{"id":66368,"date":"2021-07-20T09:00:59","date_gmt":"2021-07-20T07:00:59","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66368"},"modified":"2021-07-19T22:10:08","modified_gmt":"2021-07-19T20:10:08","slug":"io-un-ragazzo-della-scuola-diaz-20-anni-dopo-ho-le-idee-piu-chiare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66368","title":{"rendered":"Io, un ragazzo della scuola Diaz, 20 anni dopo ho le idee pi\u00f9 chiare"},"content":{"rendered":"<p><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Michelangelo Severgnini)<\/strong><\/p>\n<div class=\"post-content-area\">\n<div class=\"entry-content\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div dir=\"ltr\">\n<div>\n<p><em>Al momento di marciare<\/em><\/p>\n<p><em>molti non sanno<\/em><\/p>\n<p><em>che alla loro testa marcia il nemico.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>La voce che li comanda<\/em><\/p>\n<p><em>\u00e8 la voce del loro nemico.<\/em><\/p>\n<p><em>E chi parla del nemico<\/em><\/p>\n<p><em>\u00e8 lui stesso il nemico.&#8221;<\/em><\/p>\n<p>Bertold Brecht<\/p>\n<p>\u201cIl nemico\u201d.<\/p>\n<p>AVEVO SOLO 26 ANNI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Avevo 26 anni. Credevo che questo mondo si potesse aggiustare. Credevo di essere dalla parte giusta. E credevo di aver ben chiaro chi fossero i miei nemici.<\/p>\n<p>Solo qualche mese prima, a gennaio, George W. Bush si era insediato alla Casa Bianca per il suo primo mandato da presidente degli Stati Uniti. Quel giorno mi trovavo a San Francisco, avevo partecipato ad un\u2019imponente manifestazione che protestava, ormai inutilmente, per i brogli con cui, aggiudicandosi la Florida, solo un paio di mesi prima i Repubblicani avevano strappato la vittoria ad Al Gore.<\/p>\n<p>Ma anche in Italia le cose non erano andate nel modo sperato. Silvio Berlusconi era stato da poco eletto presidente del consiglio, vincendo le elezioni con il centro-destra. E sembrava qualcosa di inaudito. Dalle elezioni anticipate del 1996 in poi, quelle che avevano chiuso prematuramente la prima esperienza berlusconiana al governo, avevamo pensato che mai pi\u00f9 un personaggio del genere avrebbe governato l\u2019Italia. Ancor meno gente come Umberto Bossi o Gianfranco Fini.<\/p>\n<p>Eppure quella sinistra aveva gi\u00e0 fallito il proprio mandato storico, o perlomeno quello che io pensavo lo fosse. Nella primavera del 1999 l\u2019Italia aveva preso parte ai bombardamenti sulla Jugoslavia, concedendo le proprie basi all\u2019Alleanza Atlantica che, sorvolando l\u2019Adriatico, aveva messo in ginocchio quel che rimaneva del Paese balcanico.<\/p>\n<p>Massimo D\u2019Alema aveva toccato un punto di non ritorno con quella scelta. Aveva stracciato l\u2019articolo 11 della Costituzione Italiana: \u201cL&#8217;Italia ripudia la guerra\u00a0come strumento di offesa alla libert\u00e0 degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali\u201d.<\/p>\n<p>\u201cCi sono i trattati internazionali a cui abbiamo aderito e che dobbiamo rispettare\u201d, dicevano.<\/p>\n<p>Ma che significato avessero quei trattati in quegli anni, alla fine degli anni \u201990, in molti se lo domandavano.<\/p>\n<p>Negli anni precedenti avevo viaggiato spesso nella ex-Jugoslavia. Ero stato in Bosnia diverse volte. Avevo dato vita a progetti di gemellaggio. Nel dicembre del 1998 ero stato in Kosovo, facevo interposizione nonviolenta tra l\u2019esercito iugoslavo e i ribelli albanesi dell\u2019UCK, nei villaggi della campagna teatro di eccidi.<\/p>\n<p>Ero tornato con molti contatti. Quando pochi mesi pi\u00f9 tardi cominciarono i bombardamenti, li chiamavo al telefono, registravo le conversazioni e le trasmettevo alla radio.<\/p>\n<p>Quando Bush e Berlusconi, a distanza di pochi mesi, avendo entrambi vinto le elezioni, si diedero appuntamento a Genova, la direzione che il mondo stava prendendo proprio non mi andava.<\/p>\n<p>Ma la sinistra in Italia aveva meritato quella sconfitta, gettando alle ortiche la propria identit\u00e0, il proprio senso nella Storia.<\/p>\n<p>Per questo ci doveva essere un\u2019altra sinistra. Una sinistra che forse non aveva piena rappresentanza in parlamento, ma che era viva e fatta delle storie e delle sensibilit\u00e0 di chi non si voleva piegare ai nuovi principi del mondo uscito dal crollo dell\u2019Unione Sovietica. In fondo, erano passati solo 12 anni. C\u2019era ancora il modo e il tempo per cambiare rotta. Ci doveva essere. Avevo solo 26 anni. Per questo andai a Genova.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>VIDEOATTIVISTA<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Da qualche mese mi ero trovato quasi per caso a diventare video-attivista (cos\u00ec ci chiamavamo allora). La videocamera digitale, tra le prime allora, non era nemmeno la mia. All\u2019Universit\u00e0 Bicocca di Milano c\u2019era allora un Laboratorio di Sociologia Visuale, uno dei primi in Italia. Ci ero capitato per caso e sempre per caso mi ero trovato con una videocamera in mano.<\/p>\n<p>\u201cVuoi venire a fare riprese al G8? Ci sar\u00e0 bisogno di filmare tutto il possibile\u201d.<\/p>\n<p>E fu cos\u00ec che mi ritrovai a ritirare un \u201cpass\u201d per la zona rossa a inizio di quella settimana, gi\u00e0 il 16 luglio. Un manipolo di noi era stato scelto per accreditarsi ufficialmente ed avere libert\u00e0 di movimento in citt\u00e0.<\/p>\n<p>Nel corso di qui giorni con stupore e sconcerto scoprimmo cosa intendessero per \u201czona rossa\u201d. Furono alzate delle inferriate alte diversi metri che poggiavano su blocchi di cemento per delimitare la zona del porto e parte del centro di Genova. Mentre questi militarizzavano Genova, noi ci militarizzavamo a nostro modo.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 dubbio che anche noi, in qualche modo, giudicassimo la nostra come una militanza, una lotta, una battaglia. Ma era il \u201cMedia center\u201d il nostro quartiere generale, quelle erano le nostre armi: le videocamere. L\u2019informazione indipendente. \u201cBecome your media\u201d (diventa l\u2019organo di informazione di te stesso, a tua volta) era la nostra filosofia.<\/p>\n<p>Ma non era solo un\u2019attivit\u00e0 di denuncia quella di riprendere, serviva anche a documentare. S\u00ec, perch\u00e9 in quei giorni, sotto l\u2019ala protettrice del \u201cGenoa Social Forum\u201d, si tennero diverse iniziative e manifestazioni pacifiche certamente di spessore. Nulla accadde, relativamente all\u2019ordine pubblico. Tutto si svolse senza tensioni, anzi, con una certa euforia data dall\u2019importanza dell\u2019evento e dalla gioia di vedere cos\u00ec tante persone, realt\u00e0, organizzazioni, confluite da tutto il mondo per unirsi alla lotta.<\/p>\n<p>Certo, c\u2019erano elicotteri che sorvolavano a bassa quota, agenti in borghese agli angoli delle strade che a loro volta riprendevano i cortei. C\u2019era sempre un orizzonte di poliziotti e camionette da qualche parte. C\u2019erano anche leggende metropolitane che spuntavano proprio per non farti abbassare la guardia. Ma a pi\u00f9 di uno di noi in quei giorni venne da pensare se non avessero speso inutilmente tutti quei soldi per la militarizzazione della citt\u00e0.