{"id":70150,"date":"2022-02-04T10:35:34","date_gmt":"2022-02-04T09:35:34","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=70150"},"modified":"2022-02-03T18:41:25","modified_gmt":"2022-02-03T17:41:25","slug":"lo-spazio-non-fa-buon-sangue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=70150","title":{"rendered":"Lo spazio non fa buon sangue"},"content":{"rendered":"<p>da <strong>SCIENZA IN RETE<\/strong> (Claudio Elidoro)<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.scienzainrete.it\/files\/styles\/molto_grande\/public\/copertina_53.jpg?itok=zDFqF67F\" \/><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14pt\">La tecnologia rende i viaggi spaziali di lunga durata sempre pi\u00f9 fattibili; tuttavia, in questo campo, non si pu\u00f2 dimenticare la fragilit\u00e0 dell&#8217;organismo umano quando lascia il suo pianeta. Due recenti studi hanno messo in evidenza alcuni problemi in cui incorrono gli astronauti, e che dovranno essere approfonditi e tenuti presenti nell&#8217;ottica di lunghe missioni spaziali.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14pt\">Nell&#8217;immagine: scorcio della Stazione spaziale internazionale in un sorvolo notturno della regione tra il Mar Nero e il Mar Caspio. In primo piano, a sinistra, la capsula dell\u2019equipaggio Soyuz MS-18 e, a destra, il Multipurpose Laboratory Module chiamato Nauka. Lo studio di come reagisce l\u2019organismo umano alle condizioni presenti sulla stazione spaziale \u00e8 fondamentale per comprendere gli effetti dei lunghi viaggi interplanetari. Il quadro emerso finora \u00e8 piuttosto preoccupante.<\/span><\/p>\n<p>Sul versante della tecnologia, i viaggi spaziali di lunga durata sembrano sempre pi\u00f9 vicini. Space X prosegue i suoi test di volo del\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/www.spacex.com\/vehicles\/starship\/\">progetto Starship<\/a>, il sistema di trasporto completamente riutilizzabile pensato per voli interplanetari di lunga durata (con Marte nel mirino), la NASA confida al pi\u00f9 presto di concretizzare il\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/www.nasa.gov\/specials\/artemis\/\">progetto Artemis<\/a>\u00a0per un ritorno sulla Luna e la CNSA (l\u2019Agenzia spaziale cinese) ha allo studio una\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/spacenews.com\/chinas-new-rocket-for-crewed-moon-missions-to-launch-around-2026\/\">nuova versione<\/a>\u00a0del suo vettore Lunga Marcia 5 in grado di far scendere entro qualche anno un suo astronauta sul nostro satellite (con il sogno di Marte nel cassetto). Passi da gigante rispetto al panorama tecnologico degli anni in cui USA e URSS si contendevano il primato spaziale e la conquista della Luna. Le missioni umane nello spazio, soprattutto quelle a maggiore durata, non possono per\u00f2 assolutamente lasciare da parte le numerose e preoccupanti fragilit\u00e0 che l\u2019organismo umano mostra quando abbandona per lunghi periodi il confortevole pianeta che lo ospita. Negli ultimi mesi altre due allarmanti scoperte si sono aggiunte a quelle ormai ben note.<\/p>\n<h2>Cervello a rischio?<\/h2>\n<p>La prima scoperta,\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/jamanetwork.com\/journals\/jamaneurology\/article-abstract\/2784623\">pubblicata<\/a>\u00a0online lo scorso ottobre su\u00a0<em>JAMA Neurology<\/em>\u00a0da Peter zu Eulenburg (Ludwig-Maximilians-University Munich) e collaboratori, riguarda la presenza nel sangue di alcuni astronauti di elevati livelli di proteine che solitamente si rilevano in pazienti con trauma cranico o malattie neurodegenerative. Bench\u00e9 il campione esaminato dagli autori dello studio sia piuttosto esiguo \u2013 solamente cinque astronauti \u2013 il quadro che emerge non pu\u00f2 essere sottovalutato. La constatazione che gli astronauti rientrati a Terra dopo lunghe missioni presentassero\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/www.nature.com\/articles\/s41526-020-0097-9\">problemi di vista<\/a>\u00a0ha indotto i ricercatori a indagare sempre pi\u00f9 a fondo sull\u2019importanza che ha per il cervello umano una prolungata permanenza nello spazio.