <strong>ritiro delle ultime truppe USA dal teatro afghano<\/strong>. Vent\u2019anni d\u2019impegno militare continuo,\u00a0ad oggi la campagna pi\u00f9\u00a0lunga mai intrapresa dalle forze armate a stelle e strisce, si concludono con uno sbadiglio. La supposta rilevanza del momento si perde nel tono piatto e monocorde del Presidente; idem pure per il simbolismo della data ultima \u2013 l\u201911 settembre, anniversario degli attacchi suicidi contro le Torri Gemelle \u2013 entro la quale gli americani intendono lasciare l\u2019Afghanistan.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Quella che sarebbe stata una notizia da prima pagina\u00a0\u00e8\u00a0oggi roba da trafiletto<\/strong>, non pi\u00f9\u00a0di una nota a margine nel caos del mondo pandemico.\u00a0\u00c8\u00a0difficile pensare che qualcuno far\u00e0\u00a0lo sforzo d\u2019immaginarselo, questo ritiro; farlo\u00a0\u00e8\u00a0arduo anche per chi scrive, a tal punto che\u00a0\u00e8\u00a0in effetti pi\u00f9\u00a0semplice figurarsi come\u00a0<em>non\u00a0<\/em>sar\u00e0. Non ci saranno,\u00a0\u00e8\u00a0certo, le tortuose colonne corazzate che nel 1989, snodandosi verso il confine tra l\u2019URSS e il martoriato vicino come un lungo serpente grigioverde, riportarono gli ultimi coscritti sovietici nella patria gi\u00e0\u00a0moribonda, stroncata dal vano tentativo di portare il socialismo tra le montagne di quello strano regno di mezzo. I militari USA, in tutto\u00a0<strong>2500 tra operatori delle forze speciali, aviatori, qualche fante\u00a0e\u00a0il personale logistico<\/strong>, se ne andranno in sordina, probabilmente trasportati alla famigerata base aerea di Bagram e da l\u00ec\u00a0fatti volare negli States insieme al cargo. Come cargo. All\u2019arrivo non ci saranno bande o parate: troppa fatica. L\u2019apatia della politica\u00a0\u00e8\u00a0in definitiva quella di un Paese che dell\u2019Afghanistan si\u00a0\u00e8\u00a0scordato da un pezzo.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-embed-twitter wp-block-embed\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"wp-block-embed__wrapper\">https:\/\/twitter.com\/intdissidente\/status\/1350129510486781952?s=21<\/div>\n<\/figure>\n<p style=\"text-align: justify\">Ripensare alla prime fasi dell\u2019invasione\u00a0\u00e8\u00a0straniante.\u00a0\u201cTutto il mondo ci sentir\u00e0\u201d,\u00a0ebbe a dire all\u2019epoca George W. Bush: sono parole che risuonano quasi beffarde nell\u2019annoiato silenzio generale di oggi. L\u2019obiettivo, in quell\u2019ottobre del 2001, era chiaro. Si trattava di rovesciare il regime talebano che dava asilo a Bin Laden: ci vollero due settimane, e pazienza se Osama l\u2019avrebbero trovato solo un decennio pi\u00f9\u00a0tardi in Pakistan, presunto Paese amico. La logica avrebbe voluto che, stroncati i fondamentalisti islamici e constata la latitanza del capo dei Al Qaeda, si tornasse a casa con armi e bagagli. Ma\u00a0<strong>dato che la geopolitica segue ragioni proprie, invece di cessare la presenza USA nel Paese si fece sempre pi\u00f9\u00a0intensa<\/strong>. Nel giro di un anno lo schieramento di truppe iniziale triplic\u00f2; a queste se ne sarebbero aggiunte altre nel biennio successivo, con un picco di 20mila nel 2004. Non abbastanza per controllare un territorio vasto e impervio come quello afghano: lo sapeva bene il Pentagono, e ancora meglio gli\u00a0<em>insurgents\u00a0<\/em>talebani. Lentamente, i guerriglieri cominciarono ad alzare il livello dello scontro. Si moltiplicarono via via le imboscate, gli attentati e gli immancabili ordigni improvvisati, atroce\u00a0<em>leitmotiv\u00a0<\/em>delle campagne USA in Medio Oriente.