{"id":65891,"date":"2021-06-30T11:30:55","date_gmt":"2021-06-30T09:30:55","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=65891"},"modified":"2021-06-28T13:03:31","modified_gmt":"2021-06-28T11:03:31","slug":"andrea-zhok-critica-della-ragione-liberale-iii-i-regimi-di-verita-il-politico-impolitico-travestimenti-liberali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=65891","title":{"rendered":"Andrea Zhok, \u201cCritica della ragione liberale\u201d, III   \u201cI Regimi di Verit\u00e0 \u2013 Il politico-impolitico, travestimenti liberali\u201d"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">di\u00a0<strong>TEMPOFERTILE<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa \u00e8 la terza puntata ed ultima della lettura del libro di Andrea Zhok, \u201c<em>Critica della ragione liberale<\/em>\u201d, uscito per l\u2019editore Meltemi nel 2020.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Nella\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2021\/06\/andrea-zhok-critica-della-ragione.html\">prima parte<\/a>\u00a0\u00e8 stato trattato il processo di costruzione delle invarianti della ragione liberale e dei suoi caratteri tipici per come emergono dal testo in esame,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Nella\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2021\/06\/andrea-zhok-critica-della-ragione_20.html\">seconda parte<\/a>\u00a0\u00e8 stato ricostruita la lettura che il libro compie dei \u201c<em>Regimi di ragione<\/em>\u201d che scaturiscono dalla struttura liberale e neoliberale di pensiero e pratica, quindi della ragione postmodernista,<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0In questa terza parte, i \u201cRegimi di verit\u00e0\u201d della ragione liberale verranno mostrati nelle loro applicazioni politiche, ovvero nella particolare forma di politico impolitico che \u00e8 generato dalla ferrea logica liberale (tanto pi\u00f9 forte quando non si vede e ci si pensa avversari).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In sostanza dalla ricostruzione del liberalesimo nel libro, e riportata nella prima parte, emergono, secondo quanto propone l\u2019autore, due prescrizioni e due idealizzazioni.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>La prima prescrizione<\/em>\u00a0scaturisce dall&#8217;idea di libert\u00e0 negativa, essenzialmente interpretata come richiesta di non interferenza.\u00a0<em>La seconda<\/em>\u00a0\u00e8 l&#8217;individualismo assiologico, ovvero una concezione per cui il valore si manifesta essenzialmente nell&#8217;acquisizione di desideri individuali. \u201cNon interferenza\u201d e \u201cdesiderio individuale\u201d come valore sono, quindi, le due prescrizioni definenti la \u201c<em>Ragione liberale<\/em>\u201d. In loro presenza si sa di essere al cospetto di una versione, delle tante, del liberalesimo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Queste prescrizioni reggono e sono (normalmente tacitamente) giustificate dall\u2019esistenza di due idealizzazioni (assunzione di un\u2019idea, o un modello, come universale).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>La prima idealizzazione<\/em>\u00a0\u00e8 l&#8217;assunto ideale dell&#8217;esistenza dei diritti naturali, che uniscono la normativit\u00e0 del diritto positivo con l&#8217;autoevidenza di un fondamento presente gi\u00e0 in natura.\u00a0<em>Infine<\/em>, troviamo l&#8217;assunto ideale per cui la libera interpretazione di individui, che si muovono sulla base delle prescrizioni prima e seconda, \u00e8 sufficiente a generare sempre esiti positivi. In altre parole, la seconda idealizzazione \u00e8 il paradigma della mano invisibile.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Se si richiede la ragione per la quale le due prescrizioni devono essere tenute per valide, si incontrano sempre versioni delle due idealizzazioni, in una delle varie forme in cui si presentano.<\/p>\n<table style=\"font-weight: 400\">\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Pippo Rizzo, &#8220;Treno notturno in corsa&#8221;, 1926<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Le prime due definiscono uno spazio assiologico specifico e le seconde hanno un carattere idealizzante teologico, ovvero introducono visioni specifiche del funzionamento dei rapporti intersoggettivi. Il quadro concettuale liberale, bisogna sottolineare, non emerge come frutto di una riflessione organica, ma prende forma come collazione di argomenti di solidit\u00e0 dubbia, ma efficaci sul piano della tensione politica e coerenti con lo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti sociali, nonch\u00e9 istituzionali e politici. Essenzialmente si afferma, in altre parole, per la sua capacit\u00e0 di abbattere, contestare o criticare un regime gi\u00e0 esistente, quindi\u00a0<em>per il suo carattere negativo<\/em>. Infatti, rifarsi a un \u2018diritto di natura\u2019, nelle condizioni storiche del tempo (XVI-XVII secolo), permette di delegittimare e di indebolire la sovranit\u00e0 regale, creando un set di giustificazioni opportunamente separate dalla tradizione. Un insieme di ragioni il cui basso contenuto veritativo e la scarsa fondazione delle premesse emerge solo ogni qual volta diventa concreto, mentre \u00e8 efficacissimo e potente come arma polemica. \u00c8 solo il successo finale, in ogni ambito della vita, della \u201c<em>Ragione liberale<\/em>\u201d che ne determina e rende visibili le disfunzioni. Tutte queste incrinature di cui parla il libro sono presenti sin dall\u2019inizio, ma iniziano a manifestarsi solo a partire dalla seconda met\u00e0 del diciannovesimo secolo fino alla Prima guerra mondiale. Quindi si manifestano pienamente solo nel mondo contemporaneo. Naturalmente si tratta di linee di tendenza lunghe e variamente denunciate, nella letteratura sociologica, ad esempio, gi\u00e0 la sociologia classica (da Weber<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>\u00a0a Durkheim e Mauss<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>) denuncia l\u2019erosione della coesione sociale, nello stesso momento in cui si afferma la fredda \u201crazionalit\u00e0 allo scopo\u201d. Nello stesso contesto del welfarismo imperante assistiamo all\u2019emergere poi, da una parte, di quella che Onofrio Romano, in un bel libro chiama \u201cuna sensazione di soffocamento e disseccamento nella clausura dorata dello Stato del benessere [che] attanaglia il corpo sociale. [e] Questo nodo costituisce il comune terreno di critica su cui si trovano i neoliberali e i radicali di sinistra\u201d<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>, dall\u2019altra si assiste agli esiti sistemici di un processo di erosione egemonica e incrudimento delle dinamiche competitive alla scala del sistema-mondo (o, meglio, delle interazioni tra il sistema-mondo occidentale, quello orientale socialista e gli emergenti<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>) che confluiscono in quello che James O\u2019Connor, in un influente libro, chiam\u00f2 \u201c<em>La crisi fiscale dello Stato<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>. La drammatica crisi antropologica, segnale di quella che si ripresenter\u00e0 dopo la parentesi anestetizzante degli anni novanta (un intermezzo nel quale sembr\u00f2 che la crisi egemonica, al contempo economica e strategica, dell\u2019occidente fosse superata a vantaggio delle sue \u00e9lite e classi medie), fu diagnosticata tempestivamente da autori come Christopher Lasch<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>, Cornelius Castoridias<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>, Daniel Bell, Ronald Inghehart<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>, Antonhy Giddens<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>, se pure con colori e direzioni politiche diverse (negli ultimi due salutando l\u2019era \u201c<em>postmaterialista<\/em>\u201d). Si possono ricordare anche Talscott Parsons, con il suo complesso \u2018struttural-funzionalismo\u2019<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a>\u00a0e Robert Merton, che descrive un funzionalismo senza struttura, o la \u2018teoria dei sistemi\u2019 di Niklas Luhman. Potrebbero essere citati, nella storia delle scienze, anche gli indebolimenti prodotti da Heisenberg, Einstein, e tanti altri. Da questa enorme costellazione di stimoli emerge, con differenze anche significative tra la versione anglosassone e quella continentale, la soluzione neoliberale<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>\u00a0di cui vediamo in questi ultimi anni l\u2019indebolimento<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>.\u00a0Subentra una repentina \u201c<em>crisi da orizzontalismo<\/em>\u201d, analoga a quella mostratasi nel 1929. Il modello ha infatti prodotto, e lasciato accumulare come la cenere sotto un camino, una proliferazione della finanza speculativa ed altamente inefficiente in termini di sistema, una crescita alla lunga insostenibile di ineguaglianze che scavano sotto i bastioni del consenso e producono un\u2019enorme quantit\u00e0 di disattivazione esistenziale e rabbia. Di cui \u00e8 motore ed effetto al tempo l\u2019assottigliamento, sempre pi\u00f9 visibile, della classe media<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Di qui il testo finisce per concentrarsi su alcuni\u00a0<em>centri logici<\/em>\u00a0della costellazione di pensiero e di prassi liberale. Punti nei quali, per componenti crescenti della societ\u00e0, la \u201c<em>frizione<\/em>\u201d tra le promesse di liberazione individuale e scatenamento del desiderio (in uno sperato mondo dell\u2019abbondanza sotto la tutela della \u201c<em>Ragione liberale<\/em>\u201d fattasi ideologia), e la realt\u00e0 della continua crescita delle ineguaglianze pi\u00f9 feroci e dello sfruttamento pi\u00f9 selvaggio si fa sempre pi\u00f9 manifesta. Quel che accade si potrebbe descrivere in questo modo: mentre la societ\u00e0 si fraziona per strati funzionali e geografici tra chi pu\u00f2 accedere alle risorse di capitale, ed ai relativi gradi di interconnessione, e chi resta abbandonato e sconnesso, i connessi \u201c<em>sovraestendono<\/em>\u201d le risorse ideologiche della \u201cRagione liberale\u201d per inibire sul piano culturale, e respingere sul piano politico-organizzativo l\u2019insorgenza potenziale dei marginali. Non \u00e8 un caso che, man mano la crisi morde (alcuni), i toni (di altri) si facciano sempre pi\u00f9 striduli e la danza totemica pi\u00f9 frenetica.\u00a0\u00a0N\u00e9 lo \u00e8 che qualunque \u201cvittima\u201d sia sacralizzata,\u00a0<em>purch\u00e9 non sia economica<\/em>, non sia un abitante delle periferie reali, materiali, e lo sia solo delle periferie mentali e \u201cpost-materiali\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa \u2018sovraestensione\u2019 \u00e8 lo sfondo sulla base del quale Zhok, nel 2020, sente l\u2019urgenza di scrivere questo importante libro. Si tratta della risposta che strati sociali minoritari (ma non trascurabili quantitativamente) che si sentono superiori esprimono verso la sfida esistenziale portata dai \u201cparia\u201d. La superiorit\u00e0 percepita si esplica nella dotazione di \u2018capitale culturale\u2019, \u2018relazioni sociali\u2019, disponibilit\u00e0 di \u2018capitale spaziale\u2019<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>, accesso a \u2018risorse simboliche\u2019 e ad \u2018attivit\u00e0 dinamiche\u2019 che restituiscono prospettive esistenziali (se pure, per molti illusorie) e, non ultimo ma non necessariamente, \u2018capitale economico\u2019 fisso o mobile. Si tratta di una differenza di status non necessariamente di censo. Proprio il rischio che il censo declinante impedisca la conservazione dello status (autopercepito e riconosciuto tra pari) sottende alle danze totemiche pi\u00f9 frenetiche. Naturalmente la sfida \u00e8 portata, a questa \u2018compagnia di danza\u2019, solo dai\u00a0<em>veri<\/em>\u00a0\u201cparia\u201d, non certo dagli oggetti sacrificali (\u2018resi sacri\u2019) scelti da individui \u201cdesideranti\u201d che, interpretando lo spirito del tempo ed in coerenza con questo, fanno leva sui \u201ccapitali\u201d detenuti per sottrarsi a regole e solidariet\u00e0 percepiti come soffocanti. Scelti precisamente per la loro capacit\u00e0 di attivare un rito la cui\u00a0<em>principale<\/em>\u00a0funzione \u00e8 l\u2019autolegittimazione degli officianti.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Possiamo riassumere lo sfondo in questo modo. Le disastrose tensioni introdotte dalla \u201c<em>Ragione liberale<\/em>\u201d e dal suo braccio armato neoliberale nella struttura sociale e nelle personalit\u00e0 socialmente confermate, dopo la \u2018felice\u2019 pausa degli anni Novanta (nei quali permanevano comunque sufficienti strutture welfaristiche e strutture di senso per controbilanciare l\u2019acido dissolutore che le stava intaccando), nel primo decennio del nuovo millennio giungono ad una rottura. Nel secondo decennio, quindi,\u00a0<em>il caos sistemico ha preso il sopravvento<\/em>, le potenze politico-militari e i sistemi d\u2019ordine che lo trattenevano hanno perso influenza. La fragilit\u00e0 finanziaria si \u00e8 resa manifesta, l\u2019assurdit\u00e0 delle regole scritte per tempi diversi \u00e8 emersa fragorosamente, altri centri d\u2019ordine sono emersi. Dentro lo stomaco delle ex ricche societ\u00e0 occidentali il gemito dei troppi esclusi si \u00e8 fatto continuo ed insopportabile, elezione dopo elezione. Il triplice colpo della Brexit, venuto dopo la lezione greca (e quella Irlandese), dell\u2019elezione di Trump, delle tornate \u201cantisistemiche\u201d, ha evocato a questo punto il fantasma del \u201cpopulismo\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ora, dopo due decenni cos\u00ec interessanti, in questo avvio del terzo decennio, apparentemente di pausa e riflusso<em>, si gioca il destino a medio termine del mondo<\/em>. L\u2019ossessione della crescita fondata sulle esportazioni, in un mondo nel quale la cosiddetta mondializzazione ripiega per \u201cgrandi spazi\u201d<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>\u00a0(e la finanza \u00e8 attaccata alla tenda a ossigeno delle Banche Centrali), davanti la sfida strategica della potenza cinese e del network in formazione intorno ad essa (Russia, in primo luogo, poi Iran, Venezuela, Pakistan, Siria, Nepal) non \u00e8 pi\u00f9 credibile e sostenibile\u00a0<em>per tutti<\/em>. Bisogner\u00e0 che qualcuno sia salvato e altri condannati siano essi territori, settori, individui. Tutto sta giungendo al suo limite.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Stava gi\u00e0 accadendo, ma l\u2019intero sistema di tensioni strutturali ha visto cadere il \u2018cigno nero\u2019 della pandemia come un maglio. Il libro cade esattamente un attimo prima di questo\u00a0<em>evento<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Capita cos\u00ec una congiuntura particolare: si divaricano ancora le condizioni che determinano un \u201c<em>momento Polanyi<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>\u00a0sull\u2019occidente, ma, al contempo, rifluisce nettamente il \u201c<em>momento populista<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a>. Nel decennio trascorso questo aveva preso una forma specifica. Si era presentato come chiusura nazionalistica, ricerca di purezza identitaria (se non etnica), una sorta di ostentato plebeismo, vitalismo, protezionismo. Ma non bisogna ingannarsi,\u00a0<em>a questo servono libri preziosi come questo<\/em>. In tutte le forme di \u201cpopulismo\u201d (sia \u201cdi destra\u201d, egemonico, sia di \u201csinistra\u201d, poco pi\u00f9 che abbozzato) erano comuni alcune caratteristiche, proprie della lunga fase neoliberale e della sua conseguente disgregazione sociale. Caratteristiche nella quale affondano le radici le ragioni ultime della rivolta. Si trattava, in altre parole, di un adattamento, con fortissimi elementi di continuit\u00e0, allo spirito del tempo neoliberale (ovvero, alla \u201cRagione liberale\u201d che Zhok qui descrive) dal quale molti\u00a0<em>si sentivano traditi<\/em>\u00a0pur senza essere in grado di\u00a0<em>pensare altro<\/em>. Una reazione che si nutriva ambiguamente dello stesso\u00a0<em>veleno<\/em><a name=\"_ftnref8\"><\/a><a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a>\u00a0che genera il \u201cmomento Polanyi\u201d, ovvero della disgregazione e iperindividualismo. Ma se ne nutriva in larga misura inconsapevolmente, quindi senza essere in grado di dosarlo in modo da farlo divenire\u00a0<em>farmaco<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Si \u00e8, dunque, ora in un momento di stallo. Coloro i quali restano profondamente connessi alla \u201cRagione liberale\u201d e, al contempo, sono (o sperano e sentono di essere) ancora connessi alla sua promessa di futuro, rispondono alla sfida \u201c<em>sovraestendendo<\/em>\u201d i suoi concetti per respingere \u201ci barbari\u201d che si erano spinti fino alle porte. Coloro che si sentono scacciati, ma sono altrettanto connessi alla \u201cRagione liberale\u201d (che \u00e8, alla fine, la \u201cRagione\u201d del mondo), rispondono con rabbia, ma senza una vera direzione strategica. Tra la danza rituale e la sostituzione sacrificale dei primi e la cieca rabbia dei secondi si allarga un insuperabile fossato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Il vecchio appare sempre pi\u00f9 morto, ma il nuovo non pu\u00f2 nascere.