{"id":65671,"date":"2021-06-21T11:00:15","date_gmt":"2021-06-21T09:00:15","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=65671"},"modified":"2021-06-19T11:18:27","modified_gmt":"2021-06-19T09:18:27","slug":"lintelligenza-artificiale-e-la-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=65671","title":{"rendered":"L&#8217;intelligenza artificiale e la storia"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Gazzetta Filosifica (Maurizio Chatel)<\/strong><\/p>\n<p><em>Questo non \u00e8 un articolo sulla storia dell\u2019intelligenza artificiale, o meglio: dell\u2019idea che sia possibile qualcosa come un\u2019intelligenza artificiale. Piuttosto, \u00e8 una riflessione sul fatto se sia davvero possibile indagare su un problema tanto vasto facendo a meno di ogni forma di coscienza storica.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" id=\"cc-m-imagesubtitle-image-11898449477\" class=\"\" src=\"https:\/\/image.jimcdn.com\/app\/cms\/image\/transf\/dimension=775x10000:format=jpg\/path\/se92683c1190d29b1\/image\/i90684a9008b22dea\/version\/1623937326\/image.jpg\" alt=\"\" data-src-width=\"1920\" data-src-height=\"1200\" data-src=\"https:\/\/image.jimcdn.com\/app\/cms\/image\/transf\/dimension=775x10000:format=jpg\/path\/se92683c1190d29b1\/image\/i90684a9008b22dea\/version\/1623937326\/image.jpg\" data-image-id=\"7675848977\" \/><\/p>\n<div id=\"cc-m-11898440577\" class=\"j-module n j-text \">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Esiste un filone di filosofia, noto come <strong>filosofia della mente<\/strong>, quasi del tutto trascurato in Italia e in gran parte d\u2019Europa, che gode al contrario di uno straordinario sviluppo nei paesi di cultura anglosassone, in particolare Stati Uniti e Australia, tanto che sarebbe un\u2019impresa davvero ardua anche solo tentare di fornire una bibliografia esauriente sullo stato delle ricerche e del dibattito in quei Paesi. Le ragioni di questa spaccatura sono, ovviamente, storiche, e riguardano il passato conflittuale tra razionalismo ed empirismo, tra cultura europea \u201ccontinentale\u201d e tradizione inglese anticartesiana e antimetafisica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La filosofia della mente getta a sua volta radici molto profonde nella filosofia analitica, che \u00e8 la versione neopositivista della filosofia del linguaggio sorta con Aristotele e prolungatasi ininterrottamente nel pensiero occidentale. Empirismo e neopositivismo, o neoempirismo, sono dunque l\u2019alveo ideale e originale nel quale \u00e8 maturata la ricerca contemporanea sulla natura del linguaggio e della mente, tra le cui finalit\u00e0 vi \u00e8 lo sviluppo delle \u201cmacchine pensanti\u201d o intelligenti e della robotica. Sarebbe interessante conoscere, per concludere questo sinteticissimo inquadramento storico, le ragioni per cui i filosofi continentali \u2013 grosso modo da Kant in poi \u2013 hanno abbandonato questo campo di ricerca nelle mani di una schiera di autodefinentesi \u201cfilosofi della scienza\u201d tutti di cultura angloamericana, ma \u00e8 impresa troppo lunga per gli scopi di questo scritto. Mi preme invece entrare nel cuore del problema, ovvero <strong>la dichiarata e insistita rinuncia a ogni forma di contestualizzazione storica<\/strong> che caratterizza gli studi delle due discipline uroboriche della filosofia del linguaggio e della mente.<\/p>\n<p>A volte questa linea di principio \u00e8 esplicitata con chiarezza:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00ab\u00a0Il libro non ha alcuna pretesa storica, ed \u00e8 anzi quasi del tutto astorico. Le diverse questioni sono dibattute da un punto di vista contemporaneo, senza preoccuparsi degli antecedenti filosofici pi\u00f9 o meno lontani di una certa posizione\u00a0\u00bb\u00a0(A. Paternoster,\u00a0<em>Introduzione alla filosofia della mente<\/em>, 2014).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Altre volte \u00e8 data per scontata,\u00a0per esempio\u00a0negli scritti del primo Rorty come\u00a0<em>Verit\u00e0 e progresso<\/em>, o avanzata con plateale immodestia nel classico popperiano\u00a0<em>La societ\u00e0 aperta e i suoi nemici<\/em>, in cui Platone entra nel novero dei fautori del totalitarismo, a prescindere da ogni interpretazione storica del pensiero platonico e del concetto di totalitarismo (cos\u00ec ben definito invece da Hannah Arendt).