{"id":66029,"date":"2021-07-05T11:02:22","date_gmt":"2021-07-05T09:02:22","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66029"},"modified":"2021-07-05T11:02:22","modified_gmt":"2021-07-05T09:02:22","slug":"servizi-meno-segreti-il-prof-teti-spiega-la-rivoluzione-007","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66029","title":{"rendered":"Servizi (meno) segreti. Il prof. Teti spiega la rivoluzione 007"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di FORMICHE (Francesco Bechis)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-66031\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/07\/10-44-08-artificial-intelligence-3382507_960_720-720x390-2-300x163.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"163\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/07\/10-44-08-artificial-intelligence-3382507_960_720-720x390-2-300x163.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/07\/10-44-08-artificial-intelligence-3382507_960_720-720x390-2.jpg 720w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Come si riconosce una spia nel 2021? E cosa fa un agente segreto? Le agenzie di intelligence di diversi Paesi possono collaborare? E quanto conta la riforma della cybersecurity del governo Draghi? A queste e altre domande risponde l\u2019ultimo libro del prof. Antonio Teti (Universit\u00e0 Chieti-Pescara), \u201cSpycraft revolution\u201d (Rubbettino)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se vuoi cambiare le regole, infrangile. Non sar\u00e0 il fair play a decidere chi vincer\u00e0 la competizione internazionale dell\u2019intelligence e della cybersecurity nel terzo millennio. Lo spionaggio e controspionaggio ai tempi di TikTok, del 5G e dell\u2019Intelligenza artificiale hanno poco e niente a che vedere con l\u2019idea di intelligence che decenni di letteratura e cinema hanno fotografato nell\u2019immaginario pubblico, spiega Antonio Teti, Responsabile del settore Sistemi informativi e Innovazione tecnologica dell\u2019Universit\u00e0 \u201cG. D\u2019Annunzio\u201d di Chieti-Pescara, fra i massimi esperti italiani di intelligence, nel suo ultimo libro, \u201cSpycraft revolution\u201d (Rubbettino), con una presentazione di Mario Caligiuri, presidente della Societ\u00e0 italiana di intelligence (Socint) e una prefazione di Robert Gorelick, gi\u00e0 capo della Cia in Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Cappello borsalino, valigetta 24 ore, occhiali da sole. Decenni di letteratura e cinema ci hanno abituato a questo clich\u00e9 degli agenti segreti. Oggi come si riconosce una \u201cspia\u201d?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le spie non devono essere riconoscibili, se lo fossero non potrebbero definirsi come tali. La letteratura e la cinematografia hanno trasmesso per decenni un\u2019immagine dei servizi segreti e degli agenti molto distante dalla realt\u00e0. Il lavoro delle agenzie di intelligence e dei loro operatori si basa essenzialmente sulla raccolta di informazioni, sulla loro elaborazione e sulla definizione di possibili scenari che possano consentire di identificare, per i rispettivi Governi, le decisioni migliori da assumere per la sicurezza nazionale e per gli interessi perseguiti in quel particolare momento. \u00c8 un\u2019attivit\u00e0 che richiede risorse umane in possesso di grande pazienza, assoluta determinazione, estrema capacit\u00e0 di elaborazione delle informazioni raccolte e lungimiranza, strategica e tattica, nella definizione dei possibili scenari futuri. Il Cyberspace rappresenta attualmente il \u201cterreno\u201d principale per la raccolta di dati di diverso genere, e ci\u00f2 ha comportato uno stravolgimento tecnico e metodologico, sul piano professionale, organizzativo e lavorativo, per tutti i servizi segreti del pianeta. Purtuttavia, \u00e8 bene precisare che se anche le attivit\u00e0 di spionaggio e controspionaggio cibernetico, sono in grado di raccogliere enormi quantit\u00e0 di dati dai diversi sistemi informatici connessi in rete, dai social media e dal web, con minimi rischi e costi ridottissimi, non possono, ancora oggi, rappresentare lo strumento risolutivo per le attivit\u00e0 di intelligence. Trascorreranno ancora diversi secoli prima di poter affermare che la storica e tradizionale metodologia di acquisizione di conoscenze che si basa su rapporti diretti e personali, meglio nota come human intelligence, possa definirsi tramontata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>I Servizi sono necessariamente \u201csegreti\u201d o hanno trovato il modo di aprirsi a mondi un tempo preclusi, come l\u2019accademia o le imprese?