\u00a0<strong>Quando il neoeletto Obama arriv\u00f2\u00a0alla Casa Bianca, all\u2019inizio del 2009, la situazione era sfuggita di mano<\/strong>. Il contingente venne rafforzato fino a contare 67mila effettivi (senza contare le truppe della\u00a0<em>International Security Assistance Force,\u00a0<\/em>tra cui 4mila italiani, 52 dei quali mai tornati), con altri 33mila pronti a partire per il 2010, anno apicale della guerra. Il Presidente aveva ricevuto il Nobel per la Pace in virt\u00f9\u00a0della promessa di tirar fuori l\u2019America dall\u2019ennesimo pantano; invece, nel giro di qualche mese si tocc\u00f2\u00a0la soglia psicologica dei 100mila soldati al fronte. Arroccati nelle\u00a0<em>FOB<\/em>, piccoli avamposti sparsi nel mezzo della desolazione afghana, i G.I. perennemente accerchiati lanciavano piccole sortite mirate a tenere salda la posizione e farsi amici i locali. Impossibile non pensare alle missioni\u00a0<em>search and destroy\u00a0<\/em>e alla strategia cuori e menti di quarant\u2019anni prima: lo spettro terribile del Vietnam, paventato con sempre pi\u00f9\u00a0insistenza negli anni precedenti, era diventato una realt\u00e0\u00a0concreta, con le morti sempre pi\u00f9\u00a0numerose e la tensione costante troppo spesso scaricata su civili inermi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019idea, presso le stanze dei bottoni del Pentagono, era stata di\u00a0<strong>restare giusto il tempo necessario affinch\u00e9\u00a0gli afghani potessero gestirsi autonomamente; quanto fosse questo tempo, per\u00f2, nessuno lo sapeva pi\u00f9\u00a0per certo<\/strong>. Allo stallo delle operazioni belliche si cerc\u00f2\u00a0allora di porre rimedio spendendo fiumi copiosi di denaro per mettere su almeno la parvenza di uno Stato. Un trilione di dollari, mille miliardi in vent\u2019anni:\u00a0\u00e8\u00a0il\u00a0<em>nation building,\u00a0<\/em>bellezza.\u00a0Cosa esattamente si dovesse costruire in Afghanistan, se scuole e ospedali o un senso d\u2019unit\u00e0\u00a0e appartenenza in un popolo dalla tradizione tribale, non si era capito; ma era evidente che pi\u00f9\u00a0si andava avanti, pi\u00f9\u00a0la strada si faceva tortuosa. I traguardi raggiunti avevano l\u2019effetto paradossale di evidenziare tutte le deficienze di una nazione in larga parte ferma al Medioevo. Per ogni passo in avanti se ne facevano due indietro: a casa la gente faceva finta di nulla, contenta di ripetersi che i ragazzi in prima linea stavano facendo qualcosa d\u2019importante. Poi divenne solo\u00a0<em>qualcosa;\u00a0<\/em>infine, sulla guerra eterna cadde il silenzio dell\u2019abitudine.\u00a0\u201cIl Corpo dei Marines\u00a0\u00e8\u00a0in guerra, non l\u2019America; l\u2019America\u00a0\u00e8\u00a0al centro commerciale\u201d,\u00a0riassumeva cinicamente qualche giovane sulle pareti di compensato di una latrina.\u00a0\u00c8\u00a0ci\u00f2\u00a0che in inglese si chiama\u00a0<em>complacency.\u00a0<\/em>Traducibile come compiacimento,\u00a0\u00e8\u00a0\u201cun senso di soddisfazione arrogante ed acritica di s\u00e9\u00a0e dei propri raggiungimenti\u201d.\u00a0Comunemente\u00a0\u00e8\u00a0sinonimo d\u2019indifferenza.\u00a0<strong>Due decenni, tre trilioni di dollari e 2300 morti dopo (le vittime civili sarebbero circa 35mila), l\u2019unico traguardo raggiunto\u00a0\u00e8\u00a0essersene andati<\/strong>, per giunta in ingiustificabile ritardo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I\u00a0<strong>talebani<\/strong>, mai realmente sconfitti, oggi cantano vittoria. Se l\u2019offensiva intrapresa all\u2019inizio del 2019 gli aveva consegnato il controllo di due terzi del Paese, consolidandone cos\u00ec\u00a0la posizione militare,\u00a0<strong>gli accordi di pace siglati con Trump un anno fa<\/strong>\u00a0\u2013 a tutto credito peraltro di\u00a0una Turchia sempre pi\u00f9\u00a0lontana dall\u2019orbita USA \u2013\u00a0<strong>hanno garantito loro una legittimit\u00e0\u00a0politica semplicemente impensabile<\/strong>. Gli\u00a0<em>studenti\u00a0<\/em>islamisti sono diventati interlocutori diplomatici alla pari degli Stati Uniti, ed\u00a0\u00e8\u00a0un posto che si sono presi col sangue: una bella differenza rispetto al letargico ed inefficiente governo filo-occidentale di Kabul, che mai\u00a0\u00e8\u00a0riuscito davvero ad accreditarsi presso la popolazione. Tira aria di resa dei conti, e non\u00a0\u00e8\u00a0da escludere un\u2019altra guerra civile come quella che negli Anni\u00a0\u201990 aveva portato i\u00a0<em>mujahideen\u00a0<\/em>al potere. In ogni caso, l\u2019Afghanistan si avvia a tornare una base operativa sicura per il terrorismo internazionale.