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quanto mi riguarda, dunque, la domanda \u00e8 questa:\u00a0si pu\u00f2 \u201cconoscere\u201d qualsiasi cosa (non dico solo la mente, con i suoi abissali interrogativi) rinunciando al filo del discorso che nel corso del tempo si \u00e8 dipanato attorno a un problema?\u00a0La conoscenza non ha radici se non nel presente? Ci\u00f2 che \u00e8 stato detto, da duemila a duecento anni fa, pu\u00f2 essere appiattito al livello di una qualunque revisione tra pari (<em>peer review<\/em>), senza distinzioni sulla provenienza di un concetto e sulle intenzioni di chi lo enuncia (che \u00e8 quello che avviene regolarmente nei saggi di filosofia analitica)?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per entrare nel vivo della questione, vorrei riportare un altro passo tratto dal saggio di Paternoster sopra citato, che ho scelto in base al fatto che \u00e8 il pi\u00f9 recente e sintetico tra gli studi italiani in materia:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00ab Descartes pensava infatti che nel mondo ci fossero due tipi fondamentali di enti o, in un linguaggio pi\u00f9 classico, di sostanze: la\u00a0<em>res cogitans<\/em>, la sostanza pensante, e la\u00a0<em>res extensa<\/em>, i corpi materiali. Le menti sono altro dal corpo e da esso indipendenti; potrebbero esistere in assenza del corpo. Quest\u2019ultima tesi appare oggi inverosimile alla grande maggioranza degli studiosi principalmente perch\u00e9 mal si accorda con alcuni capisaldi dell\u2019immagine scientifica del mondo. \u00bb<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A parte il riferimento a Cartesio, gi\u00e0 di per s\u00e9 significativo, mi soffermer\u00f2 in particolare su tre parole chiave: \u201cinverosimile\u201d, \u201cstudiosi\u201d e \u201ccapisaldi\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In molti studi di filosofia della mente si parla della metafisica cartesiana come della teoria da confutare, come sintesi massima di un dualismo mente-corpo che il materialismo scientifico dei nostri tempi non pu\u00f2 pi\u00f9 accettare. Nessun cultore di filosofia della mente pu\u00f2 oggi fare propria l\u2019ipotesi che la mente sia un \u201coggetto\u201d, che abbia cio\u00e8 una propria realt\u00e0 indipendente dal sostrato biologico del sistema nervoso. Ma al di l\u00e0 della considerazione che difficilmente si trova anche un solo filosofo \u201ccontinentale\u201d contemporaneo che abbia il coraggio di esprimere una teoria cos\u00ec marcatamente dualistica,\u00a0le ragioni culturali profonde di quella metafisica, legate al contesto storico e al filo del discorso che si era sviluppato da Platone fino al Seicento, non vengono minimamente prese in considerazione, come se i quattrocento anni che ci separano da Cartesio fossero irrilevanti. Al contrario, la metafisica cartesiana viene definita inverosimile, e cio\u00e8 priva di qualunque attinenza con la realt\u00e0, facendo cos\u00ec, per giustizia distributiva, di tutta la storia del pensiero filosofico qualcosa di altrettanto inverosimile, che in ultima istanza significa \u201cdi nessun significato\u201d. Quali sono le conseguenze di un simile atteggiamento?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Secondo la scuola neoempirista o analitica,\u00a0se non si parla di fatti non si parla di niente. Qualunque argomento che trascenda la realt\u00e0 empirica ripetibile sperimentalmente costituisce, per i filosofi della mente, un non-problema, un oggetto degno tutt\u2019al pi\u00f9 di interessanti conversazioni tra amici o di buoni libri di letteratura e nient\u2019altro.\u00a0Questa posizione epistemica ha tutto l\u2019aspetto, dai tempi di Carnap ad oggi, di una scelta, di una decisione programmatica (non voglio dire ideologica) che non ha nulla a che vedere con il libero sviluppo del pensiero, n\u00e9 con la complessit\u00e0 del reale\u00a0\u2013 qualunque cosa questo termine indichi \u2013 e soprattutto del linguaggio, che \u00e8 l\u2019oggetto cardine della teoria analitica. \u00c8 una imposizione di metodo che limita la realt\u00e0 a ci\u00f2 che decide la scienza, senza ben specificare tuttavia che cosa sia concretamente questa scienza. La conclusione che se ne trae \u00e8 stringente: non c\u2019\u00e8 significato senza riferimento, senza cio\u00e8 un oggetto specifico a cui siano attribuibili precise qualit\u00e0 verificabili. E cos\u00ec, per un filosofo analitico, \u201cacqua\u201d significa \u201cliquido incolore, inodore, insapore, dissetante\u201d; \u201cmente\u201d non significa niente, perch\u00e9 \u00e8 senza riferimento. Con l\u2019evidente contraddizione per cui la ricerca si volge verso un oggetto che non esiste, di cui non si pu\u00f2 parlare, o meglio, di cui la scienza non possiede un chiaro riferimento oggettivo.