\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, tali attivit\u00e0 di apertura sono gi\u00e0 una consuetudine da anni. La Cia, ad esempio, formalizza accordi con le universit\u00e0 statunitensi soprattutto sul piano del reclutamento, onde identificare gli studenti in possesso di quei \u201cprofili\u201d che possono interessare l\u2019Agenzia. Sul piano delle collaborazioni con le aziende, nel 2020 a Langley \u00e8 stato firmato un accordo, che vale decine di miliardi di dollari, denominato Commercial Cloud Enterprise con Amazon Web Services, Microsoft, Google, Oracle e IBM per lo sviluppo, nel prossimo decennio, di piattaforme cloud-computing. In Israele sono pi\u00f9 di 300 le aziende high-tech che operano nel settore delle high technology, come IBM, Intel, Microsoft, Motorola e Cisco. Dal 2014, almeno 117 aziende di 21 paesi hanno aperto centri di ricerca e sviluppo in Israele, generando qualcosa come 6.000 startup. Naturalmente, \u00e8 superfluo ricordare che le agenzie di intelligence di Tel Aviv svolgono un ruolo importante in queste attivit\u00e0. In Italia da alcuni anni \u00e8 iniziata un\u2019attivit\u00e0 di proficua interazione con il mondo accademico per la ricerca di quelle professionalit\u00e0 che possono interessare le agenzie di intelligence nazionali. Ovviamente i servizi segreti, per loro natura e per il conseguimento degli obiettivi prefissati, devono preservare la riservatezza delle attivit\u00e0 che svolgono e delle informazioni che acquisiscono. Di conseguenza queste attivit\u00e0 di \u201capertura\u201d vanno viste come delle possibili proficue interazioni che possono consentire ai nostri servizi segreti di poter acquisire in tempi pi\u00f9 rapidi delle professionalit\u00e0 al momento molto richieste, come nel settore cyber, ma servono anche a far comprendere alla popolazione quale sia la loro reale \u201cmission\u201d e l\u2019enorme contributo che producono per la stabilit\u00e0 e la sicurezza nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>In un mondo ormai pienamente digitalizzato, quanto conta l\u2019Osint (Open-source intelligence) per il lavoro dei Servizi?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel 2015 scrissi un libro dal titolo \u201cOpen Source Intelligence &amp; Cyberspace. La nuova frontiera della conoscenza\u201d, edito da Rubbettino. \u00c8 stato il primo testo, forse a livello internazionale, a descrivere la conduzione delle attivit\u00e0 di Osint all\u2019interno della rete Internet. Il testo ha avuto un buon successo anche perch\u00e9, per primo, annunciava quel cambiamento epocale che avrebbe prodotto, dal punto di vista metodologico, uno stravolgimento delle vecchie metodologie di acquisizione delle informazioni da \u201cfonti aperte\u201d. Attraverso un case study sul cyber osint dimostrai, ad esempio, come fosse possibile, mediante l\u2019utilizzo di alcuni semplici applicativi fruibili gratuitamente in rete, rastrellare un numero considerevole di preziose informazioni perfino su una struttura particolarmente \u201cprotetta\u201d. Ricordo che l\u2019Osint non equivale ad un\u2019attivit\u00e0 illegale di raccolta di informazioni, ma della raccolta di dati da fonti di pubblico accesso. Il mondo virtuale rappresenta, come ben sappiamo, il pi\u00f9 grande \u201cinformation container\u201d esistente al mondo, dal quale \u00e8 possibile estrarre dati di vario genere, alcuni anche apparentemente insignificanti, ma che se assemblati in maniera \u201cintelligente\u201d possono produrre degli \u201cintelligence products\u201d di notevole valore. Alcune informazioni presenti in