{"id":66653,"date":"2021-08-02T09:30:30","date_gmt":"2021-08-02T07:30:30","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66653"},"modified":"2021-08-02T00:09:24","modified_gmt":"2021-08-01T22:09:24","slug":"la-globalizzazione-esiste-ancora","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=66653","title":{"rendered":"La globalizzazione esiste ancora?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">da <strong>TERMOMETRO GEOPOLITICO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>(Andrea Muratore)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vent\u2019anni fa, l\u2019estate 2001 fu resa rovente dalle proteste attorno al G8 di Genova che segnalava l\u2019esistenza di un forte sentimento di tensione e insicurezza legato alle dinamiche di una globalizzazione che allora si era soliti narrare come trionfante e destinata a plasmare l\u2019intero pianeta in forma filo-occidentale. Nello stesso anno, era proseguita la crisi finanziaria legata allo scoppio della bolla del digitale, prima avvisaglia della grande tempesta che sarebbe esplosa nel 2007-2008; infine, i fatti dell\u201911 settembre, con l\u2019attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono, avrebbero portato a un colpo al cuore degli Stati Uniti e al disvelamento dell\u2019esistenza di dure faglie culturali e politiche nel mondo. Sotterrando definitivamente l\u2019illusione che con la Guerra Fredda la storia fosse finita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Il Giano Bifronte dei nostri tempi<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Due decenni dopo, il Covid-19 ha permesso di leggere a ritroso un ventennio impetuoso inaugurato da un anno, il 2001, che \u00e8 stato il punto di partenza di una fase di crisi sistemica dei processi di globalizzazione intesi come apertura graduale dei mercati alla nuova lex mercatoria, all\u2019assimilazione culturale al modello occidentale, all\u2019egemonia planetaria degli Stati Uniti e del loro sistema di alleanze. La globalizzazione \u00e8 stata, nel corso degli anni, indicata come nemico numero uno dai manifestanti contro la crisi finanziaria, dai movimenti sovranisti e populisti, da sindacati e organizzazioni di lavoratori critici della de-industrializzazione del campo occidentale. Ma anche difesa da governi e istituzioni come un sistema in grado di creare benessere attraverso legami e commercio e promossa dall\u2019ascesa della Cina a grande potenza industriale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Si pu\u00f2, dopo due decenni, una recessione mondiale, l\u2019insorgenza terroristica, una serie di crisi generalizzate per il mondo e, infine, la pandemia parlare ancora di globalizzazione? Certamente, la fase storica che stiamo vivendo ha posto sotto gli occhi di tutti quanto fossero illusori i miti degli Anni Novanta su un processo ontologicamente benigno e destinato a produrre crescita e benessere diffuso in forma indifferenziata. Ma anche dimostrato che la globalizzazione, processo liquido e apparentemente informe, ha potuto e in certi casi saputo trovare i suoi perimetri di riferimento. Associata all\u2019ideologia neoliberista e al mito della fine del ruolo dello Stato, ha saputo sopravvivere al ritorno del capitalismo politico sui settori di frontiera; idealizzata nel superamento dei confini e delle barriere, ha avuto un\u2019accelerazione nel suo versante dell\u2019economia immateriale e digitale nel periodo in cui le nazioni, per combattere il coronavirus, innalzavano confini, proclamavano lockdown, fermavano i flussi di persone e merci negandone apparentemente uno dei presupposti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Perenne Giano Bifronte, la globalizzazione \u00e8 oggigiorno qualcosa di molto diverso da vent\u2019anni fa. Sicuramente \u00e8 un processo molto meno a trazione occidentale e molto pi\u00f9 a guida orientale, sulla scia delle diverse dinamiche di crescita economica e demografica. Vede convivere