<\/p>\n<p>Per quanto mi riguardava il canovaccio dell\u2019evento poteva finire l\u00ec. Loro rinchiusi come dei ladri in gabbia dentro la zona rossa e noi liberi fuori ad incontrarci, parlarci, immaginare quello che allora veniva chiamato \u201cl\u2019altro mondo possibile\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>LA STRATEGIA DEL SET CINEMATOGRAFICO<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma questa non era la strategia di tutti. S\u00ec, c\u2019erano stati gli scontri a Napoli il marzo precedente, governo Amato, centro-sinistra, prima delle elezioni. E qualcuno si era chiesto se non stesse gi\u00e0 cambiando il vento. Certo il G8 avrebbe posto l\u2019Italia sotto i riflettori mondiali e il nuovo governo Berlusconi, facendo gli onori di casa al nuovo governo americano Bush, non avrebbe potuto tollerare disturbi o interferenze da parte dei manifestanti. Ma, in tutta sincerit\u00e0, fino a venerd\u00ec 20 luglio, quel giorno maledetto, dopo una settimana di sfilate pacifiche per la citt\u00e0, non sentivo nell\u2019aria quella necessit\u00e0 di scontro che poi deflagr\u00f2 da l\u00ec a poche ore.<\/p>\n<p>Noi si andava dentro e fuori la zona rossa, con il pass. In realt\u00e0 ci andavamo al mattino. Per guardarsi un po\u2019 intorno, visitare alcuni luoghi sacri, scorgere qualche personaggio importante e soprattutto rifocillarci agli immensi buffet che abbondavano di cornetti, marmellate, uova sode e ogni altra amenit\u00e0. Tanto poi si stava digiuni fino alla sera.<\/p>\n<p>Conoscevo bene la strategia delle \u201cTute bianche\u201d. I \u201cPadovani\u201d avevano molta presa all\u2019epoca sull\u2019ambiente milanese, soprattutto in termini di gestione della piazza. Da inviato di Radio Onda d\u2019Urto a Milano, con cui avevo collaborato nei due anni precedenti, mi ero fatto ormai una certa esperienza di scontri con la polizia. Io con il telefono in mano, tra il \u201999 e il 2001, a raccontare chi si menava e gli altri, appunto, a menarsi.<\/p>\n<p>Menarsi. Forse era una parola grossa. C\u2019era sempre molto lavoro preparatorio di comunicazione. L\u2019identificazione di un obiettivo simbolico, di una vittoria politica di Pirro. Quello era il faro. Poi molta retorica, molti muscoli o muscoletti in bella mostra. Apparente irriducibilit\u00e0 con le forze dell\u2019ordine e con il \u201cPotere\u201d.<\/p>\n<p>Poi, quando la temperatura era a puntino, qualcuno si sganciava, si appartava con i vice-questori, si trattava una via d\u2019uscita, brandendo la parole come fossero i manifestanti ad avere il coltello dalla parte del manico, si concordavano persino i minuti di quanto sarebbero dovuti durare gli scontri. Pronti, via. Chi doveva filmare, filmava. Chi doveva scattare foto, scattava. Finita la \u201cgentil tenzone\u201d, i manifestanti indietreggiavano allo sparo dei fumogeni, i poliziotti facevano altrettanto, si ricominciava a parlare e infine l\u2019epilogo: la delegazione.<\/p>\n<p>Qualcuno scelto tra i manifestanti, in numero maggiore o minore a seconda del successo della trattativa, varcava un\u2019immaginaria linea rossa che fosse andare sotto a un palazzo a stendere uno striscione, oppure entrare nel centro di detenzione per stranieri di via Corelli o cose simili. Era un\u2019azione simbolica. La polizia manteneva l\u2019ordine. I manifestanti sublimavano in fretta l\u2019impotenza, trasformandola in successo politico. I media indipendenti avevano materiale forte tratto dagli scontri, il circuito ufficiale a sua volta ci ricamava sopra, ognuno restava della sua idea e tutti erano contenti.<\/p>\n<p>Era una formula che funzionava, per tutti. Era collaudata. E a Genova fu riproposta. Genova doveva essere la Woodstock del modello padovano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>LA CONTRADDIZIONE<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201cVioleremo la zona rossa\u201d ripeteva da settimane Luca Casarini, capo delle \u201cTute bianche\u201d. Vittorio Agnoletto, responsabile del \u201cGenoa Social Forum\u201d non lo diceva da parte sua. Ma erano tutti dalla stessa parte, no? Il primo era deciso a rendere il G8 il momento fondativo della sua egemonia sul panorama nazionale dei centri sociali e della sinistra antagonista italiana. Il secondo aveva basato la sua credibilit\u00e0 sul fatto che tutto ci\u00f2 che Casarini proclamava non accadesse. Ma erano entrambi dalla stessa parte, no?<\/p>\n<p>Eravamo stati in molti ad accorgercene di questa contraddizione. Ma i pi\u00f9 di noi stavano con Casarini. Era una strategia. I contenuti andavano bene, ma serviva anche un evento plastico che simbolicamente bucasse il video delle nostre videocamere e proiettasse quei contenuti attraverso gli organi d\u2019informazione ufficiali. Era una strategia di mimetismo.<\/p>\n<p>Quest\u2019illusione dur\u00f2 fino alle 14.53 di venerd\u00ec 20 luglio 2001, quel giorno maledetto.<\/p>\n<p>In quel momento venne gi\u00e0 tutto, come un castello di carta. Anche se qualcuno oggi, 20 anni dopo, cerca ancora pateticamente di rimetterlo in piedi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>UN SENSO DI FASTIDIO<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quella mattina mi alzai con un senso di fastidio. In quei giorni avevo dormito sul camper di un amico. Avevo fatto la spola con la mia motocicletta tra i cortei e il \u201cmedia center\u201d, per consegnare le riprese e lasciare ad altri che le caricassero in rete.<\/p>\n<p>Il \u201cmedia center\u201d era stato allestito all\u2019interno della scuola \u201cPascoli\u201d in via Battisti, quartiere Pegli, in altura, lontano dal centro e dal luogo dei cortei.<\/p>\n<p>Ogni piano, ogni aula della struttura erano stati affidati a organizzazioni, movimenti, giornali, radio e riviste italiane ed internazionali che, condividendo gli obiettivi del \u201cGenoa Social Forum\u201d, ne avessero fatto richiesta.<\/p>\n<p>Di fronte alla scuola \u201cPascoli\u201d, dall\u2019altro lato della piccola stradina, stava la scuola \u201cDiaz\u201d. Qui non vi erano computer, linee telefoniche, redazioni in trasferta, via vai di macchine fotografiche, videocamere. Era un dormitorio per i manifestanti giunti a Genova che non avevano trovato un posto dover stare altrove. Soprattuto gli stranieri.<\/p>\n<p>In quei giorni non ci ero mai entrato. Io dormivo in camper. Quando stavo da quelle parti, stavo nella scuola \u201cPascoli\u201d, nell\u2019aula dei Milanesi, a scaricare materiale, ricaricare batterie, scambiare due battute e poi ripartire.<\/p>\n<p>Quella mattina uscendo dal camper provai un senso di fastidio. Le presenze a Genova erano aumentate a vista d\u2019occhio. Ora c\u2019era gente ovunque per le strade, gente nuova, appena arrivata. C\u2019era anche confusione, fregola.