{"id":64433,"date":"2021-04-28T09:33:07","date_gmt":"2021-04-28T07:33:07","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=64433"},"modified":"2021-04-27T22:36:26","modified_gmt":"2021-04-27T20:36:26","slug":"il-nulla-con-loscar-intorno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=64433","title":{"rendered":"Il nulla con l\u2019Oscar intorno"},"content":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Alessandro Fiesoli)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong><span style=\"font-size: 14pt\">Come da copione, agli Oscar trionfa \u201cNomadland\u201d, cio\u00e8 il cinema delle pezze al sedere. Ecco perch\u00e9 \u00e8 un film insulso, poco originale, con tanti tramonti sul deserto<\/span><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A colpi di macchina a mano e inquadrature sbilenche, il cinema del \u201cgi\u00e0 detto gi\u00e0 visto gi\u00e0 odorato\u201d, come lo ha definito Goffredo Fofi anni fa, s\u2019\u00e8 preso Hollywood nell\u2019anno pi\u00f9 mesto che si ricordi:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/spettacoli\/oscar\/notizie\/oscar-2021-notte-premi-candidati-film-vincitori-3a2387ea-a615-11eb-b4a7-7f4ff69d1a5d.shtml\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Nomadland<\/em>\u00a0vince l\u2019Oscar e pure il Golpe d\u2019oro della settimana, precedendo Agnelli e il suo pallone indebitato. Non che la concorrenza fosse particolarmente agguerrita,\u00a0<\/a>o che il premio debba sempre corrispondere a un marchio di qualit\u00e0, ma nell\u2019attesa dei caroselli americani, la furbetta Chloe Zhao, con questo suo cinema delle pezze al sedere, si era gi\u00e0 portata a casa anche il Leone d\u2019oro, propiziatore dell\u2019effettiva riuscita del putsch dei pedinatori di poveri cristi.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-141134\" src=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/v2\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/Chloe-Zhao-ha-esordito-nel-2015-con-%E2%80%9CSongs-my-brothers-taught-me%E2%80%9D.-%E2%80%9CNomadland%E2%80%9D-%C3%A8-il-suo-terzo-lungometraggio..jpg\" alt=\"\" \/><figcaption>Chloe<em>\u00a0Zhao ha esordito nel 2015 con \u201cSongs my brothers taught me\u201d. \u201cNomadland\u201d \u00e8 il suo terzo lungometraggio<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Colpa nostra, sia chiaro, che a pensare al cinema dei dimenticati da Dio, fino a ieri, ci venivano in mente gli attacchini in cerca di bicicletta; le mondine di De Santis e le carovane di chi andava a raccattare la frutta in California, denunciando illusioni e condizioni di lavoro bestiali; oppure i gangster venuti dal nulla e morti nel tutto; i corrieri di Ken Loach, e ancora i cavalli frustati sotto gli occhi di Nietzsche e i disgraziati da realismo poetico francese. Troppa contingenza, venature sociali, riflessioni storiche e intrattenimento puro per l\u2019approssimazione crucciata di\u00a0<em>Nomadland<\/em>\u00a0e compagnia, ben pi\u00f9 attenti a inquadrare i tramonti nel deserto, come ha sottolineato Mereghetti dopo la proiezione veneziana del film di Zhao, piuttosto che indagare cause, effetti o risvolti anche simbolici di ci\u00f2 che mostrano, in questo caso il nomadismo di una donna in cerca di lavoro in giro per l\u2019America profonda, dopo che la chiusura di una miniera ha reso la propria cittadina un villaggio fantasma.<\/p>\n<blockquote class=\"wp-block-quote has-text-align-center\"><p>\u00abI film indipendenti sono sempre pi\u00f9 brutti, sono dei telefilm pi\u00f9 leccati (perfino dei possibili \u201cpiloti\u201d) oppure insulse sitcom o insulsi melodrammetti con personaggini moderatamente bizzarri in ambienti moderatamente insoliti che tentano di rendere insolito l\u2019ovvio e il banale, o insulsi inseguimenti di una letteratura stantia o, come da noi, denunce di storture varie, individuali o istituzionali. Gi\u00e0 detto gi\u00e0 visto gi\u00e0 odorato. Noia\u00bb.