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Perch\u00e9 si apra la possibilit\u00e0 della nascita bisogna, prima, sgombrare le macerie. A questo serve il libro del quale, ora, finalmente, leggeremo la\u00a0<em>terza parte<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La seconda si era chiusa con la descrizione della cultura postmoderna, la terza si apre con la superficie visibile, in un certo senso, dei \u201cregimi della Ragione liberale\u201d. Sulla base dell\u2019obiettivismo naturalistico e della svolta postmoderna avviene (per ragioni di complessa costituzione, come vedremo) il rifugio nel diritto naturale soggettivo e quindi nella logica \u201crivendicazionista\u201d dei \u201cDiritti Umani\u201d. Di qui procedono spinte alla disgregazione sociale (Zhok parla di \u201cliquefazione\u201d) di cui sono immagine anche apparentemente insospettabili dinamiche rivendicative come il femminismo di seconda (e successive) generazione e la danza frenetica del \u201cpoliticamente corretto\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Diritti Umani<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Alcune tappe simboliche del processo di formazione del costrutto politico e giuridico dei \u201cDiritti Umani\u201d sono: il 1948, cio\u00e8 la\u00a0<em>Dichiarazione universale dei diritti umani;<\/em>\u00a0il 1968, con l\u2019imporsi della piattaforma rivendicativa fondata sulle esigenze di realizzazione dell&#8217;individuo; e l\u201989 o il \u201991, quando il crollo del muro di Berlino e dell&#8217;URSS eliminano il contendente dell\u2019unico egemone rimasto. Nel testo \u00e8 presente un\u2019interessantissima descrizione del tema dei diritti dell&#8217;uomo, passaggio teorico fondamentale che viene promosso nel \u201848 con la Dichiarazione universale dei diritti umani promossa dall\u2019ONU, e per esso dagli Stati Uniti, e che si rif\u00e0, da una parte, alla\u00a0<em>Dichiarazione di indipendenza americana<\/em>\u00a0del 1776, dall\u2019altra alla\u00a0<em>Dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo del cittadino<\/em>\u00a0francese del 1789. C\u2019\u00e8, per\u00f2, una importante differenza tra i due antecedenti. La Dichiarazione americana non \u00e8 una carta dei diritti e il testo \u00e8 dedicato prevalentemente a motivare le ragioni dell&#8217;indipendenza dalla corona britannica, e gli argomenti sui diritti dell&#8217;uomo sono inseriti solo come cappello retorico introduttivo e chiave di una legittimazione che si pretende estranea alla fedelt\u00e0 al re<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a>. Si pu\u00f2 dire che il famoso preambolo per il quale\u00a0<em>tutti gli uomini sono creati uguali<\/em>, cio\u00e8\u00a0<em>dotati di inalienabili diritti<\/em>, tra cui la vita, la libert\u00e0 e il perseguimento della felicit\u00e0, serve, in tutte le Dichiarazioni di questo periodo ad affermare che\u00a0<em>i governi sono istituiti per garantire questi diritti<\/em>, e quindi sia diretta ad affermare che il fondamento della vita sociale non deriva dal re, non deriva dalla tradizione, ma deriva da Dio per come viene interpretato nel testo. Compiendo questo rovesciamento del canone fondativo si esprime con la massima chiarezza, e si pone al centro della scena, una mossa emancipativa di primario valore. Ma i contenuti e fondamenti dei diritti inalienabili, su cui si basa quella mossa, sono ridotti al contempo ai minimi termini; non \u00e8 il caso di ricordare che in tutti gli uomini non erano incluse n\u00e9 le donne n\u00e9, tantomeno, gli schiavi. Del resto, quando dieci anni dopo viene approvata la\u00a0<em>Costituzione americana<\/em>\u00a0non ci sono in essa Dichiarazioni dei diritti. Queste vengono aggiunte ancora dopo nel 1789 e nel \u201891, anche sulla scorta della Rivoluzione francese, in forma di emendamenti alla Costituzione, e in esse si parla di diritti civili interni alla nazione americana.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Invece la\u00a0<em>Dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo e del cittadino<\/em>\u00a0del 1789 francese ha una caratterizzazione dei diritti dell&#8217;uomo molto particolare. Ci si appella qui a\u00a0<em>diritti naturali inalienabili e sacri dell&#8217;uomo<\/em>, cio\u00e8 ad una dimensione universalistica astorica; per\u00f2, gi\u00e0 dal terzo articolo, la Dichiarazione prende una piega storicamente determinata, eminentemente politica, e la libert\u00e0 individuale viene limitata dalle leggi \u201cespressione della volont\u00e0 generale\u201d, quindi giustificate dal bene della societ\u00e0 verso le quali la resistenza del cittadino \u00e8 giudicata inammissibile. Dunque, il protagonista della Dichiarazione del 1789 \u00e8 la\u00a0<em>legge civile<\/em>, definita dalla Nazione, all&#8217;interno della quale il cittadino trova il suo spazio di libert\u00e0. L&#8217;intera Dichiarazione si rivolge al cittadino.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Centocinquanta anni dopo, la Dichiarazione del 1948 \u00e8 diversa. Per la prima volta l&#8217;idea di un \u201cDiritto naturale\u201d che appartiene individualmente\u00a0<em>a ciascun membro della specie umana<\/em>\u00a0\u00e8 effettivamente articolato. Ci si trova di fronte a un tentativo di creare un corpus di diritti nel senso comune del diritto legale che per\u00f2, diversamente dai codici delle leggi finora conosciute,\u00a0<em>non dipende da alcun organismo politico<\/em>. \u00c8 chiaro che una delle spinte decisive per scrivere questo documento consisteva nel desiderio di trovare un modo per condannare i criminali nazisti che non facesse riferimento alla legge tedesca. Peraltro, atrocit\u00e0 come l&#8217;olocausto non sarebbero risultate legali neppure secondo la legislazione razzista del Terzo Reich, ma di fronte a ci\u00f2 che si presentava come\u00a0<em>male assoluto<\/em>\u00a0e avendo vinto la guerra emergeva con potenza, da entrambe le parti vincitrici, la necessit\u00e0 di trovare\u00a0<em>un punto di vista superiore astorico<\/em>\u00a0che non concedesse alcun terreno di legittimit\u00e0 la legislazione nazista. In questa ottica, storicamente data, l&#8217;idea di\u00a0<em>diritto umano<\/em>\u00a0con i suoi antecedenti storici si sposava perfettamente a questa funzione. Naturalmente a questa esigenza storica si univa la tendenza e la cultura individualista e antitradizionalista americana.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma nelle fasi preparatorie emersero subito notevoli difficolt\u00e0. Nell&#8217;inquadrare dal punto di vista etico e filosofico il testo, ad esempio, l&#8217;<em>Associazione Antropologica Americana<\/em>\u00a0mosse critiche molto severe\u00a0<em>alla possibilit\u00e0 stessa<\/em>\u00a0di concepire qualcosa come una \u2018dottrina universale dei diritti umani\u2019. Gli antropologi osservarono come fosse\u00a0<em>impensabile<\/em>\u00a0considerare come base di partenza dell&#8217;analisi un individuo desocializzato. Ciascun individuo si determina sempre ed inevitabilmente come parte di un gruppo sociale, con una forma di vita sanzionata nei modelli il comportamento. In questa prospettiva una Dichiarazione che pretendesse di applicarsi a tutti i singoli esseri umani, prescindendo dalle appartenenze culturali (e quindi in effetti prescindendo dalle particolarit\u00e0 dello sviluppo della cultura nazista in Germania) rischiava di essere implicitamente imperialista. Come sostenne l&#8217;Associazione \u201ce rischia di diventare un\u2019affermazione di diritti concepiti solo nei termini dei valori prevalenti nei paesi dell\u2019Europa occidentale e dell\u2019America\u201d<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a>. In sostanza si rischiava di ripetere la mossa del \u201cfardello dell&#8217;uomo bianco\u201d che aveva alimentato il colonialismo. Queste ragionevoli considerazioni vennero semplicemente ignorate.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In effetti il progetto non era affatto descrittivo, nessuno pensava che i \u201cdiritti umani\u201d fossero una sostanza data, ma espressamente normativo, tutti la ritenevano un\u2019opportuna norma da porre. Secondo le parole di Ren\u00e9 Casin \u201cpoggiava su un atto di fede in un domani migliore\u201d. \u00c8 ovvio che sul piano logico l&#8217;idea che potesse esistere qualcosa come un \u201cdiritto di natura\u201d \u00e8 un esempio sfacciato di\u00a0<em>fallacia naturalistica<\/em>\u00a0che trasforma una presunta naturalit\u00e0 in norma. In natura noi possiamo trovare fatti, ma i valori implicano delle norme. Non le implicano \u2018naturalmente\u2019 e senza il passaggio della scelta politica e, quindi, della contingenza storica.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Nell&#8217;articolo tre della Dichiarazione troviamo scritto che \u201cogni individuo ha diritto alla vita, alla libert\u00e0 e alla sicurezza della propria persona\u201d. Tutti possiamo leggerla come una considerazione condivisibile: chi potrebbe mai desiderare che gli sia tolta la vita o la libert\u00e0. Chi potrebbe mai desiderare di vivere nell&#8217;insicurezza. Ma da questi valori ragionevoli\u00a0<em>non scaturisce alcuna norma.<\/em>\u00a0Il fatto che un individuo abbia diritto alla libert\u00e0 significherebbe che la sua libert\u00e0 non pu\u00f2 mai essere vincolata. Ma evidentemente esistono leggi, carceri, punizioni per i casi nei quali la libert\u00e0 distrugge il vivere comune e civile. La questione \u00e8, piuttosto, sempre\u00a0<em>quanta<\/em>\u00a0libert\u00e0 e\u00a0<em>sotto quali condizioni<\/em>. La questione \u00e8 quella posta dalla Costituzione francese. Ma se ammettiamo che la libert\u00e0 di cui si tratta \u00e8 quella consentita dal diritto positivo dei vari Stati, allora la Dichiarazione \u00e8 totalmente vuota. Se, viceversa, non facciamo riferimento a nessuna registrazione reale non si sa di che cosa si sta parlando. Peraltro, nella stessa frase \u00e8 dichiarato, oltre al diritto alla libert\u00e0, anche quello alla sicurezza. Dunque, si pone il problema di\u00a0<em>quanta<\/em>\u00a0sicurezza e del conflitto tra la sicurezza di uno e la libert\u00e0 dell\u2019altro (ad esempio, di costringerlo a lavorare, di rendere insicura la sua vita, per es. aumentando la \u201cflessibilit\u00e0\u201d e \u201cprecariet\u00e0\u201d, per ridurne la forza negoziale).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il tema \u00e8 sempre, in altre parole,\u00a0<em>come<\/em>\u00a0limitare la libert\u00e0 o\u00a0<em>quanta<\/em>\u00a0libert\u00e0 pu\u00f2 limitare la sicurezza. Norberto Bobbio osservava che i \u201cdiritti naturali\u201d non sono \u201cdiritti\u201d, ma al massimo \u201cesigenze\u201d che poi devono essere fatte valere negli ordinamenti normativi positivi. La cosa \u00e8 particolarmente evidente appena ci si accosta al gruppo dei \u201cDiritti umani\u201d di contenuto sociale (articoli da 22 a 27), qui la situazione \u00e8 davvero paradossale. Si tratta infatti di \u201cdiritti\u201d inseriti inizialmente sotto la pressione dell&#8217;Unione Sovietica (la quale comunque si astenne dalla votazione finale). Di norma quando si levano gli scudi per denunciare le violazioni dei \u201cDiritti umani\u201d questi sono sistematicamente ignorati, perch\u00e9 sono ininterrottamente violati ovunque dal \u201848 a oggi. Il fatto \u00e8 che per essi ogni individuo ha il \u201cdiritto umano\u201d al lavoro, o alla \u201cprotezione contro la disoccupazione\u201d, o, ancora, ad \u201cuna rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un\u2019esistenza conforme alla dignit\u00e0 umana\u201d (art. 23). Oppure ha diritto a \u201cferie periodiche retribuite\u201d (art. 24). Si tratta evidentemente di un libro dei sogni che conta violazioni innumerevoli anche nei paesi pi\u00f9 benestanti. Anzi che \u00e8 sistematicamente violato, disapplicato e distrutto tanto pi\u00f9 quanto pi\u00f9 il liberalismo e la sua forma pura neoliberale si afferma.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma questi \u201cDiritti\u201d hanno anche un contenuto che Zhok non esita a definire\u00a0<em>traviante<\/em>. In sostanza stabiliscono il principio dell&#8217;esistenza di istanze individuali che possono legittimamente abbattere ogni altra considerazione, cio\u00e8 che agiscono come assi di briscola. Che possono travolgere l\u2019interesse collettivo, ogni sovranit\u00e0 nazionale, e vanno sopra e al di l\u00e0 di ogni consenso. In effetti sono stati espressamente preordinati come arma per andare al di l\u00e0 del consenso nel caso storico dato nazista. Tuttavia, essi riescono ad andare anche\u00a0<em>oltre le forme di consenso democratico<\/em>. Se il discorso pubblico assume come dati, e rielabora non criticamente, la validit\u00e0 dei \u201cdiritti umani\u201d e se i titolari pi\u00f9 autorevoli se ne fanno carico sul piano operativo, la cosa diventa una potentissima arma ideologica. Una cosa che inizia a prendere forma durante la guerra fredda come arma contro un altro consenso (tramite la sistematica denuncia della violazione dei \u201cdiritti umani\u201d da parte degli Stati Uniti a sostegno etico e legittimazione delle proprie iniziative sia contro l&#8217;Unione Sovietica e contro la Repubblica Popolare Cinese ed i loro alleati) e da allora viene usata, senza soluzione di continuit\u00e0, contro chiunque si elevi ad ostacolare il dominio imperiale statunitense.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In effetti, gi\u00e0 l\u2019idea in s\u00e9 dei \u201cdiritti umani\u201d pu\u00f2 essere accusata di individualismo metodologico il quale \u00e8, esso stesso, alla base della microfondazione della teoria economica. I diritti sono immaginati come inerenti all&#8217;individuo naturale, cio\u00e8 a un individuo astratto astorico, aculturale e dunque sono utilizzabili come marcatore e punto di riferimento del giudizio sulle azioni e sulle dinamiche collettive. Il dispositivo dei \u201cdiritti umani\u201d crea, cio\u00e8, un decisivo passaggio teorico in cui richieste individuali che non fanno\u00a0<em>per s\u00e9 stesse<\/em>\u00a0riferimento a\u00a0<em>nessun<\/em>\u00a0organismo sociale dato (o contesto culturale noto) e che finora\u00a0<em>nessuno ha riconosciuto<\/em>\u00a0possono essere poste come\u00a0<em>eticamente fondanti ed esistenti in natura<\/em>\u00a0e restare l\u00ec, in attesa che qualcuno ad un certo punto se ne faccia carico. Magari in appoggio alle sue istanze politico-strategiche.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa visione \u00e8 costituzionalmente irrazionalista, in quanto pone come eticamente fondanti esigenze che, per definizione, non hanno bisogno del criterio epistemico pi\u00f9 fondamentale e sul quale c&#8217;\u00e8 ampio consenso:\u00a0<em>cio\u00e8 l&#8217;accordo intersoggettivo<\/em>. Inoltre, \u00e8 una\u00a0<em>lista aperta<\/em>\u00a0alla quale si pu\u00f2 sempre aggiungere qualcosa. Negli ultimi anni si \u00e8 aggiunto il \u201cdiritto alla pace\u201d, il quale \u00e8 tuttavia sistematicamente violato, ma sempre dal pi\u00f9 forte; il \u201cdiritto alla sessualit\u00e0\u201d; il \u201cdiritto all&#8217;informazione\u201d; il \u201cdiritto all&#8217;acqua\u201d, eccetera. Da ora anche il \u201cdiritto alla scelta del genere\u201d. In sostanza, dice Andrea Zhok, ci\u00f2 che sta succedendo qui \u00e8 che l&#8217;idea di diritto sul piano fondazionale sta diventando\u00a0<em>indistinguibile da un semplice desiderio.<\/em>\u00a0Il dispositivo teorico dei \u201cdiritti umani\u201d, essendo fondato internamente su un invisibile individualismo metodologico, delegittima necessariamente gli ordinamenti sociali come sorgente di diritto e accredita, al loro posto, il desiderio individuale come fonte di diritto.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Questo \u00e8 il passaggio cruciale.