al suo interno pulsioni liberiste, spinte sovraniste, azioni di grandi potenze capace di bilanciare interesse nazionale e questioni economiche. Narrata come prodotto delle multinazionali, \u00e8 in realt\u00e0 plasmata dagli Stati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Come cambia la globalizzazione<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Il Covid-19 impone da un anno e mezzo una riflessione sul futuro di questi processi e sulle dinamiche che, in prospettiva, si apriranno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Rispetto alla globalizzazione per come era stata pensata negli Anni Novanta da teorici ed analisti, in primo luogo il mondo ha preso una piega completamente opposta. La percezione che tutto sarebbe stato ordinato unicamente dall\u2019economia, come vulgata neoliberista propone, nascondeva in realt\u00e0 il preciso intento politico degli Stati Uniti di barattare con il progresso e l\u2019arricchimento di satelliti e clientes l\u2019istituzione di un ordine unipolare avente Washington a capo. Fattispecie che gi\u00e0 nel cruciale 2001 uno studioso attento come Geminello Alvi aveva colto in un articolo sul Corriere della Sera scrivendo che \u201cogni giudizio sul presente si \u00e8 dato, per giudicare se v\u2019\u00e8 progresso o regresso, una sola regola: quella della crescita del Pil o delle Borse. Tutto il resto \u00e8 considerato non moderna ed esecrabile balordaggine. E per\u00f2, anche ammettendo che solo l\u2019economia conti, con che fretta ipocrita sono trascorsi i precari miti della globalizzazione\u201d. Rimossi, faceva notare Alvi, \u201ccome l\u2019unica vera permanenza che riaffiora alla fine da secoli: la supremazia delle \u00e9lite anglofone e il loro modo di plasmare ogni volta l\u2019economia internazionale alle proprie convenienze. Il ridursi del mondo a mercato \u00e8 un processo non lineare; si svolge da secoli; gli anglofoni vi hanno prevalso: ecco i tre fatti sempre elusi, rimossi, dimenticati a memoria, dai discorsi sulla globalizzazione\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Discorsi che, allora, avevano una chiara valenza politica ed erano estremamente attuali. Ma che sono stati poi integrati dall\u2019ascesa della Cina e dell\u2019Asia. Secondo fattore di discontinuit\u00e0. Non a caso proprio nel 2001 si formalizz\u00f2 l\u2019entrata di Pechino nell\u2019Organizzazione mondiale del commercio che avrebbe dovuto essere uno dei capisaldi del nuovo consenso economico globale. Con la sua corsa a diventare una grande potenza economica e tecnologica, i risultati raggiunti contro povert\u00e0 e disuguaglianze, il mancato coinvolgimento nella Grande Recessione iniziata nel 2007-2008 e la Nuova Via della Seta la Cina ha sfatato l\u2019idea secondo cui solo tra Usa ed Europa si sarebbero potute tracciare le rotte di una globalizzazione volta a creare una sorta di Occidente mondiale. E questo d\u00e0 l\u2019idea dell\u2019eccessiva leggerezza con cui il processo, dopo la fine dell\u2019Unione Sovietica, era stato letto in forma acriticamente positiva e unilaterale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Terzo punto \u00e8 il prevedibile riflusso identitario che ha creato dei controlimiti non secondari all\u2019espansione dell\u2019Occidente fuori dall\u2019Occidente a cui si \u00e8 sommata l\u2019emersione di una serie di faglie (prima fra tutti quella tra centro e periferia nei Paesi ad economia avanzata) che ha creato un senso di spaesamento verso le \u201cluci\u201d del mercato globale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Torna il primato della politica<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Il cambiamento pi\u00f9 sostanziale, confermato dal \u201critorno\u201d delle dinamiche connesse alla politica industriale e alla protezione dei settori strategici dopo il Covid, \u00e8 stato senz\u2019ombra di dubbio il rilancio del primato della politica come fattore determinante anche in ambito