{"id":66131,"date":"2021-07-09T09:00:00","date_gmt":"2021-07-09T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66131"},"modified":"2021-07-08T22:11:54","modified_gmt":"2021-07-08T20:11:54","slug":"le-disuguaglianze-sono-un-problema-politico-e-di-teoria-economica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66131","title":{"rendered":"Le disuguaglianze sono un problema politico (e di teoria economica)"},"content":{"rendered":"<p><strong>Di: KRITICA ECONOMICA (Mattia Marasti)<\/strong><\/p>\n<p>Da qualche anno le disuguaglianze sono tornate a essere un tema scottante tanto all\u2019interno del dibattito politico quanto di quello economico. Negli Stati Uniti proposte come la <em>wealth tax <\/em>di Elizabeth Warren o l\u2019aumento della tassa sulle plusvalenze proposto dall\u2019amministrazione Biden vanno esattamente in questa direzione e rappresentano un chiaro segno di rottura rispetto al passato.<\/p>\n<p>Cos\u00ec anche nell\u2019ambiente pi\u00f9 prettamente accademico il dibattito si \u00e8 riacceso: lo dimostra una raccolta di interventi di recente pubblicazione (<em>\u201cCombating inequality\u201d<\/em>), curata da economisti del calibro di Rodrik e Blanchard. Lo stesso Rodrik che insieme a Zucman e Saez ha fondato il network<em> Economics for Inclusive Prosperity<\/em>: un gruppo di accademici che, riconoscendo il pericolo delle crescenti disuguaglianze, pone come obiettivo non soltanto l\u2019allocazione ottimale delle risorse, un punto centrale della teoria economica, ma anche la loro distribuzione.<\/p>\n<p>Questo problema era gi\u00e0 stato evidenziato da Samuelson nel suo classico <em>Economics<\/em>: la teoria economica <em>mainstream<\/em><em> \u2013<\/em> si pensi ad esempio ai teoremi dell\u2019economia del benessere \u2013 \u00e8 pi\u00f9 interessata a questioni di allocazione, appunto. Ossia descrive come gli agenti, all\u2019interno di un sistema di prezzi dati, raggiungono un equilibrio paretiano. Un concetto, questo, criticato da Bowles proprio perch\u00e9 non tiene conto della distribuzione e dei suoi effetti sulla societ\u00e0 sottostante all\u2019economia e, di conseguenza, sulla crescita economica.<\/p>\n<p>Per anni questa diffidenza nei confronti della distribuzione delle risorse si \u00e8 trascinata nel dibattito politico ed economico. Gli alfieri del neoliberismo, come Margaret Thatcher, hanno sostenuto che le disuguaglianze non sono un problema quando il livello di prosperit\u00e0 \u00e8 tale da garantire a tutti elevati standard di vita. Il vero problema, quindi, non sarebbero le disuguaglianze ma la povert\u00e0. Un concetto ripreso recentemente dagli alfieri del libero mercato, che sostengono che la ricchezza, poich\u00e9 pu\u00f2 essere creata, non \u00e8 un gioco a somma zero.<\/p>\n<p>La posizione pi\u00f9 radicale, da questo punto di vista, \u00e8 espressa dall\u2019economista Bob Lucas, tra i padri della macroeconomia neoclassica e della teoria delle aspettative razionali. Nel 2004, egli dichiar\u00f2: \u201c<em>Tra le tendenze dannose per una sana economia, la pi\u00f9 seducente, e secondo me la pi\u00f9 velenosa, \u00e8 quella di concentrarsi sulle questioni di distribuzione (\u2026) Il potenziale per migliorare la vita dei poveri trovando modi diversi di distribuire la produzione attuale non \u00e8 niente in confronto al potenziale apparentemente illimitato di aumentare la produzione\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Quando questa ipotesi \u00e8 stata testata, tuttavia, i risultati non sono stati soddisfacenti. In uno studio dell\u2019IMF Cordoba e Verdier mostrano come i costi della disuguaglianza surclassino i benefici della crescita. Gli effetti negativi delle disuguaglianze sono ormai ben fondati, sia dal punto di vista teorico sia pratico.<\/p>\n<p>Una <em>survey<\/em> dell\u2019Ocse individua una correlazione tra disuguaglianze e una crescita economica pi\u00f9 flebile: si stima che la crescita cumulativa in UK, USA e Italia sarebbe stata tra il 6 e i 9 punti percentuali pi\u00f9 alta. E recentemente la stessa Ocse ha invitato il governo israelliano a prendere sul serio il problema: Israele \u00e8 infatti un\u2019economia trainata dalla tecnologia e quindi dal capitale umano. \u00c8 proprio questo a essere danneggiato dalle disuguaglianze.<\/p>\n<p>A livello teorico, \u00e8 fondamentale il lavoro di Tabellini e Persson, cos\u00ec come quello di Acemoglu e Robinson: le disuguaglianze rappresentano il fondamento, <em>de facto<\/em>, del potere politico e possono generare, quando amplificate, istituzioni estrattive. Queste non puntano a un sistema economico-politico dinamico in grado di stimolare la distruzione creativa, quanto a una massimizzazione del loro controllo sulla societ\u00e0.<\/p>\n<p>Tra i lavori che pi\u00f9 di tutti hanno contribuito a stimolare il dibattito vi \u00e8 sicuramente \u201c<em>Il Capitale nel XXI secolo<\/em>\u201d del matematico-economista Thomas Piketty. In questo suo lavoro mastodontico che studia l\u2019andamento delle disuguaglianze nei paesi occidentali, Piketty nota che esse hanno seguito un trend discendente fra la II guerra mondiale e gli anni \u201870, per poi tornare a crescere raggiungendo i livelli dei primi del Novecento.