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Nel momento in cui\u00a0<em>si fa posto all&#8217;idea che le propensioni o i desideri personali siano fonte primaria di diritto<\/em>\u00a0si crea un particolare sfondo. A questo punto il desiderio personale\u00a0<em>\u00e8 legittimato a imporre obblighi a terzi<\/em>. Naturalmente non il desiderio del singolo individuo, perch\u00e9 ci\u00f2 collasserebbe immediatamente nella guerra di tutti contro tutti hobbesiana; ci\u00f2 che accade \u00e8 che, piuttosto, la forma privilegiata per l&#8217;ottenimento di norme sociali\u00a0<em>diventa la rivendicazione<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Cio\u00e8,\u00a0<em>la forma privilegiata diventa il contenzioso<\/em>, la sfida aggressiva che si appella contro un potere estraneo per avere ragione. Questa metamorfosi della sfera normativa \u00e8 di primissima rilevanza. Come ricorda Zhok, in tutta la storia umana la fonte primaria della normativit\u00e0 sociale \u00e8 sempre stata, al contrario, la\u00a0<em>concordia<\/em>\u00a0pratica; ovvero la capacit\u00e0 di certe aspettative di far funzionare un gruppo sociale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L&#8217;obiettivo implicito\u00a0<em>\u00e8 sempre stato poter creare societ\u00e0<\/em>, dunque la norma \u00e8 sempre stata incarnata in costumi prevalenti, in tradizioni, in regole sia tacite come scritte. A sua volta la legge scritta serviva a discernere i casi dubbi, districare le situazioni ambigue. Determinava, e si determinava, come fonte normativa di assemblee dei magistrati o del sovrano. Nel diritto moderno gli usi e costumi o la normativit\u00e0 sociale viene tacitata e retrocessa sullo sfondo, venendo in primo piano le fonti costituzionali e la creazione corrente di norme positive, in quanto si assume che il diritto scritto abbia gi\u00e0 assorbito nel tempo quella originaria base informale e la includa in una forma particolarmente sorvegliata, precisa e razionalizzata. Ma il funzionamento di ogni regola e di ogni legge presuppone necessariamente la condivisione di abiti collettivi, di usi, di pratiche sociali, che rendono la norma intelligibile. Se si distacca eccessivamente da questi tende a rimanere sulla carta. Secondo quanto sostiene invece Zhok \u201cil \u2018<em>rivendicazionismo<\/em>\u2019 implicito del paradigma dei \u2018diritti umani\u2019 capovolge radicalmente il senso della normativit\u00e0 sociale, pretendendo che i desideri soggettivi si impongano ai costumi consolidati, anzi, appellandosi spesso proprio all\u2019esigenza di opporsi al costume consolidato, che in quanto \u2018tradizionale\u2019 e \u2018collettivo\u2019 porterebbe con s\u00e9 uno stigma, un sospetto di irrazionalit\u00e0 ed oppressione. In quest&#8217;ottica il, \u2018diritto umano\u2019, invece di assumere come il diritto positivo ed ordinare una funzione regolatrice pacificatrice, tende a rappresentare il grido di battaglia di rivendicazioni sempre nuove, cio\u00e8 di richieste che qualcun altro si adegui alle mie esigenze\u201d<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\">[21]<\/a>. Ci\u00f2 accade perch\u00e9 ad ogni diritto di qualcuno corrisponde sempre il dovere di qualcun altro. La crescita di alcuni diritti implica sempre la dislocazione di comportamenti altrui e la limitazione di libert\u00e0 altrui. Ovvero la contribuzione altrui all&#8217;implementazione di un certo diritto.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ne scaturisce una conseguenza paradossale:\u00a0<em>ogni societ\u00e0 infarcita di \u2018diritti soggettivi\u2019 \u00e8 anche una societ\u00e0 con elevatissimi tassi di repressione, coazione e sorveglianza.<\/em>\u00a0Ne deriva una societ\u00e0 disciplinare, dove la possibilit\u00e0 di violare qualche diritto altrui \u00e8 un fantasma ossessivo sempre presente. Inoltre, produce un\u2019illimitata tendenza al contenzioso all&#8217;aggressione di tutti contro tutti. Se, infatti, le ragioni non sono frutto delle mediazioni, ma devono emergere\u00a0<em>contro altri<\/em>\u00a0e il mondo \u00e8 concepito con un\u00a0<em>mondo di estranei,<\/em>\u00a0ci\u00f2 che si afferma \u00e8 sostanzialmente il principio liberale dell&#8217;interazione competitiva. Della sfida per ottenere quanto pi\u00f9 possibile a scapito della controparte. In altre parole, \u201cci\u00f2 che sul mercato e la competizione per il massimo vantaggio economico, sul piano normativo diviene la lotta per rivendicare il massimo riconoscimento dei propri desideri\u201d<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a>. Tutto ci\u00f2 milita per la sacralizzazione delle inclinazioni, opinioni, desideri personali, che esige semplicemente di trovare qualcuno che ti dia ragione e ti attribuisca i mezzi.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Inoltre, e anche qui paradossalmente, il \u201cparadigma rivendicazionista\u201d dei \u201cdiritti umani\u201d, nella generale conflittualit\u00e0 sociale e litigiosit\u00e0 produce depoliticizzazione e forme di intolleranza diffusa perch\u00e9 \u00e8 espressione della vittoria di un desiderio armato, cio\u00e8 organizzato, potentemente finanziato, e\u00a0<em>riapre le porte al diritto del pi\u00f9 forte.<\/em>\u00a0Sia esso la forza di uno studio legale, di uno stato potente, di una lobby organizzata, questa forma di diritto inventata con l&#8217;imporsi del modello dei diritti umani soggettivi \u00e8 una forma fluida contendibile, reinventabile, capace di superare tutte le barriere di consenso pubblico di sovranit\u00e0 nazionale o di legittimazione democratica. Dunque, \u2018l&#8217;individualismo metodologico\u2019, \u2018il rivendicazionismo\u2019 e la manipolabilit\u00e0 che caratterizzano il paradigma dei diritti umani\u00a0<em>non sono errori contingenti<\/em>. Sono espressione, nella cornice intellettuale che sta venendo alla luce, di un\u2019impostazione aliena alla fondazione democratica e parte di una dimensione sovranazionale dove i diritti sono definiti da chi li implementa di fatto. In questo modo\u00a0<em>la libert\u00e0 si traduce in arbitrio<\/em>, ovvero viene esercitata senza appellarsi ad alcuna dimensione razionale normativa e valoriale comune che ne circoscriva e definisca la portata, ma viene letta come \u201cpoter fare quel che si vuole perch\u00e9 lo si vuole\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma in questo modo\u00a0<em>la libert\u00e0 negativa inizia a divorare s\u00e9 stessa<\/em>. Questo processo involutivo mostra delle similitudini anche con fenomeni come il femminismo della \u2018seconda generazione\u2019.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Femminismo<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La problematica femminista nel dopoguerra<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a>\u00a0\u00e8 connessa in modo piuttosto intimo con l&#8217;emergere di questa forma di \u2018rivendicazionismo\u2019 dei diritti. Tuttavia, essa opera non su uno qualsiasi dei molti temi sociali ma\u00a0<em>sul pi\u00f9 fondativo e sul pi\u00f9 radicale<\/em>. Quello da cui \u00e8 sempre dipesa, cio\u00e8, la divisione e il rapporto tra i sessi e dunque la sopravvivenza di ciascuna societ\u00e0. La specie umana \u00e8, infatti, quella in cui la riproduzione e l&#8217;allevamento della prole impegnano di gran lunga il maggiore investimento di tempo e di risorse rispetto a qualunque altra specie. La specie umana si caratterizza per una gravidanza prolungata, per un parto di norma singolo, e per una lunga cura dopo la nascita. In altre parole, per un esteso addestramento sociale. Sono queste componenti strutturali che portano in luce le specificit\u00e0, le potenzialit\u00e0 ed i vantaggi evolutivi che ci caratterizzano rispetto al resto del regno animale. In particolare, le caratteristiche vincenti di adattabilit\u00e0 e ubiquit\u00e0. Ne deriva che la specie umana dispone di una complementarit\u00e0 funzionale davvero molto pronunciata tra i sessi. Una complementarit\u00e0 che si pu\u00f2 ricostruire gi\u00e0 a partire dalle prime \u201csociet\u00e0\u201d note, quella cosiddetta dei \u201ccacciatori raccoglitori\u201d (che poi, in effetti, include la gran parte della storia nota dell&#8217;umanit\u00e0). In queste societ\u00e0, dominanti fino alla soglia dell&#8217;et\u00e0 moderna in gran parte del pianeta, si pu\u00f2 dire che la caccia fosse un&#8217;attivit\u00e0 a trazione maschile, che implicava mobilit\u00e0 sul territorio, mentre le raccolte implicavano meno forza e resistenza ed erano attivit\u00e0 a trazione femminile<a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\">[24]<\/a>. Ci\u00f2 perch\u00e9, come ricorda Zhok, la prole per lungo tempo ha bisogno di sostegno e sorveglianza, cura, e qualcuno deve prestarla. All&#8217;origine di questa divisione, secondo la ricostruzione che ne fa Andrea, ci sono quindi due caratteristiche naturali: la prima \u00e8 il dimorfismo sessuale che caratterizza la specie, per cui nell&#8217;uomo tendenzialmente l&#8217;esemplare maschile a una maggiore massa muscolare; la seconda caratteristica \u00e8 l\u2019asimmetria nella facolt\u00e0 riproduttiva, per cui essendo la specie umana mammifera la gravidanza e l\u2019allattamento sono esclusivamente femminili.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Tuttavia, ci\u00f2\u00a0<em>non implica,\u00a0<\/em>di per s\u00e9,<em>\u00a0gerarchia<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\"><strong>[25]<\/strong><\/a>.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Molto spesso i gruppi di cacciatori raccoglitori manifestano un elevato livello di uguaglianza se si vanno ad analizzare la dignit\u00e0, il potere decisionale, tra i soggetti maschili e soggetti femminili. Piuttosto che \u2018dominio\u2019 si dovrebbe qui parlare di \u2018complementarit\u00e0 funzionale\u2019. Una complementarit\u00e0 che esprime una co-essenzialit\u00e0. Entrambi i sessi producono e sono indispensabili alla sopravvivenza del gruppo. Come si legge in un testo specificamente dedicato al tema, nella sua prima parte, di Emmanuel Todd<a href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\">[26]<\/a>, la situazione \u00e8 altamente differenziata nelle diverse epoche e territori, tuttavia la scena originaria si pu\u00f2 riassumere come struttura familiare nucleare (una coppia e i loro figli e figlie), con sistema parentale bilaterale, matrimonio esogamico, possibilit\u00e0 di divorzio, talvolta forme di poliginia o poliandria, elevato status della donna. Questa organizzazione \u00e8 fluida e poco strutturata, abbastanza indifferente verso le pratiche omosessuali (assoluta in caso di quella femminile), poche fobie.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Quando questa forma sociale, molto gradualmente, viene sostituita dalle societ\u00e0 agricole stanziali ed emergono organizzazioni anche vaste, a partire dall&#8217;et\u00e0 del bronzo, compaiono forme gerarchiche e maggiori differenziazione nelle forme organizzative familiari. Quella distinzione tra \u2018interno\u2019 ed \u2018esterno\u2019, per la quale il femminile aveva competenza sull\u2019interno, quindi sostanzialmente sulla famiglia e sui rapporti intrafamiliari, e il maschile invece si occupava dei rapporti esterni, della caccia della guerra, man mano che si estendono le dimensioni dei gruppi sociali si struttura e si muta in una distinzione \u2018privato\u2019 verso \u2018pubblico\u2019. Anche qui, per lo pi\u00f9, la donna ha il controllo e la competenza nella sfera privata mentre l&#8217;uomo in quella pubblica. Ma la \u2018sfera pubblica\u2019 subisce una notevole estensione. In questa descrizione semplificata per funzione e ruolo sessuale andrebbe inserita una distinzione che si crea (o consolida) in questa forma sociale e che riguarda la forza gerarchica del gruppo familiare in questione nel suo complesso. Per cui ai livelli pi\u00f9 bassi (\u2018subalterni\u2019) si tende al lavoro di tutti, in parte anche all&#8217;esterno, e ai livelli pi\u00f9 alti (\u2018dominanti\u2019, o \u2018aristocratici\u2019) si tende invece a una partizione pi\u00f9 tipica. Osservando la cosa dal punto di vista dei ceti alti che poi \u00e8 quello ovviamente pi\u00f9 noto, per effetto del tramandarsi delle fonti storiche, e al quale implicitamente la ricostruzione di Zhok fa riferimento, nella sfera pubblica nasce il potere. \u00c8 del tutto evidente che questo potere, infatti, non coinvolge gli schiavi e\/o vari \u2018paria\u2019. Si tratta del potere legale, del potere politico, creato nel luogo in cui vengono fatte e modificate le leggi scritte, in cui si consolidano le istituzioni, che via via si fa sempre pi\u00f9 complesso ed esteso e che essenzialmente \u00e8 definito nell&#8217;ambito extrafamiliare che, a questo punto, si configura essenzialmente come sfera di competenza maschile (maschile e nobiliare).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questo \u00e8 l\u2019ambito di cui abbiamo ufficialmente storia, appunto l\u2019ambito del quale la storia scritta nella sfera pubblica ci riconduce notizia. E noi abbiamo notizia scritta sempre di figure maschili che si stagliano con nettissima prevalenza rispetto alle figure femminili proprio a partire da questa arcaica divisione del lavoro. Abbiamo, naturalmente, anche notizia sempre di figure maschili dominanti (con qualche significativa eccezione nelle societ\u00e0 pi\u00f9 \u201cfemministe\u201d, come, ad esempio, l\u2019antico Egitto, o l\u2019et\u00e0 ellenistica nella quale si afferma una relativa equivalenza tra uomini e donne<a href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\">[27]<\/a>). Intendere questa asimmetria dei ruoli nel potere pubblico, nelle classi dominanti in particolare, come \u201coppressione\u201d delle donne nelle medesime classi \u00e8 un evidente anacronismo storico. In quanto proietta il nostro moderno, e contemporaneo, senso di giustizia, strettamente legato alle idee di parit\u00e0 e di uguaglianza nella versione che ci viene tramandata dalla tradizione liberale, su un passato semplificato e idealizzato. Idealizzato perch\u00e9, ad esempio, trascura che i rapporti gerarchici \u201cpatrilineari\u201d non sono uniformemente presenti nel mondo antico, e non lo sono stati sempre. Ad esempio, Sahra Pomeroy ricorda<a href=\"#_ftn28\" name=\"_ftnref28\">[28]<\/a>\u00a0che durante l\u2019et\u00e0 ellenistica la situazione delle donne migliora sensibilmente, e l\u2019educazione delle ragazze inizia ad essere di interesse per le famiglie. Nell\u2019Egitto dei Tolomei, partendo da una tradizione molto pi\u00f9 paritaria, la cosa \u00e8 ancora pi\u00f9 pronunciata. Ma anche nel mondo romano, nel quale, pur in un contesto patrilineare e fortemente militarista, in epoca tardo repubblicano e imperiale la situazione migliora, fino ad arrivare alla piena parit\u00e0 legale nel diritto ereditario con il codice Giustiniano (533 d.c.). Comunque sia, pur con significative eccezioni, l\u2019insieme del mondo antico \u00e8 dominato da assetti \u2018patrilineari\u2019 (di tipo \u201cstipite\u201d o \u201ccomunitari\u201d<a href=\"#_ftn29\" name=\"_ftnref29\">[29]<\/a>), come evoluzione da una forma arcaica meno strutturata. Anche nei casi pi\u00f9 gerarchici e lontani dalla nostra sensibilit\u00e0 bisogna ricordare che il nostro ideale di eguaglianza e libert\u00e0 \u00e8 estraneo alla stragrande maggioranza della storia umana fino ai tempi recentissimi. Piuttosto, la nozione antica di giustizia \u00e8 espressa dalla formula latina \u201c<em>unicuique suum tribuere<\/em>\u201d (attribuire a ciascuno ci\u00f2 che gli spetta). E ci\u00f2 che nel mondo antico e nelle societ\u00e0 tradizionali spettava a ciascuno era precisamente la sua appropriata posizione e il suo compito in una societ\u00e0 che con gli occhi contemporanei, ovvero con i miei propri occhi e con gli occhi del professore Zhok, \u00e8 permeata di relazioni gerarchiche da capo a fondo. Relazioni gerarchiche costituenti la stessa personalit\u00e0 dei membri.