\u00a0Un vicolo cieco.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"cc-m-11898439677\" class=\"j-module n j-imageSubtitle \">\n<div class=\"cc-clear\">Veniamo ora al secondo punto: chi sono gli <b>&#8220;studiosi&#8221;<\/b>\u00a0di cui parla Paternoster? Il termine \u00e8 vago e, nel linguaggio corrente, esso indica una classe piuttosto indistinta di persone dedite allo \u201cstudio\u201d, da quello scientifico a quello filologico o teologico. Che <strong>\u00abla grande maggioranza degli studiosi\u00bb<\/strong>\u00a0giudichi\u00a0<strong>\u00abinverosimili\u00bb<\/strong>\u00a0i contenuti della storia del pensiero pu\u00f2 essere un\u2019affermazione facilmente confutabile, e certamente \u00e8 falso affermare che tale maggioranza sia vincolata all\u2019\u00a0<strong>\u00abimmagine scientifica del mondo\u00bb<\/strong>. Senza entrare nel merito di una questione troppo ingarbugliata per gli stessi addetti ai lavori, preme qui sottolineare come la vaghezza del presupposto \u2013\u00a0<strong>\u00ab<\/strong><strong>la grande maggioranza degli studiosi\u00bb<\/strong>\u00a0\u2013 comprometta irrimediabilmente la valenza scientifica di quanto si pu\u00f2 dedurre da esso. L\u2019origine del problema \u00e8, ancora una volta, nell\u2019autoisolamento in cui si \u00e8 relegata una parte rilevante degli intellettuali occidentali, isolamento che deriva da una tradizione storica che parte dalla fine dei Seicento (se non addirittura dal 1200 e da Ruggero Bacone), da quel dissidio epistemologico e ontologico tra filosofi inglesi ed europei, di cui ho gi\u00e0 detto. \u00c8 bene dunque avere chiara la realt\u00e0 dei fatti: studiare in un\u2019universit\u00e0 inglese o americana o australiana, invece che europea, fa la differenza; appartenere a una tradizione formativa e intellettuale piuttosto che a un\u2019altra \u00e8 massimamente rilevante, e non assumere questa realt\u00e0 come presupposto vincolante circa il valore relativo delle proprie affermazioni assume tutto l\u2019aspetto di una fallacia ideologica pi\u00f9 che scientifica. I \u201cfilosofi\u201d (tali si autodefiniscono) anglosassoni non riconoscono la tradizione europea, i filosofi \u201ccontinentali\u201d si disinteressano dello specialismo accademico di matrice analitica; tutto questo a discapito del valore universale della conoscenza e del pensiero, sia di quella scientifica che umanistica. <strong>Ancora una volta, la mancanza di coscienza storica \u00e8 un difetto, non una virt\u00f9.<\/strong><\/div>\n<\/div>\n<div id=\"cc-m-11898443977\" class=\"j-module n j-text \">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E siamo giunti cos\u00ec ai cosiddetti\u00a0\u00abcapisaldi dell\u2019immagine scientifica del mondo\u00bb. In questo caso la contraddizione \u00e8 pi\u00f9 sottile e sorge dall\u2019intreccio scivoloso tra la storia del pensiero scientifico e la semantica. La domanda che sorge immediata \u00e8: c\u2019\u00e8 una sola scienza (<em>mathesis universalis<\/em>) o pi\u00f9 scienze? La seconda \u00e8: che cosa significa \u201ccapisaldi\u201d? Non pu\u00f2 esservi dubbio sul fatto che il pensiero scientifico sia sorto nella Grecia classica in seguito all\u2019insegnamento di Aristotele e alla sua dottrina dei principi; rifiutare l\u2019approccio storico nel dibattito scientifico significa negare questa natura originaria del nostro operare, e ci riporta alla domanda su cosa sia effettivamente la scienza, se essa discenda da un principio universale di carattere logico-metodologico (deduttivo) o sorga semplicemente dalla prassi contingente di alcuni individui intenti alla soluzione di problemi specifici.