<\/p>\n<p>La spiegazione per questo fenomeno avanzata da Piketty si cela dietro la disuguaglianza r&gt;g: il tasso di rendita del capitale (r) \u00e8 maggiore della crescita economica (g). La rendita frutta di pi\u00f9 rispetto ai redditi da lavoro. Questa dinamica, che si era parzialmente invertita nel dopoguerra, \u00e8 ricomparsa dopo gli anni della crisi petrolifera e l\u2019avvento del neoliberismo nei paesi anglosassoni.<\/p>\n<p>Questa spiegazione, che vede quindi nelle dinamiche capitaliste l\u2019emergere delle disuguaglianze, non tiene per\u00f2 conto di aspetti politici-istituzionali. Anzi, ricade nell\u2019errore di vedere il mercato come un sistema naturale che deve essere snaturato per funzionare. Sul capitalismo si potrebbe infatti aprire una discussione simile a quella che Heidegger apre nell\u2019incipit di <em>Sein Und Zeit<\/em> sull\u2019essere. Il capitalismo \u00e8 il sistema pi\u00f9 generale ma questo non significa che sia chiaro, anzi: forse \u00e8 il pi\u00f9 oscuro di tutti. Una definizione di capitalismo rischia di essere approssimativa e forse, come l\u2019essere, il concetto di capitalismo \u00e8 indefinibile. Una posizione pi\u00f9 moderata, cio\u00e8 aristotelica, pu\u00f2 passare dall\u2019idea del capitalismo come genere prossimo a cui va aggiunta una differenza specifica.<\/p>\n<p>Questa differenza specifica \u00e8 appunto il <em>framework <\/em>istituzionale in cui si inserisce. Se con capitalismo intendiamo un sistema in cui vale la propriet\u00e0 privata e il sistema dei prezzi, rischiamo appunto di finire in un cortocircuito che ci fa considerare capitalismo tutto ci\u00f2 che \u00e8 esistito fino ad oggi. Per questo \u00e8 necessario rivolgere la nostra attenzione alle dinamiche istituzionali.<\/p>\n<p>Appare evidente se consideriamo il trend delle disuguaglianze nei paesi anglosassoni e in Europa Occidentale. In Europa le disuguaglianze sono state in qualche modo tenute a bada dall\u2019eredit\u00e0 del <em>welfare state<\/em> costruito nel dopoguerra. Si pu\u00f2 dire lo stesso di Israele dove le disuguaglianze non dipendono soltanto dalle politiche di stampo neoliberista portate avanti dai governi della destra ma anche dalla situazione di <em>apartheid <\/em>nei confronti degli arabi israeliani.<\/p>\n<p>I cambiamenti istituzionali giocano un ruolo fondamentale nel delineare la traiettoria di una nazione. La Grande Peste del \u2018300 ci offre una panoramica interessante. L\u2019elevato calo demografico dovuto alla diffusione del virus port\u00f2 a sconvolgimenti economici dovuti alla mancanza di manodopera. Nacquero movimenti come quello delle <em>jacqueries <\/em>in Francia e i moti di protesta si diffusero in tutta Europa. Quei Paesi come Francia e Inghilterra che trovarono un accordo tra i possidenti terrieri e il proletariato ne emersero vincitori. Laddove invece la resistenza dei possidenti si fece pi\u00f9 aspra, come nei paesi slavi, la situazione non fece che peggiorare.<\/p>\n<p>Ma le istituzioni si appoggiano sugli individui. In questi ultimi anni, come reazione alla modellistica fine a se stessa dell\u2019economia mainstream, ha preso piede il movimento dell\u2019economia cosiddetta \u201cpost-autistica\u201c. Essa, considerando anche le motivazioni sociologiche dietro al mondo economico, ha fatto affidamento sempre di pi\u00f9 sugli effetti della struttura dei <em>network<\/em>.<\/p>\n<p>Quanto le disuguaglianze siano influenzate dalle reti sociali \u00e8 emerso con forza durante la pandemia. Prendiamo ad esempio gli effetti della chiusura delle scuole per far fronte alla diffusione del virus e gli effetti sull\u2019apprendimento.<\/p>\n<p>In Olanda a essere pi\u00f9 penalizzati dai test standardizzati sono stati proprio gli studenti e le studentesse che provenivano dai quartieri pi\u00f9 poveri, ossia quelli che non hanno genitori o vicini con una formazione specifica in grado di aiutarli a svolgere i compiti, che vivono in spazi angusti e in contesti di degrado, spesso anche tecnologico.<\/p>\n<p>Comprendere la natura incorporata e istituzionale delle disuguaglianze porta a conseguenze notevoli sulla politica economica. Se \u00e8 condivisibile e anzi auspicabile una tassa mondiale sulla ricchezza come quella proposta da Piketty, allo stesso tempo ci\u00f2 non basta. \u00c8 necessario intervenire sulle istituzioni, soprattutto quelle riguardanti il mondo del lavoro. Potenziare gli strumenti di pre distribuzione. E ripensare il tessuto delle nostre citt\u00e0, evitando effetti di segregazione che sarebbero nefasti per l\u2019ascensore sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.kriticaeconomica.com\/disuguaglianze-problema-politico\/\">https:\/\/www.kriticaeconomica.com\/disuguaglianze-problema-politico\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di: KRITICA ECONOMICA (Mattia Marasti) Da qualche anno le disuguaglianze sono tornate a essere un tema scottante tanto all\u2019interno del dibattito politico quanto di quello economico. 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