{"id":69939,"date":"2022-01-26T09:00:06","date_gmt":"2022-01-26T08:00:06","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=69939"},"modified":"2022-01-24T23:09:10","modified_gmt":"2022-01-24T22:09:10","slug":"antropocene-o-wasteocene-cosa-cambia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=69939","title":{"rendered":"Antropocene o Wasteocene? Cosa cambia"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SCIENZAINRETE (Marco Taddia)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-69940\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/waste-300x169.jpeg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/waste-300x169.jpeg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/waste-1024x576.jpeg 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/waste-768x432.jpeg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/waste-1536x864.jpeg 1536w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/waste.jpeg 1600w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p class=\"p1\">Il termine \u201cWasteocene\u201d, o \u201cera degli scarti\u201d, ha fatto il suo ingresso nel dibattito culturale internazionale circa cinque anni fa, agli inizi di aprile 2017. Il debutto \u00e8 avvenuto grazie a\u00a0un articolo di circa tredici pagine, integrato da una cinquantina di riferimenti bibliografici, pubblicato da\u00a0<i>South Atlantic Quarterly<\/i>\u00a0e firmato da Marco Armiero (Istituto di Studi sul Mediterraneo, CNR) e Massimo De Angelis (University of East London).\u00a0\u00c8 probabile che questa rivista, pubblicata da Duke University Press, pur essendo ultracentenaria (1902), non sia nota a tutti, specialmente in Italia. Si visiti allora\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/read.dukeupress.edu\/south-atlantic-quarterly\">questo sito<\/a>, che ne illustra la linea.\u00a0<span class=\"s2\">Fu fondata dallo storico americano John Spencer Bassett (1867-1928) presso il Trinity College (ora Duke University), con l\u2019intento di promuovere \u201cla libert\u00e0 di pensare\u201d. Basset fu personalit\u00e0 assai controversa, come descritto\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/library.duke.edu\/rubenstein\/uarchives\/history\/articles\/bassett-affair\">qui<\/a><\/span>.<\/p>\n<p class=\"p1\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.scienzainrete.it\/files\/9788806250461_0_424_0_75.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"455\" \/><\/p>\n<p class=\"p1\">Tornando all\u2019articolo di Armiero e De Angelis, da cui \u00e8 scaturito il libro di Marco Armiero\u00a0<em>L\u2019era degli scarti. Cronache dal Wasteocene, la discarica globale<\/em>\u00a0(Einaudi, 2021), si pu\u00f2 dire che ne anticipava i temi principali. S\u2019intitolava \u201cAntropocene: Victims, Narrators, and Revolutionaries\u201d e gi\u00e0 allora faceva intuire chi era l\u2019oggetto della critica degli Autori. Esponendo alcuni casi emblematici di resistenza all\u2019ingiustizia ambientale, come quello di Orissa (India orientale), Bukaleba (Uganda), degli Aborigeni australiani e soprattutto della \u201cTerra dei Fuochi\u201d (Campania), gli autori si proponevano di demistificare la narrativa tradizionale dell&#8217;Antropocene indicando nel capitalismo la forza propulsiva della crisi socio-ecologica. In sostanza spostavano la responsabilit\u00e0 dalla specie umana, considerata un insieme indistinto con le stesse colpe, a un sistema economico e alle sue degenerazioni.<\/p>\n<p class=\"p1\">Del resto la critica all\u2019Antropocene e la sostituzione del termine con Capitalocene \u00e8 ormai di lunga data (2014) e risale a Jason W. Moore, autore tradotto anche in italiano con\u00a0<em>Antropocene o Capitalocene<\/em>\u00a0(Ombre corte, 2017). Il capitalismo, secondo questa corrente di pensiero, \u00e8 un sistema che si fonda sulla subordinazione della natura, umana ed extra-umana, alle necessit\u00e0 della produzione e all\u2019accumulazione di ricchezza. Gi\u00e0 nell\u2019articolo, Armiero e De Angelis superavano il termine di Capitalocene declinandolo come Wasteocene, per sottolineare la natura contaminante del capitalismo e la sua persistenza nel tessuto socio-biologico, oltre a rivelarne l\u2019accumulo di effetti collaterali, sia all&#8217;interno dei corpi umani che in quello del Pianeta.<\/p>\n<p class=\"p1\">In sostanza, secondo loro, il Wasteocene sarebbe una caratteristica del Capitalocene e pi\u00f9 idoneo a demistificare le narrazioni tradizionali dell\u2019Antropocene.