{"id":68243,"date":"2021-11-02T00:38:10","date_gmt":"2021-11-01T23:38:10","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=68243"},"modified":"2021-11-01T16:49:25","modified_gmt":"2021-11-01T15:49:25","slug":"mafia-societa-e-uomini-dello-stato-spunti-dalle-considerazioni-del-generale-dei-carabinieri-mori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=68243","title":{"rendered":"Mafia, societ\u00e0 e uomini dello Stato. Spunti dalle &#8220;Considerazioni del generale dei Carabinieri Mori&#8221;."},"content":{"rendered":"<p>di GIUSEPPE GERMINARIO<\/p>\n<p align=\"justify\"><em><strong>Dal 26 al 29 ottobre il quotidiano \u201cIl Riformista\u201d ha pubblicato un memoriale del Generale dei Carabinieri, ex-comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale), Mario Mori a seguito della sua assoluzione definitiva dalle gravissime accuse di\u00a0\u201cViolenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti\u201d. Una macchia indelebile, una nemesi crudele che avrebbe potuto colpire il generale e tutta la squadra che, sotto la guida dei giudici Falcone e Borsellino, era riuscita ad arrestare il capo di \u201cCosa Nostra\u201d Tot\u00f2 Riina; quell\u2019arresto avrebbe dovuto essere solo una tappa di un filone di indagine che mirava a scoprire e colpire la fitta trama di legami costruite dalle associazioni mafiose con gli ambienti imprenditoriali e delle pubbliche amministrazioni. <\/strong><\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><em><strong>Con l\u2019assassinio di Falcone e Borsellino, la repentina chiusura delle inchieste nelle principali procure siciliane e i processi a carico dei singoli componenti dell\u2019intera squadra, nel frattempo disciolta, impegnata in indagini cos\u00ec delicate, quell\u2019arresto cos\u00ec clamoroso e promettente si rivel\u00f2 in realt\u00e0 l\u2019annuncio dell\u2019epilogo di una vicenda appena agli albori e conclusasi con la beffa, da vedere quanto determinata da coincidenze o da calcolo politico, di una possibile fine ignominiosa dei protagonisti sopravvissuti di quell\u2019azione di indagine giudiziaria. L\u2019assoluzione clamorosa del generale Mori, sia pure ormai attesa, ha goduto dei riflettori del sistema mediatico per non pi\u00f9 di un paio di giorni. Meriterebbe ben altra attenzione. <\/strong><\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><em><strong>Il memoriale sembra cadere nell\u2019ombra del dimenticatoio nel momento stesso della sua uscita. Si fa fatica addirittura a reperire copia fisica del quotidiano che ha ospitato il documento. Una volta terminata la pubblicazione e attesi e rispettati i diritti di esclusiva detenuti dal quotidiano, i blog di \u201cItalia e il mondo\u201d e del \u201ccorriere della collera\u201d di Antonio de Martini hanno deciso di pubblicare a loro volta il testo con l\u2019auspicio che siano numerosi i siti editoriali disposti a diffondere il memoriale. <\/strong><\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><em><strong>Nella loro linearit\u00e0 le considerazioni del generale Mori offrono numerosi spunti di riflessione, di azione politica ed anche di politica giudiziaria riguardo alla natura delle organizzazioni mafiose, alla rappresentazione agiografica del potere mafioso come minaccia ed antitesi al potere dello Stato, alla natura stessa del, per meglio dire dei poteri giudiziari i quali pi\u00f9 che indipendenti, si rivelano essere autonomi e partecipi a pieno titolo delle dinamiche politiche e di potere, anche le pi\u00f9 profonde ed oscure. <\/strong><\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><em><strong>Rappresentazione appunto agiografica che nella loro immagine pi\u00f9 lineare sono offerti come corpi estranei, in quella pi\u00f9 sottile sono evidenziati solo nel loro aspetto di poteri autonomi con la funzione militare ad oscurare il resto. E\u2019 il terreno di pascolo sul quale per decenni si sono nutriti i cosiddetti \u201cprofessionisti dell\u2019antimafia\u201d, cos\u00ec bene inquadrati da Leonardo Sciascia. Se i classici ambiti di azione legati alla droga e ai traffici illeciti, pur clamorosi nelle loro dimensioni, contribuiscono a rafforzare questa rappresentazione limitativa del potere mafioso, la sua implicazione diretta e fondamentale negli appalti e nelle attivit\u00e0 imprenditoriali lascia intuire e intravedere una ben altra natura riguardo ai suoi legami con i centri di potere e alle dinamiche di conflitto, collusione e compenetrazione nella societ\u00e0 e negli apparati statali. <\/strong><\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><em><strong>Prospettive \u201cinedite\u201d che dovrebbero vellicare la curiosit\u00e0 dell\u2019opinione pubblica e di chi ha il potere di intervenire. Sarebbe il modo migliore di cercare di uscire dalla commedia degli inganni e di rendere onore e giustizia a quei funzionari che si sono esposti a mille pericoli e che hanno rischiato invece di finire nell\u2019onta, non solo nell\u2019obl\u00eco. Con i nostri mezzi alquanto irrisori cercheremo di offrire il contributo possibile alla chiarezza. Una chiarezza che dovrebbe ormai essere cristallizzata anche in qualche nome e cognome, per quanto di persone ormai attempate (<\/strong><\/em><em><strong>Giuseppe Germinario)<\/strong><\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><em>Considerazioni<\/em><\/p>\n<p align=\"justify\">Nelle interminabili discussioni con critiche, originate dall\u2019attivit\u00e0 operativa del ROS dei Carabinieri nel contrasto alla mafia, il punto di partenza \u00e8 sempre costituito dalla mancata perquisizione del \u201ccovo\u201d di Salvatore Riina. Quale protagonista di quei fatti espongo in merito la mia versione. Subito dopo la cattura del capo di \u201ccosa nostra\u201d, nella riunione tra magistrati e investigatori che ne segu\u00ec, fu naturalmente considerata l\u2019ipotesi dell\u2019immediata perquisizione della sua abitazione, ubicata a Palermo in quella via Bernini 54, ma al momento non individuata precisamente, perch\u00e9 inserita in un comprensorio \u2013 delimitato da un alto muro di recinzione \u2013 costituito da una serie di villette indipendenti. Prospettata dal cap. Sergio De Caprio, e da me sostenuta, prevalse la decisione di non effettuare la perquisizione.