<\/p>\n<p>Qualche anno fa, sul\u00a0<em>New England Journal of Medicine<\/em>, Donna Roberts (Medical University of South Carolina) e collaboratori avevano pubblicato un\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/www.nejm.org\/doi\/full\/10.1056\/nejmoa1705129\">rapporto<\/a>\u00a0relativo a una ventina di astronauti in cui descrivevano come, ricorrendo a risonanza magnetica cerebrale, si rivelava una perdita di volume della materia grigia e un aumento del volume del liquido cerebrospinale. Nella ricerca, per\u00f2, non si valutava cosa potessero comportare tali cambiamenti cerebrali per la salute e i processi cognitivi. Proprio per provare a chiarire questo importante aspetto e in cerca della traccia di possibili lesioni cerebrali, il gruppo di zu Eulenburg ha misurato i livelli di cinque diverse proteine nel sangue di cinque cosmonauti maschi sia prima che dopo la permanenza di circa sei mesi sulla stazione spaziale. \u00c8 pur vero che il miglior fluido per lo studio di questi biomarcatori \u00e8 il liquido cerebrospinale, ma per accedervi \u00e8 necessario un prelievo spinale invasivo. Per questo i ricercatori hanno optato per l\u2019analisi sanguigna, altrettanto affidabile ma con decisamente meno problemi nell\u2019acquisizione dei campioni.<\/p>\n<p>Dopo aver misurato i livelli delle proteine 20 giorni prima del lancio, i ricercatori hanno calcolato il livello medio per ciascuna proteina nei cinque cosmonauti. Una volta terminata la missione spaziale, sono stati effettuati altri tre prelievi (un giorno, una settimana e una ventina di giorni dopo il ritorno) e confrontati i livelli con quello medio.<\/p>\n<p>L\u2019analisi ha mostrato come il livello di due proteine si mantenesse a livelli elevati anche una settimana dopo il rientro e, pur diminuendo nelle successive due settimane, restasse comunque al di sopra del livello medio per ogni cosmonauta. Per altre due proteine, poi, si \u00e8 notato come il loro rapporto seguisse un andamento che talvolta si rileva in pazienti soggetti a condizione neurodegenerativa. \u00abSi tratta ovviamente di uno studio pilota \u2013 ha dichiarato zu Eulenburg \u2013 ma la qualit\u00e0 dei dati e l&#8217;analisi sono cos\u00ec solide che non ho dubbi sull&#8217;effetto complessivo. \u00c8 molto sorprendente che alcuni livelli siano rimasti elevati per tutte e tre le settimane: dai risultati emerge la prova di un danno cerebrale come conseguenza dell&#8217;esposizione di lunga durata alle condizioni di microgravit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>Commentando i risultati, Donna Roberts (non coinvolta nella ricerca)\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/www.insidescience.org\/news\/long-trips-space-linked-possible-brain-damage\">ha sottolineato<\/a>\u00a0che lo studio contiene dati che suggeriscono che ci possa essere\u00a0un qualche tipo di lesione al cervello, ma ritiene che sia indispensabile un\u2019analisi pi\u00f9 dettagliata che non solo misuri i biomarcatori per pi\u00f9 tempo dopo il rientro degli astronauti, ma anche durante la loro permanenza sulla stazione spaziale. Questo potrebbe aiutare a determinare se i livelli elevati siano effettivamente dovuti al tempo trascorso in regime di microgravit\u00e0 o se, invece, la causa vada ricercata nel brusco cambiamento di gravit\u00e0 nel rientro a Terra o nell&#8217;intensa forza sperimentata durante l&#8217;atterraggio.