rete, in particolare sui social media, appartengono perfino alla categoria delle informazioni personali o riservate, ma sono rese disponibili al pubblico dagli stessi individui cui appartengono, quasi in maniera inconsapevole, perch\u00e9 inconsapevolmente ritenute di scarso interesse. La disinvoltura degli individui sulla diffusione delle proprie informazioni in rete, scaturisce dalla convinzione che la rete Internet sia una sorta di \u201czona sicura\u201d per sperimentare le proprie pulsioni, spesso inconfessabili, che nei rapporti diretti non verrebbero mai alla luce. Nei rapporti virtuali vengono ignorati quei condizionamenti psicologici e comportamentali che possono derivare da un\u2019interazione diretta, come ad esempio, l\u2019aspetto fisico, il sesso, l\u2019et\u00e0, etc. A tal proposito, alcuni studi condotti da universit\u00e0 statunitensi, hanno confermato che la maggioranza delle persone crede che dietro ogni profilo virtuale vi sia una persona reale e ci\u00f2 rappresenta un elemento di indiscutibile rilevanza per la conduzione di attivit\u00e0 di \u201cvirtual humint\u201d. Al giorno d\u2019oggi le attivit\u00e0 di cyber osint rappresentato un\u2019opportunit\u00e0 di produzione di conoscenza, in qualunque ambito, realmente ragguardevole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Come \u00e8 cambiato il mondo dell\u2019intelligence con la rivoluzione cyber? Qualcuno \u00e8 rimasto indietro?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019arretratezza risiede nel possesso della cultura del cambiamento. Le tecnologie digitali hanno trasformato l\u2019intero pianeta, e la vita di ognuno di noi. Il nostro modus pensandi e modus vivendi sono completamente condizionati da strumenti tecnologici di cui non possiamo pi\u00f9 fare a meno. Ai miei studenti in universit\u00e0 chiedo sempre di misurare la loro dipendenza dalle tecnologie e dall\u2019esigenza di essere sempre \u201conline\u201d attraverso un semplice test: tenere spento il proprio smartphone il pi\u00f9 a lungo possibile. I risultati dei test sono sconfortanti. L\u2019intelligence community mondiale ha risentito molto di questo tsunami tecnologico, in particolare nell\u2019ultimo decennio, ma molte agenzie di intelligence ne hanno compreso la portata in termini di nuove opportunit\u00e0 da sperimentare per la conduzione di una molteplicit\u00e0 di operazioni. Sappiamo bene cosa possa produrre un \u201ccyber-attacco\u201d ad una infrastruttura informatica o la diffusione di un \u201cpost\u201d prodotto da un \u201cfake profile\u201d di un social media. Ciononostante in diverse agenzie di intelligence governative di diversi Paesi si fatica ancora a comprendere la rilevanza della conduzione di attivit\u00e0 \u201cdifensive\u201d e \u201coffensive\u201d all\u2019interno del Cyberspace, sia per motivazioni riconducibili alle difficolt\u00e0 derivanti dai processi di \u201criorganizzazione\u201d delle proprie strutture, soprattutto se incidono sulle risorse umane esistenti, che per la persistenza di approcci mentali di operatori di intelligence che, dopo tanti anni trascorsi nella conduzione di tradizionali e consolidate attivit\u00e0 di intelligence, oppongono ancora qualche resistenza al cambiamento, anche per timore di risultare \u201cinadatti\u201d alla comprensione delle mutazioni imposte dalle innovazioni tecnologiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Due delle pi\u00f9 letali intrusioni cibernetiche della storia americana, i recenti attacchi contro SolarWinds e Microsoft, sono state scovate da piccole societ\u00e0 private prima ancora che dagli 007. \u00c8 un segno dei tempi?