<\/p>\n<p>I nuovi arrivati erano un sostegno a quello che stava facendo in quei giorni, accorsi per il gran finale. S\u00ec, ma chi erano? Erano dei nostri. S\u00ec, ma chi erano? Eravamo tutti coloro che non sono il G8, eravamo il resto del mondo che non \u00e8 d\u2019accordo. Questo bastava sapere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>VIA TORINO ERA UN SET PERFETTO<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non presi nessuna istruzione quel mattino. Non feci in tempo nemmeno a fare colazione nella zona rossa. Troppa tensione nell\u2019aria, troppo caos, troppa gente ovunque. Mi misi a fare avanti indietro su corso Torino, con la mia piccola videocamera nella borsa. Cercavo di respirare l\u2019aria, di capire i movimenti, le intenzioni. Di chi capire chi era chi.<\/p>\n<p>Ero l\u00ec quando venne data alle fiamme una camionetta dei Carabinieri alla fine di corso Torino, all\u2019angolo con via Tolemaide. Da questa via sarebbero scese le \u201cTute bianche\u201d, su corso Torino sarebbero dovute transitare. Probabilmente l\u00ec sarebbero avvenuti gli scontri pilotati, perch\u00e9 sul corso c\u2019\u00e8 pi\u00f9 spazio rispetto a tutte le altre vie circostanti. Pi\u00f9 spazio non per gli scontri, ma per le videocamere che avrebbero ripreso con pi\u00f9 facilit\u00e0. Oppure proseguire verso piazza Verdi.<\/p>\n<p>Le gabbie di ferro della zona rossa non erano lontane ormai. Corso Torino e piazza Verdi erano un ottimo punto dove intavolare una trattativa e giocarsi una simbolica invasione della zona rossa.<\/p>\n<p>Ma qualcosa nell\u2019aria non tornava. I poliziotti non erano l\u00ec per fare le comparse di un teatrino. Lo capii dai loro discorsi, passando a fianco a diversi reparti, con il mio pass bene in vista sul petto, fischiettando.<\/p>\n<p>Lo capii dalla troppa gente esagitata che mai avevo visto nei giorni precedenti. Lo capii dall\u2019utilizzo di alcune tecniche di guerriglia che in verit\u00e0 mai avevo visto impiegate in quegli anni: macchine incendiate, spranghe per infrangere le vetrine dei negozi e i bancomat, violenza non solo contro i simboli del potere, ma contro tutto ci\u00f2 che a loro gradiva.<\/p>\n<p>Non che mi spaventassi. Qualche anno prima sulle montagne del Kosovo ero stato in mezzo alla guerra vera, volontario in un corpo civile di interposizione nonviolenta. Avevo visto morti, spari, bombe.<\/p>\n<p>Ma mi chiedevo come sarebbe andata a finire.<\/p>\n<p>Non era la violenza in s\u00e9 che mi spaventava. Era vedere la totale impreparazione militare dei manifestanti. In Kosovo da una parte stava l\u2019esercito regolare, ma dall\u2019altra guerriglieri armati di tutto punto.<\/p>\n<p>Qui c\u2019erano reparti in assetto anti-sommossa, armati come in guerra da una parte. Dall\u2019altra studenti, lavoratori, famiglie. Del tutto impreparati allo scontro. Anzi, molti di loro del tutto disinteressati allo scontro.<\/p>\n<p>Tranne le \u201cTute bianche\u201d. Queste avevano bisogno dello scontro. Lo avevano proclamato. Dovevano giocare il ruolo dei bambini discoli.<\/p>\n<p>Ma qualcuno li esautor\u00f2, li sopravanz\u00f2, costringendo a portare la soglia dello scontro l\u00e0 dove la piazza non avrebbe retto.<\/p>\n<p>In poche parole hanno fatto da esca.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I DISOBBEDIENTI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quando la carica di via Tolemaide ancora non era partita, corso Torino e le sue strade laterali erano gi\u00e0 un campo di battaglia. Dispersi di altri tafferugli e cariche secondarie si erano riversati per cercare un po\u2019 di respiro. I primi gas lacrimogeni furono lanciati nelle piccole vie laterali, l\u00ec dentro non si poteva respirare. Anche i poliziotti. Non solo non si respirava pi\u00f9, ma era persino difficile vederci ormai. Eppure di gas lacrimogeni ne avevo respirati nei due anni precedenti. Questi erano diversi, pi\u00f9 fetenti, pi\u00f9 caustici, pi\u00f9 tossici.<\/p>\n<p>Provai ad infilare qualche vicoletto, sapendo il corteo su via Tolemaide ancora lontano. Era gi\u00e0 qualcosa di surreale. I primi poliziotti ci erano andati gi\u00f9 troppo pesante. Non con le botte, fino a questo momento: con i gas lacrimogeni. Erano nervosi, gli era scappata la mano. Ognuno, poliziotto o manifestante, scappava in ogni direzione. Giravi un angolo e dalla nebbia poteva emergere un poliziotto in fuga da un gruppo di manifestanti. Ne giravi un altro e incontravi un gruppo di poliziotti che infierivano su un manifestante rimasto indietro.<\/p>\n<p>E tutto doveva ancora cominciare.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 tutto cominci\u00f2 alle 14.53 di venerd\u00ec 20 luglio 2001, quel giorno maledetto.<\/p>\n<p>La dinamica \u00e8 stata ricostruita ed \u00e8 risaputa ormai.<\/p>\n<p>&#8220;Nooo!&#8230; Hanno caricato le tute bianche, porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide&#8230; Hanno caricato le tute bianche che dovevano arrivare a piazza Verdi\u201d. Cos\u00ec afferma concitato un ufficiale in una comunicazione di servizio registrata in quei minuti.<\/p>\n<p>Che era successo nel ormai?<\/p>\n<p>Alle 14,30 la centrale operativa della Questura aveva richiesto un intervento alla Compagnia Alfa del Ccir (Contingente di contenimento e intervento risolutivo) del Terzo battaglione Lombardia dei carabinieri: \u201cPer cortesia devi andare veloce per\u00f2 in piazza Giusti dove c\u2019\u00e8 un gruppo di un migliaio di anarchici che stanno sfasciando tutto. Ci puoi arrivare andando dritto per corso&#8230; dove ti trovi tu adesso, finch\u00e9 non arrivi all\u2019incrocio con corso Torino, gira a sinistra e vai dritto. Per\u00f2 devi fare subito perch\u00e9 sta scendendo da corso Gastaldi un altro corteo\u201d.<\/p>\n<p>Una volta all\u2019incrocio tra corso Torino e via Tolemaide (che pi\u00f9 avanti, appunto, cambia nome in corso Gastaldi) il reparto si perde, va in confusione, scorda l\u2019obiettivo per cui era stato richiesto l\u2019intervento e carica le \u201cTute bianche\u201d, altrimenti dette, non senza un senso di cripto-ironia, i \u201cDisobbedienti\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>LA VITA REALE<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Da un punto di vista militare e della gestione della piazza la storia nasce e finisce qui. Un reparto dei carabinieri da poco convertito, zeppo di ex-militari della guerra in Somalia, che dopo essersi persi (d\u2019altronde quelli erano abituati agli spazi aperti del deserto somalo, non alle stradine di citt\u00e0), vengono sguinzagliati contro il corteo sbagliato e si mettono a fare quello che solo sapevano fare: massacrare la gente.<\/p>\n<p>E le \u201cTute bianche\u201d, che per l\u2019occasione si erano fabbricate pittoresche protezioni in plexiglas, ottime per le foto di scena, vennero spazzate via come in un macabro fumetto. Il muro della ferrovia sulla destra per chi scendeva insieme al corteo ridusse le vie di fuga.<\/p>\n<p>Da quel minuto, 14,53, fino al colpo sparato che uccise Carlo Giuliani in piazza Alimonda, poco distante, alle 17,27 minuti, s\u2019\u00e8 manifestato il crollo di una generazione.<\/p>\n<p>2h35\u2019 di tutti contro tutti, di follia ignorante, di cieco nonsense, di sangue, lacrime, botte, rabbia, frustrazione, violenza gratuita.