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Prima del diciottesimo secolo ovunque nel mondo la posizione di ciascun individuo era, infatti, sempre definita in relazione all&#8217;armonia sociale complessiva ed alla sua relazione di subordinazione rispetto a qualcun altro. Ogni individuo era inserito in un ordine, il quale faceva riferimento ad altri ordini. In questi modelli di societ\u00e0 e nelle personalit\u00e0 che in essi erano nati e si erano formati, definire un comportamento \u201cgiusto\u201d significava \u2018stare nel posto\u2019 rappresentato da una rete di doveri di obbedienza e reciproci doveri di cura. Nella nostra sensibilit\u00e0 contemporanea questa idea \u00e8 altamente repulsiva; l&#8217;idea di dipendere dalla benevolenza di un superiore \u00e8 un affronto alla nostra originaria dignit\u00e0. Ma nella storia umana questa \u00e8 stata la condizione normale di tutti, non specificamente delle donne. Questa caratteristica che noi leggiamo come \u201cpaternalismo\u201d \u00e8 la nota caratterizzante tutte le etiche tradizionali a noi giunte perch\u00e9 informate da un modello di societ\u00e0 a ci\u00f2 ordinato. In una delle civilt\u00e0 di cui abbiamo pi\u00f9 documentazione, quella romana, per gran parte della sua storia esiste una chiara ed espressa condizione di subordinazione legale della donna rispetto al padre e al marito, ma, al contempo, abbiamo ampia testimonianza anche dell\u2019influenza e della capacit\u00e0 o di farsi valere delle donne. Ovvero, l\u2019inferiorit\u00e0 dello status pubblico non corrispondeva automaticamente a \u2018oppressione\u2019 e \u2018sfruttamento\u2019, e, comunque, non impediva forme compatibili con il quadro dato di \u201crealizzazione personale\u201d. Il punto \u00e8 che questa realizzazione non ha la forma del \u2018trionfo individuale\u2019, piuttosto ha quella della \u2018buona rappresentazione di ci\u00f2 che compete al ruolo\u2019. In questo sistema di concetti e valori \u2018una vita ben spesa\u2019 \u00e8 una vita nella quale \u2018tutto \u00e8 compiuto secondo il proprio posto\u2019. \u2018Diritti\u2019 e \u2018doveri\u2019 si bilanciavano secondo il principio di una sorta di \u201cbenevola complementarit\u00e0\u201d. Difficile, quindi, a priori (e soprattutto senza proiettare i nostri valori) dire quale fosse la posizione \u2018pi\u00f9 comoda\u2019, se rispondere ai propri doveri di gravidanza e cura o a quelli del lavoro e della guerra. Doveri di lavoro che nelle classi inferiori erano estesi evidentemente a tutti e due i sessi (ma non quelli della guerra).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Quello che cambia avviene\u00a0<em>nella rivoluzione industriale<\/em>\u00a0e qui nasce anche il \u2018primo femminismo\u2019. Il suo inizio simbolico viene fatto risalire alla pubblicazione nel 1792 del libro di Marie Wollstonecraft. In effetti anche sul piano strettamente funzionale a partire dalla met\u00e0 del diciottesimo secolo fino al diciannovesimo secolo diventa via via piuttosto evidente l\u2019insostenibilit\u00e0 del vecchio modello sociale. Nel 1851 il censimento britannico dimostra che il 30% delle donne tra i 30 e 40 anni sono nubili, cosa che avrebbe comportato normalmente un alto rischio di mancanza dei mezzi di sussistenza. Tuttavia ci\u00f2 dipendeva dal fatto che molte donne, soprattutto nelle classi popolari (anzi nelle esclusivamente classi popolari), erano, in effetti, impiegate nel lavoro e quindi a partire dalla met\u00e0 del secolo, su pressione di un movimento molto forte e crescente (al quale parteciparono sia donne che uomini tra le classi alte, si pensi al ruolo di Harriet Taylor e del suo secondo marito il filosofo John Stuart Mill) si mise mano, gradualmente, ad una radicale modifica della posizione sociale della donna in direzione di una parificazione dei diritti formali con l&#8217;uomo. Un processo che implicava l&#8217;accesso a tutti i livelli educativi e la parit\u00e0 legale in tutte le forme il diritto di propriet\u00e0, ma poi, successivamente, anche il diritto di voto e di piena partecipazione politica. Una lotta grandiosa che occuper\u00e0 il tempo dal 1906 al 1971 (l&#8217;ultimo paese a dare diritto di voto appena partecipazione politica alle donne fu la Svizzera).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">A cavallo tra la fine degli anni 60 e l&#8217;inizio degli anni 70, per\u00f2, anche il femminismo subisce una metamorfosi radicale. Nel \u201868 un articolo del\u00a0<em>New York Times<\/em>\u00a0usa per la prima volta la distinzione tra un \u2018femminismo della prima ondata\u2019, con cui nomina il femminismo tradizionale emancipativo e per il suffragio che aveva avuto evidente successo nei 150 anni precedenti, e un femminismo \u2018della seconda ondata\u2019. Questa nuova forma di femminismo nasce nell&#8217;atmosfera culturale rappresentata dal \u201868 e sulla base degli esiti delle lotte del femminismo della \u2018prima ondata\u2019 nei paesi occidentali e nella parte abbiente della popolazione occidentale. Qui l&#8217;idea di una parit\u00e0 completa tra uomo e donna si era ormai affermata, dunque le nuove generazioni avevano metabolizzato l&#8217;idea di uguaglianza tra i sessi e le leggi e costituzioni le assorbivano. Tra gli anni \u201850 e gli anni \u201860 questo processo si scontra con ritardi ed arretramenti, ovvero con scorie e normali inerzie. Ci sono aree pi\u00f9 arretrate e ci sono generazioni pi\u00f9 anziane, ci sono luoghi dove l&#8217;ordinamento tradizionale dei rapporti continua a opporre una resistenza al cambiamento, ci sono, anche legalmente, elementi di trattamento asimmetrico residuali da emendare (per esempio, in Italia l&#8217;abolizione dell\u2019attenuante per il diritto d&#8217;onore si trasciner\u00e0 fino al 1981). Inoltre, \u00e8 proprio della concorrenza e dell&#8217;aver posto come ordinatore fondamentale della societ\u00e0 all&#8217;economico che ogni fattore di debolezza dell\u2019offerente forza lavoro sul mercato venga sfruttato per abbassarne il valore (e quindi la remunerazione).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Dunque, si aprono subito\u00a0<em>due possibilit\u00e0 strutturali<\/em>, coerenti con il capitalismo e il suo orientamento all&#8217;accumulazione di valore astratto, per risolvere la asimmetria biologica determinata dall&#8217;impegno di cura caricato in particolare, o in modo asimmetrico, sulle donne: o queste rinunciano alla procreazione, e si riducono a fornitrici di forza lavoro esattamente analoga a quella maschile (e, quindi, dal punto di vista del capitalismo hanno pari valore); oppure la loro parziale indisponibilit\u00e0 ne determina necessariamente una riduzione del valore. Concretamente solo un intervento di tipo statale, che sia esterno e prescinda dalle logiche competitive del mercato, pu\u00f2 risolvere questo problema senza costringere a una rinuncia delle funzioni di cura.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Nella versione radicale della cultura del \u201968, di cui si \u00e8 fatto cenno nella seconda parte di questa lettura, questi rapporti di complementarit\u00e0 funzionale tra uomo e donna vengono interpretati per\u00f2 come alias del modello del rapporto capitalistico tra \u2018sfruttati\u2019 e \u2018sfruttatori\u2019, peraltro proiettando un canone storico e contemporaneo sull&#8217;intera storia dell&#8217;umanit\u00e0. Tutto il rapporto tra uomo e donna nell\u2019intera storia della specie umana viene concepito e raccontato, anche a fini polemici, come il pi\u00f9 antico sistema di sfruttamento \u2018di classe\u2019 (con notevole abuso di concetto). Uno sfruttamento fondato sulla divisione sessuale del lavoro che pu\u00f2 essere superato soltanto superando questa divisione. Viene proposta una lettura della storia in cui il \u2018potere maschile\u2019 sarebbe stato costantemente esercitato utilizzando strumentalmente istituzioni come il \u2018matrimonio\u2019, l\u2019allevamento dei figli o le pratiche sessuali. Questo sistema di sfruttamento viene considerato analogo, in alcuni casi sinonimo, del \u2018capitalismo\u2019 e godrebbe ancora di grande seguito perch\u00e9 gli sfruttati non avrebbero preso conoscenza della propria condizione e vi collaborerebbe, sia pure inconsapevolmente. Dunque, il \u2018femminismo della seconda ondata\u2019 predilige una militanza politica oppositiva, ma anche persuasiva, e, in alcuni casi, tende al separatismo. Esso diverge in maniera fortissima dal femminismo classico e dalle sue istanze di uguaglianza e diritti. La \u2018seconda ondata\u2019 mira, piuttosto, a un rovesciamento del potere; addirittura, ad un rovesciamento rivendicativo che sani tutte le ingiustizie del passato. Cio\u00e8 il secondo femminismo \u00e8 mosso da un ideale rivendicativo che non punta a costruire una nuova unit\u00e0 ed un nuovo equilibrio, ma punta al riconoscimento di quella che viene definita come una irriducibile \u2018differenza\u2019. \u00c8 un atto di sfida nei confronti del sesso maschile che \u00e8 identificato ora come nemico. Naturalmente questo processo nasce dentro lo spirito antigerarchico e antiautoritario del tempo e si sintonizza spontaneamente, con la nuova atmosfera neoliberale che si va imponendo, la quale \u00e8 tutta rivolta a cancellare ogni traccia di egalitarismo e ogni senso di unit\u00e0 sociale. Uno dei punti di attacco \u00e8 la nozione di \u201c<em>patriarcato<\/em>\u201d per il quale, strettamente parlando, si intende che la gestione del potere pubblico avviene per linea maschile (cosa che non implica automaticamente oppressione della parte femminile). Ma nel 1970 Kate Millett<a href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\">[30]<\/a>\u00a0individua una nuova e diversa nozione di patriarcato: in esso la subordinazione femminile nella sfera del potere pubblico \u00e8 vista automaticamente, e senza bisogno di giustificazione o dimostrazione argomentativa, come espressione di un sistema di oppressione e sfruttamento delle donne da parte degli uomini. Ovvero senza porlo come tema o argomentarlo l&#8217;interpretazione presuppone le condizioni del mondo contemporaneo e le sue categorie mentali e culturali specifiche come sovrastoriche, e le utilizza per interpretare e comprendere un sistema sociale diverso (peraltro proiettando all&#8217;indietro anche i sistemi moderni di sfruttamento capitalistico). Seppure la Millett riconoscesse i progressi avvenuti sul piano legale istituzionale dal \u2018femminismo la prima ondata\u2019 lamentava la mancanza dei risultati sul piano della coscienza, degli abiti mentali. Anche questo elemento \u00e8 perfettamente coerente con lo spirito del tempo e la svolta culturalista. In questa nuova accezione essenzialmente il \u2018<em>patriarcato<\/em>\u2019 non indica necessariamente una dimensione \u2018<em>strutturale<\/em>\u2019, quanto una dimensione \u2018culturale\u2019, \u2018ideologica\u2019, inerente alla struttura psichica, la quale doveva essere abbattuta per portare la \u201crivoluzione sessuale\u201d a compimento. Siamo, cio\u00e8, in perfetta continuit\u00e0 con lo sforzo postmodernista. Anche il femminismo abbandona da allora la dimensione dell&#8217;analisi strutturale socioeconomica e si concentra sul tentativo di ottenere un rivolgimento essenzialmente culturale. Uno spostamento ricco di conseguenze perch\u00e9 concorda con la tendenza soggettivistica del periodo che non disturba pi\u00f9 gli assetti che nel frattempo si stavano trasformando in direzione neoliberale<a href=\"#_ftn31\" name=\"_ftnref31\">[31]<\/a>, non toccando i processi economici, e si concentra piuttosto sul fattore di opinione; ma anche perch\u00e9 sposta la percezione dei rapporti di potere come fattore di natura morale. Lo sfruttamento diventa espressione di una mentalit\u00e0 maschile e moralmente deformata, da qui emerge l&#8217;idea che la violenza dell&#8217;uomo sulla donna \u00e8 una forma costitutiva essenziale del \u2018patriarcato\u2019. Da questa struttura logica si avvia quel movimento di sensibilizzazione al tema della violenza sulle donne (che naturalmente ha tanti meriti per\u00f2 finisce per promuovere anche una visione unilaterale a tratti paranoica del rapporto tra i sessi).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La sottovalutazione dei rapporti strutturali, rispetto a quelli culturali, porta con s\u00e9 anche una apparentemente paradossale conseguenza, in realt\u00e0 espressione specifica della posizione di classe dei denuncianti o meglio delle denuncianti: creare una cornice sistematicamente accusatoria da parte della cosiddetta \u2018classe femminile\u2019, sfruttata, verso la \u2018classe maschile\u2019, sfruttatrice, che oscura quella che \u00e8 da sempre, in tutta la storia dell&#8217;umanit\u00e0 storicamente nota (ovvero dall&#8217;epoca stanziale in poi) la principale subordinazione (se pure non sempre vissuta come tale). Le subordinazioni per ceto e quelle per censo sono, infatti, sempre state quelle dominanti, le principali, pi\u00f9 evidenti e pi\u00f9 determinanti nella vita concreta delle persone che hanno attraversato la storia di questo pianeta. Tutti gli uomini e tutte le donne di ceto e di censo superiore hanno sempre esercitato, entrambi, un potere su tutte le donne e su tutti gli uomini di ceto o di censo inferiore (insieme ad obblighi e responsabilit\u00e0\u00a0<em>il cui tradimento,<\/em>\u00a0a ben vedere, provocava sempre rivolte). E\u00a0<em>questa<\/em>\u00a0gerarchia di potere \u00e8 stata l\u2019elemento biograficamente dominante della vita di miliardi di persone. Questo \u00e8 l\u2019enorme fenomeno che viene semplicemente oscurato e diventa trascurabile dalla scelta della divisione fondamentale \u2018politica\u2019 (ovvero tra l\u2019amico ed il nemico) secondo l&#8217;asse maschile\/femminile per il quale una principessa sarebbe per s\u00e9 stessa oppressa da uno stalliere. E compare in questa costellazione di concetti e valori l\u2019idea di dover correggere un torto storico, come se le donne contemporanee fossero eredi dirette di\u00a0<em>tutte<\/em>\u00a0le donne sfruttate della storia (mentre, evidentemente e se mai, ogni donna vivente \u00e8 erede\u00a0<em>sia<\/em>\u00a0degli sfruttatori e\u00a0<em>sia<\/em>\u00a0delle sfruttate volendo definire gli uni e gli altri secondo il sesso, avendo sempre sia madri come padri). Ma pi\u00f9 specificatamente, ogni donna contemporanea \u00e8, pi\u00f9 plausibilmente, erede di una storia di sfruttamento o di dominazione che deriva dal censo della sua famiglia. Ci sono eredi degli sfruttatori ed eredi degli sfruttati.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Peraltro, in alcune versioni del pensiero femminista della \u2018seconda ondata\u2019 lo stesso amore romantico \u00e8 stato visto come un \u2018inganno ideologico\u2019, un imbroglio. Alcuni esiti sono stati, coerentemente, verso il separatismo e la scelta \u201cpolitica\u201d dell\u2019omosessualit\u00e0. Anche questa \u00e8 una conseguenza logica, seppure rigida, dell&#8217;individuazione come nemico dell&#8217;intero sesso maschile. Come ricorda Jessa Crispin<a href=\"#_ftn32\" name=\"_ftnref32\">[32]<\/a>, il femminismo \u00e8 (o rischia di essere) un \u201cprocesso mentale narcisistico autoriferito\u201d, che classifica le proprie azioni come eroiche, una forma di esclusione di discorso particolarmente potente e subdola (solo i pari possono accedere ad esso), \u201cun mastino che si finge un micetto con una goccia di latte sul naso\u201d (il che, detto tra parentesi, \u00e8, in effetti, molto femminile). Si \u00e8 trattato, e si tratta, anche di un\u2019impresa di piccole \u00e9lite che spingono per l\u2019affermazione di una politica identitaria, generata con il medesimo meccanismo psicologico della formazione di tutti i gruppi umani in fusione \u2013 l\u2019identificazione di un nemico che concentri su di s\u00e9 \u201cil male\u201d, in modo da poter essere \u201cil bene\u201d -.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Sempre la Crispin ricorda quel che sopra abbiamo riportato, ma giova leggerlo anche da lei:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cle donne hanno sempre lavorato. Molte sono sempre state costrette a farlo. Le nubili, le vedove, le indigenti, le svantaggiate hanno sempre lavorato. Quando le femministe hanno deciso di combattere per il diritto al lavoro, ci\u00f2 che intendevano era il diritto di diventare medici, avvocati e via dicendo. Le donne hanno sempre pulito gabinetti e pavimenti, sono sempre state pagate per toccare corpi altrui come infermiere, badanti e lavoratrici del sesso.