<\/p>\n<p><cite><em>Goffredo Fofi, Spettacolo, cultura, merce nel cinema hollywoodiano contemporaneo<\/em><\/cite><\/p><\/blockquote>\n<p>Lee Isaac Chung deve aver letto l\u2019invettiva di Fofi e, per dispetto, pensato a\u00a0<em>Minari<\/em>\u00a0(altro film protagonista degli Oscar 2021) per fargli avvelenare il sangue, ma se la descrizione del critico si avvicina pi\u00f9 al film del coreano che a quello di Chloe Zhao, l\u2019impressione \u00e8 che sia solo questione di tempistiche: l\u2019approccio indie di Minari \u00e8 roba vecchia di quasi trent\u2019anni, mentre\u00a0<em>Nomadland\u00a0<\/em>\u00e8 l\u2019apice di una tendenza emersa forse pi\u00f9 recentemente, che si guarda bene tanto dal denunciare le \u201cstorture varie\u201d quanto da spingere troppo su un tono che possa identificare il film in termini di genere o di tematizzazione.\u00a0<strong>Siamo allora dalle parti di una moda della non-trama che si rif\u00e0 a una certa tradizione europea, incentrata spesso sul mondo interiore e il pessimismo dei suoi protagonisti \u2013 e fin qui nulla di nuovo e nulla di male \u2013 senza per\u00f2 averne la profondit\u00e0 di pensiero o le velleit\u00e0 di messa in scena, esattamente come accadeva nel film precedente della regista,\u00a0<em>The Rider<\/em>\u00a0(2017).<\/strong>\u00a0N\u00e9 cinema di\u00a0<em>message<\/em>, n\u00e9 cinema di\u00a0<em>escape<\/em>, insomma, piuttosto bozzetti di narrazione azzerata, riempiti di chiacchiere e pianoforti melensi, ed ecco tornare quella \u201cletteratura stantia\u201d citata da Fofi, qui spesso mescolata a quel senso di presa diretta per cui nessuna scena inizia, si sviluppa e si chiude mai realmente.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-141135\" src=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/v2\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/Lo-stesso-approccio-informativo-legato-alla-presa-diretta-e-agli-attori-non-professionisti-era-alla-base-di-The-Rider-tranche-de-vie-di-un-ragazzo-del-South-Dakota..jpg\" alt=\"\" \/><figcaption><em>Lo stesso approccio informativo, legato alla presa diretta e agli attori non professionisti era alla base di The Rider, tranche de vie di un ragazzo del South Dakota<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Che manchi il messaggio, a dire il vero, parrebbe quasi un bene, almeno a giudicare da quei pochi significati impliciti reperibili: la protagonista, come detto, vaga di lavoretto in lavoretto col suo van ribattezzato \u201cAvanguardia\u201d (e cos\u00ec fare la fame assume tutto un altro fascino) senza mai un cenno, anche sgangherato o fuori fuoco, alle condizioni di lavoro alle quali \u00e8 costretta o ai motivi che l\u2019hanno portata al nomadismo, relegati a didascalia sui titoli di testa. Ma l\u2019assenza pi\u00f9 pesante \u00e8 forse quella tensione verso il riscatto che in genere segna il racconto sulla povert\u00e0, con\u00a0<em>Parasite<\/em>\u00a0che in tema di Oscar poteva fare scuola, tanto in termini di forma (il discorso sullo spazio simbolico alto vs basso) quanto sul piano del contenuto. Va a finire, invece, che da Amazon, lei e i suoi colleghi, ci lavorano piuttosto volentieri, e che la scelta del secchio in cui espletare i propri bisogni fisiologici diventa spunto per una gag successiva con tanto di effetto comico sonoro.\u00a0<a href=\"https:\/\/www.filmidee.it\/2020\/09\/venezia-77-nomadland\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">La povert\u00e0 \u00e8 quindi condizione data, come ha scritto Grosoli nel suo commento, piovuta dal cielo o emersa da sottoterra come la prima guerra nella percezione dei soldati al fronte<\/a>, dunque tanto vale farsela piacere e godersi altri tramonti, altre festicciole e altri incontri fugaci, resi poetici nelle intenzioni della regista dalle facce truci dei vecchi sdentati o dai banjo suonati da certi giovani nei parcheggi deserti. All\u2019appello degli ingredienti ruffiani non manca certo la questione della malattia \u2013 peraltro, vai a sapere il motivo, sempre affrontata con distacco e disincanto \u2013 presente nel passato della protagonista (ha perso il marito) e nel presente della sua nuova migliore amica, che gi\u00e0 ipotizza l\u2019eutanasia con la freddezza di chi parla dei malanni altrui.