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel mio ultimo libro ho dedicato quasi un intero capitolo sulla questione. A partire dal dopoguerra l\u2019intelligence fu considerata come un\u2019attivit\u00e0 di competenza strettamente governativa, dominata da esperti opportunamente addestrati all\u2019arte dello spionaggio e del controspionaggio, e gestito da burocrazie istituzionali controllate e fortemente influenzate da un insaziabile desiderio di assunzione di informazioni sul nemico del momento. Enormi furono i budget stanziati durante la Guerra Fredda da entrambi i \u201cblocchi\u201d per la conduzione di tali attivit\u00e0 e con un focus particolarmente orientato al reclutamento di agenti e fonti. \u00c8 quindi facile comprendere come, a quel tempo, l\u2019ipotesi di un ipotetico approccio a una \u201cintelligence appaltata\u201d a fornitori non governativi potesse risultare inconcepibile. A partire dagli anni \u201990 furono molteplici le cause che contribuirono ad alimentare l\u2019ipotesi di affidare alcune attivit\u00e0 all\u2019esterno, cio\u00e8 a fornitori commerciali in grado di fornire specifici servizi che il personale delle agenzie di intelligence non era, almeno al momento, in grado di erogare, soprattutto in funzione dell\u2019esigenza di fronteggiare quei bruschi e repentini modificazioni sul piano dei rapporti, che vedevano paesi \u201camici\u201d trasformarsi in \u201cnemici\u201d e viceversa. Erano nuove esigenze che avevano prodotto sfide per le quali l\u2019intera Intelligence Community non era preparata. Il crollo dell\u2019Unione Sovietica aveva provocato un significativo ridimensionamento dei servizi segreti sia dei paesi occidentali che di quelli orientali, determinando l\u2019esigenza di una riallocazione delle risorse di intelligence verso una maggiore e pi\u00f9 complessa gamma di nuove minacce transnazionali, come la controproliferazione nucleare, il terrorismo internazionale, l\u2019espansione della criminalit\u00e0 organizzata, l\u2019incremento del traffico di stupefacenti, il dilagare di conflitti su base etnica e politica. Oltre alla significativa riduzione dei budget delle agenzie di intelligence, la crescita di nuove richieste di intelligence analysis nel mondo virtuale hanno contribuito alla destabilizzazione dei vecchi paradigmi e delle tradizionali metodologie di gestione delle attivit\u00e0 di intelligence. Una possibile ed immediata soluzione poteva essere quella dell\u2019incremento delle attivit\u00e0 di spionaggio e controspionaggio di tipo on-demand, ovvero da affidare all\u2019esterno della propria organizzazione. Secondo alcune stime, attualmente il numero totale di appaltatori che supportano l\u2019Intelligence Community ammonterebbe a circa 70.000, con una percentuale del 70% del budget dell\u2019intelligence speso per l\u2019acquisizione di beni e servizi dal settore privato. In questa ottica \u00e8 spiegabile anche la continua e crescente interazione tra le agenzie governative e le societ\u00e0 private, soprattutto sul piano dell\u2019utilizzo delle tecnologie digitali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>I Servizi segreti sono anche una \u201cquestione privata\u201d o devono rimanere sotto lo stretto controllo dello Stato? Cosa insegna il modello israeliano a un Paese come l\u2019Italia?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Parto dalla seconda domanda: il modello israeliano \u00e8 un caso unico a livello planetario. Ogni cittadino dello Stato di Israele \u00e8 autenticamente convinto dell\u2019importanza dell\u2019intelligence, inteso come strumento primario di salvaguardia della sicurezza nazionale. Naturalmente la storica motivazione psicologica degli israeliani che si fonda sulla consapevolezza di vivere in un paese costantemente \u201cin pericolo\u201d, gioca un ruolo fondamentale. \u00c8 forse l\u2019unico caso di realizzazione del concetto di \u201cintelligence collettiva\u201d, che si basa sull\u2019utilizzo di ogni singolo cittadino quale potenziale strumento di ricerca e raccolta di informazioni. Anche per questo motivo le due principali agenzie di intelligence governative, lo Shin Bet e il Mossad, sono annoverate tra le pi\u00f9 organizzate ed efficienti al mondo. In Italia forse soffriamo ancora di quella carenza che il Presidente Emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, tra i pi\u00f9 grandi esperti di intelligence del paese, definiva come \u201cmancanza della cultura dell\u2019intelligence\u201d. Nei nostri servizi sono transitati uomini di intelligence di grande spessore, come, ad