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">N\u00e9 le donne combattevano per svolgere i lavori dei poveracci: in fabbrica, in miniera, nei mattatoi. Fin dall\u2019inizio, il presupposto era che il lavoro fosse una cosa buona, gratificante, che noi ci stavamo perdendo. Non qualcosa che distrugge corpo ed anima, che ti uccide da giovane o ti spinge a desiderare che lo faccia\u201d<a href=\"#_ftn33\" name=\"_ftnref33\">[33]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In una versione pi\u00f9 recente si pu\u00f2 registrare la dissociazione tra sesso e genere, che non significa soltanto che il primo termine indica i tratti biologici mentre il secondo quelli psicologici, ovviamente non necessariamente pienamente coincidenti, quanto la tendenza a identificare il secondo essenzialmente come pura entit\u00e0 culturale. In intima connessione con l&#8217;idea che il dominio \u2018patriarcale\u2019 sia un&#8217;ideologia di sfruttamento emerge a questo punto l&#8217;idea per cui lo stesso genere sarebbe un costrutto culturale, imposto su una base biologica tutto sommato malleabile, il cui scopo \u00e8 di definire i generi \u2018maschili\u2019 e \u2018femminili\u2019, rispettivamente, come il gruppo \u2018che comanda\u2019 e quello \u2018che obbedisce\u2019. Nel momento in cui io concepisco\u00a0<em>il genere<\/em>\u00a0come un costrutto culturale e lo collego con questa narrazione semplificata (e falsa) emerge, come conseguenza politicamente logica, l&#8217;idea che sia possibile decostruire e ricostruire altrimenti i generi, per accedere a un&#8217;agenda politica diversa. Detto altrimenti, se si ammette che la distinzione polare tra \u2018maschile\u2019 e \u2018femminile\u2019 \u00e8 esito di uno sfruttamento storico, e ancora pienamente operativo, \u00e8 abbastanza ragionevole immaginare che se lo decostruisco, o lo cancello, allora questo sfruttamento ne viene annullato. Viene messo, quindi, sotto accusa il \u2018binarismo sessuale\u2019 e quindi anche, sulla scorta delle letture di Derrida o di Lacan, la tendenza delle categorie linguistiche di costruirsi per opposizioni binarie. Anche qui si tratta, come ovvio, di un\u2019applicazione del post-modernismo filosofico che fa uso di alcune tesi psicanalitiche e fa riferimento soprattutto a un\u2019autrice importante e radicale come Judith Butler<a href=\"#_ftn34\" name=\"_ftnref34\">[34]<\/a>. In effetti per la Butler il \u2018genere\u2019 non \u00e8 un nome ma un \u2018performativo\u2019 cio\u00e8 un&#8217;espressione che fa essere il proprio significato. Ne consegue che il \u2018corpo\u2019 dotato di \u2018genere\u2019 \u00e8 una sorta di fabbricazione, una performance, ed \u00e8 \u2018prodotto\u2019 attraverso gesti ed atti a loro volta condizionati dal prevalente discorso pubblico. Per cui la \u2018femminilit\u00e0\u2019 e la \u2018mascolinit\u00e0\u2019 sono\u00a0<em>travestimenti<\/em>\u00a0del carattere performativo del genere, artificialmente plasmato dal dominio maschilista e dall\u2019eterosessualit\u00e0 obbligatoria. Queste sono le ragioni per cui punto di caduta di una discussione che sopprima i condizionamenti storici e quelli culturali sull&#8217;intera divisione di genere, per Butler, \u00e8 la dissoluzione di ogni opposizione, la fluidificazione del genere teorizzato dalla queer Theory. Saremmo, in un certo senso, all&#8217;apogeo della \u201cRagione liberale\u201d. Viene sostituita ogni identit\u00e0 ed ogni normalit\u00e0, come ogni naturalit\u00e0 con un appello all&#8217;arbitrio soggettivo di\u00a0<em>essere qualunque cosa si voglia<\/em>\u00a0e di\u00a0<em>rivendicare questa possibilit\u00e0 come diritto<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Secondo il punto di vista che si difende nel libro non si predilige ovviamente un obbligatorio necessario binarismo sessuale o una sessualit\u00e0 obbligatoria. Ovviamente chiunque \u00e8 libero di fare le sue scelte in questo campo, purch\u00e9 si comprenda che la complementarit\u00e0 biologica tra i sessi, e quella psicologica tra i generi maschili e femminili, con tutte le articolazioni e divisioni possibili e con tutti gli stati intermedi, non pu\u00f2 essere trattata come una distinzione sociologica accanto a mille altre. Una complementarit\u00e0 \u00e8 necessaria, oltre che essere fondante ed essere preliminare per la riproduzione fisica ma anche e soprattutto sociale della specie, cio\u00e8 per la procreazione per l&#8217;accudimento per l&#8217;esistenza di un ordinamento familiare e per la relativa educazione. Zhok sostiene, in sostanza, che ci vuole cautela per toccare questo punto, perch\u00e9 potrebbe provocare squilibri relazionali e reazioni violente. Non \u00e8 un ambito in cui sia appropriato un atteggiamento militante, bens\u00ec un atteggiamento di equilibrato approfondimento, che consenta di comprendere e giustificare naturalmente l&#8217;esistenza di casi che non rientrano nel canale binario. Sviluppare tolleranza, accettazione, e normalizzare la diversit\u00e0. Tutte cose in linea con le versioni del femminismo della \u2018prima onda\u2019, ma problematiche nell\u2019atteggiamento rivendicativo sorto nella \u2018seconda onda\u2019. Se si prova, facendo uso di un atteggiamento forte, a spiegare a tutti coloro i quali si collocano nel quadro binario tradizionale che sono in errore, o addirittura colpevoli. Ovvero, che stanno supportando inconsapevolmente un&#8217;ideologia oppressiva e che dovrebbero educare i propri figli in modo diverso. In quanto l\u2019educazione derivante da una millenaria ed ubiqua tradizione sarebbe solo lo sfortunato esito di condizionamenti psicologici passati, eccetera, ci\u00f2 porterebbe al livello di conflittualit\u00e0 che il professore Zhok giudica essere elevatissimo e rovinoso. Ci\u00f2 anche considerando che \u201cnaturalmente armonizzare i rapporti tra i sessi e un&#8217;operazione utile e necessaria, di per s\u00e9 una operazione complessa a causa di tutte le tendenze centrifughe individualistiche competitive che sono proprie del liberalismo affermato, tuttavia si tratta di un\u2019attivit\u00e0 doverosa ed eticamente raccomandabile\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Politiche delle identit\u00e0<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Queste tendenze si inseriscono nel pi\u00f9 generale quadro che ha preso il nome di \u201c<em>politiche delle identit\u00e0<\/em>\u201d. Questa \u00e8 un&#8217;espressione complicata e in base alla quale i gruppi sociali che si sentono oppressi non cercano pi\u00f9 di ottenere riconoscimento come uguali, cio\u00e8 come parte della comune umanit\u00e0, ma sulla base del fatto che sono speciali. Da una prospettiva egalitaria e comunitaria si passa ad una prospettiva rivendicativa e competitiva. Questo spostamento coincide con la rivoluzione liberale. Anche questo fenomeno avviene dentro uno spostamento strutturale che \u00e8 a monte, cio\u00e8 quello della progressiva perdita di credito a partire dai primi anni \u201870 della lezione marxiana e socialista, o comunista, che comporta una riduzione delle analisi attente alla dimensione strutturale o collettiva dei fenomeni. Tutta la prospettiva su cui muovevano le lotte sociali precedenti era, infatti, quella della costruzione di una \u2018societ\u00e0 nuova\u2019, cio\u00e8 di una \u2018comunit\u00e0 nuova\u2019 o di una \u2018nazione nuova\u2019 ovvero la costruzione di\u00a0<em>nuove identit\u00e0 collettive<\/em>. Tutta questa prospettiva \u00e8 interamente ed integralmente scomparsa dall&#8217;orizzonte in concomitanza con la svolta neoliberale e con essa \u00e8 scomparsa sia la tradizione culturale letteraria e sia la rete dei concetti. Al suo posto \u00e8 emersa una sfera di identit\u00e0 alternative affiancate le une alle altre, libere da scegliere individualmente come un prodotto su uno scaffale al supermercato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">In linea generale, invece, le identit\u00e0 fondate e capaci di riprodursi socialmente, estendendosi da una generazione all&#8217;altra, hanno una ricchezza di contenuto interno che viene coltivata ed elaborata e quindi trasmessa. Si tratta di culture che sono amate da coloro i quali vi partecipano e conciliano in s\u00e9 una pluralit\u00e0 di differenze ed inclinazioni. Le identit\u00e0 che si costruiscono, invece, sulla scorta di un gesto inaugurale di negazione, quindi di aggressione e separazione, sono costruite a partire dal concetto di nemico. Sono qualcosa che assomiglia strutturalmente al processo di costruzione del \u201cnazionalismo\u201d, nel quale l\u2019identit\u00e0 collettiva \u2018nazione\u2019 \u00e8 generata\u00a0<em>per negazione<\/em>\u00a0di un&#8217;altra nazione: dove, cio\u00e8, non \u00e8 pi\u00f9 in questione tanto la coltivazione del proprio interno, della propria cultura, della propria societ\u00e0 o delle proprie tradizioni, ma diventa centrale la negazione del proprio \u2018esterno\u2019. Per esempio, il disprezzo nei confronti degli altri paesi, che conferisce identit\u00e0 nel senso di\u00a0<em>non essere quell&#8217;altro<\/em>. Potremmo ricordare il tentativo di formare l\u2019identit\u00e0 italiana attraverso l&#8217;ostilit\u00e0 verso la \u2018perfida albione\u2019, ovvero le democrazie occidentali, che fa parte della nostra storia. Il punto \u00e8 che l&#8217;identit\u00e0 e l\u2019unit\u00e0 politica si formano attraverso la negazione del nemico. I soggetti che vi appartengono non sanno e non gli interessa sapere se c&#8217;\u00e8 molto, o poco, che li unisce internamente nel lungo periodo, ma trovano un\u2019identit\u00e0 nel momento in cui identificano un nemico comune. Nel farlo si sentono simili e vicini. Tipicamente questa tipologia identitaria emerge sul piano psicologico nella forma di una rivendicazione pubblica di \u201corgoglio\u201d. L&#8217;orgoglio, e la risposta psicologica simmetrica \u2018l&#8217;umiliazione\u2019, e questo genere di politiche d&#8217;identit\u00e0, si costruiscono come risposte ad azioni ovvero a uno stigma percepito. In questo senso \u00e8 chiaramente una dinamica comprensibile, ma contiene in s\u00e9 il problema di non essere in grado di istituire un\u2019identit\u00e0\u00a0<em>veramente<\/em>\u00a0collettiva. Porta in essere \u2018comunit\u00e0\u2019 che hanno soltanto forma rivendicativa, come desiderio di conquistare tutte le garanzie e diritti speciali riservati. Le stesse sono immediatamente indisponibili ad altri compiti (come la lotta per l\u2019emancipazione economica generale) in quanto nel porli il confine \u2018amico\/nemico\u2019 che le costituisce si dissolverebbe e potrebbero scoprire di essere attraversate al loro interno dai nuovi confini.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Questo \u00e8 un punto decisivo<\/em>: lo spostamento dell\u2019agenda politica, tra l\u2019era socialdemocratica (o \u2018socialista\u2019) e quella neoliberale, ha fatto cambiare radicalmente natura al \u201cpolitico\u201d. Creando quello che ho provato a nominare come \u201cpolitico-impolitico\u201d. Nel senso che questo \u2018politico\u2019 si costruisce moltiplicando le frontiere oppositive sulla base di presunte \u201cidentit\u00e0 oppresse\u201d sistematicamente scelte in modo da non porre in questione l\u2019indisponibile assetto generale della societ\u00e0 (colpito dal \u201cTina\u201d neoliberale, o da quello che Mark Fisher chiamava \u201crealismo capitalista\u201d<a href=\"#_ftn35\" name=\"_ftnref35\">[35]<\/a>), ma dissolverla attraverso l\u2019identificazione come \u2018nemici\u2019 per lo pi\u00f9 degli umiliati ed oppressi\u00a0<em>reali<\/em>. Se si guarda da quest\u2019angolo la natura \u2018di classe\u2019 (ovvero lo status e il ceto dal quale sono identificate queste \u2018fratture\u2019 da politicizzare) risulta chiaro. Come risulta chiara la sua natura \u2018impolitica\u2019. Allo scopo di porre in questione l\u2019assetto generale della societ\u00e0 (i modi di distribuzione, la creazione di ricchezza, la ripartizione del potere effettivo, etc.) questo \u201cpolitico\u201d relativo alle \u2018identit\u00e0\u2019 \u00e8 strutturalmente indisponibile. Anzi \u00e8 neutralizzante. Lungi dai sogni di assemblaggio delle \u201clotte\u201d, per farlo non bisogna porre le questioni. Non appena si ponessero queste si dissolverebbero<a href=\"#_ftn36\" name=\"_ftnref36\">[36]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Le lotte identitarie avviano, quindi, processi di frazionamento sociale potenzialmente illimitati, esposti nel discorso pubblico dalla sfera materiale a quella simbolica. Questo processo di frazionamento \u00e8 visibile gi\u00e0 all&#8217;interno del \u2018femminismo della seconda ondata\u2019, che inizi\u00f2 subito a frazionarsi secondo ulteriori faglie rivendicative, per cui abbiamo le femministe di colore, quelle privilegiate bianche, quelle separatiste, quelle che spingono per la fluidificazione dei generi e cos\u00ec via. Ma, come appena detto, la cosa pi\u00f9 rilevante \u00e8 che queste dinamiche rendono impossibile impostare una lotta sociale comune per obiettivi strutturali, nel momento in cui moltiplicano le lotte individuali per obiettivi simbolici. In altre parole, ogni tentativo di unire le forze per definire politiche per una societ\u00e0 o per una comunit\u00e0, o una nazione, migliore sono sistematicamente ostacolate da una politica delle identit\u00e0 che si mostra essere in effetti una politica della progressiva disintegrazione di ogni identit\u00e0<a href=\"#_ftn37\" name=\"_ftnref37\">[37]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Politicamente corretto<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il \u2018politicamente corretto\u2019 \u00e8 un&#8217;operazione di organizzazione dei discorsi interna all&#8217;\u00e9lite. Specificatamente \u00e8 un&#8217;operazione di organizzazione egemonica interna per regolare le liti intellettuali. Il suo impatto sociale non \u00e8 proporzionale dal numero delle persone coinvolte. Dal punto di vista popolare le gesticolazioni e le censure del politicamente corretto sono infatti di interesse assolutamente minoritario, restano quasi non viste, tuttavia, le minoranze coinvolte in queste pratiche sono collocate nei punti strategici della creazione dell&#8217;opinione pubblica, cio\u00e8 nei giornali, nelle scuole, nell&#8217;universit\u00e0 e si tratta quindi di minoranze il cui impatto tende a essere significativo. Il senso profondo del \u2018politicamente corretto\u2019 consiste nell&#8217;escludere dal numero del tollerabile (ovvero di ci\u00f2 che si pu\u00f2 dire e possibilmente di ci\u00f2 che si pu\u00f2 pensare) tutto quello che si presenta come potenzialmente offensivo o lesivo di gruppi\u00a0<em>presunti vittimizzati<\/em>. Lo slittamento rilevante qui \u00e8 che nel momento in cui la percezione soggettiva e il desiderio individuale diventano\u00a0<em>essi stessi<\/em>\u00a0sorgenti potenziali di diritto di normazione morale, come \u00e8 stato visto, cio\u00e8 quando si ammette che qualcuno pu\u00f2 imporre limiti all&#8217;espressione altrui sulla\u00a0<em>sola base<\/em>\u00a0del proprio senso soggettivo di cosa sia offensivo o improprio, allora si apre un processo intrinsecamente privo di moderazione ed illimitato. Ad una parte viene attribuito un privilegio unilaterale che prescinde dal bisogno di confrontarsi con la controparte, i cui diritti vengono compressi, e le richieste di rispetto non hanno bisogno di sollevare altro argomento che non sia il proprio disagio personale, il proprio senso soggettivo di vulnerazione e di insulto di fronte a certe espressioni, oppure a certi temi o certi argomenti. Si tratta di un processo, per cos\u00ec dire, di\u00a0<em>sacralizzazione della vittima.<\/em>\u00a0Operazione assolutamente caratteristica del trionfo della \u201cRagione liberale\u201d. Il punto di partenza logico \u00e8 la cornice assiologica liberale, nella quale non esistendo pi\u00f9 valori obiettivi l&#8217;unico valore sui generis \u00e8 il sentimento della libert\u00e0 negativa. Date queste premesse e visto che la libert\u00e0 negativa non ha propri contenuti, l&#8217;unico contenuto positivo su cui si pu\u00f2 convergere \u00e8, infatti, una doppia negazione. L\u2019avversione verso negazioni della libert\u00e0 soggettiva. Ogni negazione della libert\u00e0 soggettiva \u00e8 violenza. E la violenza si esercita su un oggetto passivo che \u00e8 quindi la vittima.\u00a0<em>La vittima<\/em>\u00a0\u00e8 chi ha subito, e quindi proverbialmente \u00e8 \u2018per definizione\u2019 senza colpa. Come sostiene Zhok \u201cnella cornice liberale la tutela delle vittime \u00e8 perci\u00f2 l&#8217;unica cosa rimasta su cui creare un simulacro di unit\u00e0 etica\u201d<a href=\"#_ftn38\" name=\"_ftnref38\">[38]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ma chi sono le vittime? Il punto \u00e8 che\u00a0<em>la vittima \u00e8 una fonte normativa primaria<\/em>, quindi la creazione di un gruppo vittimizzato\u00a0<em>\u00e8 la mossa etica fondante<\/em>. Una volta che qualcuno \u00e8 riuscito accreditarsi nella posizione di vittima acquista automaticamente quella autorit\u00e0 morale che nella societ\u00e0 moderna \u00e8 stata sottratta a tutte le altre voci, che quindi, a questo punto e per definizione, esprimono solo opinioni personali. Il \u2018politicamente corretto\u2019 \u00e8 naturalmente un&#8217;arma asimmetrica, ed essendo essenzialmente di natura morale esercita un impatto in tutte quelle aree sociali nelle quali il discredito assume un ruolo fondamentale. Dove, cio\u00e8, la posizione di potere o di carriera \u00e8 determinata dal credito presso i propri pari ed al ruolo intellettuale rivestito. Perci\u00f2 il \u2018politicamente corretto\u2019 \u00e8 per sua natura un&#8217;arma debole se \u00e8 rivolta verso i ceti popolari o ceti subordinati, i quali vivono in un altro mondo, ma \u00e8 un&#8217;arma potentissima se usata nei contesti sociali apicali, in cui la carriera si fa sulla base del consenso tra i pari.