<\/p>\n<p align=\"justify\">La proposta derivava della considerazione che il Riina era stato appositamente arrestato lontano dal luogo di residenza della famiglia \u2013 un suo \u201ccovo\u201d non \u00e8 mai stato trovato \u2013 e teneva conto della prassi mafiosa di non custodire, nella proprie abitazioni, elementi che potessero compromettere i parenti stretti. Questa soluzione avrebbe dovuto permetterci lo sviluppo di indagini coperte sui soggetti che gli assicuravano protezione, senza che fosse nota la nostra conoscenza della sua abitazione. L\u2019improvvida indicazione dell\u2019indirizzo ad opera di un ufficiale dell\u2019Arma territoriale di Palermo, che consent\u00ec alla stampa, dopo circa ventiquattro ore dalla cattura, di presentarsi con le telecamere davanti all\u2019ingresso di via Bernini, \u201cbruci\u00f2\u201d l\u2019obiettivo, e i conseguenti servizi di osservazione del cancello di accesso al comprensorio furono sospesi per il serio pericolo di lasciare dei militari dentro un furgone isolato, esposto a qualsiasi tipo di offesa.<\/p>\n<p align=\"justify\">A questo punto anche le indagini che ci eravamo prefissi di svolgere in copertura divennero molto pi\u00f9 difficili, stante l\u2019eco addirittura internazionale della vicenda. Malgrado queste difficolt\u00e0, la cattura del Riina non rimase un fatto episodico, perch\u00e9 attraverso alcuni \u201cpizzini\u201d trovatigli addosso, fu possibile risalire alla cerchia stretta dei suoi favoreggiatori, procedendo in successione di tempo al loro arresto. La perquisizione della villetta abitata dai Riina venne eseguita solo dopo alcuni giorni su iniziativa della Procura della Repubblica di Palermo, in un quadro di scollamento tra le attivit\u00e0 della magistratura e della polizia giudiziaria.<\/p>\n<p align=\"justify\">Noi eravamo convinti di potere sempre agire nell\u2019ambito delle iniziative preliminarmente concordate, mentre la Procura era sicura del mantenimento del controllo sull\u2019obiettivo. L\u2019equivoco diede luogo all\u2019apertura di un procedimento giudiziario che i sostituti procuratori incaricati, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, proposero per due volte di archiviare, ma il Gip, attraverso un\u2019ordinanza di imputazione coatta, decise per l\u2019apertura del processo, con l\u2019ipotesi, a carico mio e del cap. Sergio De Caprio, di favoreggiamento di elementi di \u201ccosa nostra\u201d. La vicenda penale si concluse con la nostra piena assoluzione, perch\u00e9 \u201cil fatto non costituisce reato\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nella motivazione, la 3\u00b0 Sezione penale del Tribunale di Palermo, sulla decisione volta a dilazionare la perquisizione, sosteneva testualmente: \u201c \u2026 Questa opzione investigativa comportava evidentemente un rischio che l\u2019Autorit\u00e0 Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di Polizia Giudiziaria direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilit\u00e0 di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti logicamente, insita l\u2019accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell\u2019abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell\u2019ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a \u201cNinetta\u201d Bagarella ( moglie del Riina, ndr) che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere o occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina \u2013 cosa che avrebbero potuto fare nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell\u2019arresto in conferenza stampa, quando cio\u00e8 il servizio di osservazione era ancora attivo \u2013 od anche terzi che, se sconosciuti alle forze dell\u2019ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al cancello di ingresso dell\u2019intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l\u2019allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata e le frequentazioni del sito.\u201d Sull\u2019ipotesi, emersa gi\u00e0 anche in quel processo, di una trattativa condotta dal Ros con uomini di \u201ccosa nostra\u201d, il Tribunale la escludeva con queste considerazioni: \u201c \u2026 La consegna del boss corleonese nella quale avrebbe dovuto consistere la prestazione della mafia \u00e8 circostanza rimasta smentita dagli elementi fattuali acquisiti nel presente giudizio\u201d. A conferma dell\u2019approccio sempre manifestato, fondato cio\u00e8 sulla convinzione della nostra non colpevolezza, la Procura di Palermo non interpose appello.<\/p>\n<p align=\"justify\">Malgrado l\u2019esito processuale, che non avrebbe dovuto concedere ulteriori margini di discussione, \u201cla mancata perquisizione del covo di Riina\u201d rimane tuttora un postulato per coloro che sostengono il teorema delle mie responsabilit\u00e0 penali nell\u2019azione di contrasto a \u201ccosa nostra\u201d. In particolare viene sempre citata l\u2019esistenza di una cassaforte \u2013 contenente chiss\u00e0 quali segreti \u2013 che sarebbe stata smurata ed asportata dall\u2019abitazione del boos e a nulla vale presentare la fotografia, scattata anni dopo e agli atti dei procedimenti giudiziari, che ritrae il mio avvocato, il senatore Pietro Milio, a fianco della cassaforte ancora ben infissa nel muro.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nell\u2019ipotesi peggiore, l\u2019attivit\u00e0 investigativa mia e dei militari che comandavo \u00e8 considerata sostanzialmente criminale. Bene che vada, la tecnica operativa attuata dal Ros, mutuata dal Nucleo Speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, \u00e8 definita come autoreferenziale, quindi non perfettamente in linea con i canoni stabiliti dalle norme procedurali. Di fronte a queste accuse che considero ingiuste, ritengo di dovere fare alcune considerazioni. Le critiche che mi vengono rivolte, relative alle indagini svolte dopo le stragi di Capaci e via D\u2019Amelio, sono sostenute per lo pi\u00f9 da persone che, all\u2019epoca, in quella primavera\/estate del 1992, se non erano minorenni, certamente non hanno avuto nessuna partecipazione e conoscenza vissuta degli eventi, per cui esprimono giudizi senza avere presente la realt\u00e0 di quei drammatici mesi.