<\/p>\n<p>La strategia delle \u201cTute bianche\u201d era miseramente fallita, perch\u00e9 pur presentandosi come una strategia militare era piuttosto un equilibrio precario sopra la follia. La centrale operativa della Questura c\u2019ha messo del suo, molto del suo. Ma \u00e8 stupido lamentarsi di essersi bruciati quando si \u00e8 voluto giocare con il fuoco. Quello era l\u2019orizzonte di una generazione immatura e bambina, quello del gioco, della finzione, dei privilegi acquisiti, anche in ambito antagonista.<\/p>\n<p>A quei capi e capoccia \u00e8 stato consentito di difendersi dietro la cosiddetta \u201creazione spropositata delle forze dell\u2019ordine\u201d. Pensavano di recarsi su un set cinematografico, hanno trovato la vita reale. Uno di noi ha trovato la morte.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019ORIZZONTE DEL GIOCO<\/p>\n<p>Eppure non \u00e8 tutto, se penso a quelle ore. Mi sentivo come schiacciato tra incudine e martello. E insieme centrifugato. Da una parte la violenza delle forze dell\u2019ordine come mai avevo sperimentato in piazza nel mio Paese. Dall\u2019altra parte il ricatto. Il ricatto di chi sfasciava tutto. E che non erano persone che io conoscevo. Molti erano stranieri. Molti erano persone non identificabili. Molte non erano manifestanti. Nessuno di loro era l\u00ec con le mie stesse intenzioni.<\/p>\n<p>Ma quanti di noi in piazza hanno contestato questi teppisti tanto quanto le forze dell\u2019ordine?<\/p>\n<p>Pochi. Capire in quei minuti cosa stesse succedendo non era facile, posto che nei 20 anni successivi la maggioranza ancora non l\u2019ha capito.<\/p>\n<p>I Black Bloc, l\u2019incubo e la redenzione di una generazione sconfitta e confusa.<\/p>\n<p>Erano dei nostri, si diceva. Solo un po\u2019 pi\u00f9 esagitati, ma in nord Europa si usa cos\u00ec. \u201cHey, hey, what is this guy fucking saying?\u201d. Questa \u00e8 la risposta che si becc\u00f2 un semplice manifestante davanti ai miei occhi mentre cercava di arrestare l\u2019azione di uno di loro, giovanissimo, che brandiva il collo di una bottiglia spezzata verso i poliziotti pronti alla carica.<\/p>\n<p>Certo, c\u2019erano in molti casi anche barriere linguistiche. Certo c\u2019erano in molti casi anche barriere culturali. Tutto questo era la dimostrazione che se qualcuno aveva premeditato tutto questo tra i manifestanti, senz\u2019altro la maggioranza di loro non ne era stata preventivamente messa al corrente e quindi mandata allo sbaraglio con cinico calcolo.<\/p>\n<p>E qui tornava il ricatto, come una scarica elettrica di un immaginario filo che delimitava uno spazio di ragionamento da non valicare.<\/p>\n<p>S\u00ec, ma io cosa avevo da guadagnare dall\u2019azione di questi teppisti in tuta nera con caschi e spranghe? Precisamente la mia lotta che beneficio ne traeva?<\/p>\n<p>Non era un suicidio strategico oltre che politico giustificare questo blocco?<\/p>\n<p>Qualcuno ci ha provato con la storia degli infiltrati. S\u00ec, ci sono filmati eloquenti in cui alcuni di loro interloquiscono con i poliziotti impartendo loro ordini.<\/p>\n<p>Gli infiltrati c\u2019erano e come non potevano esserci!<\/p>\n<p>La dottrina Cossiga pure la conosciamo, ce la confess\u00f2 lui stesso anni dopo quando ormai decrepito non aveva nemmeno pi\u00f9 il senso della decenza, in un\u2019intervista a La Nazione del 23 ottobre 2008: \u201cRitirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Universit\u00e0, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le citt\u00e0. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovr\u00e0 sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell\u2019ordine non dovrebbero avere piet\u00e0 e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libert\u00e0, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano\u201d.<\/p>\n<p>Ma non c\u2019erano solo infiltrati italiani, l\u2019orizzonte del gioco era pi\u00f9 ampio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I VERI INFILTRATI<\/p>\n<p>I veri infiltrati non erano i poliziotti italiani travestiti da facinorosi che provavano a fomentare e depistare le proteste. I veri infiltrati stavano in posizioni molto pi\u00f9 di rilievo. Nelle settimane successive, nei mesi successivi, la parola d\u2019ordine era \u201cmantenere il dialogo\u201d con i Black Bloc. Lo sostenevano alcuni pensatori del movimento, come il collettivo Luther Blisset.<\/p>\n<p>Mantenere il dialogo. Che significa che la posizione di forza l\u2019hanno loro e noi siamo gi\u00e0 divenuti subalterni, solo perch\u00e9 hanno spaccato qualche vetrina.<\/p>\n<p>I veri sabotatori delle proteste sono stati questi pensatori nascosti nell\u2019anonimato. I veri nemici erano loro.<\/p>\n<p>La loro funzione era quella di mantenere viva il pi\u00f9 a lungo possibile la finzione che dietro a quelle sigle un po\u2019 violente ci fossero solo strategie diverse ma comuni obiettivi.<\/p>\n<p>In quegli anni quegli ambienti del nord Europa si sono trasformati scomponendosi e ricomponendosi in una perfetta strategia di guerriglia semantica.<\/p>\n<p>Divennero poi No Border e Antifa. Con questi nomi si ripresentarono in Italia negli anni successivi e ancora il fumo sollevato da diversi pensatori impediva di vedere queste dinamiche.<\/p>\n<p>Cosa univa tutte queste esperienze? Piattaforme costruite come bambole matrioske, all\u2019origine delle quali stava il capitale, il Potere che pensavamo di combattere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>EGEMONIZZARE LE MENTI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Molti anni dopo, nel 2015, a Berlino, ebbi una conversazione con un attivista siriano, a casa sua, sottovoce. Mi disse queste parole: \u201cDa una anno ci preparavamo agli eventi. Si tenevano degli incontri clandestini. Ci hanno insegnato ad usare le videocamere e a caricare in rete le immagini. La violenza del regime sarebbe dovuta uscire allo scoperto, nelle piazze e nelle vie. L\u00ec noi l\u2019avremmo immortalata e trasmessa in breve tempo in tutto il mondo. Questo avrebbe consentito di abbattere il regime\u201d.<\/p>\n<p>Ascoltavo le sue parole e provavo pena per quel che ero stato: un giovane ragazzo manipolato, plagiato, come molti, come quasi tutti, come quello stesso ragazzo siriano era stato.<\/p>\n<p>Le dinamiche erano le stesse. Fomentare gli scontri per farne teatrino. Poi qualcuno si infiltra, la questione sfugge di mano, l\u2019affare s\u2019ingrossa e passa a qualcuno di pi\u00f9 potente.<\/p>\n<p>Il video attivismo e la lotta per i diritti umani sono la stessa trappola concettuale. Creare il pretesto per un\u2019azione mirata e strabica che poi tu non determini, tanto meno controlli. Azione di altri che con la menzogna cavalcano il tuo malcontento per poi superare i tuoi piani e trascinarti laddove non volevi andare.<\/p>\n<p>Il G8 di Genova \u00e8 stata un\u2019altra esperienza sulla strada delle rivoluzioni colorate.<\/p>\n<p>Indymedia era la trappola per topi in cui siamo tutti caduti.<\/p>\n<p>Eppure io ero a Belgrado nel 1999. Avevo conosciuto i ragazzi di Optor. Li avevo visti trasformarsi in pochi mesi da movimento studentesco a movimento di popolo, grazie all\u2019assistenza mediatica e finanziaria di piattaforme straniere.<\/p>\n<p>Ma avevo 26 anni. Il mondo non poteva fare cos\u00ec schifo. Almeno non nel mio Paese.