\u00a0<em>Qui violare il conformismo del \u2018politicamente corretto\u2019 pu\u00f2 costare letteralmente l&#8217;intera vita sociale.<\/em>\u00a0Il \u2018politicamente corretto\u2019 esercita, quindi, la funzione di blocco sacro o tab\u00f9 in senso tecnico, ovvero di interdizione sacrale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Tra le altre cose anche l\u2019affermarsi di queste forme di inibizione preventiva a certi discorsi crea uno scollamento tra le forme delle discussioni dell\u2019\u00e9lite e le forme di discussione popolare, dove simili censure hanno scarsa presa. In un regime democratico questo scollamento ha pesanti ripercussioni e crea fratture insanabili nel dibattito pubblico, inoltre l&#8217;articolazione dei gruppi definiti come \u2018vittime\u2019, quindi come socialmente in credito, produce una competizione sociale verso rivendicazioni particolari con esiti naturalmente divisivi senza limiti. A questo proposito \u00e8 molto interessante notare ancora una volta che c&#8217;\u00e8 un solo gruppo che non compare mai, neppure per caso, tra quelli letti come oppressi e bisognosi di tutele speciali e questo gruppo \u00e8 il \u2018proletariato\u2019, in qualunque delle possibili definizioni contemporanee<a href=\"#_ftn39\" name=\"_ftnref39\">[39]<\/a>. La frammentazione di ogni societ\u00e0 in una miriade di istanze rivendicative particolari, che sono per definizione non universalizzabili \u00e8 selezionata cio\u00e8 favorevolmente dal sistema economico, perch\u00e9\u00a0<em>crea un agone competitivo frammentato e depotenzia ogni istituzione politica che guardi alla societ\u00e0 il suo complesso<\/em>. Inoltre, colpisce sistematicamente le idee di normalit\u00e0 e naturalit\u00e0, con tutti i loro corollari, colpisce cio\u00e8 l&#8217;idea di natura umana.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\"><em>Conclusioni<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il senso di questa lunga riflessione non \u00e8 di condannare, in blocco, l\u2019intero sviluppo storico del liberalismo (operazione in s\u00e9 antistorica), ma di prendere le distanze dagli esiti che si generano in occidente\u00a0<em>e in questo secolo<\/em>. L\u2019emergere della \u201cRagione liberale\u201d, a partire dagli impulsi determinati dalle nuove forme culturali, dall\u2019espansione dell\u2019economia monetaria e dalle condizioni della rivoluzione scientifica (e dagli altri fattori della \u201cGrande convergenza\u201d) \u00e8 stata una soluzione adattiva di successo nel nostro occidente. Questo successo non \u00e8 dipeso da una pi\u00f9 organica teorizzazione ma proprio da risposte parziali, qui e l\u00ec necessarie per colmare lo spazio tra un sistema resistente e gli impulsi delle nuove classi emergenti. La tesi fondamentale di Zhok \u00e8 che\u00a0<em>proprio per questo<\/em>\u00a0la \u201cRagione liberale\u201d ha avuto successo. \u201cl\u2019essere un contenitore culturale vago e piuttosto informe l\u2019ha resa permeabile a variazioni in corso d&#8217;opera, a integrazioni pragmatiche e a una certa \u2018ecumenicit\u00e0\u2019 (donde la natura variegata delle istanze che si sono dette \u2018liberali\u2019)\u201d<a href=\"#_ftn40\" name=\"_ftnref40\">[40]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">La conseguenza \u00e8 rilevante:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cIn ultima istanza la ragione liberale ha trovato una chiara identit\u00e0 solo nei suoi tratti negativi, in ci\u00f2 contro cui si schierava (il superamento dell&#8217;Ancien R\u00e9gime), lasciando alla contendibilit\u00e0 futura ulteriori aspetti. E questo carattere che sta alla radice dell\u2019apparente difficolt\u00e0 odierna di \u2018non dirsi liberali\u2019: dopotutto in qualche senso chiunque non sostenga apertamente il ritorno a forme di vita teocratiche, monarchiche oligarchiche a base ereditaria pu\u00f2 essere inserito in qualche modo nella grande famiglia liberale\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Le soluzioni di successo che la Ragione liberale ha, via via, escogitato sono la \u201ctolleranza\u201d, la \u201cteoria del bilanciamento dei poteri\u201d, l\u2019affermazione della \u201cvirt\u00f9 della libera iniziativa economica\u201d, lo \u201cStato di diritto\u201d, il contributo ai moderni stati democratici. Tutte queste soluzioni per Zhok sono consolidate e vanno conservate (se pure in qualche caso temperate e comunque relativizzate).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Tuttavia, al contempo, la Ragione liberale, nel momento in cui ha manifestato quella che definisce una \u201cforza progressiva\u201d, ha anche mostrato dei limiti. Alla met\u00e0 dell&#8217;Ottocento questi limiti sono risultati evidenti e denunciati nel \u201c<em>Manifesto del partito comunista\u201d<\/em>\u00a0da Karl Marx con acutezza che tuttavia confermava, al contempo, la sua fascinazione per quelli che gli apparivano come gli elementi \u2018progressivi\u2019 dominanti nel lungo processo storico che stava descrivendo. I processi di disgregazione sociale e culturale derivanti, e connessi all&#8217;infittirsi delle dinamiche di competizione capitalistica per i nuovi mercati e l&#8217;espansione della fase finanziaria, gi\u00e0 alla fine dell&#8217;Ottocento, per\u00f2, portarono in luce gli elementi disgreganti decisamente distruttivi connessi con quella che si pu\u00f2 chiamare, la \u201c<em>Prima globalizzazione<\/em>\u201d. Con essa il disorientamento individuale, la rabbia sociale che furono deviate verso esiti sciovinisti nazionalisti fino alla guerra mondiale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Il vero problema per l\u2019autore \u00e8 che:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cIl nucleo portante della visione liberale non \u00e8 frutto di alcuna visione etica, filosofica, religiosa, umana, non \u00e8 mossa da un progetto, non da una prospettiva di civilt\u00e0, non da un quadro morale, non da un\u2019intuizione ideale. In esso si ritrova\u00a0<em>la necessit\u00e0 di utilizzare ogni visione utile a liberarsi del vecchio mondo<\/em>, con il peso delle sue tradizioni e dei suoi vincoli, e si ritrova la necessit\u00e0 di gestire un nuovo potere, conferito dalle inedite capacit\u00e0 di manipolazione scientifica e incremento produttivo. Non c&#8217;\u00e8 mai nella ragione liberale alcuna \u2018profondit\u00e0 etica\u2019. E anzi per il liberale gi\u00e0 parlare di qualcosa come una \u2018profondit\u00e0 etica\u2019 appare incongruo e sospetto. C&#8217;\u00e8 l&#8217;esigenza per chi si va a liberando dell&#8217;ingombro del vecchio mondo di trovare coperture giustificative, soluzioni pratiche che\u00a0<em>gli consentono di cavalcare con successo le nuove forze sociali ed economiche si sono liberate<\/em>. \u00c8 perci\u00f2 che il trascolorare dell&#8217;essenza del liberalismo classico nelle categorie dell&#8217;economia neoclassica non presenta alcuna difficolt\u00e0: non c&#8217;era una visione strutturata dell&#8217;uomo, del mondo, del giusto e dello sbagliato da trasporre, ma solo una versione minimalista e pragmatica, traducibile senza resti in una visione che rendeva l&#8217;umano un fantoccio senz&#8217;anima, la storia un non senso, e la societ\u00e0 un&#8217;illusione. La forma di vita liberale, implementata dal sistema di relazioni capitalistiche, ha proceduto ad elevare il mezzo all\u2019altezza del fine, lo strumento in posizione di scopo, il potere al posto del valore. Ci\u00f2 ha condotto una progressiva \u2018liquidazione del mondo\u2019, concependo ogni momento dell&#8217;esistenza come uno snodo, un transito provvisorio verso la conquista di maggior potere, maggior libert\u00e0 d&#8217;agire, maggior capitale. Le identit\u00e0 sociali sono state frammentate indefinitamente e spoliticizzate. Le identit\u00e0 territoriali sono state trafitte e debilitate dai movimenti di capitali e forza lavoro. Le identit\u00e0 personali sono state impoverite e scosse dalla rottura delle relazioni di riconoscimento, dalla mobilit\u00e0 e flessibilit\u00e0, dalla precariet\u00e0 e dall&#8217;insicurezza\u201d<a href=\"#_ftn41\" name=\"_ftnref41\">[41]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L\u2019azione collettiva \u00e8 resa pi\u00f9 ardua dalla rottura delle comunanze e dalla frammentazione dei rapporti materiali, dalla identificazione per moto proprio di sempre pi\u00f9 \u2018identit\u00e0\u2019 in reciproco conflitto.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Poich\u00e9 la Ragione liberale, nella sua essenza, \u00e8\u00a0<em>assenza di limite<\/em>\u00a0e\u00a0<em>di senso<\/em>\u00a0allora sostanzialmente la natura si trasforma in una sorta di grande deposito di mezzi e strumenti, di cose indifferenti, predisposta al calcolo. L&#8217;unica radice di valore resta il singolo individuo, ed essa vale solo per s\u00e9. Una sfera residuale di valore che ha la forma di un&#8217;apparenza soggettiva insindacabile e pu\u00f2 essere espressa solo in atti individuali, quindi nelle scelte di mercato. Ma si tratta di una sfera che non ambisce, e non pu\u00f2 farlo, a costruire alcuna realt\u00e0 condivisa. Il valore viene ridotto a emozione. Questa idea che la societ\u00e0 pu\u00f2 funzionare con la sola adozione di regole formali, mentre tutto il resto viene lasciato la libera scelta individuale \u00e8 palesemente insostenibile, falso empiricamente, sostanzialmente disgregante ed anche logicamente incoerente. Perch\u00e9 dovremmo concordare nel rispetto delle stesse regole formali e sulla base di quale motivazione? Perch\u00e9 le regole formali permettono la pace, il benessere economico? Se fosse cos\u00ec sarebbe l&#8217;adesione ai valori condivisi, quelli che appunto valorizzano pace e benessere economico come valori chiave ed essenziali, a giustificare l&#8217;adozione delle regole. Allora le regole non sarebbero pi\u00f9 ci\u00f2 che dicono di essere (formali), potrebbe essere revocate in favore di regole differenti o di decisioni sostanziali che permettono di restituire in modo migliore quei valori.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Questa forma di isolamento soggettivo caratteristico e coerente con la Ragione liberale si esprime nella sua forma pi\u00f9 sistematica attraverso le istanze del \u201c<em>rivendicazionismo<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201cOgni gruppo, sottogruppo, in ultima istanza ogni individuo lotta per essere riconosciuto come vittima di qualcosa di qualcuno, in modo da poter conquistare spazio diritti a scapito di altri individui e gruppi. Un sistema di rivendicazioni oppositivo ha preso il posto del tentativo di creare consenso positivo intorno a qualcosa; al suo posto emerge la ricerca di un consenso negativo come legittima rivalsa. Vengono cos\u00ec a crearsi a getto continuo linee di frattura e risentimento: donne contro uomini, omosessuali contro eterosessuali, bianchi contro neri, islamici contro cristiani, nord contro sud, vegani contro carnivori, giovani contro anziani eccetera. L&#8217;epoca che inneggia la diversit\u00e0 fa di questa diversit\u00e0 un campo di battaglia in cui i rapporti tra diversi prendono una forma oscillante tra il contenzioso sindacale la causa giudiziaria\u201d<a href=\"#_ftn42\" name=\"_ftnref42\">[42]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L\u2019altra tendenza emergente \u00e8 quella che porta ad individuare, come linea di frattura essenziale, quella tra \u2018<em>progressismo liberale<\/em>\u2019 e \u2018<em>reazionarismo imperialistico<\/em>\u2019. Il primo remerebbe in direzione della corrente, procedendo ancora allo smantellamento delle unit\u00e0 sociali residue ed alla liquidazione delle identit\u00e0 pi\u00f9 coriacee. Al contrario la linea cosiddetta \u2018reazionaria\u2019 sarebbe quella che, rigettando questo movimento, cerca di ripristinare condizioni pre-liberali. Ovviamente questi ultimi, ad esempio espressi da alcune delle affermazioni del presidente Reagan o della Thatcher verso stili di vita pi\u00f9 tradizionali o valori patriottici (ma si potrebbe elencare anche Bush junior e Trump) sono sempre stati del tutto illusori. Non si pu\u00f2 tornare a forme di vita preesistenti.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Tuttavia, l\u2019analisi condotta in questo libro chiede di andare oltre le forme di opposizione apparente, in realt\u00e0 perfettamente in linea con la direzione liberale. \u00c8 assolutamente indispensabile frenare le tendenze distruttive messe in essere dalla \u201cRagione liberale\u201d, nel momento in cui si espande senza freni. Bisogna disporre, in altri termini, di\u00a0<em>un apparato frenante<\/em><a href=\"#_ftn43\" name=\"_ftnref43\">[43]<\/a>. A questo fine, per\u00f2, bisogna anche riconoscerla, perch\u00e9 questa, come ogni discorso egemonico largamente dominante, \u00e8 presente anche nelle forme oppositive (anzi, data la sua natura storica,\u00a0<em>specialmente<\/em>\u00a0in queste).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">L\u2019intero discorso di Andrea Zhok, per come lo leggo, \u00e8 incorporato in questa\u00a0<em>decisione di lettura<\/em>, che necessariamente si fa \u2018filosofia della storia\u2019. Scriveva Benjamin in \u201cSul concetto di storia\u201d:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">\u201carticolare storicamente ci\u00f2 che \u00e8 passato non vuol dire conoscerlo \u2018come \u00e8 stato veramente\u2019. Vuol dire impadronirsi di un ricordo per come balena nell\u2019istante di un pericolo\u201d<a href=\"#_ftn44\" name=\"_ftnref44\">[44]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Ed oggi il \u201cpericolo\u201d al quale chiama la riflessione \u00e8 questo ridursi senza resti di tutto \u201ca strumento della classe dominante\u201d (ancora Benjamin), e quindi bisogna \u201ccercare di strappare la tradizione al conformismo che \u00e8 in procinto di sopraffarla\u201d. Michael Lowy riporta<a href=\"#_ftn45\" name=\"_ftnref45\">[45]<\/a>\u00a0un passo contenuto nelle note preparatorie, che richiama direttamente la metafora del \u2018sistema frenante\u2019 proposta da Zhok: \u201cMarx dice che le rivoluzioni sono la locomotiva della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso.\u00a0<em>Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno di emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno<\/em>\u201d. Un passaggio non incluso nel testo finale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;text-align: justify\">Sul piano pratico bisogna quindi ostacolare l&#8217;ampliamento costante di tecnologie distruttive, di cose disponibili per gli atti di compravendita, l&#8217;estensione della capacit\u00e0 del denaro di esercitare il suo potere e di disporre quindi dell&#8217;esistenza di soggetti talmente immiseriti da essere a sua totale disposizione. Occorre adottare sistematicamente correttivi per modulare, arrestare e far regredire le tendenze all&#8217;opera. Realizzare un limite.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0Si veda, in particolare Max Weber,\u00a0\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/09\/max-weber-letica-protestante-e-lo.html\"><em>L\u2019etica protestante e lo spirito del capitalismo<\/em><\/a>\u201d,\u00a0del 1904, che inaugura una lunga tradizione (per la verit\u00e0 anticipata dalle intuizioni di Marx) poi ripresa da Benjamin nel frammento\u00a0\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/04\/walter-benjamin-il-capitalismo-come.html\"><em>Il capitalismo come religione<\/em><\/a>\u201d,\u00a0del 1921, e riprende molti elementi da\u00a0\u201c<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/02\/werner-sombart-il-capitalismo-moderno.html\"><em>Il capitalismo moderno<\/em><\/a>\u201d,\u00a0di Werner Sombart, del 1902.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a>\u00a0&#8211; I\u00a0quali gi\u00e0 nel 1903 diagnosticano l\u2019insostenibile antropologia liberale, decostruendo la credenza del carattere originario dell\u2019attore sociale, gli effetti perversi derivanti da questa dimenticanza nelle strutture di produzione e riproduzione sociale. Si tratta, del resto, della ripresa di elementi di critica gi\u00e0 presenti in Hegel che del processo storico di affermazione del liberalismo trionfante vede solo i prodromi, l\u2019individuo ha natura intersoggettiva nel senso che \u00e8 sempre il frutto di eventi storici ed \u00e8 costruito a ridosso \u201cdell\u2019altro\u201d (e quello di questo). Marcel Mauss\u00a0\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/03\/marcel-mauss-saggio-sul-dono.html\"><em>Saggio sul dono<\/em><\/a>\u201d,\u00a01903.