<\/p>\n<p align=\"justify\">La societ\u00e0 nazionale ed in particolare i siciliani, gi\u00e0 profondamente colpiti dal tragico attentato di Capaci, accolsero attoniti la nuova strage di via D\u2019Amelio. Chi si trovava allora a Palermo poteva 3 constatare l\u2019angoscia e la paura diffuse, non solo tra i cittadini comuni, ma anche in coloro che per gli incarichi ricoperti avevano il dovere di contrastare con ogni mezzo \u201ccosa nostra\u201d. Ricordo in particolare come alcuni magistrati sostenessero che era finita la lotta alla mafia e parlassero di resa; ho ancora ben presenti tutti quei politici, giornalisti ed esperti che esprimevano il loro sconfortato pessimismo, valutando senza possibilit\u00e0 di successo il futuro del contrasto al fenomeno. Anche molti colleghi, tra le forze di polizia, avevano iniziato a privilegiare il pi\u00f9 prudente e coperto lavoro d\u2019ufficio rispetto alle attivit\u00e0 su strada. Nessuno, comunque, a livello di magistratura ma anche da parte degli organi politici competenti, ovvero delle scale gerarchiche delle forze di polizia, ritenne, in quei giorni, d\u2019impartire direttive o delineare linee d\u2019azione investigative aggiornate per contrastare pi\u00f9 efficacemente l\u2019azione criminale di \u201ccosa nostra\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Le istituzioni sembravano dichiararsi impotenti contro l\u2019attacco mafioso. In particolare erano scomparsi dalla scena i protagonisti dell\u2019antimafia militante. In questa sfacelo generale alcuni, e tra questi i Carabinieri del Ros, ritennero invece un dovere, prima morale e poi professionale, incrementare l\u2019attivit\u00e0 investigativa, nel rispetto della propria funzione e per onorare la memoria dei morti nelle due stragi. Decisi cos\u00ec d\u2019iniziativa, ma nella mia competenza di responsabile di un reparto operativo dell\u2019Arma, di attualizzare e rendere pi\u00f9 incisiva l\u2019attivit\u00e0 d\u2019indagine, costituendo un nucleo, comandato dal cap. Sergio De Caprio, destinato esclusivamente alla cattura di Riina ed autorizzai il cap. Giuseppe De Donno a perseguire la sua idea di contattare Vito Ciancimino, personalit\u00e0 politica notoriamente prossima alla \u201cfamiglia\u201d corleonese, nel tentativo di ottenere una collaborazione che consentisse di acquisire notizie concrete sugli ambienti mafiosi, cos\u00ec da giungere alla cattura di latitanti di spicco.<\/p>\n<p align=\"justify\">Si tenga conto che il cap. De Donno, negli anni precedenti, aveva arrestato Vito Ciancimino per vicende connesse ad appalti indetti dal Comune di Palermo, ma se si voleva ottenere qualche risultato concreto, non si poteva ricercare notizie valide tra i soliti informatori pi\u00f9 o meno attendibili, ma avvicinare chi con la mafia aveva sicure relazioni. A proposito del contatto con Vito Ciancimino non posso essere criticato per un\u2019attivit\u00e0 riservata nella ricerca di notizie e di latitanti; infatti le norme procedurali consentono all\u2019ufficiale di polizia di ricercare e tenere rapporti con quelli che ritiene in grado di fornirgli informazioni. Ciancimino quindi, libero cittadino in attesa di giudizio, era una potenziale fonte informativa e per questo avvicinabile in tutta riservatezza dalla polizia giudiziaria, cos\u00ec come previsto dall\u2019art. 203 del nostro codice di procedura penale.<\/p>\n<p align=\"justify\">Molti, per\u00f2, mi imputano il fatto di non avere avvertito l\u2019autorit\u00e0 giudiziaria competente del tentativo di convincere l\u2019ex sindaco di Palermo alla collaborazione. Del tentativo ritenni di dovere rendere edotte alcune cariche istituzionali. La dott. Liliana Ferraro, stretta collaboratrice di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, ne fu informata nel corso del mese di giugno 1992, sino dai primi approcci tentati dal cap. De Donno col figlio del Ciancimino; il magistrato ne parl\u00f2 a sua volta col ministro Claudio Martelli e con il dott. Borsellino. Nel luglio 1992 avvisai personalmente il segretario generale di palazzo Chigi, l\u2019avv. Fernanda Contri, che comunic\u00f2 la notizia al presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nell\u2019ottobre successivo ne parlai ripetutamente all\u2019on. Luciano Violante, nella sua qualit\u00e0 di presidente della Commissione Parlamentare Antimafia. Tutti questi contatti hanno avuto conferme da parte degli interessati nei dibattimenti processuali che mi hanno riguardato. Le personalit\u00e0 qui citate rivestivano cariche istituzionali e avevano funzioni che mi consentivano di riferire loro notizie riservate sulle indagini che stavo svolgendo. Se qualcuno di costoro, peraltro, avesse ravvisato qualche comportamento illecito nel mio comportamento, avrebbe avuto l\u2019autorit\u00e0, anzi l\u2019obbligo, di denunciarlo immediatamente ai miei superiori, ovvero alle autorit\u00e0 politiche da cui dipendeva la mia scala gerarchica, ma questo non avvenne. La mia scala gerarchica, per suo conto, sulle indagini svolte, cos\u00ec come previsto, esegu\u00ec successivamente un\u2019indagine amministrativa che si concluse senza rilevare elementi censurabili nella mia condotta.<\/p>\n<p align=\"justify\">Rimane per\u00f2 il fatto di non avere informato la Procura della Repubblica di Palermo per un tentativo certamente non di routine che prevedeva, per me e De Donno, e questo deve essere chiaro, anche significativi rischi personali, visto che ci eravamo presentati con i nostri nomi e le nostre funzioni ad una persona legata strettamente ai \u201ccorleonesi\u201d, avendogli precisato, dopo i primi approcci, che il nostro intento finale era quello di ottenere la cattura dei latitanti mafiosi di spicco. Sar\u00f2 esplicito sul punto: decisi di non avvisare la Procura di Palermo, in attesa della sostituzione prevista di l\u00ec a qualche mese del suo responsabile, dott. Pietro Giammanco, perch\u00e9 non mi fidavo della sua linearit\u00e0 di comportamento e ne spiego qui di seguito i motivi.