esempio, Federico Umberto D\u2019Amato, creatore dell\u2019Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, ma della loro storia rimane ben poca traccia e soprattutto ancor meno insegnamenti. Storicamente in Italia, disgraziatamente, il termine \u201cservizi segreti\u201d evoca nell\u2019immaginario collettivo scenari nebulosi, intrecci malsani e finanche la concatenazione con strutture \u201cdeviate\u201d dalle finalit\u00e0 incomprensibili. Al contrario, gli uomini delle nostre strutture di intelligence svolgono quotidianamente un\u2019attivit\u00e0 di grande valore per lo Stato, evitando clamori, riflettori e gratificazioni di ogni genere. \u00c8 il vero mestiere degli operatori di intelligence: lavorare nell\u2019ombra, con l\u2019unica, intima e segreta consapevolezza di aver servito il proprio Paese. E per un vero servitore dello Stato ci\u00f2 rappresenta un grande onore e un particolare privilegio. In Inghilterra, al contrario, i servizi segreti nazionali godono di una grande rispetto da parte del Governo e dell\u2019intera popolazione, al punto tale che spesso gli ex direttori trovano una naturale collocazione all\u2019interno di strutture accademiche, ove possono continuare a lavorare come formatori ed esperti \u201crecruiters\u201d, come nel caso di Sir Richard Billing Dearlove, ex capo del Secret Intelligence Service (MI6), attualmente presidente del Consiglio della Fondazione della University of London. Molto \u00e8 stato fatto nel nostro Paese per diffondere una corretta immagine delle nostre strutture di intelligence, ma resta ancora molta strada da percorrere\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>In primavera l\u2019Italia ha sventato un episodio di spionaggio russo, la vendita da parte dell\u2019ufficiale Walter Biot di segreti della Nato a spie dei Servizi di Mosca. Sono attivit\u00e0 di routine o \u00e8 stata oltrepassata una linea rossa?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il caso di spionaggio del capitano di fregata Walter Biot presenta alcune anomalie. Una di queste \u00e8 rappresentata dalla ridotta somma di denaro pattuita per l\u2019attivit\u00e0 di trafugamento di documenti \u201cclassificati\u201d, che ammonterebbe a circa cinquemila euro. Un\u2019altra \u00e8 data dal valore, apparentemente poco rilevante, dei documenti consegnati all\u2019ufficiale del GRU, l\u2019intelligence militare russa. L\u2019analisi di questi due semplici elementi porterebbe a ritenere che questa attivit\u00e0 di spionaggio sia classificabile come la fase in cui si cerca di \u201ctestare\u201d l\u2019utilit\u00e0 di una nuova spia. In altri termini si procede alla verifica del suo valore in funzione del livello di informazioni che pu\u00f2 produrre. Altro aspetto insolito \u00e8 riferibile alle tecniche e alle metodologie adottate per la conduzione delle attivit\u00e0. In altri termini, traspare uno scarso livello di preparazione nella gestione dell\u2019interazione tra il \u201ccase officer\u201d e la spia. Effettuare la consegna del materiale trafugato e del denaro per mezzo di un incontro diretto, evidenzia una scarsa conoscenza dell\u2019utilizzo delle tecnologie digitali, che al giorno d\u2019oggi possono quasi azzerare le occasioni di contatto diretto tra due soggetti, soprattutto per quanto concerne la trasmissione di denaro e di documenti. Ad esempio, esistono applicazioni fruibili in rete che possono consentire, riducendo i rischi in maniera quasi totale, di inviare documentazione in qualsiasi angolo del globo terrestre preservando l\u2019anonimato e con l\u2019ausilio di sistemi di cifratura che ne impediscono l\u2019accesso. Per la consegna del denaro si possono utilizzare sistemi di pagamento che si basano sull\u2019utilizzo di criptovalute, garantendo, anche in questo caso, la completa riservatezza. Purtuttavia, si pu\u00f2 ricorrere alle tradizionali metodologie di consegna basate sui \u201cdead drop\u201d, ma che evitano il contatto diretto tra le persone. Anche su questo argomento ho riservato un capitolo nel mio ultimo libro. In ultima analisi c\u2019\u00e8 un aspetto che rimane alquanto strano: la prassi impone che le operazioni di intelligence debbano rimanere segrete, senza rivelare quanto \u00e8 accaduto, e quando si scoprono degli agenti segreti di paesi esteri operanti sul territorio, gli stessi vengono invitati a rientrare in patria dato che sono coperti da immunit\u00e0 diplomatica. In questo caso \u00e8 stato dato un ampio risalto alla notizia. Come mai?