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a>\u00a0&#8211; Onofrio Romano, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/08\/onofrio-romano-la-liberta-verticale.html\"><em>La Libert\u00e0 Verticale<\/em><\/a>\u201d, Meltemi, 2020, p.75.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a>\u00a0&#8211; Che ho cercato di descrivere in Alessandro Visalli, \u201c<em>Dipendenza<\/em>\u201d, Meltemi 2020.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a>\u00a0&#8211; Pur se la sensazione di assoluta assenza di vie di uscita che promana dalla lettura del libro risente dell\u2019implicita mancata presa di consapevolezza degli spazi di espansione monetaria aperti dal delinking del dollaro con l\u2019oro del 1971. Cfr. James O\u2019Connor, \u201c<em>La crisi fiscale dello Stato<\/em>\u201d, Einaudi, 1973. Lettura parziale\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/03\/pagine-james-oconnor-popolazione.html\">qui<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a>\u00a0&#8211; Christopher Lasch, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/10\/christopher-lasch-la-ribellione-delle.html\"><em>La ribellione delle \u00e9lite<\/em><\/a>\u201d, 1995<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0Castoridias, Lasch, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/10\/castoriadis-lasch-la-cultura-dellegoismo.html\"><em>La cultura dell\u2019egoismo<\/em><\/a>\u201d, 1986.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0Ronald Inglehart, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/08\/ronald-inglehart-la-societa-postmoderna.html\"><em>La societ\u00e0 postmoderna<\/em><\/a>\u201d, 1996<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0Antony Giddens, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/08\/antony-giddens-identita-e-societa.html\"><em>Identit\u00e0 e societ\u00e0 moderna<\/em><\/a>\u201d, 1991<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a>\u00a0&#8211; Una delle fonti principali della sistemazione habermasiana. Che riprende il particolare \u201cautomatismo\u201d nella emergenza dell\u2019ordine sociale in grado di spiegarlo senza deliberazione e scelta politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0Naturalmente si deve intendere sui termini, \u00e8 vero che ci sono differenze rilevanti tra il neo-liberismo e l&#8217;ordoliberismo. Le formule che scaturiscono in diversi ambienti culturali ed orientamenti politici dalla crisi del liberismo originario, nei primi anni del novecento, e fanno parte di una vasta ricerca di un &#8220;nuovo liberalismo&#8221; -Keynes- o di un &#8220;neoliberismo&#8221;. Ma mentre il primo si propone di limitare il mercato attraverso un\u2019azione statale compensativa, che salvi di questo l\u2019essenziale, ovvero la libert\u00e0 di azione degli individui; il secondo, al contrario, intende usare una gabbia normativa sostenuta dalla forza dello stato per purificare il mercato e far affermare in esso la forma pura della concorrenza. La mossa eleva la concorrenza a principio centrale della vita sia sociale sia individuale, ma lo fa riconoscendo che l\u2019ordine di mercato non \u00e8 affatto un ordine di natura: \u00e8 il prodotto di una costruzione politica intrinsecamente storica. Questo movimento che porta alla messa a punto della proposta neoliberale parte per gli autori dal \u201cConvegno Lippman\u201d, dal 26 al 30 agosto 1938, che precede di qualche anno la fondazione della Societ\u00e0 Mont Pelerin (1947).\u00a0Sono invitati Hayek, von Mises, Rueff, Aron, Ropke, Von Rustow, Rougier.\u00a0Nel discorso inaugurale Rougier ricorda che il liberalismo non si identifica affatto con il laissez-faire, ma \u00e8 un ordine legale che richiede l\u2019intervento dello stato. Malgrado l\u2019opposizione di Von Mises (che sar\u00e0 in minoranza anche nella successiva Societ\u00e0 Mont Pelerin), la linea centrale condivide questa impostazione, in favore di un \u201cinterventismo liberale\u201d. Lo scontro si determina tra ortodossi (Von Mises e Hayek, Robbins e Rueff) e i riformatori (Ropke e von Rustow, che insistono sul fondamento sociale del mercato, ma anche Lippman e Rougier) per i quali \u2018essere liberali significa essere progressisti\u2019 adeguando continuamente l\u2019ordine sociale e legale alle scoperte, ai cambiamenti strutturali, senza pianificare interamente il traffico, ma creando un \u201ccodice della strada\u201d. Insomma, come scrive Lippman, \u201cgli \u2018ultimi liberali\u2019 non hanno capito che \u2018ben lungo dall\u2019essere astensionista, l\u2019economia liberista presuppone un ordine giuridico attivo e progressista, teso al continuo adattamento dell\u2019uomo a condizioni sempre mutevoli. Serve un \u2018interventismo liberista\u2019, un \u2018liberalismo costruttivo\u2019 ed un dirigismo statale che certo si deve differenziare sostanzialmente rispetto alla pianificazione ed al collettivismo\u201d (Dardot e Laval &#8220;Il nuovo spirito del mondo&#8221;, p.182). Un dirigismo \u201cche implica la protezione della libert\u00e0, non il suo asservimento; deve garantire che la conquista di benefici sia il frutto di una vittoria dei pi\u00f9 adatti all\u2019interno di una competizione leale, e non il privilegio dei pi\u00f9 garantiti o di coloro meglio collocati socialmente\u201d. Questo liberismo rinnovato \u00e8, insomma, il regno della legge, e contemporaneamente il governo delle \u00e9lite, uno stato forte organizzato da competenti la cui qualit\u00e0 sia l\u2019esatto opposto della \u201cmentalit\u00e0 magica e impaziente delle masse\u201d (ivi. p.196). Ne deriva, ovviamente, che la democrazia \u00e8 affetta da una debolezza congenita determinata dalla eccessiva influenza dei popoli sul governo, attraverso l\u2019opinione pubblica ed il suffragio universale. L\u2019eterno bersaglio del neoliberalismo, per la stretta logica interna che lo contraddistingue, \u00e8 dunque il potere del popolo, che va limitato e ricondotto alla guida degli esperti. Ma nel neoliberalismo, e sin dai suoi esordi, \u00e8 presente anche un\u2019altra corrente, non perfettamente coincidente: l\u2019ordoliberalismo tedesco. L\u2019ordine \u00e8 concepito come dovere politico, nato come movimento conservatore nei circoli antinazisti, prevede \u201cuna teoria della trasformazione sociale che fa appello alla responsabilit\u00e0 degli uomini\u201d ed il cui problema fondamentale \u00e8 come riformare l\u2019ordine sociale dopo lo stato totalitario. Certo l\u2019ordine liberale muove dalla creazione di uno stato di diritto che \u00e8 all\u2019origine stessa della forma capitalista, l\u2019economico non \u00e8 per loro un insieme di processi naturali ai quali in qualche modo si aggiunge la regolazione ed il diritto, in accordo o in ritardo. L\u2019ordoliberalismo respinge dunque ogni forma di riduzione del giuridico a sovrastruttura, e ogni concezione unitaria del \u2018capitalismo\u2019 fondata su una autonomia dell\u2019economico. Ne sono espressione autori importanti come Ropke, che in \u201cCivitas umana\u201d rifiuta frontalmente il laissez-faire e identifica l\u2019economia di mercato \u201cvitale\u201d, come un\u2019opera d\u2019arte, un prodotto della civilt\u00e0 particolarmente difficile e che presuppone molto. L\u2019ordoliberalismo \u00e8, a sua volta, diviso in due gruppi principali: gli economisti e giuristi della Scuola di Friburgo, come Euckel e Bohm, i sociologi Alfred Muller-Armack, Wilhelm Ropke e Alexander von Rustow. La distinzione \u00e8 tra la struttura giuridica e quella sociale come focus, i primi sono concentrati sulla crescita economica, dalla quale deriverebbero i progressi sociali, mentre i secondi sono preoccupati degli effetti di disintegrazione sociale propri dei meccanismi di mercato e allo Stato affidano anche il compito di garantire e strutturare un soziale umwelt, un \u2018ambiente sociale\u2019, che reintegri gli individui nella societ\u00e0. Alla wirtschaftspolitik, \u2018politica economica\u2019, si contrappone la gesellschaftspolitick, \u2018politica della societ\u00e0\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a>\u00a0&#8211; Un indebolimento che non produce ancora il rovesciamento che si determin\u00f2 almeno altre tre volte (<em>la prima<\/em>\u00a0al termine della crisi mondiale del 1875-90, quando si affermano le prime forme difensive di welfarismo conservatore al contempo della espansione e trasformazione in chiave imperialista del sistema militare\/industriale\/finanziario denunciato da Hobson, Hilferding e Lenin;\u00a0<em>la seconda<\/em>\u00a0quando il collasso delle due guerre induce ad una nuovo governo del capitalismo, sotto la ferma diarchia dei vincitori \u2013 Usa e Urss -;\u00a0<em>la terza<\/em>\u00a0quando il lungo ciclo avviato dalla crisi del \u201929 giunge ad una svolta sistemica e si rovescia nuovamente nella soluzione neoliberale), per la persistenza delle strutture ideologiche di fondo \u2013 che il testo in oggetto cerca di disvelare e decostruire \u2013 sfidate dalla revoca delle loro strutture e condizioni di esistenza. In altre parole, una visione materialista temperata (non dogmatica, n\u00e9 determinista) consente di vedere che la parabola ideologica descritta poggia su una \u201cbuona novella\u201d legittimante e su condizioni materiali che non la contraddicano almeno per i pi\u00f9: quella che si sia almeno su un percorso ascendente di ricchezza e benessere. Senza benessere l\u2019intera narrazione liberale viene meno. La revoca, provocata specificamente dal successo del liberalismo nel consentire ai forti di vincere (di essere \u201cliberi\u201d), delle condizioni materiali di benessere per la grande maggioranza rende contraddittorio l\u2019intero paradigma. Si tratta di una ideologia, in altre parole, che si regge necessariamente sulla promessa della \u201csociet\u00e0 dei due terzi\u201d (in cui due terzi siano almeno classe media possidente). Ma questa \u00e8 tramontata in occidente, in particolare dopo la violenta ristrutturazione seguita al 2008 e accelerata dal Covid. Si pu\u00f2 vedere anche per contrasto. Oggi una ideologia sconnessa dalle sue basi materiali viene \u201ciperestesa\u201d come reazione.\u00a0<em>\u00c8 il canto del cigno<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a>\u00a0&#8211; Per leggere un recente testo che, da parte decisamente delle \u00e9lite mondiali, o presunte tali, parte dalla insostenibilit\u00e0 di sistema (ma propone una soluzione \u201crecuperante\u201d), si veda Klaus Schawb e Thierry Malleret, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2021\/03\/klaus-schawb-e-thierry-malleret-covid.html\"><em>Covid 19: The Great Reset<\/em><\/a>\u201d, 2021. Un altro autore specializzato in questa sottoletteratura \u00e8 Richard Florida, il quale nel 2011 ha pubblicato un libro dal medesimo titolo \u201cThe Great Reset\u201d, Harper. O Richard Baldwin, specializzatosi nel descrivere ad ampio raggio i processi di innovazione tecnologica ed i suoi effetti sul mutamento sociale e politico (e geopolitico), si tratta ti libri come \u201cLa grande convergenza\u201d, quando nel 2016 ipotizzava una terza ondata della mondializzazione (ne abbiamo parlato in\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/12\/richard-baldwin-la-grande-convergenza-e.html\"><em>questo post<\/em><\/a>), o, il pi\u00f9 recente\u00a0\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2020\/09\/richard-baldwin-rivoluzione-globotica.html\"><em>Rivoluzione globotica<\/em><\/a>\u201d, di tre anni dopo. In un ambito per certi versi pi\u00f9 ristretti, focalizzato sul mutamento tecnologico, si pu\u00f2 leggere Brynjolfsson e McAfee\u00a0(\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2020\/09\/andrew-mcafee-erik-brynjolfsson-la.html\"><em>La macchina e la folla<\/em><\/a>\u201d, 2017) Tyler Cowen\u00a0(\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/07\/tyler-cowen-la-media-non-conta-piu.html\"><em>La media non conta pi\u00f9<\/em><\/a>\u201d, 2015) o Jerry Kaplan\u00a0(\u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/02\/jerry-kaplan-le-persone-non-servono.html\"><em>Le persone non servono<\/em><\/a>\u201d, 2016).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a>\u00a0&#8211; Formula che allude alla differente possibilit\u00e0 di accesso ai diritti sociali che si manifesta e produce quando un processo di formazione della rendita (o meglio, della sua appropriazione) non ordinato al bene pubblico determina crescenti differenziali di complessit\u00e0 sociale, di qualit\u00e0, efficienza ed interconnessione. Cfr. Bernardo secchi, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2014\/07\/bernardo-secchi-la-citta-dei-ricchi-e.html\"><em>La citt\u00e0 dei ricchi e la citt\u00e0 dei poveri<\/em><\/a>\u201d, Laterza, 2014; David Harvey, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/11\/david-harvey-lesperienza-urbana.html\"><em>L\u2019esperienza urbana<\/em><\/a>\u201d, Il Saggiatore, 1989; David Harvey, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2019\/11\/david-harvey-geografia-del-dominio.html\"><em>Geografia del dominio<\/em><\/a>\u201d, Ombre Corte 2001.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a>\u00a0&#8211; Per molte ragioni che qui non si possono ripercorrere, ma \u00e8 un processo gi\u00e0 in corso almeno da un decennio e che la crisi del Covid-19 ha potentemente accelerato. Tutte le linee di connessione si stanno in questo momento, sotto i nostri occhi, riarticolando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a>\u00a0&#8211; Una rivolta della societ\u00e0 alla costrizione dell\u2019economico per effetto del rovesciamento della disgregazione del sociale e la crisi di legittimazione di poteri non pi\u00f9 in grado di contrastarlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0\u00a0La forma politica del \u201cmomento Polanyi\u201d, che vive della caduta di legittimazione, ma necessita di un\u2019espressione specifica per addensarsi, dunque ne dipende. L\u2019espressione politica entra in crisi per effetto delle sue contraddizioni interne e l\u2019incapacit\u00e0 manifesta a produrre una risposta e soluzione plausibile e operabile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a>\u00a0&#8211; Il veleno \u00e8 la disgregazione sociale, individualismo \u2018post-materialista\u2019, dominio dei nuovi media disintermedianti, discredito delle \u00e9lite, snellezza, leaderismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a>\u00a0&#8211; Il problema specifico che era davanti alla Commissione ed al Congresso Continentale nel 1776, con la guerra coloniale gi\u00e0 in corso, era di trovare un principio di legittimazione che giustificasse la secessione. Chiaramente si tratta di un processo molto complesso e convulso, la pi\u00f9 famosa Dichiarazione di Indipendenza \u201ccontinentale\u201d fu nello stesso anno preceduta dalla Dichiarazione dei Diritti della Virginia, promossa da George Mason, e adottata dalla Quinta Convenzione della Virginia riunita a Williamsburg. La formulazione di maggio \u00e8 dunque: \u201c<em>tutti gli uomini sono per natura ugualmente liberi e indipendenti, e hanno alcuni diritti intrinseci di cui &#8230; non possono privare o spogliare la loro posterit\u00e0; vale a dire, il godimento della vita e della libert\u00e0, con i mezzi per acquisire e possedere propriet\u00e0, e perseguire e ottenere la felicit\u00e0 e la sicurezza<\/em>\u201d, poi\u00a0\u00a0tradotta nella Dichiarazione in \u201c<em>Riteniamo che queste verit\u00e0 siano evidenti, che tutti gli uomini sono creati eguali e sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi sono la Vita, la Libert\u00e0, la ricerca della Felicit\u00e0<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p. 261<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\">[21]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p. 272<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\">[22]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p. 273<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\">[23]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda, sul tema del femminismo \u201c<em>della seconda onda<\/em>\u201d, e sulla sua corrente principale il post \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2020\/12\/pochi-appunti-sul-femminismo-della.html\">Pochi appunti sul femminismo della differenza<\/a>\u201d. Sul piano storico e della provenienza delle idee il \u2018femminismo della differenza\u2019 (che, certo, \u00e8 altamente differenziato al suo interno e si pu\u00f2 solo qui riportare idealtipicamente), muovendo dal contesto della \u2018controcultura\u2019 degli anni sessanta e dalle universit\u00e0 americane, \u00e8 fondato sulla pretesa di individuare un dimorfismo ontologico su base naturalistica per evidenza pi\u00f9 fondamentale, o radicale, delle divisioni di classe all\u2019epoca oggetto della critica radicale. Il contesto culturale degli studi linguistici e strutturalisti (e, poco dopo, della penetrazione del post-strutturalismo), favorisce quindi una critica con toni estetici radicali che identifica l\u2019esteriorit\u00e0 del conflitto \u201ctra i sessi\u201d come prioritario sul conflitto \u201cdi classe\u201d. \u00c8 uno spostamento decisivo di bersaglio: invece del capitalismo viene scelto, nel contesto giova ricordarlo del welfare compiuto e di una societ\u00e0 affluente, come bersaglio il livello pi\u00f9 \u2018profondo\u2019 della differenza sessuale. In alcune versioni si scivola verso la costruzione di una femminilit\u00e0 idealizzata, materna, e quindi per definizione non violenta, armonica, naturale. In questa teologia e cristologia trasposta il maschile prende il posto del diavolo. E quindi si veste del simmetrico male, anche esso naturale e quindi ineliminabile: violento sin nelle sue manifestazioni pi\u00f9 essenziali, gerarchico, entropico. La costruzione concettuale del \u201cpatriarcato\u201d, e la denuncia del \u201cfallologocentrismo\u201d come elemento essenziale ed ineliminabile di ogni cultura umana conosciuta (in particolare scritta) e di ogni forma di organizzazione sociale, induce la duplice mossa del \u2018separatismo\u2019 (seguendo il mito della \u2018sorellanza\u2019) e della ritirata dal pubblico-politico (in favore di un privato-politico che inconsapevolmente copiaincolla la classica divisione storica premoderna dei ruoli). Tutto questo avviene, giova ricordarlo, in un clima di scoraggiamento e riflusso seguito alla perdita di spinta egemonica, e poi al crollo, del \u2018mondo nuovo\u2019 socialista. Emerge quindi la lotta sull\u2019ordine simbolico (Muraro) che rinuncia alla critica diretta dei rapporti sociali, immaginando che la liberazione di tutti emerga come effetto spontaneo dall\u2019azione individuale per l\u2019affermazione femminile (un\u2019idea straordinariamente simile a quella della \u2018mano invisibile\u2019).