<\/p>\n<p align=\"justify\">Quando fui nominato, nel settembre 1986, comandante del Gruppo CC. di Palermo, provenivo dall\u2019esperienza della lotta al terrorismo condotta dal Nucleo Speciale di PG del gen. Dalla Chiesa, dove si era capito che nelle indagini contro le maggiori espressioni di criminalit\u00e0 \u2013 terrorismo ma anche delinquenza organizzata di tipo mafioso \u2013 si doveva agire considerando il fenomeno nel suo complesso e non per singole aspetti. Mi resi conto che a Palermo le Forze di Polizia operavano di norma per eventi specifici \u2013 solo con Giovanni Falcone ed il pool antimafia si era cominciato ad affrontare analiticamente il fenomeno mafioso \u2013 ottenendo risultati complessivamente inadeguati. Mancava la cultura dell\u2019indagine di lungo respiro, preferendo il pi\u00f9 facile risultato immediato ma senza prospettive, ad un\u2019azione che, portata in profondit\u00e0, consentisse alla fine di raggiungere risultati realmente consistenti. Questo concetto d\u2019azione, cio\u00e8 il differimento della perquisizione dell\u2019abitazione, sar\u00e0 alla base dell\u2019indirizzo d\u2019indagine prospettato ai magistrati subito dopo la cattura di Salvatore Riina.<\/p>\n<p align=\"justify\">Per tornare al mio arrivo a Palermo, mi parve presto chiaro che \u201ccosa nostra\u201d non si preoccupava tanto della cattura di qualche suo elemento, perch\u00e9 sempre sostituibile, ma temeva gli attacchi alle sue attivit\u00e0 in campo economico, quelle cio\u00e8 che le consentivano di sostenersi ed ampliare il proprio potere. Individuai non nelle estorsioni, il cos\u00ec detto pizzo, ma nella gestione e nel condizionamento degli appalti pubblici, il canale di finanziamento pi\u00f9 importante dell\u2019organizzazione. Dalle prime indagini, da me assegnate al cap. Giuseppe De Donno, si evidenzi\u00f2 la figura di Angelo Siino quale uomo di \u201ccosa nostra\u201d incaricato di gestire i rapporti con gli altri protagonisti dell\u2019affare appalti. Per la prima volta, con il sostegno convinto e fattivo di Giovanni Falcone, si svilupp\u00f2 un\u2019indagine specifica relativa alle turbative realizzate nelle gare degli appalti pubblici, partendo dagli interessi mafiosi. Emerse allora il fatto che dei tre protagonisti cointeressati (mafia, imprenditoria e politica) imprenditoria e politica, come sino ad allora ritenuto, non erano affatto vittime, ma partecipi dell\u2019attivit\u00e0 criminosa, concorrendo alla spartizione dei proventi illeciti.<\/p>\n<p align=\"justify\">Si arriv\u00f2 cos\u00ec a risultati concreti addirittura prima, come sostenuto dallo stesso dott. Antonio di Pietro in dichiarazioni processuali, che l\u2019inchiesta milanese \u201cmani pulite\u201d prendesse corpo e producesse i suoi effetti pratici. Infatti, all\u2019inizio di febbraio 1991, il dottor Falcone, nel lasciare il Tribunale di Palermo per il ministero della Giustizia, chiese di depositare l\u2019informativa riassuntiva sull\u2019indagine che era gi\u00e0 stata preceduta da una serie di notazioni preliminari, redatte dal cap. De Donno su aspetti particolari dell\u2019inchiesta, tra cui quelli relativi alle attivit\u00e0 di politici apparsi nel corso degli accertamenti. Giovanni Falcone spieg\u00f2 che la consegna formale fatta nelle sue mani ci avrebbe in parte protetti dalle polemiche che l\u2019indagine avrebbe sicuramente creato. Appena ricevuta l\u2019informativa, il dottor Falcone la port\u00f2 al procuratore capo Pietro Giammanco.<\/p>\n<p align=\"justify\">Da quel 17 febbraio 1991, per mesi, malgrado le insistenze del cap. De Donno e mie, non si seppe pi\u00f9 nulla dell\u2019inchiesta, e questo anche se, il 15 marzo 1991, in un convegno tenutosi al castello Utveggio di Palermo, a proposito della nostra indagine, Giovanni Falcone avesse affermato: \u201c \u2026 Si potrebbe dire che abbiamo fatto dei tipi di indagine a campione, da cui si pu\u00f2 dedurre con attendibilit\u00e0 un certo tipo di condizionamento, ma l\u2019indagine di cui mi sono occupato a Palermo, mi induce a ritenere che la situazione sia molto pi\u00f9 grave di quello che appare all\u2019esterno \u2026\u201d; e proseguendo: \u201cIo credo che la materia dei pubblici appalti \u00e8 la pi\u00f9 importante perch\u00e9 \u00e8 quella che consente di fare emergere come una vera e propria cartina di tornasole quel connubio, quell\u2019ibrido intreccio tra mafia, imprenditoria e politica \u2026 \u201d<\/p>\n<p align=\"justify\">Il 2 luglio 1991, infine, furono emesse cinque ordinanze di custodia cautelare per quattro imprenditori siciliani pi\u00f9 Angelo Siino. Dopo pochi giorni tutti, a cominciare da \u201ccosa nostra\u201d, seppero i risultati raggiunti dall\u2019inchiesta e soprattutto dove questa poteva portare, perch\u00e9 alla scontata richiesta degli avvocati difensori di conoscere gli elementi di accusa relativi ai propri patrocinati, invece di stralciare e consegnare esclusivamente gli aspetti documentali relativi ai singoli inquisiti, cos\u00ec come previsto dalla norma, venne consegnata l\u2019intera informativa: 878 pagine pi\u00f9 gli allegati. Il procuratore Giammanco, addirittura, ritenne d\u2019inviare l\u2019informativa al ministro della Giustizia Claudio Martelli, iniziativa presa nell\u2019agosto del 1991, provocando la reazione del ministro che, consigliato da Giovanni Falcone, la risped\u00ec al mittente, rilevando e sottolineando l\u2019irritualit\u00e0 della trasmissione di un atto di indagine che, in quanto tale, non poteva essere di competenza dell\u2019autorit\u00e0 politica. Inizi\u00f2 in quel periodo la crisi nei rapporti tra la Procura Palermo e il ROS.