<\/p>\n<p class=\"p1\">Il libro firmato da Armiero sviluppa, amplia e rafforza in quattro, densi capitoli arricchiti da un\u2019estesa bibliografia, i concetti anticipati nell\u2019articolo, convalidando la teoria del Wasteocene con un\u2019ampia e dettagliata casistica che, nel secondo capitolo \u201cStorie del Wasteocene\u201d, tratta anche casi italiani, come quello del Vajont. Proprio in apertura di questo capitolo Armiero ci ricorda che il ruolo principale degli storici non \u00e8 semplicemente quello di ricordare il passato ma anche quello di organizzare la memoria collettiva per non dimenticare. Gli altri capitoli si occupano, nell\u2019ordine, del passaggio dall\u2019Antropocene al Wasteocene, di quest\u2019ultimo \u201cal microscopio\u201d e, infine, del suo sabotaggio.<\/p>\n<p class=\"p1\">Leggere questo libro nel periodo delle festivit\u00e0 con la vista dei cassonetti dell\u2019immondizia debordanti di ogni tipo di rifiuti, abbandonati anche per terra e immagine inequivocabile dei nostri scarti materiali, \u00e8 stato istruttivo. Attenzione per\u00f2, i rifiuti, o meglio gli scarti, di cui parla il libro non sono soltanto quelli dei cassonetti o delle discariche ma anche gli esseri umani che il sistema pone ai margini della societ\u00e0, le comunit\u00e0 deboli che sopportano i disagi scansati dai fruitori del benessere e le discariche \u201csocio-ecologiche\u201d.<\/p>\n<p class=\"p1\">L\u2019idea che i poveri siano tali perch\u00e9 incapaci di risollevarsi da soli dalle loro condizioni viene considerata un falso e il libro ci convince che le disuguaglianze, purtroppo, sono funzionali al sistema. Lo fanno capire, peraltro, anche le coscienze pi\u00f9 sensibili al sociale, sulla scia del magistero di Francesco che ci parla continuamente degli \u201cscarti\u201d umani. Ad esempio, in una recente intervista all\u2019arcivescovo di Milano, Mario Delpini (<i>Corriere della Sera,<\/i>\u00a031\/12\/2021), a proposito delle ingiustizie del mercato del lavoro e del fenomeno del\u00a0<i>working poor<\/i>, si legge:\u00a0\u00abUn po\u2019 di vergogna la provo anch\u2019io. Non abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. Non abbiamo avuto coscienza di quale prezzo avesse il nostro benessere\u00bb. Prendendo in esame, tra le altre, la crisi dei rifiuti degli anni Novanta e Duemila a Napoli, il libro di Armiero stigmatizza la narrazione tossica che considera colpevoli le vittime del degrado, mentre naturalizza\u00a0\u00able relazioni socio-ecologiche che producono persone e luoghi di scarto\u00bb.<\/p>\n<p class=\"p1\">Le narrazioni tossiche caricano sui singoli la colpa di essere poveri, subalterni o malati. \u00c8 avvenuto anche durante il\u00a0<i>lockdown<\/i>\u00a0causato dalla pandemia, con la regola stringente di rimanere a casa, senza pensare alle conseguenze per coloro che non possedevano una casa grande, pulita e confortevole. Il libro pone domande che possono mettere in imbarazzo chi non \u00e8 abituato a mettersi in discussione, lo fa con precisione e senza sconti al lettore. Riferendosi alla storia di un\u2019attivista della discarica di Pianura (NA), ci presenta addirittura il manuale d\u2019istruzioni del Wasteocene che, tra l\u2019altro, contiene la seguente regola:\u00a0\u00abnon chiederti dove vanno a finire i resti indesiderati del tuo benessere\u00bb. Quante volte lo abbiamo fatto o ci bastava trovare strade e marciapiedi puliti senza preoccuparci di chi abitava nei pressi delle discariche e si ribellava?<\/p>\n<p class=\"p1\" style=\"padding-left: 40px\">Del resto non \u00e8 forse una caratteristica del Wasteocene la normalizzazione delle relazioni socio- economiche ingiuste per giustificare la violenza della repressione? Armiero termina affermando che per un processo di vera emancipazione, assumere il controllo dei mezzi di produzione non basta,\u00a0\u00abse non trasformiamo in\u00a0<i>commoning<\/i>\u00a0le relazioni socio-ecologiche di luoghi e persone\u00bb. Per saperne di pi\u00f9 su questo vedasi\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/openincet.it\/i-beni-comuni-e-le-pratiche-di-commoning\/\">qui<\/a>. Il tema \u00e8 complesso e le difficolt\u00e0 da superare sono tante ma nel frattempo, tra un tampone e l\u2019altro, \u00e8 bene chiedersi che cosa si pu\u00f2 fare per non collaborare alla violenza lenta e nascosta del sistema imperante e non soccombere al virus dell\u2019indifferenza.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.scienzainrete.it\/articolo\/antropocene-o-wasteocene-cosa-cambia\/marco-taddia\/2022-01-18\">https:\/\/www.scienzainrete.it\/articolo\/antropocene-o-wasteocene-cosa-cambia\/marco-taddia\/2022-01-18<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SCIENZAINRETE (Marco Taddia) Il termine \u201cWasteocene\u201d, o \u201cera degli scarti\u201d, ha fatto il suo ingresso nel dibattito culturale internazionale circa cinque anni fa, agli inizi di aprile 2017. 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