<\/p>\n<p>Eppure guardatele quelle piattaforme. Ora non finanziano pi\u00f9 gente incappucciata. Perlomeno non in Europa. Non ce n\u2019\u00e8 pi\u00f9 bisogno. Adesso quei soldi finanziano organizzazioni, movimenti, associazioni, partiti, artisti, giornalisti, scrittori, ricercatori. Adesso quei soldi finanziano le ONG, il movimento No Border e quello Antifa, finanziano il movimento Black Lives Matter tanto quanto il movimento LGBT.<\/p>\n<p>In 20 anni hanno egemonizzato il pensiero. Hanno calato un cappello tanto stretto su quello che era il nostro dibattito in quegli anni che ci \u00e8 calato sugli occhi e da l\u00ec in poi siamo stati incapaci di vedere e soprattutto di capire dove stessimo andando.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>PIAZZA ALIMONDA<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il proiettile che uccise Carlo Giuliani venne sparato alle 17,27 di quel maledetto 20 luglio 2001. Quel proiettile uccise una generazione. Ma i proiettili sparati furono due. Due sono gli spari che sentii. Mi trovavo in una stradina laterale a piazza Alimonda. Chi li ha sparati, da dove e verso dove, in tutta sincerit\u00e0 ancora non mi \u00e8 chiaro.<\/p>\n<p>Gli spari sono stati due. Le ipotesi molte di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Ma non mi colsero di sorpresa quei due spari. Da diversi minuti ormai vagavo con la certezza che qualcuno avrebbe sparato. Troppa la confusione, troppa la tensione, troppa la posta in gioco, troppa la paura da entrambe le parti. Avrebbe fatto il gioco di molti, forse di tutti. Un pazzo, un infiltrato, un invasato, un poliziotto sotto pressione per legittima difesa. Chiunque avrebbe potuto sparare. E infine lo fece. O lo fecero.<\/p>\n<p>Il mio cervello si spense. Recuperai la mia motocicletta parcheggiata ben lontana dal luogo degli scontri, attraversando vie con auto in fiamme e vetri rotti a terra. Lasciandomi tutto alle spalle salii al Media Center. La tristezza era ovunque. Perch\u00e9 era morto un ragazzo come noi. Perch\u00e9 qualcuno stava giocando sulle nostre teste. E ancora non capivamo chi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>BANDIERINE TRISTI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ci ritrovammo il giorno dopo a sfilare, sabato 21 luglio, per quello che doveva essere l\u2019ultimo dei cortei, messo in discussione fino all\u2019ultimo, infine partito con l\u2019intenzione di mostrare al mondo intero che i violenti non eravamo stati noi. Un tentativo un po\u2019 ridicolo, bench\u00e9 legittimo per la quasi totalit\u00e0 dei manifestanti.<\/p>\n<p>Fu in tutto e per tutto un corteo funebre. Non si seppelliva idealmente soltanto Carlo in quel corteo. Si seppelliva ogni speranza di libert\u00e0.<\/p>\n<p>Ma i nostri carcerieri non erano quelli che noi credevamo.<\/p>\n<p>Rimanemmo l\u00ec alla fine, con le nostre bandierine tristi in mano, sia quelle vere che quelle metaforiche. I nostri concetti chiari, i nostri slogan: \u201cUn altro mondo \u00e8 possibile\u201d, \u201cMigranti il sesto continente\u201d, \u201cAbbattiamo i confini\u201d, \u201cNessuno \u00e8 clandestino\u201d.<\/p>\n<p>Ora questi ricordi sono per me ancora pi\u00f9 tristi. Quelle bandiere che reggevamo in maniera cos\u00ec triste durante quel corteo, come se fossero le bandierine del nostro club di calcio sonoramente sconfitto dagli avversari sventolate a mezz\u2019aria a fine partita, quegli slogan che scandivamo in maniera non meno triste, erano gi\u00e0 le gabbie di domani, erano gi\u00e0 gli slogan fallaci che ci avrebbero ottenebrato la mente negli anni a venire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>IL BLITZ ALLA SCUOLA DIAZ<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il racconto di quei giorni non pu\u00f2 finire qui. Perch\u00e9 quel giorno altrettanto triste, il 21 luglio, non aveva ancora detto tutto. Anzi, ci aspettava una sorpresa ancora peggiore.<\/p>\n<p>Rientrammo tutti al \u201cMedia center\u201d nella scuola \u201cPascoli\u201d. La gente smobilitava: i computer, le stampanti, le videocamere, i telefoni, tutto veniva riposto e portato via.<\/p>\n<p>Per gli Italiani c\u2019erano i treni speciali che avrebbero ricondotto la gente a casa. \u201cCome, cos\u00ec presto?\u201d. C\u2019era forse bisogno di stare insieme una sera in pi\u00f9 per cercare di capire insieme come era potuto andare tutto cos\u00ec male.<\/p>\n<p>Ma c\u2019erano i treni speciali, meglio partire. Ci sarebbe stato tempo nelle settimane successive per rivedersi e parlare.<\/p>\n<p>Io per\u00f2 dormivo in camper ed ero venuto con la motocicletta da Milano. Si decise di rimanere una notte in pi\u00f9 e ripartire la mattina seguente dopo qualche ora di sonno.<\/p>\n<p>Mi misi a telefonare dall\u2019aula dei Milanesi che ormai si era svuotata. Passai al telefono forse ore, perch\u00e9 volevo essere col pensiero quanto pi\u00f9 lontano possibile da quel posto. Stavo l\u00ec, da solo in quell\u2019aula, mentre l\u2019intero edificio scolastico nel frattempo si era svuotato.<\/p>\n<p>Quando sentii i poliziotti gridare dal cortile mi accorsi di aver perso il senso del tempo. Ormai si era fatto buio da un pezzo, fuori dalle finestre. Era da poco passata la mezzanotte. Lasciai per un attimo la persona con cui stavo parlando al telefono e mi affacciai alla finestra che dava sul lato laterale della scuola. Riuscivo da l\u00ec per\u00f2 a vedere il cancello d\u2019ingresso. Vidi alcune decine di poliziotti in assetto anti-sommossa con caschi, scudi e manganelli. Tornai alla cornetta del telefono e rimandai la telefonata a momenti migliori.<\/p>\n<p>Mi paralizzai nel mezzo dell\u2019aula. Cercai di fare mente locale. Da un bel pezzo non sentivo altri rumori nell\u2019edificio. Ero l\u2019ultimo ad essere rimasto all\u2019interno? Rifeci mente locale. Le ipotesi che mi vennero in mente erano solo due: restare nell\u2019aula e aspettare che i poliziotti salissero per poi presentarmi a mani alzate e provare a dimostrare di essere innocente oppure buttarmi dalla finestra del secondo piano? Ci pensai giusto un paio di secondi e gi\u00e0 stavo con il ginocchio sul davanzale pronto a gettarmi dal secondo piano. Avevo intravisto una bella aiuola nel buio dove mi sarei nascosto una volta atterrato, chiss\u00e0 in che stato, sul prato del cortile della scuola.<\/p>\n<p>Finch\u00e9 un grido arriv\u00f2 dal corridoio della scuola. Una ragazza lo tir\u00f2 sfrecciando di corsa: \u201cTutti nell\u2019aula di radio Gap!\u201d. Mi chiesi: \u201cTutti chi? Quindi non sono rimasto da solo\u201d.<\/p>\n<p>Rimandai la scelta di buttarmi dalla finestra e seguii la ragazza in corridoio. Montammo in fretta e furia una barricata sulla scalinata con cattedre, banchi e armadi della scuola. E poi corremmo insieme ad altri fino all\u2019aula dove radio Gap, la radio del movimento, gli unici ad essere rimasti a Genova ed ancora operativi, stava ancora trasmettendo in diretta.