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nel marzo 1992 rientr\u00f2 a Palermo, proveniente dalla Procura della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino, assumendo le funzioni di procuratore aggiunto. Tra lo stupore generale, il procuratore Giammanco, non gli deleg\u00f2 la competenza delle indagini antimafia su Palermo e provincia. A riguardo appare oltremodo significativa l\u2019affermazione, riportata nella recente sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta (Borsellino quater),attribuita a Giuseppe \u201cPino\u201d Lipari che, alla notizia del rientro del magistrato a Palermo, aveva sostenuto come il fatto avrebbe portato problemi a \u201c quel santo cristiano di Giammanco \u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il Lipari era un geometra palermitano che curava gli affari della \u201cfamiglia\u201d corleonese. In quei primi mesi Paolo Borsellino divenne rapidamente il punto di riferimento di magistrati ed investigatori impiegati nel contrasto alla mafia e continu\u00f2 a mantenere costanti rapporti personali e professionali con Giovanni Falcone che il 23 maggio 1992, a Capaci, venne ucciso da una bomba che provoc\u00f2 anche la morte della moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e di tre addetti alla sua scorta. 6 Da quel momento l\u2019attivit\u00e0 di Paolo Borsellino assunse un ritmo quasi frenetico e continu\u00f2 sino alla sua fine, avvenuta il successivo 19 luglio 1992.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nel periodo compreso tra le due stragi si svilupp\u00f2 una significativa serie di vicende riguardanti le indagini del Ros, e precisamente:<\/p>\n<p align=\"justify\">19 giugno 1992, due ufficiali del Ros, i capitani Umberto Sinico e Giovanni Baudo, informano direttamente il dott. Borsellino di avere ricevuto notizie confidenziali circa la preparazione di un attentato nei suoi confronti, precisando e che in merito erano stati formalmente allertati gli organi istituzionali competenti per la sua sicurezza;<\/p>\n<p align=\"justify\">25 giugno 1992, Paolo Borsellino mi chiede un incontro riservato che si svolge a Palermo nella caserma Carini, presente anche il cap. De Donno. Il magistrato, che gi\u00e0 aveva ottenuto dal ROS il rapporto \u201cmafia e appalti\u201d quando era a Marsala \u2013 in merito ci sono le dichiarazioni processuali a conferma da parte dei magistrati Alessandra Camassa, Massimo Russo e Antonio Ingroia, oltre a quelle dell\u2019allora maresciallo Carmelo Canale \u2013 sostiene di volere proseguire le indagini gi\u00e0 coordinate da Giovanni Falcone che gliene aveva parlato ripetutamente e sollecita, ottenendola, la disponibilit\u00e0 operativa del Cap De Donno e degli altri militari che avevano condotto l\u2019inchiesta;<\/p>\n<p align=\"justify\">12 luglio 1992, la Procura di Palermo, con lettera di trasmissione a firma Giammanco, invia quasi per intero l\u2019informativa Ros sugli appalti ad altri uffici giudiziari siciliani \u201cper conoscenza e per le opportune determinazioni di competenza\u201d. Per un\u2019indagine basata sull\u2019ipotesi di associazione per delinquere di tipo mafioso (416 bis c.p.) la procedura adottata implica, da parte della Procura mandante, il sostanziale cessato interesse per gran parte dell\u2019indagine, infliggendole un colpo praticamente mortale;<\/p>\n<p align=\"justify\">13 luglio 1992, i sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato chiedono l\u2019archiviazione dell\u2019inchiesta mafia e appalti;<\/p>\n<p align=\"justify\">14 luglio 1992, in una riunione dei magistrati della Procura di Palermo, Paolo Borsellino chiede notizie sull\u2019inchiesta e afferma che i Carabinieri sono delusi della sua gestione. Dalle successive dichiarazioni al CSM da parte dei presenti a quella riunione, emerge che nessuno gli dice che ne \u00e8 gi\u00e0 stata proposta l\u2019archiviazione (Guido Lo Forte era tra i presenti);<\/p>\n<p align=\"justify\">16 luglio 1992, si tiene a Roma una cena tra Paolo Borsellino, l\u2019on. Carlo Vizzini, e i magistrati palermitani Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli. Nel corso dell\u2019incontro, a riguardo c\u2019\u00e8 la testimonianza processuale di Carlo Vizzini, il dott. Borsellino parla diffusamente dell\u2019indagine mafia e appalti individuandola come una delle possibili cause della morte di Giovanni Falcone. Il dott. Lo Forte non informa il collega che due giorni prima, insieme al dott. Roberto Scarpinato, ne aveva chiesto l\u2019archiviazione. Anche il giornalista Luca Rossi testimonier\u00e0 in dibattimento di avere avuto, in quei giorni, un incontro con Palo Borsellino che gli parl\u00f2 dell\u2019inchiesta mafia e appalti. Vale la pena altres\u00ec ricordare, come risulta dalle plurime testimonianze dei suoi colleghi, tra cui Vittorio Aliqu\u00f2, Leonardo Guarnotta, e Alberto Di Pisa, che il dott. Borsellino ritenesse come l\u2019interesse mostrato dall\u2019amico Giovanni Falcone per l\u2019indagine fosse una delle possibili cause della morte di quest\u2019ultimo;<\/p>\n<p align=\"justify\">19 luglio 1992, al primo mattino, il dott. Borsellino riceve la telefonata del procuratore Giammanco che gli conferisce la delega ad occuparsi delle indagini relative alla citt\u00e0 di Palermo e alla sua provincia. Nel pomeriggio il magistrato viene ucciso da un\u2019autobomba unitamente ai cinque agenti della sua scorta;<\/p>\n<p align=\"justify\">22 luglio 1992, tra giorni dopo la morte di Paolo Borsellino, il procuratore Giammanco inoltra al Gip del Tribunale di Palermo la richiesta di archiviazione per mafie e appalti;<\/p>\n<p align=\"justify\">14 agosto 1992, il Gip del Tribunale di Palermo, dott. Sergio La Commare, firma l\u2019archiviazione dell\u2019inchiesta. La decisione passa inosservata nella completa distrazione propria del periodo ferragostano. Sulla base di questa sequenza di fatti ed alla luce dei successivi sviluppi investigativi, si dovrebbe chiedere ai magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo perch\u00e9, il 14 luglio 1992, nella loro riunione, non fu detto a Paolo Borsellino che c\u2019era gi\u00e0 una richiesta di archiviazione per mafia e appalti e per quali motivi si voleva chiudere l\u2019indagine, e inoltre perch\u00e9 il procuratore Giammanco non sia stato mai formalmente sentito su queste vicende.