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Quanto \u00e8 cambiata l\u2019intelligence italiana negli ultimi anni?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Negli ultimi due decenni le nostre agenzie di intelligence, al pari delle altre degli altri paesi, hanno condotto uno sforzo di riorganizzazione ragguardevole, soprattutto per quanto concerne la componente \u201ccyber\u201d. La possibilit\u00e0 di attingere personale dalle universit\u00e0 ha consentito di innalzare il livello di preparazione sul piano dell\u2019information technology delle nostre agenzie, ponendole in una condizione di assoluta rilevanza in termini di competitivit\u00e0 e innovazione tecnologia. Resta ancora molto da fare, soprattutto per quanto concerne l\u2019attenzione che va rivolta all\u2019intelligence economica e al terrorismo, che in questi ultimi mesi si sta riproponendo su vasta scala.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>\u00c8 vero che si \u00e8 passati da una cultura della segretezza a una cultura della sicurezza o \u00e8 solo retorica?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La cultura della segretezza deve rimanere tale, altrimenti non avrebbe pi\u00f9 senso definire i servizi ancora \u201csegreti\u201d. \u00c8 importante, invece, continuare a diffondere la cultura della \u201csicurezza paese\u201d, che va estesa ad aziende pubbliche e private, ma soprattutto ai cittadini. \u00c8 una cultura che va inoculata partendo dalle scuole fino alle universit\u00e0, attraverso un percorso formativo che deve produrre nelle nuove generazioni un senso di appartenenza alle istituzioni e alla salvaguardia degli interessi nazionali. Tale processo formativo pu\u00f2 anche consentire alle agenzie di intelligence nazionali, sin dalle scuole medie superiori, di \u201cintercettare\u201d gli studenti che presentano aspetti vocazionali importanti per un futuro ingresso nel mondo dell\u2019intelligence. Questa \u00e8 una metodologia di formazione e reclutamento che viene adottata dagli israeliani da decenni e che potremmo copiare\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Con la riforma avviata dall\u2019autorit\u00e0 delegata Franco Gabrielli la cybersecurity \u00e8 stata affidata a un\u2019agenzia al di fuori del comparto intelligence. Giusto evitare sovrapposizioni? Quali sono i compiti \u201ccyber\u201d che rimangono prerogativa degli 007?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Suppongo che nelle intenzioni di Franco Gabrielli vi fosse soprattutto l\u2019intenzione di creare un\u2019agenzia in grado di risolvere il problema delle competenze e soprattutto delle \u201cfortissime criticit\u00e0\u201d che vivono le strutture cibernetica dell\u2019Italia, a partire dalla PA e per finire nelle aziende private, come ha recentemente dichiarato durante l\u2019audizione del 1 luglio scorso davanti alle Commissioni Affari costituzionali e Trasporti, dove \u00e8 intervenuto come autorit\u00e0 delegata per la sicurezza della Repubblica. Naturalmente la divisione di competenze rappresenta un altro punto fermo della riforma: la cyber investigation, la cyber defence e le cyber operations condotte dalle agenzie di intelligence, continueranno ad essere svolte rispettivamente dalle forze dell\u2019ordine, dalle forze armate e dai servizi segreti. Mi sembra un buon inizio per la grande sfida che Gabrielli ha deciso di lanciare. Spero solo che la tradizionale lenta e nebulosa burocrazia del nostro Paese, soprattutto in una materia in continua e incessante evoluzione come la cibernetica, non comprometta il tutto o renda questa Agenzia ingessata tra i \u201clacci\u201d e \u201clacciuoli\u201d di norme eccessivamente interpretabili e agonizzanti tempi di realizzazione. Ricordo, ma solo per citarne uno, il caso del sistema dei centri di controllo dell\u2019equipaggiamento tecnologico, riferibile alla vicenda del \u201cPerimetro cyber\u201d, introdotto dal governo Conte-bis che, a distanza di oltre due anni di distanza, \u00e8 rimasto ad uno stato embrionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Un anno fa \u00e8 stato inaugurato l\u2019Intelligence college of Europe, un istituto che riunisce le agenzie dei Servizi di decine di Paesi europei. Si pu\u00f2 trovare forme di collaborazione efficaci fra diverse agenzie o \u00e8 pura utopia?