<\/p>\n<p>Dopo pochi minuti i poliziotti fecero irruzione nell\u2019aula. Esiste un famoso audio della diretta della radio di quei minuti:<\/p>\n<p>&lt;&lt;E&#8217; una scena cilena, stanno sfondando la nostra porta, stanno sfondando la nostra porta&#8230; non so se lo sentite&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; Stanno cercando di sfondare la nostra porta al secondo piano\u2026 Bene, mani alzate, resistenza passiva, ragazzi: uno sgombero in diretta. Radio Gap sta per essere sgomberata: manteniamo la calma\u2026<\/p>\n<p>&#8211; Seduti\u2026 ragazzi, calma, seduti e mani alzate\u2026 Continueremo a denunciare quello che sta facendo questo Stato criminale e questa polizia fascista\u2026<\/p>\n<p>&#8211; Eccoli, sono entrati\u2026 sono entrati i poliziotti in radio\u2026<\/p>\n<p>&#8211; \u2026 che \u00e8 entrata nella sede di una radio, manganelli in mano e casco in testa\u2026 in questo momento fanno segno di star gi\u00f9\u2026<\/p>\n<ul>\n<li>\u2026 con manganello in mano e casco anti-sommossa\u2026 la repressione in diretta su Radio Gap&gt;&gt;.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Io ero all\u2019interno dell\u2019aula in quei momenti, insieme a circa una ventina di altri ragazzi e ad alcuni redattori della radio.<\/p>\n<p>I poliziotti rimasero sorpresi, sbalorditi al constatare che la loro azione stava venendo sputtanata in diretta in tempo reale. Rimasero con i manganelli a mezz\u2019aria: \u201cAh, vabbeh, noi volevamo solo controllare i vostri documenti\u201d, dissero spaventati dall\u2019essere denunciati per un\u2019azione i cui presupposti scricchiolavano cos\u00ec come gli estremi di legalit\u00e0.<\/p>\n<p>Rimanemmo piantonati per un\u2019ora circa per\u00f2, senza poter lasciare l\u2019aula.<\/p>\n<p>Non appena ci fu chiaro che non ci avrebbero torto un capello ormai, ci precipitammo alle finestre dell\u2019aula che fatalmente davano sulla scuola \u201cDiaz\u201d, che stava l\u00ec davanti a poche decine di metri.<\/p>\n<p>L\u00ec stava andando in scena la \u201cmacelleria messicana\u201d, come pass\u00f2 alla storia. Quindici minuti ininterrotti in cui decine di poliziotti hanno picchiato a sangue, come tutti sanno, un centinaio di manifestanti.<\/p>\n<p>Il blitz era scattato su tutte e due le scuole. La \u201cPascoli\u201d, la nostra, era ormai vuota, salvo quelli come me, che alla fine si salvarono rifugiandosi nell\u2019aula di radio Gap.<\/p>\n<p>La scuola \u201cDiaz\u201d invece era piena di giovani ragazzi indifesi, soprattutto stranieri, che sarebbero ripartiti l\u2019indomani non potendosi giovare dei treni speciali con cui lo Stato italiano aveva gi\u00e0 riportato a casa i manifestanti italiani.<\/p>\n<p>Quei 15 minuti furono un incubo vivo per le nostre orecchie.<\/p>\n<p>Molti di noi impazzirono, strappandosi i capelli e gettandosi sul pavimento. Qualcuno prov\u00f2 a saltare dalla finestra. L\u2019impotenza ci stava ammazzando, la frustrazione di non poter far nulla, di sentirsi scampati nel mezzo di una macelleria.<\/p>\n<p>Riuscii ad estrarre la videocamera e feci alcune delle poche immagini che ritraggono quei minuti del blitz. Si possono facilmente riconoscere, sono quelle con la mascherina nera in alto e in basso dello schermo.<\/p>\n<p>Quando dopo un\u2019ora, il tempo che ci volle per evacuare i feriti dalla scuola Diaz, i poliziotti ci lasciarono uscire dall\u2019aula, anche lo sbarramento davanti alla scuola \u201cDiaz\u201d venne rimosso. Fui tra i primissimi ad entrare nella scuola ormai deserta.<\/p>\n<p>La vidi con i miei occhi e la mia videocamera la \u201cmacelleria messicana\u201d: le pozzanghere di sangue a terra, le strisciate di sangue sui muri, le ciocche raggrumate sui termosifoni, gli zaini imbrattati, i sacchi a pelo, i quaderni, i vestiti gettati ovunque.<\/p>\n<p>Non rimasi impressionato. Ne avevo viste gi\u00e0 di peggio.<\/p>\n<p>Rimasi offeso.<\/p>\n<p>Tutto questo era successo nel mio Paese.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>CONCETTI TOSSICI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ascoltare oggi i capi di quella stagione affermare, a 20 anni di distanza, che avevamo ragione noi, mi suona come un crudele prolungamento dell\u2019agonia. O come un ostinato voler rimandare, se non altro per una questione di sopravvivenza politica, il giorno in cui il bluff sar\u00e0 scoperto.<\/p>\n<p>Eppure se provo a ricordare le sensazioni, le prospettive di quei giorni, quando quel movimento si definiva \u201cno global\u201d, non posso che ricordare una sensazione di svolta epocale.<\/p>\n<p>Avevo la sensazione che tutti coloro che erano in piazza con me avessero chiaro il fatto che perdere quella battaglia, cio\u00e8 cedere alla globalizzazione, avrebbe significato cedere di fronte a un cambiamento storico epocale, peraltro gi\u00e0 in corso, che avrebbe solo accentuato le differenze tra Nord e Sud, dando il via ad un nuovo colonialismo.<\/p>\n<p>La battaglia per la cancellazione del debito ai Paesi africani era gi\u00e0 stata persa un decennio prima, a partire dall\u2019uccisione di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, nel 1987. La conseguente introduzione dei visti in Italia, varata con la legge \u201cMartelli\u201d nel dicembre 1989, aveva rappresentato un pesante passo indietro sul cammino per l\u2019uguaglianza mondiale. A Genova, nel 2001, come molti altri giovani, nella mia ingenuit\u00e0 credevo che la posta in gioco fosse quella. Del resto erano fatti avvenuti solo 10 anni prima. C\u2019era, per cos\u00ec dire, la prospettiva che si potesse fare un passo indietro e rimediare a quanto di sbagliato avvenuto nel decennio precedente.<\/p>\n<p>L\u2019altro mondo possibile era quello: tornare indietro a prima del 1987, tornare a quella sacrosanta battaglia. \u201cNessuno \u00e8 clandestino\u201d significava questo. Significava tornare a prima della legge \u201cMartelli\u201d.<\/p>\n<p>Tuttavia mi sembrava ovvio che al contempo andasse ripresa la battaglia per la cancellazione del debito, altrimenti si sarebbero poste solo le basi per movimenti di masse di disperati, scenario che pareva tutto fuorch\u00e9 il nostro obiettivo.<\/p>\n<p>In poche parole \u201ci migranti\u201d, parola che avevamo da poco imparato ad usare, erano una conseguenza del fatto che qualcosa stava andando storto. L\u2019orizzonte del nostro pensiero prevedeva che nessuno sarebbe pi\u00f9 stato costretto a migrare.<\/p>\n<p>Quella battaglia per\u00f2 \u00e8 stata persa. Due mesi pi\u00f9 tardi ci fu l\u2019attacco alle Torri gemelle, la conseguente neo-colonizzazione americana del Medio Oriente. Dice anni pi\u00f9 tardi ci furono le cosiddette \u201crivoluzioni arabe\u201d e ora, 20 anni pi\u00f9 tardi, quella sinistra si ritrova in mano un\u2019agenda completamente diversa, a volte capovolta.<\/p>\n<p>Come questo sia avvenuto non smetto di domandarmelo.<\/p>\n<p>Negli anni successivi al G8 di Genova si diffusero altri slogan ancor pi\u00f9 perentori sulla questione. Uno tra tutti, in inglese: &#8220;No border, no nation, stop deportations!\u201d, \u201cNessuna frontiera, nessuna nazione, stop alle deportazioni\u201d.<\/p>\n<p>Ho personalmente partecipato ad azioni \u201cno border\u201d in quegli anni, soprattutto tra la Grecia e la Turchia, dove vivevo.<\/p>\n<p>Ero convinto, e lo sono ancora, che la \u201clibert\u00e0 di movimento\u201d fosse un diritto inalienabile per tutti gli esseri umani da cui non retrocedere.