\u00a0<strong>Al Qaeda<\/strong>, pur con la schiena spezzata, vi ha sempre mantenuto una certa presenza, mentre preoccupano le voci di una rinascita dell\u2019<strong>ISIS<\/strong>, che espulso dalla Siria potrebbe qui trovare un comodo rifugio. E poi c\u2019\u00e8\u00a0il\u00a0<strong>Pakistan<\/strong>, da sempre terreno fertile per l\u2019islamismo radicale: senza la presenza delle truppe estere, ci si pu\u00f2\u00a0aspettare una migrazione dei tagliagole da una parte e dall\u2019altra del confine.<\/p>\n<div class=\"wp-block-banner-post\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"banner-post\">\n<div class=\"bannerPreview def\">\n<div class=\"image\">\n<div class=\"cover\">Il <strong>dossier pakistano<\/strong>\u00a0impensierisce il Dipartimento di Stato anche per la crescente vicinanza di Islamabad a Pechino; il Pakistan\u00a0\u00e8\u00a0un aderente entusiasta della\u00a0<em>Belt and Road Initiative<\/em>\u00a0cinese, e la crescente influenza della Citt\u00e0\u00a0Proibita rischia di farne un pericoloso satellite attraverso cui Xi e i suoi potrebbero ragionevolmente arrivare a controllare, per via indiretta, quello stesso Afghanistan da cui oggi gli Stati Uniti si ritirano.\u00a0La\u00a0<strong>Cina<\/strong>\u00a0sarebbe allora in condizione di imporsi nel tassello chiave dell\u2019Asia centrale, e da l\u00ec\u00a0minacciare gli interessi americani sia nel Medio che nell\u2019Estremo Oriente. Roba, questa s\u00ec, da guerra, per la quale la Difesa USA cerca da tempo di prepararsi dopo gli effetti atrofizzanti di vent\u2019anni di controinsurrezione. Ironia della sorte,\u00a0<strong>a Biden tocca contare sull\u2019odiata Russia perch\u00e9\u00a0contrasti le spinte espansionistiche dell\u2019infido vicino<\/strong>; una posizione scomoda che, coi\u00a0<em>midterm\u00a0<\/em>gi\u00e0\u00a0all\u2019orizzonte, potrebbe avere conseguenze di rilievo per una presidenza fragile.<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Enduring Freedom\u00a0<\/em>\u00e8, in definitiva, un fallimento su tutta la linea<\/strong>. La misura del ventennale disastro\u00a0\u00e8\u00a0s\u00ec\u00a0militare e geopolitica, ma anche e soprattutto culturale: il conflitto ha fatto a brandelli la sensazione d\u2019invincibilit\u00e0\u00a0dell\u2019America post-\u201989 tanto quanto gli attentati del 2001 e strangolato un\u2019intera scuola di pensiero diplomatico e strategico. La libert\u00e0\u00a0dello straniero non\u00a0\u00e8\u00a0quella di tutti gli altri, e imporla con la forza \u2013 sia essa delle armi o dei soldi \u2013 \u00e8\u00a0controproducente se non impossibile. In Afghanistan tutto\u00a0\u00e8\u00a0rimasto com\u2019era:\u00a0<strong>non si pu\u00f2\u00a0rifare un Paese ad immagine e somiglianza del proprio, men che meno se chi lo abita non vuole<\/strong>. \u00c8\u00a0una lezione con cui tutte le grandi potenze hanno dovuto confrontarsi; poche sono sopravvissute. Se l\u2019Afghanistan sar\u00e0\u00a0la tomba anche dell\u2019impero americano\u00a0\u00e8\u00a0difficile a dirsi: di certo per\u00f2\u00a0vi\u00a0\u00e8\u00a0sepolta una certa idea che gli Stati Uniti avevano di s\u00e9\u00a0e il mondo aveva degli Stati Uniti. La guerra\u00a0\u00e8\u00a0arrivata sulla soglia di casa, tra il dramma vecchio dei reduci disadattati e quello nuovo degli oppiacei che, partendo dai campi di papaveri afghani, nella calma apparente della suburbia fanno pi\u00f9\u00a0morti delle bombe. Il tutto in un clima di disinteresse surreale, sintomo e sintesi di una normalit\u00e0\u00a0distorta che ha preso il sopravvento sulla vita collettiva americana e che oggi potrebbe davvero mettervi fine.\u00a0<em>Complacency kills,\u00a0<\/em>direbbero da quelle parti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/esteri\/so-long-afghanistan\/\">https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/esteri\/so-long-afghanistan\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Mario Motta) &nbsp; Finisce dopo vent\u2019anni Enduring Freedom: se in Afghanistan c\u2019\u00e8 stata una guerra, non se n\u2019\u00e8 accorto nessuno &nbsp; C&#8217;\u00e8 un\u2019aria d\u2019indifferenza palpabile attorno a Joe Biden mentre annuncia il ritiro delle ultime truppe USA dal teatro afghano. 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