\u00a0Qualunque osservazione condotta sugli oggetti naturali, sia questo il cervello o il bosone di Higgs, non pu\u00f2 prescindere dal principio causale (se\u00a0B allora A), a meno di aderire allo scetticismo radicale di David Hume; ma il principio di causa non \u00e8 a sua volta un oggetto osservabile in natura, bens\u00ec un principio d\u2019ordine razionale elaborato all\u2019interno di una dottrina filosofica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il pensiero scientifico ha dunque origine nella storia, e non ha una <em>necessit\u00e0 naturale<\/em> di essere cos\u00ec piuttosto che in altro modo. Esso infatti appartiene alla tradizione Occidentale, e non ne troviamo traccia in quella cinese o in quella africana. Altro discorso \u00e8 quello che concerne la matematica, o meglio le propriet\u00e0 del calcolo numerico, conosciute in tutte le civilt\u00e0 antiche. Ma ancora una volta abbiamo a che fare con un discorso troppo vasto per gli scopi di questo articolo. Da questo ordine di fatti deriva la conseguenza logica che\u00a0i <em>capisaldi<\/em> della scienza hanno una valenza <em>razionale,<\/em> dipendono cio\u00e8 dalla scelta di un metodo e non dalla \u201cnatura in s\u00e9\u201d. Come ben dice la frase di Paternoster, essi sono <strong>immagini<\/strong> del mondo, non <strong>il mondo<\/strong>. Da dove poi abbiano origine queste immagini \u00e8 <strong>il problema,<\/strong> non la soluzione. Se esse abbiano origine dalla costituzione fisica del cervello o da qualche facolt\u00e0 non strettamente materiale, e se, soprattutto, la rappresentazione del mondo corrisponda in modo protocollare\u00a0<em>punctus contra punctum<\/em>\u00a0alla costituzione fisica del cervello, \u00e8 una questione di certo non risolta e non facilmente risolvibile con gli attuali strumenti di osservazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La Storia dunque non \u00e8 un <em>optional<\/em> confinabile in un circolo intellettuale superato dai tempi, ma un orizzonte di senso che ci riguarda in quanto esseri umani, legati nel tempo ad altri esseri umani che hanno posto le condizioni dell\u2019attuale visione del mondo. Le diverse visioni del mondo non nascono come funghi, o per caso, ma gettano le basi in una <em>conversazione<\/em> (Rorty) in cui ci\u00f2 che \u00e8 <em>superato<\/em> non era <em>senza senso<\/em>, ma aveva un suo senso che va esplicitato e di cui \u00e8 giusto <em>rendere conto<\/em>. La metafisica cartesiana aveva un significato, e il fatto che non sia pi\u00f9 ripetibile non significa che, a suo tempo, non abbia contribuito alla costruzione di un mondo. Certamente questo mio ragionamento confina molto da vicino con lo <em>storicismo,<\/em> bestia nera di ogni materialismo, con una differenza: non credo in un \u201cfine\u201d della Storia, in un progresso escatologico della Ragione, ma mi rifaccio a un\u2019idea <em>olistica<\/em> del sapere in cui ogni teoria \u00e8 il nodo di una rete, un punto di arrivo da cui possono derivare diverse possibili conseguenze, la cui scelta dipende dagli scopi che ogni tempo si pone nella ricerca di ci\u00f2 che \u00e8 utile sapere e che meno si presta a ogni possibile contraddizione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le obiezioni sopra elencate aprono, una per una, a campi di speculazione e ricerca vastissimi, che non possono essere \u201cresettati\u201d con una semplice dichiarazione d\u2019intenti, pi\u00f9 simile a un atto di fede che a un ragionamento. La problematica assume un\u2019urgenza evidente se consideriamo il fatto che essa sfocia, anche, nell\u2019ambito delle scelte su come concepire un modello di mente di tipo artificiale, ovvero spostata dal campo biologico dell\u2019umano a quello tecnico delle macchine. La decisione di progettare una forma di intelligenza \u201cnon naturale\u201d che confini la ricerca nei limiti di una visione meccanicistica del mondo, esclude non solo la storia ma la stessa idea di umanit\u00e0, con tutte le infinite problematiche legate ai <em>sentimenti,<\/em> alle <em>emozioni,<\/em> all\u2019<em>immaginazione,<\/em> alle <em>relazioni interpersonali<\/em> che questa comporta.\u00a0Che una macchina non abbia \u201cbisogno\u201d di provare emozioni pu\u00f2 sembrare ovvio, ma non parliamo allora di <strong>intelligenza.<\/strong>\u00a0Troviamo, per favore, un altro termine.<\/p>\n<\/div>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.gazzettafilosofica.net\/2021-1\/giugno\/l-intelligenza-artificiale-e-la-storia\/\">https:\/\/www.gazzettafilosofica.net\/2021-1\/giugno\/l-intelligenza-artificiale-e-la-storia\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gazzetta Filosifica (Maurizio Chatel) Questo non \u00e8 un articolo sulla storia dell\u2019intelligenza artificiale, o meglio: dell\u2019idea che sia possibile qualcosa come un\u2019intelligenza artificiale. 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