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-141136\" src=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/v2\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/Frances-McDorman-%C3%A8-anche-prosuttrice-del-film-tratto-da-un-libro-di-Jessica-Bruder.jpg\" alt=\"\" \/><figcaption><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Frances McDormand \u00e8 anche produttrice del film, che \u00e8 tratto dal un libro di Jessica Bruder.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>N\u00e9 messaggio, n\u00e9 intrattenimento \u2013 sia mai \u2013 n\u00e9 ricerca stilistica, come si diceva.\u00a0<strong>Nel cinema delle pezze al sedere, infatti, la manipolazione testuale pare vietata, cos\u00ec la macchina a mano diventa l\u2019unico strumento utile a ribadire il senso di improvvisazione e di mimetismo in tono col contenuto, long take alternati in questo caso a qualche campo lungo al quale lo spazio si presta particolarmente bene.<\/strong>\u00a0Nulla di nuovo, se non che la costante presenza di Frances McDormand sembri troppo spesso uno strumento per ribadire che la verbosit\u00e0 di certi momenti sia comunque da ricondurre a un film di finzione e non a delle interviste col controcampo del reporter. \u00c8 lei stessa a sottolineare al\u00a0<em>Corriere della sera<\/em>\u00a0l\u2019importanza del lavoro mimetico svolto prima e durante le riprese, al limite tra fiction e factual televisivo:<\/p>\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abA un certo punto sono andata a cercare lavoro, ho riempito il modulo, consegnato e nessuno mi ha riconosciuto. Abbiano capito che il gioco funzionava. Nei panni di Fern ho lavorato in un centro Amazon, a raccogliere barbabietole, in un bar, in un parco nazionale. Nella maggior parte dei casi nessuno mi notava [\u2026] ho cercato di raccontare la loro storia, non la mia [\u2026] Un fenomeno americano che sta diventando gigantesco. Frutto della disparit\u00e0 tra chi ha e chi non ha, peggiorato dal lockdown. Ma anche frutto di un bisogno di libert\u00e0 e comunit\u00e0. Di gente che crede ancora nel sogno americano. Che non si misura solo in termini economici\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<p>Capito? Va bene la disparit\u00e0 economica, ma sotto sotto vivere in un van a sessant\u2019anni \u00e8 anche il \u201cfrutto di un bisogno di libert\u00e0\u201d messo in scena in due ore di stasi, pedinamento e micro eventi autoconclusivi. Alla luce del\u00a0<em>The Rider<\/em>\u00a0gi\u00e0 evocato, allora, si direbbe che il cinema di Zhao voglia estremizzare il filone rurale e minimalista in stile Debra Granik o Kelly Reichardt, riducendo all\u2019osso una narrazione gi\u00e0 piuttosto scarna e privandola di qualsiasi conflitto tra personaggi e ambiente, sempre presente invece nei lavori delle due ottime colleghe. Cosa resta di cinematografico, quindi? Il nulla con l\u2019Oscar intorno, e con la regista gi\u00e0 alla guida di un cinecomic Marvel incentrato su degli antichi alieni che vivono sulla Terra in segreto da migliaia di anni. Il golpe \u00e8 quindi compiuto, il cinema finto straccione al potere, due ore e quaranta di supereroi e alieni crucciati ma non troppo, depressi quanto basta, poveri ma liberi. Sar\u00e0 un successo.<\/p>\n<p>Fermi tutti. Minuto ottanta circa di\u00a0<em>Nomadland<\/em>, un segno di vita: il pianoforte melenso interrotto dal rumore della portiera del van che si chiude. Quando si dice l\u2019originalit\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/cinema\/nomadland-oscar\/\">https:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/controcultura\/cinema\/nomadland-oscar\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Alessandro Fiesoli) &nbsp; Come da copione, agli Oscar trionfa \u201cNomadland\u201d, cio\u00e8 il cinema delle pezze al sedere. 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