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\">[24]<\/a>\u00a0&#8211; Questa ricostruzione storica \u00e8 sostenuta nel libro sulla scorta di un libro di B. Chapais, \u201c<em>Primeval Kinship<\/em>\u201d, Cambridge 2008, e sulla base di \u201c<em>The Cambridge Encyclopedia of Hunters and Gatherers<\/em>\u201d, 1999, come anche di Marlowe \u201cHunting and Gathering.\u00a0The human sexual division of foraging labor\u201d, 2007, e un articolo di Dyle ed altri, \u201cSex equality can explain the unique social structure of hunter-gautherer bands\u201d, \u201cScience, 2015.\u00a0Zhok, p.284.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\">[25]<\/a>\u00a0&#8211; La narrazione femminista, invece, proietta uniformemente l\u2019esperienza media degli ultimi due secoli, interpretati solo in parte retrospettivamente (ma anche da una qualificata minoranza dei e delle contemporanee) come \u2018oppressione\u2019 a base sessuale, sull\u2019intera storia dell\u2019umanit\u00e0 nota e su tutti e cinque i continenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\">[26]<\/a>\u00a0&#8211; Emmanuel Todd, \u201c<em>Breve storia dell\u2019umanit\u00e0<\/em>\u201d, LEG 2020 (ed.or. 2017).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\">[27]<\/a>\u00a0&#8211; Todd, op.cit., p. 135<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref28\" name=\"_ftn28\">[28]<\/a>\u00a0&#8211; Sahra Pomeroy, \u201c<em>Families in Classical and Hellenistic Greece<\/em>\u201d, Oxford, 1997.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref29\" name=\"_ftn29\">[29]<\/a>\u00a0&#8211; Partendo dalla forma familiare pi\u00f9 semplice, che tuttavia permane come modello base nel mondo di lingua inglese, \u201cnucleare pura\u201d (coppia con figli che si allontanano e restano liberi di sperimentare, e senza vincoli di ripartizione ereditaria \u2013 non egualitaria -), si passa alla forma \u201cstipite\u201d (o \u201cceppo\u201d), nel quale il figlio primogenito maschio eredita tutto e le giovani coppie coabitano con la famiglia del padre (patrilocalit\u00e0). In questo modello le figlie sono trattate esattamente come i figli \u201ccadetti\u201d (si tratta del modello dominante tradizionale in Germania, Giappone, Corea, e Svezia). Quindi la forma \u201cComunitaria esogamica\u201d nella quale i fratelli sono equivalenti, ma prevalgono sulle sorelle (modello Cinese e Russo). Poi ci sarebbe la famiglia \u201ccomunitaria endogamica\u201d simile al precedente, ma con preferenza per matrimoni tra cugini (entro l\u2019albero parentale), fino al 50% in Pakistan (\u00e8 il modello arabo, con una patriliearit\u00e0 molto pronunciata).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref30\" name=\"_ftn30\">[30]<\/a>\u00a0&#8211; Kate Millett, \u201c<em>La politica del sesso<\/em>\u201d, Rizzoli, ed.or. 1970<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref31\" name=\"_ftn31\">[31]<\/a>\u00a0&#8211; Per fare un breve promemoria, mentre negli anni che ancora risentono del grande shock della depressione degli anni trenta la questione politica essenziale era stabilizzare l\u2019occupazione e metterla su una traiettoria crescente che coinvolgesse salari, stili di vita e capacit\u00e0 produttive, dalla met\u00e0 degli anni settanta il clima muta radicalmente. La crisi fiscale del New Deal, in incubazione per tutti gli anni sessanta e tenuta sotto controllo dei paesi guida attraverso una continua rincorsa tra stimoli (di cui la corsa allo spazio e, soprattutto, la guerra fredda sono espressione) e deficit (nel senso di squilibri tra sistemi economici), e l\u2019emersione dell\u2019area dei \u201cpetrodollari\u201d, e pi\u00f9 in generale della \u2018finanza ombra\u2019, crea le condizioni per una inversione. Nel contesto della crescente paura per gli effetti distributivi dell\u2019inflazione e di una stanchezza per i sistemi fortemente regolati, le classi medie occidentali si rivolgono verso un diverso schema legittimante: la questione politica diventa la libert\u00e0 di scambio e di impresa. Questa nozione si ritrova, in numerose versioni, a tutte le scale. Anche l\u2019individuo complessivamente estraneo all\u2019accumulazione, e non dotato di capitale finanziario, ricerca ora principalmente la libert\u00e0 di determinarsi e di intraprendere secondo il suo desiderio. Lo spostamento sull\u2019enfasi per il cosiddetto \u201ccapitale culturale\u201d ne \u00e8 sia un effetto (perch\u00e9 questo fenomeno avviene nel contesto della maggiore istruzione provocata dall\u2019espansione, in corso da un quindicennio e quindi giunta a maturazione, della istruzione di massa) sia una causa. In questo contesto la formazione del femminismo della \u2018seconda ondata\u2019, con la sua enfasi culturalista e l\u2019attenzione per la liberazione individuale, ha una chiara riconoscibilit\u00e0 fisiognomica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref32\" name=\"_ftn32\">[32]<\/a>\u00a0&#8211; Jessa Crispin, \u201c<em>Perch\u00e9 non sono femminista. Un manifesto femminista<\/em>\u201d, SUR, 2018 (ed. or. 2017).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref33\" name=\"_ftn33\">[33]<\/a>\u00a0&#8211; Crispin, op.cit., p.35<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref34\" name=\"_ftn34\">[34]<\/a>\u00a0&#8211; Judit Butler, \u201c<em>Questioni di genere<\/em>\u201d, Laterza, 2013 (ed.or. 1990); \u201c<em>Fare e disfare il genere<\/em>\u201d, Mimesis, 2104 \/ed.or. 2004); \u201c<em>Parole che provocano. Per una politica del performativo<\/em>\u201d, Raffaello Cortina, 2010 (ed. or. 1997).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref35\" name=\"_ftn35\">[35]<\/a>\u00a0&#8211; Mark Fischer, \u201c<em>Realismo capitalista<\/em>\u201d, Nero 2018 (ed. or. 2009).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref36\" name=\"_ftn36\">[36]<\/a>\u00a0&#8211; Questo \u00e8 un altro modo di porre la questione del populismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref37\" name=\"_ftn37\">[37]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p. 311<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref38\" name=\"_ftn38\">[38]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p. 315<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref39\" name=\"_ftn39\">[39]<\/a>\u00a0&#8211; Il concetto di \u201cproletariato\u201d merita un appunto. Si tratta di un evidente costrutto politico e dal tempo della formulazione alla met\u00e0 del secolo XIX deve essere ripensato in funzione della diversa organizzazione sociale. Per comprenderne il senso va traguardato insieme al concetto gramsciano di \u201cblocco storico\u201d e secondo il progetto di contendere l\u2019egemonia nel sociale e nel politico. Il nucleo del potenziale \u201cblocco storico\u201d in grado di contendere l\u2019egemonia nella sfera pubblica prima, nella societ\u00e0 e nell\u2019arena dello Stato poi, al quale bisogna riferirsi\u00a0non pu\u00f2 che essere il variegato e frammentato mondo delle classi lavoratrici, le pi\u00f9 sacrificate dalla forma attuale del modo di produzione capitalista. Il concetto di \u201cclasse\u201d che si adopera in questo contesto \u00e8 quindi di natura espressamente funzionale.\u00a0Non ha a che fare con la dotazione di risorse individualmente possedute, o l\u2019accesso ai consumi, pi\u00f9 o meno distintivi (ovvero dal \u201cceto\u201d), quanto alla posizione della propria autoriproduzione rispetto al capitale. Non necessariamente, anche se principalmente, la posizione che determina l\u2019appartenenza di classe, si cattura nell\u2019esistenza o meno di \u201clavoro salariato\u201d. N\u00e9, tanto meno, nella figura dell\u2019operaio (ovvero del lavoratore addetto alla produzione di beni industriali).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il punto \u00e8 che la forma, storicamente determinata, del nesso tra\u00a0\u2018lavoro vivo\u2019\u00a0e\u00a0\u2018lavoro morto\u2019, ovvero tra attivit\u00e0 lavorative subordinate a mezzi e oggetti del lavoro stesso, attraversa tutte le molteplici modalit\u00e0 della sua definizione.\u00a0Riceve un salario come contropartita della sua relazione funzionale con \u201clavoro morto\u201d (ovvero mezzi produttivi e forme totali della produzione dalle quali viene oggettivato) anche chi apparentemente lavora con partita Iva, \u00e8 connesso ad una piattaforma, impegnato nelle varie forme di cottimo, anche iperspecializzate (anzi, soprattutto, se iperspecializzate). E la relazione funzionale implica sempre che il capitale (che si incarna nell\u2019insieme dei mezzi produttivi e del\u00a0nesso generale\u00a0che li rende tali) si valorizzi. Questa relazione implica sempre dipendenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fanno parte della \u201cclasse\u201d lavoratrice, dunque, tutti coloro che si trovano connessi nella forma della remunerazione dietro prestazione a sistemi produttivi ad essi esterni e nei quali sono sussunti (e trasformati in oggetti). Ne fanno parte anche se le modalit\u00e0 cooperative che contraddistinguono il loro lavoro sono mediate da sistemi a maglia larga, invisibili, altamente tecnologici (\u00e8 il caso delle cosiddette \u201cpiattaforme\u201d, ma anche di tante modalit\u00e0 pi\u00f9 o meno glamour di lavoro a cottimo o frammentato).\u00a0Se la segmentazione dell\u2019opera, anche nella iperspecializzazione apparentemente liberante o autonoma, rende impossibile controllare il proprio \u201cvalore\u201d (o di \u201cfare il proprio prezzo\u201d).\u00a0Se, infine, il senso complessivo dell\u2019opera si perde.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non ne fanno parte\u00a0non tanto i \u201cceti medi\u201d (dato che, come detto, non \u00e8 questione di \u201cceto\u201d), quanto coloro i quali traggono la propria autoriproduzione dal controllo di segmenti di capitale e quindi, nel nesso essenziale capitale\/lavoro che costituisce la forma sociale del modo di produzione capitalistico, dipendono per la propria esistenza come soggetti economici dalla permanenza di tale nesso. Ci\u00f2\u00a0anche se\u00a0la frazione di capitale \u00e8 piccola, periferica, subalterna (ad altre).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref40\" name=\"_ftn40\">[40]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p.341<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref41\" name=\"_ftn41\">[41]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p.345<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref42\" name=\"_ftn42\">[42]<\/a>\u00a0&#8211; Zhok, p.352<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref43\" name=\"_ftn43\">[43]<\/a>\u00a0&#8211; Questa metafora riverbera le tesi \u201c<em>Sul concetto di storia<\/em>\u201d che Walter Benjamin compil\u00f2 dalle parti del 1940. Qui \u00e8 l\u2019idea della rivoluzione come \u201cfreno di emergenza\u201d di un mondo che, altrimenti, trascinato dall\u2019angelo della storia andrebbe verso la distruzione. In questa idea \u00e8 presente una complessa costituzione, elementi romantici, ovviamente, e anarchici, anche, ma soprattutto una forma anomala ed originalissima della tradizione ebraica (cui \u00e8, peraltro, legato anche Marx). Idea gi\u00e0 presente in \u201c<em>Strada a senso unico<\/em>\u201d, del 1923-35, quando, dopo aver letto \u201c<em>Storia e coscienza di classe<\/em>\u201d di Lukacs, il critico tedesco si avvicina al marxismo. Nel capitolo \u201cSegnalatore d\u2019incendio\u201d, scrive \u201cse la liquidazione della borghesia non si sar\u00e0 compiuta a un punto quasi esattamente calcolabile dello sviluppo economico e tecnico (lo segnalano inflazione e guerra chimica) tutto sar\u00e0 perduto. Prima che la scintilla raggiunga la dinamite, la miccia accesa va tagliata\u201d. La rivoluzione non \u00e8 n\u00e9 il risultato inevitabile, e naturale, del progresso economico e tecnico, n\u00e9 la sua accelerazione e prosecuzione. Proprio il contrario, essa \u00e8 la sua interruzione prima del disastro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref44\" name=\"_ftn44\">[44]<\/a>\u00a0&#8211; Walter Benjamin, \u201cSul concetto di storia\u201d, 6, in\u00a0<em>Senza scopo finale. Scritti politici (1919-1940),\u00a0<\/em>Castelvecchi 2017 (p.242). Anche in \u201c<em>Angelus novus<\/em>\u201d, Einaudi, 1962, p. 77.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref45\" name=\"_ftn45\">[45]<\/a>\u00a0&#8211; Michael Lowy, \u201c<em>La rivoluzione come freno d\u2019emergenza<\/em>\u201d, Ombre corte, 2020 (ed. or. 2019), p. 47.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2021\/06\/andrea-zhok-critica-della-ragione_27.html\">http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2021\/06\/andrea-zhok-critica-della-ragione_27.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0TEMPOFERTILE Questa \u00e8 la terza puntata ed ultima della lettura del libro di Andrea Zhok, \u201cCritica della ragione liberale\u201d, uscito per l\u2019editore Meltemi nel 2020. &#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Nella\u00a0prima parte\u00a0\u00e8 stato trattato il processo di costruzione delle invarianti della ragione liberale e dei suoi caratteri tipici per come emergono dal testo in esame, &#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Nella\u00a0seconda parte\u00a0\u00e8 stato ricostruita la lettura che il libro compie dei \u201cRegimi di ragione\u201d che scaturiscono dalla struttura liberale e neoliberale di pensiero e pratica,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":97,"featured_media":65555,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/Tempo-Fertile.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-h8L","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/65891"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/97"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=65891"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/65891\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":65894,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/65891\/revisions\/65894"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/65555"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=65891"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=65891"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=65891"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}