<\/p>\n<p align=\"justify\">In particolare, poi, al dott. Giammanco, vissuto sino al 2 dicembre 2018, viste le polemiche nel frattempo insorte e protratte nel tempo, si sarebbe dovuto chiedere di: ..spiegare il motivo per cui solo il 19 luglio (Giorno dell\u2019attentato di via D\u2019Amelio), previa una telefonata di primo mattino, concesse a Paolo Borsellino la delega ad investigare anche sui fatti palermitani; .. commentare l\u2019affermazione fatta da Giovanni Falcone alla giornalista Liana Milella, quando, riferendosi alle determinazioni assunte dalla Procura della Repubblica di Palermo sull\u2019inchiesta mafie e appalti le defin\u00ec: \u201cUna decisione riduttiva per evitare il coinvolgimento di personaggi politici\u201d; .. chiarire i termini dell\u2019appunto rinvenuto nell\u2019agenda elettronica di Giovanni Falcone nella quale si evidenziavano le pressioni del dott. Giammanco sul cap. De Donno al fine di chiudere l\u2019inchiesta mafia e appalti, giustificate dal procuratore come richieste pervenute dal mondo politico siciliano che altrimenti non avrebbe pi\u00f9 ottenuto i fondi statali per gli appalti; .. smentire eventualmente le dichiarazioni di Angelo Siino che, nel corso della sua collaborazione, sempre ritenuta fondamentale dalla Procura della Repubblica di Palermo, afferm\u00f2 di avere avuto l\u2019informativa mafia e appalti pochi giorni dopo il suo deposito e che il documento gli era pervenuto, attraverso l\u2019on. Salvo Lima, dal dott. Giammanco.<\/p>\n<p align=\"justify\">Infine mi piacerebbe conoscere perch\u00e9 le dichiarazioni di alcuni magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo che il 29 luglio 1992 e nei giorni a seguire, sentiti dal Consiglio Superiore della Magistratura, avevano riferito della riunione della DDA di Palermo, tenutasi il 14 luglio 1992, e nella quale Paolo Borsellino aveva chiesto notizie sull\u2019indagine mafia e appalti, non sono state oggetto di nessun accertamento. Si tenga poi conto che queste dichiarazioni, si sono conosciute solo a distanza di molti anni ed esclusivamente per l\u2019iniziativa dell\u2019avv. Basilio Milio, mio difensore, che, dopo avere collezionato negli anni vari dinieghi dalla Procura di Palermo, qualche mese orsono ha finalmente avuto accesso ad un fascicolo processuale che ha trovato presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta e qui le ha rintracciate.<\/p>\n<p align=\"justify\">Cos\u00ec le ha potute presentare nel corso del recente dibattimento davanti alla Corte di Assise di Appello di Palermo relativo alla presunta trattativa Stato\/mafia, rendendole finalmente pubbliche. Per concludere questo argomento sottolineo che le perplessit\u00e0 nei confronti di alcuni indirizzi assunti dal dott. Giammanco nella gestione della Procura di Palermo, non costituivano solo una convinzione mia e di qualche altro ufficiale del Ros, ma erano radicate anche in una parte dei magistrati appartenenti al suo ufficio, che diedero anche vita a significative e pubbliche azioni di contestazione, senza che per\u00f2 in prospettiva, anche dopo l\u2019arrivo del nuovo procuratore capo, il dott. Giancarlo Caselli, qualcuno ritenesse di svolgere accertamenti su quanto in quell\u2019estate del 1992 era successo.<\/p>\n<p align=\"justify\">Dopo pochi mesi, uno dei cinque arrestati nell\u2019inchiesta mafia e appalti, il geometra Giuseppe Li Pera, dal carcere e tramite i suoi avvocati, manifest\u00f2 la volont\u00e0 di collaborare, ma visti respinti i suoi tentativi di essere 8 ascoltato dalla Procura della Repubblica di Palermo, rifer\u00ec i fatti da lui conosciuti al cap. Giuseppe De Donno e al sostituto procuratore Felice Lima della Procura della Repubblica di Catania. Quest\u2018ultimo, al termine degli accertamenti conseguenti alle dichiarazioni del collaborante, inoltr\u00f2 al Gip del Tribunale di Catania la richiesta di ventitr\u00e9 ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere di tipo mafioso ed altro, ma venne fermato dal proprio procuratore capo, il dott. Gabriele Alicata, che si rifiut\u00f2 di firmare il provvedimento e decise, anche qui, di frazionare l\u2019inchiesta in tre distinti segmenti:<\/p>\n<p align=\"justify\">a Catania, rimase la parte riguardante un ospedale cittadino che port\u00f2 all\u2019arresto di Carmelo Costanzo, il cavaliere del lavoro che, insieme ai colleghi Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci e Mario Rendo, costituiva il gruppo dei cos\u00ec detti \u201d quattro cavalieri dell\u2019apocalisse\u201d e delle cui attivit\u00e0 si era a suo tempo interessato anche il generale Dalla Chiesa. Oltre al Costanzo furono arrestati un ex presidente della Provincia e alcuni membri di una Usl locale;<\/p>\n<p align=\"justify\">a Caltanissetta, venne avviata la parte che riguardava le accuse del Li Pera a quattro magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, i sostituti procuratori Giuseppe Pignatone, Guido Lo Forte, Ignazio De Francisci e il procuratore capo Pietro Giammanco. L\u2019inchiesta si concluse con l\u2019esclusione di ogni responsabilit\u00e0 a carico degli indagati. Anche l\u2019addebito, rivolto al Giammanco, di avere ricevuto denaro per ammorbidire gli esiti di mafia e appalti fu archiviato;<\/p>\n<p align=\"justify\">a Palermo, tocc\u00f2 specificatamente la parte relativa a \u201ccosa nostra\u201d, che port\u00f2 alla successiva emissione di un\u2019ordinanza di custodia cautelare intestata a Salvatore Riina pi\u00f9 ventiquattro, in pratica il gotha mafioso palermitano, escludendo quindi ogni responsabilit\u00e0 della componente politica. In nessuno di questi tre filoni operativi fu richiesta la partecipazione dei militari del Ros che pure avevano svolto, in esclusiva, tutte le precedenti indagini. Il conflitto interno alla Procura di Catania si concluse con la richiesta da parte del dott. Lima del trasferimento al Tribunale Civile.