<\/p>\n<p>L\u2019articolo 13 della \u201cDichiarazione universale dei diritti umani\u201d, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, recita:<\/p>\n<p>\u201c1. Ogni individuo ha diritto alla libert\u00e0 di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.<\/p>\n<p>2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese\u201d.<\/p>\n<p>In quegli anni molti pensatori di quell\u2019area di riferimento, tra cui Sandro Mezzadra in Italia, elaboravano concetti come \u201cil diritto alla fuga\u201d, lavorando a creare una dimensione umana nella figura del migrante: non mero numero, ma persona. Non oggetto, ma soggetto della politica. A parole.<\/p>\n<p>Che ci fosse qualcosa che scricchiolasse in queste teorie si poteva annusare sin dall\u2019inizio. Non mi era mai sfuggito come quella retorica immaginasse quelle persone gi\u00e0 fatalmente \u201cmigranti\u201d, condannate alla fuga, \u201cvittime\u201d comunque andr\u00e0.<\/p>\n<p>Mancava cio\u00e8 ogni prospettiva di resistenza. Anzi, era stato spostato completamente il mirino di questa. La prospettiva di resistenza si aveva nel proprio diritto di spostarsi, non nel proprio diritto di vivere una vita degna nel proprio Paese.<\/p>\n<p>In pratica un disperato, dopo aver perso la battaglia di resistenza pi\u00f9 cruciale della propria vita, quella di affermare la giustizia sociale nel proprio luogo di origine, ne avrebbe dovuta intraprendere un\u2019altra, pi\u00f9 congeniale, pi\u00f9 \u201cmoderna\u201d, quella per il diritto a muoversi, ad attraversare frontiere, quella ad inserirsi in altri Paesi. Battaglia che, fosse stata vinta la prima, non sarebbe stata probabilmente cruciale nella vita di queste persone.<\/p>\n<p>In altre parole, pensatori devoti agli dei del tramonto, ben equipaggiati e finanziati da societ\u00e0 straniere, le stesse che pi\u00f9 o meno cripticamente finanziavano Black Bloc ed Indymedia, disseminavano il dibattito di concetti tossici.<\/p>\n<p>Il concetto di Fortezza Europa, per esempio. O quello dell\u2019Esternalizzazione della frontiera, come viene definito. Pu\u00f2 pure essere cos\u00ec, ma cosa mi interessa di cosa fa l\u2019Europa sui propri confini se poi non guardo a cosa fa l\u2019Europa fuori dai quei confini?<\/p>\n<p>E\u2019 questo il cuore del problema. Ma fare distrazione di massa \u00e8 in fondo l\u2019arte di questi depistatori.<\/p>\n<p>Si \u00e8 innalzato il concetto di accoglienza non solo a soluzione dei problemi del mondo, ma addirittura a motore delle rivoluzioni sociali (che per\u00f2 ancora non si sono viste in vent\u2019anni, al contrario ovunque \u00e8 cresciuta la precariet\u00e0 ed \u00e8 crollato il costo del lavoro).<\/p>\n<p>E tutti questi concetti tossici sono stati seminati nelle zucche di quelli che erano prima \u201cno global\u201d. Questo lavaggio del cervello \u00e8 stato fatto per interesse, perch\u00e9 c\u2019era lo zio d\u2019America che distribuiva mance e mancette attraverso convegni, borse, premi, viaggi, pubblicazioni, sovvenzionamenti e stratagemmi simili. E questo voleva che si dicesse e pensasse.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>INCONSAPEVOLI SERVITORI DEL CAPITALE<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per me che da 3 anni conduco il progetto \u201cExodus &#8211; fuga dalla Libia\u201d, parlare via internet con centinaia di lavoratori e lavoratrici africane bloccate in Libia \u00e8 stato come squarciare il velo.<\/p>\n<p>E\u2019 stato come affacciarsi nel retropalco dove si muovono i fili di questa tragicommedia. E\u2019 stato come avere sotto gli occhi contemporaneamente la visuale del \u201cdi qua\u201d sotto i riflettori del palco e del \u201cdi l\u00e0\u201d dietro le quinte.<\/p>\n<p>Oggi, a 3 anni di distanza e dopo interminabili racconti in diretta dalla Libia, le mie idee sulla questione della libert\u00e0 di movimento si sono fatte necessariamente pi\u00f9 chiare.<\/p>\n<p>In altre parole il concetto racchiuso nella parola \u201cmigrante\u201d sottende la possibilit\u00e0 che il singolo individuo possa salvare se stesso all\u2019interno di una dinamica di selezione naturale, perch\u00e9 i \u201cmigranti\u201d sono gi\u00e0 una piccola minoranza fatta da chi si pu\u00f2 permettere il viaggio, mentre chi arriva a destinazione \u00e8 ancora di pi\u00f9 una minoranza della minoranza.<\/p>\n<p>E\u2019, in poche parole, l\u2019applicazione del darwinismo sociale neo-liberista al concetto di mobilit\u00e0.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9, in una prospettiva socialista, l\u2019espressione \u201csolidariet\u00e0 con i popoli\u201d \u00e8 pi\u00f9 sincera rispetto all\u2019espressione \u201csolidariet\u00e0 con i migranti\u201d, perch\u00e9 in questo secondo caso si d\u00e0 per assunto (anche se non dovrebbe essere cos\u00ec) che qualcuno ce la far\u00e0, qualcun altro non ce la far\u00e0, sulla base dei capricci della sorte, della propria astuzia nonch\u00e9 della propria resistenza fisica e psicologica. Si accetta cio\u00e8 che una situazione di indigenza iniziale sia motivo di una sfida con la sorte e non di una battaglia politica sul posto.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"iX\">\n<p>Anzich\u00e9 di diritto alla resistenza, si introduce il diritto alla fuga. Sicch\u00e9 la partita \u00e8 persa ancora prima di cominciarla e si salvi chi pu\u00f2.<\/p>\n<p>Al contrario sono convinto che l\u2019opposizione ad accordi internazionali sbilanciati, la promozione di accordi commerciali di equo scambio, l\u2019opposizione ad interventi militari stranieri mossi da interessi imperialistici, l\u2019opposizione alla vendita sconsiderata di armi siano passi preliminari irrinunciabili prima ancora di imbastire ogni discorso.<\/p>\n<p>E questa \u00e8 una battaglia che non va data per persa, perlomeno io non lo voglio fare.<\/p>\n<p>Quella \u00e8 la linea di confine tra l\u2019umanit\u00e0 e la barbarie.<\/p>\n<p>Affidare poveri disgraziati ai capricci della sorte in una dimensione di salvezza individuale quale la migrazione \u00e8, perdendo di vista la salvezza collettiva negata loro nel loro Paese, \u00e8 gi\u00e0 parte della barbarie.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 solo sul piano dell\u2019analisi teorica che la dottrina del diritto alla fuga si arena in un mare di contraddizioni. E\u2019 sul lato pratico che il sostegno alla libert\u00e0 di movimento, ora, a queste condizioni, diventa\u00a0<em>de facto<\/em>\u00a0una crudele trappola.<\/p>\n<p>Mentre in Europa le opposte tifoserie di chi parla di \u201caccoglienza\u201d e chi parla di \u201cinvasione\u201d entrambe si attestano sul consolatorio (per ragioni opposte) assioma dell\u2019ineluttabilit\u00e0 della migrazione, in Africa il dibattito va in tutt\u2019altra direzione.<\/p>\n<p>Gli schiavi in Libia chiedono di tornare a casa. Lo chiedono attraverso centinaia di messaggi vocali che ho ricevuto da loro, rappresentati nel videoclip di \u201cGive me the Oil and take the Slaves\u201d (<a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=PU2y4r9MfjI&amp;t=117s\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\" data-saferedirecturl=\"https:\/\/www.google.com\/url?q=https:\/\/www.youtube.com\/watch?v%3DPU2y4r9MfjI%26t%3D117s&amp;source=gmail&amp;ust=1626791703814000&amp;usg=AFQjCNFwkxt9jKx7S1Nlz1z9CW-APk8XVQ\">https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=PU2y4r9MfjI&amp;t=117s<\/a>).