occidentale. Gi\u00e0 manifesto laddove in diversi settori produttivi, anche nel pieno dell\u2019ondata di deindustrializzazione delle nazioni occidentali, le catene del valore sono state \u201cglobalizzate\u201d nella misura in cui ben precisa rimaneva l\u2019allocazione dei centri produttivi della massima quota di valore aggiunto, con comparti come l\u2019elettronica, l\u2019informatica, l\u2019aeronautica e la cantieristica navale particolarmente tutelati. A questi fattori l\u2019ascesa della rivalit\u00e0 globale nel settore tecnologico, nell\u2019innovazione e nella corsa agli investimenti strategici ha dato impulso, soprattutto di fronte al potenziamento del dualismo tra Stati Uniti e Cina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">In fin dei conti c\u2019\u00e8 da rilevare che la stessa \u201cglobalizzazione\u201d delle catene del valore, a lungo, non si \u00e8 manifestata se non attraverso una corsa alla dispersione delle produzioni nell\u2019inseguimento dei vantaggi competitivi sul costo del lavoro, il regime fiscale e l\u2019attrattivit\u00e0 agli investimenti da parte dei grandi gruppi multinazionali e in funzione della capacit\u00e0 di attrazione fornita da diversi governi. Con una prima ondata che ha toccato Cina, Turchia, Filippine, Polonia, Pakistan per poi spostarsi, via via, verso altri Paesi in maggior ricerca di uno sviluppo di base: Etiopia, Vietnam, Indonesia, Nigeria, Bangladesh e via dicendo. Questo processo ha il suo \u201cdoppio\u201d nella regionalizzazione delle infrastrutture e dei mercati d\u2019interscambio energetico che alimentano i sistemi pi\u00f9 avanzati, specie tra l\u2019Europa e il bacino del Mediterraneo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">La globalizzazione ha conosciuto molti limiti, \u00e8 stata ridimensionata e confinata in precisi argini. Ma, al contrario, \u00e8 completamente esondata nel campo delle nuove tecnologie e dell\u2019innovazione, diventate il motore di una nuova frontiera di sviluppo che ha creato nuovi potentati economici, nuove opportunit\u00e0 di interconnessione tra comunit\u00e0, imprese, individui, nuovi domini di sicurezza personale e nazionale e, in sostanza, plasmato un universo \u201cparallelo\u201d fatto di dati e informazioni la cui governance pone problematiche non secondarie in termini politici e sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">La globalizzazione, vent\u2019anni dopo Genova, l\u201911 settembre, l\u2019ascesa della Cina e le prime crisi, esiste ancora? Certamente s\u00ec, ma in forma tanto mutata da poter rendere necessaria una nuova definizione. A furia di adattamenti e di smentite, la narrazione sulla globalizzazione \u00e8 stata completamente smentita. Ma ogni cambiamento avvenuto ha puntato ad adeguare i processi in atti al mondo e non a cercare un\u2019alternativa reale fuori sistema. La stessa Cina, del resto, nella globalizzazione sguazza con piacere, tanto che Xi Jinping l\u2019ha definita \u201cun oceano\u201d da cui nessuno si pu\u00f2 ritirare e in cui ogni potenza deve scegliere di nuotare. Ma a livello sistemico sono stati avviati dei cambiamenti di lungo termine la cui governance determiner\u00e0 il futuro degli equilibri politici ed economici su scala mondiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>FONTE<\/b>:\u00a0<a href=\"https:\/\/it.insideover.com\/storia\/la-globalizzazione-esiste-ancora.html\">https:\/\/it.insideover.com\/storia\/la-globalizzazione-esiste-ancora.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da TERMOMETRO GEOPOLITICO (Andrea Muratore) Vent\u2019anni fa, l\u2019estate 2001 fu resa rovente dalle proteste attorno al G8 di Genova che segnalava l\u2019esistenza di un forte sentimento di tensione e insicurezza legato alle dinamiche di una globalizzazione che allora si era soliti narrare come trionfante e destinata a plasmare l\u2019intero pianeta in forma filo-occidentale. 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