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il comportamento del cap. De Donno, ritenuto scorretto dalla Procura della Repubblica di Palermo, fu segnalato alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione che defin\u00ec la pratica senza riscontrare alcun comportamento irregolare da parte dell\u2019ufficiale. Sulla propaggine catanese di mafia e appalti, meglio su tutta la vicenda, mi sembra appropriato concludere citando le parole dette dal dott. Felice Lima, il 4 maggio 2021, davanti alla Commissione d\u2019inchiesta dell\u2019Assemblea Regionale Siciliana: . \u201c \u2026 Io avevo le stesse carte dei colleghi palermitani, ma mentre sul mio tavolo queste carte portarono i frutti contenuti in quelle duecentotrenta, non mi ricordo, pagine di richiesta, a Palermo non era praticamente successo niente, anzi c\u2019era stata una dolorosa, dal mio punto di vista, richiesta di archiviazione\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Per completare la narrazione sulle indagini da me coordinate nel settore degli appalti pubblici, c\u2019\u00e8 da aggiungere che, vista l\u2019impossibilit\u00e0 di proseguire questa tipologia di inchieste in Sicilia, sempre nel corso del 1992, spostai il reparto del cap. De Donno a Napoli, dove fu riproposta la stessa ipotesi investigativa, questa volta applicata alla camorra. Lo spunto ci proveniva dalla segnalazione di minacce e intimidazioni con danneggiamenti, di chiara origine camorristica, rivolte a tecnici e cantieri della Impregilo, societ\u00e0 impegnata nella costruzione della linea ad alta velocit\u00e0 Roma-Napoli (TAV). Da una serie di riscontri ottenuti, si constat\u00f2 che, anche qui, l\u2019interesse verso gli appalti pubblici da parte di appartenenti alla camorra era prioritario.<\/p>\n<p align=\"justify\">Concordammo con due magistrati illuminati, il procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova e il responsabile di quella Direzione Distrettuale Antimafia, Paolo Mancuso, una linea di lavoro che prevedeva l\u2019inserimento fittizio di un nostro uomo nel contesto operativo dei lavori della TAV, con la funzione di 9 eventuale catalizzatore degli interessi illeciti, presentandolo come rappresentante dell\u2019Associazione Temporanea d\u2019Imprese (ATI) aggiudicataria del complesso dei lavori. In breve, il nostro uomo, il sedicente ing. Varricchio, in realt\u00e0 il t. col. Vincenzo Paticchio del Ros, fu contattato da elementi del clan camorristico degli Zagaria, egemone nella zona di Casal di Principe, e si dichiar\u00f2 disposto ad accettare un confronto che consentisse un \u201csereno\u201d svolgimento delle attivit\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">La richiesta dei criminali prevedeva la dazione del tre percento dell\u2019importo dei lavori. Vi erano inoltre altre percentuali da prevedere per la componente politica e per il mondo imprenditoriale. Varricchio accett\u00f2, ma pretese che tutte le richieste fossero in qualche modo formalizzate. Alcune di queste vennero ufficializzate nel corso di riunioni, tenutesi presso l\u2019hotel Vesuvio di Napoli e coordinate dal geometra Del Vecchio, che prese fedelmente nota dei nominativi delle imprese segnalate, delle loro richieste e da chi venivano sponsorizzate. Il geom. Del Vecchio era in effetti un abilissimo maresciallo del ROS. Tutte le operazioni furono registrate in audio e video e l\u2019indagine si concluse con il rinvio a giudizio di camorristi , imprenditori e politici, tra cui anche il vice presidente della Regione Campania.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nel processo vennero condannati gli imprenditori e i camorristi, mentre i politici risultarono assolti in quanto \u201cvittime di un\u2019attivit\u00e0 di provocazione\u201d. Ancora mi domando che differenza effettiva ci fosse tra politici, camorristi ed imprenditori, visto che analogo era stato il loro comportamento. Lo svolgimento dell\u2019indagine condotta d\u2019intesa con la Procura della Repubblica di Napoli dimostr\u00f2 comunque che un\u2019inchiesta nel settore degli appalti, anche con la normativa degli anni novanta, poteva essere portata avanti se c\u2019era coordinamento e unit\u00e0 d\u2019intenti tra magistrati requirenti e investigatori.<\/p>\n<p align=\"justify\">All\u2019Universit\u00e0 Federico II di Napoli, nella facolt\u00e0 di Economia e Commercio, si tennero per anni lezioni su quella nostra indagine. Nel lungo tempo trascorso da quell\u2019anno 1992, ho avuto pi\u00f9 volte la possibilit\u00e0 di parlare con gli ufficiali che svilupparono con me quelle indagini sugli appalti. Il confronto ci ha portati ad una serie di conclusioni: . il business nazionale della criminalit\u00e0 organizzata mafiosa era costituito dal condizionamento degli appalti che si affiancava, a livello internazionale, con quello costituito dal traffico delle sostanze stupefacenti; . il condizionamento degli appalti pubblici non costituiva solo l\u2019obiettivo principale dei gruppi mafiosi, ma era fonte di guadagno illecito anche per molti imprenditori e politici, da considerare quindi non vittime ma partecipi dell\u2019attivit\u00e0 criminale; . stroncare l\u2019inchiesta mafia e appalti, sorta ancora prima di \u201cmani pulite\u201d, evitava di collegare i due procedimenti giudiziari che in effetti sono stati condotti in maniera separata.