<\/p>\n<h2>Anemia spaziale<\/h2>\n<p>Il secondo\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/www.nature.com\/articles\/s41591-021-01637-7\">studio<\/a>, pubblicato da Guy Trudel (Ottawa Hospital Research Institute) e collaboratori su\u00a0<em>Nature Medicine<\/em>\u00a0a met\u00e0 gennaio, riguarda la cosiddetta anemia spaziale, cio\u00e8 la drastica diminuzione del numero dei globuli rossi che si verifica negli astronauti. Prima di questo studio si pensava che l&#8217;anemia spaziale \u2013 costantemente segnalata fin dalle prime missioni \u2013 fosse un rapido adattamento allo spostamento dei fluidi nella parte superiore del corpo dell&#8217;astronauta al suo arrivo nello spazio. Questo fenomeno comporta per gli astronauti una perdita del 10% di liquidi nei vasi sanguigni e si riteneva che la rapida distruzione del 10% di globuli rossi fosse il modo per ripristinare il necessario equilibrio, ma che tutto tornasse alla normalit\u00e0 gi\u00e0 dopo una decina di giorni nello spazio.<\/p>\n<p>Il gruppo del dottor Trudel ha invece scoperto che la distruzione dei globuli rossi non \u00e8 la conseguenza dello spostamento dei liquidi, bens\u00ec un effetto primario del trovarsi nello spazio. Sono giunti a tale sorprendente conclusione misurando direttamente la perdita di globuli rossi in 14 astronauti nel corso dei sei mesi delle loro missioni sulla stazione spaziale. I dati raccolti indicano che, nel corso della loro permanenza sulla stazione, gli astronauti distruggevano il 54% di globuli rossi in pi\u00f9 di quanto normalmente avrebbero fatto sulla Terra. Risultati che non fanno distinzione di genere, mantenendosi praticamente identici sia per gli astronauti di sesso femminile che per quelli di sesso maschile.<\/p>\n<p>Da questo studio emerge che, al momento del loro rientro a Terra, 5 astronauti su 13 \u2013 a uno non \u00e8 stato effettuato il prelievo \u2013 erano clinicamente anemici. Fortunatamente, questa anemia legata allo spazio appare reversibile: i livelli di globuli rossi, infatti, tornano progressivamente su valori accettabili tre o quattro mesi dopo il ritorno sulla Terra. Un ritorno alla normalit\u00e0 molto graduale, visto che, ripetendo la misurazione un anno dopo il rientro, la distruzione dei globuli rossi era ancora del 30% al di sopra dei livelli rilevati prima della missione.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che pi\u00f9 preoccupa, soprattutto pensando a missioni di lunga durata quale pu\u00f2 essere quella verso Marte, \u00e8 che il livello di anemia \u00e8 direttamente legato alla durata della missione spaziale. \u00c8 questa, infatti, la conclusione alla quale giungono Trudel e collaboratori in uno\u00a0<a class=\"GoogleAnalyticsET-processed\" href=\"https:\/\/onlinelibrary.wiley.com\/doi\/full\/10.1002\/ajh.25699\">studio<\/a>\u00a0pubblicato nel dicembre 2019 sull&#8217;<em>American Journal of Hematology<\/em>\u00a0che ha preso in considerazione oltre 17 mila misurazioni della concentrazione di emoglobina raccolte nel corso di 721 missioni spaziali. Una situazione che suggerisce alcune considerazioni. Oltre a evidenziare la necessit\u00e0 di individuare e predisporre una dieta mirata per gli astronauti, indica anche l\u2019importanza di tener conto dei livelli individuali di globuli rossi non solo nella scelta dei futuri astronauti, ma anche in quella dei semplici \u201cturisti spaziali\u201d. Sar\u00e0 comunque da chiarire al pi\u00f9 presto, infine, per quanto tempo l\u2019organismo possa sopportare senza gravi conseguenze questo anomalo tasso di distruzione e produzione di globuli rossi.<\/p>\n<p>Il sogno dell\u2019uomo su Marte, insomma, non \u00e8 proprio a portata di mano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.scienzainrete.it\/articolo\/lo-spazio-non-fa-buon-sangue\/claudio-elidoro\/2022-01-25\">https:\/\/www.scienzainrete.it\/articolo\/lo-spazio-non-fa-buon-sangue\/claudio-elidoro\/2022-01-25<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da SCIENZA IN RETE (Claudio Elidoro) La tecnologia rende i viaggi spaziali di lunga durata sempre pi\u00f9 fattibili; tuttavia, in questo campo, non si pu\u00f2 dimenticare la fragilit\u00e0 dell&#8217;organismo umano quando lascia il suo pianeta. 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