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In realt\u00e0 il progetto risale al 2019 ed \u00e8 stato sottoscritto da 23 paesi membri e da 7 paesi partner. L\u2019indicazione che pu\u00f2 fornire la chiara interpretazione di questo documento di intenti lo troviamo nel primo capoverso e recita \u201cSebbene la sicurezza nazionale sia una questione di competenza nazionale (come affermato nell\u2019articolo 4.2, Trattato dell\u2019Unione Europea), la stretta cooperazione tra le comunit\u00e0 di intelligence nazionale europee \u00e8 un obiettivo ampiamente condiviso per affrontare in comune le sfide contemporanee sulla sicurezza\u201d. Viene chiaramente ribadito che la sicurezza nazionale \u00e8 una questione che viene gestita autonomamente da ogni singolo paese. Aggiungo che un accordo europeo in materia di intelligence che si basa su un documento di sole 4 pagine \u00e8 come voler ridurre la Divina Commedia ad un numero di pagine paragonabili a quelle di un compendio istruzioni di uno smartwatch. Nella veloce lettura dell\u2019accordo si evince che lo stesso \u201cPromuove e facilita il dialogo strategico tra le comunit\u00e0 di intelligence dei Paesi europei partecipanti, accademici, decisori nazionali ed europei ode migliorare il pensiero strategico e la conoscenza reciproca su temi di interesse comune\u201d. Insomma sembrerebbe una sorta di think thank all\u2019interno del quale docenti, ricercatori ed esperti del settore disquisiscono in materia di intelligence. La verit\u00e0 risiede nella natura stessa dei servizi segreti nazionali: servono a tutelare gli interessi del paese per il quale operano. Un aspetto che pu\u00f2 renderli \u201cnon collaborativi\u201d tra loro se gli interessi divergono tra un paese e l\u2019altro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><strong><a href=\"https:\/\/formiche.net\/2021\/07\/servizi-meno-segreti-il-prof-teti-spiega-la-rivoluzione-007\/\">https:\/\/formiche.net\/2021\/07\/servizi-meno-segreti-il-prof-teti-spiega-la-rivoluzione-007\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FORMICHE (Francesco Bechis) Come si riconosce una spia nel 2021? E cosa fa un agente segreto? Le agenzie di intelligence di diversi Paesi possono collaborare? E quanto conta la riforma della cybersecurity del governo Draghi? A queste e altre domande risponde l\u2019ultimo libro del prof. Antonio Teti (Universit\u00e0 Chieti-Pescara), \u201cSpycraft revolution\u201d (Rubbettino) Se vuoi cambiare le regole, infrangile. Non sar\u00e0 il fair play a decidere chi vincer\u00e0 la competizione internazionale dell\u2019intelligence e della cybersecurity&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":95,"featured_media":66032,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/07\/RhwFT-dX_400x400.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-haZ","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/66029"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/95"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=66029"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/66029\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":66033,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/66029\/revisions\/66033"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/66032"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=66029"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=66029"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=66029"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}