<\/p>\n<p align=\"justify\">Solo anni dopo, Antonio Di Pietro ha riferito dell\u2019intenzione di Paolo Borsellino di unificare gli sforzi per gestire le rispettive inchieste, ravvisandovi una strategia unica. Lo stesso dott. Di Pietro ha ricordato di avere ricevuto dal cap. De Donno la sollecitazione ad interessarsi dell\u2019inchiesta siciliana a fronte dell\u2019inerzia di quella magistratura; . l\u2019inchiesta sviluppata dal Ros a partire dal 1990, coordinata e sostenuta da Giovanni Falcone, si \u00e8 integrata senza soluzione di continuit\u00e0 con quella di Catania diretta dal dott. Felice Lima, e seppure stroncata con la 10 stessa tecnica usata a Palermo, ha consentito di evidenziare anche nella parte orientale dell\u2019isola la presenza al tavolo degli appalti pubblici degli stessi attori: mafiosi, imprenditori e politici; . le inchieste sugli appalti, demolite in Sicilia, hanno invece avuto pi\u00f9 ampi sviluppi in altre zone del paese; . alcuni esponenti della magistratura siciliana hanno consentito, con le loro decisioni, che le inchieste sul condizionamento degli appalti pubblici abortissero nella loro fase iniziale.<\/p>\n<p align=\"justify\">Prima che tutti i protagonisti di queste vicende siano scomparsi, saremmo ancora in tempo per analizzare e valutare le ragioni delle loro decisioni; . io e Giuseppe De Donno siamo vivi perch\u00e9 la morte di Paolo Borsellino ha praticamente reso inutile la nostra soppressione. Eliminato il magistrato, \u00e8 stato facile neutralizzare tecnicamente l\u2019indagine che stavamo sviluppando, senza provocare altri omicidi che avrebbero potuto indirizzare in maniera pi\u00f9 precisa le indagini sui fatti di sangue di quell\u2019anno: omicidio di Salvo Lima, strage di Capaci, strage di via D\u2019Amelio e omicidio di Ignazio Salvo. Tutto ci\u00f2 premesso, appare assolutamente necessario che su quanto esposto vi sia un chiarimento, insistentemente richiesto anche da altre parti coinvolte. Il lungo tempo trascorso potr\u00e0 contribuire a pi\u00f9 distaccate e serene valutazioni che, per\u00f2, appaiono tuttora necessarie, perch\u00e9 troppe morti le hanno segnate indelebilmente.<\/p>\n<p align=\"justify\">A conclusione di queste brevi note voglio esprimere una considerazione di carattere personale. Il Ros, costituito il 3 dicembre 1990, \u00e8 un reparto investigativo a competenza nazionale che si interessa dei fenomeni di grande criminalit\u00e0. Negli anni in cui era da me diretto, come peraltro avviene tuttora, conduceva indagini rapportandosi con le Procure della Repubblica pi\u00f9 importanti del paese, tutte coordinate da magistrati di grande qualificazione professionale. Ebbene nelle numerose attivit\u00e0 sviluppate, solo in Sicilia, si sono verificati fatti che hanno dato origine a polemiche e inchieste di rilevanza penale, protrattesi addirittura per oltre un ventennio. Ora se \u00e8 nella forza delle cose che, per attivit\u00e0 cos\u00ec delicate, si possano verificare singoli episodi di contrasto, frutto di incomprensioni e anche di errori umani tra i responsabili delle operazioni, l\u2019ampiezza temporale delle tre inchieste, svolte in successione nei confronti miei e di alcuni ufficiali da me dipendenti, appare oltremodo indicativa, e tale da presentarsi non come il riflesso di convincimenti supportati da documenti e riscontri maturati nel tempo, ma piuttosto come l\u2019attuazione, da parte di alcuni magistrati, di un predeterminato disegno di politica giudiziaria.<\/p>\n<p align=\"justify\">I tre procedimenti, sempre derivati dallo stesso contesto investigativo, per cui pi\u00f9 di un giurista di fama ha parlato di <em>bis in idem<\/em>, volendo cos\u00ec indicare la riproposizione, esclusa dal nostro codice, degli stessi fatti in procedimenti diversi, sono sfociati in processi che si sono sin qui conclusi con l\u2019identico risultato: assoluzione perch\u00e9 il fatto non costituisce reato. All\u2019esito di questi ripetuti e conformi esiti processuali o siamo di fronte a un caso di clamorosa insufficienza professionale da parte di chi li ha aperti e sviluppati, ovvero le inchieste sono state 11 condotte interpretando illogicamente o sovradimensionando gli esiti investigativi acquisiti che, infatti, non sono stati condivisi dalla magistratura giudicante.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ritengo che non si possa assolutamente parlare di mancanza di professionalit\u00e0, ma invece la spiegazione vada ricercata in un approccio dei magistrati requirenti basato sulla volont\u00e0 di intervenire processualmente in un campo, quello politico, che non compete al loro ordine, ma \u00e8 esclusivo ambito del potere legislativo ed esecutivo. Il magistrato, nel nostro ordinamento, deve valutare e giudicare i fatti accertati, cos\u00ec come afferma specificatamente l\u2019art. 1 del nostro Codice Penale. A lui non compete in alcun modo tentare ricostruzioni pi\u00f9 o meno avventurose in base a proprie convinzioni ideologiche che, in definitiva, portano solo a sovvertire l\u2019equilibrata ripartizione dei poteri su cui si regge ogni democrazia compiuta.<\/p>\n<p align=\"justify\"><a href=\"https:\/\/corrieredellacollera.com\/2021\/10\/29\/concluso-il-caso-mori-si-riapre-il-caso-mori\/#comments\">https:\/\/corrieredellacollera.com\/2021\/10\/29\/concluso-il-caso-mori-si-riapre-il-caso-mori\/#comments<\/a><\/p>\n<p align=\"justify\"><a href=\"https:\/\/leorugens.wordpress.com\/2021\/10\/30\/de-martini-non-dice-mai-fesserie-in-politica-estera-vediamo-dove-va-a-parare-con-la-vicenda-di-mori\/\">https:\/\/leorugens.wordpress.com\/2021\/10\/30\/de-martini-non-dice-mai-fesserie-in-politica-estera-vediamo-dove-va-a-parare-con-la-vicenda-di-mori\/<\/a><\/p>\n<div><\/div>\n<div class=\"sharedaddy sd-sharing-enabled\"><em>Fonte: <a href=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/2021\/10\/30\/considerazioni-del-generale-dei-carabinieri-mario-mori\/?fbclid=IwAR0z8csh8ma0HusDF3pc4esJcweqC38n1n2JE-i-uLz2Diyi_NrzPcBZ9Xk\">&#8220;L&#8217;Italia e il mondo&#8221;<\/a>, 30.10.2021<\/em><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GIUSEPPE GERMINARIO Dal 26 al 29 ottobre il quotidiano \u201cIl Riformista\u201d ha pubblicato un memoriale del Generale dei Carabinieri, ex-comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale), Mario Mori a seguito della sua assoluzione definitiva dalle gravissime accuse di\u00a0\u201cViolenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti\u201d. 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