<\/p>\n<p>Ma la definizione \u201cmigrante\u201d impedisce di capire, perch\u00e9 il concetto non contempla la possibilit\u00e0 che qualcuno\u00a0\u00a0di loro lungo la strada si stanchi di essere schiavo e voglia tornare a casa.<\/p>\n<p>E\u2019 un dispositivo concettuale spietato ed eurocentrico. Questa volta non portiamo la civilt\u00e0 e non esportiamo la democrazia. Questa volta salviamo vite in mare. Cos\u00ec sembra. Ma ogni anno solo 1\/70 degli schiavi in Libia raggiunge l\u2019Europa e 1\/70 viene intercettato dalla Guardia Costiera Libica e riportato a terra. Gli altri restano indietro e nemmeno raggiungo il mare perch\u00e9 l\u2019Europa per loro non sar\u00e0 una destinazione, ma \u00e8 stata un\u2019esca. Un raggiro necessario per metterli in cammino e consegnarli nelle mani delle milizie di Tripoli che ne dispongono impunemente in regime di schiavit\u00f9 con il silenzio dell\u2019Europa che in cambio beneficia del petrolio saccheggiato al popolo libico da quelle stesse milizie.<\/p>\n<p>E quindi, tecnicamente, la narrazione migratoria \u00e8 fumo negli occhi per non vedere il saccheggio delle risorse.<\/p>\n<p>Mentre in Europa ci dividiamo tra coloro che farneticano di libert\u00e0 di movimento e credono che gli immigrati siano come pere mature che ad un certo punto cadono dall&#8217;albero e coloro che farneticano di invasione e di Africa come posto da cui fuggire, in Africa c&#8217;\u00e8 chi lotta ogni giorno per il diritto a vivere una vita degna nel proprio Paese.<\/p>\n<p>La libert\u00e0 di movimento, pertanto, \u00e8 una bella cosa. Quando c\u2019\u00e8.<\/p>\n<p>Invocarla, oggi, in Europa, senza preoccuparsi di cosa la migrazione sia, oggi, in Africa, \u00e8 follia. Se la migrazione in Africa oggi \u00e8 diventata la forma di autofinanziamento di mafie e milizie locali, a piede libero grazie alla distruzione dello stato di diritto colpito al fine di favorire il nostro saccheggio delle loro risorse, allora chi la invoca, che lo faccia in buona fede o meno, oggi \u00e8 un complice di milizie, mafiosi, trafficanti e un agente dei propri governi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>UNA GENERAZIONE SCONFITTA E MAI CRESCIUTA<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Oggi, 20 anni dopo, ho tolto troppe maschere in questo massacro. E non ho problema a dire che quel mondo che ritenevamo possibile era un incubo che per fortuna non si \u00e8 ancora avverato per intero.<\/p>\n<p>Quando vedo i centri sociali oggi mobilitarsi per favorire il commercio di un vaccino sperimentale prodotto dalle multinazionali (come si chiamavano allora), penso che la cannibalizzazione di quel movimento sia ormai completata.<\/p>\n<p>Se quel mondo possibile era il mondo delle ONG che implementano agende di governi finanziate dalle stesse lobby che sponsorizzano i deputati di quei governi (la Redistribuzione dei \u201cmigranti\u201d \u00e8 una politica dell\u2019UE, avallata da tutte le ONG, mentre gli schiavi in Libia chiedono Evacuazione, cio\u00e8 tutt\u2019altro), con un controllo militare dell\u2019informazione che fabbrica narrazioni fiabesche e ignora la realt\u00e0 dei fatti, allora quel mondo che abbiamo sognato era un incubo.<\/p>\n<p>Se quel mondo possibile era fatto di fondi stranieri che finanziavano le piattaforme su cui pubblicavamo la nostra contro-informazione, ma che al tempo stesso cripto-finanziavano anche le frange estreme che relegavano la nostra lotta in secondo piano e al tempo stesso animavano la finanza internazionale che depredava il mondo, allora quel mondo che abbiamo sognato era un incubo.<\/p>\n<p>Se quel mondo possibile aveva previsto per noi solo il ruolo dei sognatori, degli agitatori, illusi\u00a0\u00a0e inconcludenti, maestri di sicumera in mezzo a un mondo che contribuiamo quotidianamente a sfasciare, beatamente indaffarati in altri pensieri sul sesso degli angeli, allora quel mondo che abbiamo sognato era un incubo.<\/p>\n<p>Se quel mondo possibile aveva previsto che, invece di lottare contro le strutture del potere, le avremmo assecondate con la \u201ccooperazione allo sviluppo\u201d, riuscendo a campare con i soldi degli sfruttatori facendo di finta di essere con gli sfruttati, allora quel mondo che abbiamo sognato era un incubo.<\/p>\n<p>In altre parole quei concetti che dovevano essere dei vaccini contro l\u2019ingiustizia, sono diventati i recinti ben protetti del nostro essere privilegiati.<\/p>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che quel movimento che scese in strada a Genova in questi giorni 20 anni fa \u00e8 sempre rimasto immaturo, non \u00e8 mai diventato adulto. Invece di ribellarsi all\u2019autorit\u00e0 del padre, ha finito per conformarsi. Ora sono tutti globalisti. Hanno fatto una carriera usufruendo dei canali aperti a suon di finanziamenti della Open Society, hanno costruito miti vuoti, sono persone di rispetto ora, sono pifferai magici che incantano serpenti.<\/p>\n<p>E\u2019 una generazione che non ha mai fatto i conti con la vita reale, non \u00e8 mai cresciuta. Si \u00e8 raccontata sempre un sacco di favole e poi, invece di ammettere la sconfitta, ha preferito smettere di lottare e accomodarsi sullo scranno profumato del moralismo. Ha preferito cambiare il nome alle cose piuttosto che cambiare le cose.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-io_un_ragazzo_della_scuola_diaz_20_anni_dopo_ho_le_idee_pi_chiare\/41939_42369\/\">https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-io_un_ragazzo_della_scuola_diaz_20_anni_dopo_ho_le_idee_pi_chiare\/41939_42369\/<\/a><\/p>\n<div class=\"author-box\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Michelangelo Severgnini) &nbsp; Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. &nbsp; La voce che li comanda \u00e8 la voce del loro nemico. E chi parla del nemico \u00e8 lui stesso il nemico.&#8221; Bertold Brecht \u201cIl nemico\u201d. AVEVO SOLO 26 ANNI &nbsp; Avevo 26 anni. Credevo che questo mondo si potesse aggiustare. Credevo di essere dalla parte giusta. E credevo di aver ben chiaro chi fossero i&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":99,"featured_media":38086,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/antidiplomatico-1353756142_280-1.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-hgs","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/66368"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/99"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=66368"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/66368\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":66370,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/66368\/revisions\/66370"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/38086"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=66368"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=66368"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=66368"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}