{"id":7075,"date":"2012-07-18T01:00:20","date_gmt":"2012-07-18T01:00:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=7075"},"modified":"2012-07-18T01:00:20","modified_gmt":"2012-07-18T01:00:20","slug":"variare-il-coefficente-di-inevitabilita-per-una-filosofia-della-potenzialita-ontologica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=7075","title":{"rendered":"Variare il coefficente di inevitabilit\u00e0. Per una filosofia della potenzialit\u00e0 ontologica"},"content":{"rendered":"<p>\n\tA. Monchietto &#8211; Variare il coefficiente di inevitabilit&agrave;. Per una filosofia della potenzialit&agrave; ontologica<\/p>\n<p>\tVi proponiamo in anteprima un breve paragrafo tratto da un recente saggio di Alessandro Monchietto, la cui sintesi &egrave; visualizzabile sul sito:<a href=\"http:\/\/www.petiteplaisance.it\/\" rel=\"nofollow nofollow\" target=\"_blank\">www.petiteplaisance.it\/<\/a><\/p>\n<p>\tIn mancanza di una chiara nozione di sfruttamento e in assenza di speranze per un cambiamento sociale, il rifiuto dell&rsquo;ingiustizia si &egrave; in un certo senso atrofizzato. La disoccupazione, la mortalit&agrave; infantile, la povert&agrave; sono oggi trattate come il risultato di forze impersonali che agiscono ad un livello globale e contro cui non si pu&ograve; fare nulla; i mali che affliggono la nostra societ&agrave; e il nostro tempo ci sembrano un destino, ed i movimenti del mercato &ndash; divenuti imprevedibili come i terremoti e le inondazioni &ndash; si abbattono sugli uomini con la stessa forza ed inevitabilit&agrave; delle catastrofi naturali.<\/p>\n<p>\tTuttavia &ndash; come sottoline&ograve; Boltanski in un&rsquo;intervista concessa a Marco D&rsquo;Eramo &ndash; nel capitalismo &laquo;la natura della risposta in termini di giustizia dipende in gran parte dalla critica. Se gli sfruttati, gli infelici, coloro che non riescono restano silenziosi ed esclusi, allora non c&rsquo;&egrave; necessit&agrave; per il capitalismo di rispondere in termini di giustizia&raquo;. A che cosa &egrave; dovuto tale &laquo;deserto della critica&raquo;? E come lo si pu&ograve; combattere?<!--more--><\/p>\n<p>\tPer rispondere a queste domande partirei da un presupposto piuttosto banale: le immagini del mondo perimetrano un orizzonte di possibilit&agrave;. &Egrave; l&rsquo;immagine del mondo che spiega e organizza l&rsquo;esistente, che seleziona e delimita i confini di ci&ograve; che rientra nel nostro raggio d&rsquo;azione, di ci&ograve; che si pu&ograve; modificare e di ci&ograve; che, viceversa, assume i tratti della fatalit&agrave;. Le &ldquo;condizioni di possibilit&agrave;&rdquo; dell&rsquo;agire individuale e collettivo nel mondo si definiscono in qualche modo all&rsquo;interno di questo quadro: di fronte ad eventi percepiti come naturali, inevitabili, fatali, l&rsquo;inerzia, la rassegnazione e l&rsquo;apatia divengono gli unici atteggiamenti ragionevoli. La descrizione di un &ldquo;mondo insensato&rdquo; &egrave; quindi un&rsquo;immagine del mondo a tutti gli effetti, &laquo;che impatta con le esperienze etiche dei singoli e ne plasma la soggettivit&agrave;&raquo;; come infatti sottolinea Dimitri D&rsquo;Andrea, il bisogno di liberazione da qualcosa (ideale o materiale che sia) &laquo;&egrave; condizionato anche e soprattutto dalla percezione di una possibilit&agrave; di redenzione&raquo;:<\/p>\n<p>\tPresupposto del conflitto non &egrave; l&rsquo;indigenza, la mancanza, la deprivazione, ma la disponibilit&agrave; di un&rsquo;immagine del mondo che consenta di nutrire l&rsquo;aspettativa di un sovvertimento di questa situazione ad opera di una trasformazione dello stato di cose esistente. Senza aspettativa di trasformazione, l&rsquo;unica conseguenza della deprivazione materiale e simbolica &egrave; la rassegnazione o l&rsquo;adattamento come strategia rigorosamente individuale. Ma l&rsquo;immagine del mondo non decide soltanto delle forme possibili di reazione ad una condizione di indigenza materiale e simbolica. Decide anche della sua stessa riconoscibilit&agrave;: della percepibilit&agrave; stessa di tale condizione. Soltanto dove un fenomeno pu&ograve; essere attribuito ad una scelta umana si pu&ograve; percepire un&rsquo;ingiustizia, e soltanto quando l&rsquo;ingiustizia viene percepita come correggibile si apre uno spazio per la politica. L&rsquo;affermazione di un&rsquo;immagine del mondo in cui le patologie sociali sono interpretate alla stessa stregua di eventi naturali rende impossibile che la deprivazione materiale e simbolica, la solitudine, l&rsquo;esclusione sociale legate al funzionamento del mercato e al dispiegarsi degli imperativi sistemici della competizione globale vengano percepite come scandalose e possano produrre conflitto e progettualit&agrave; politica. [&hellip;] Assolutismo della realt&agrave; significa incapacit&agrave; di ribellione.<\/p>\n<p>\tLa &laquo;speranza&raquo;, pertanto, e Ernst Bloch ci perdoni, non &egrave; un principio bens&igrave; un effetto: fino a quando il mondo sembrer&agrave; fatale, essa potr&agrave; giocare un ruolo esclusivamente marginale. Compito della filosofia oggi diviene perci&ograve; quello di defatalizzare il mondo, liberandosi &ndash; al medesimo tempo &ndash; di ogni prospettiva fatalistica e necessitaristica interna allo stesso orizzonte anticapitalista.<\/p>\n<p>\t<a href=\"http:\/\/www.petiteplaisance.it\/libri\/151-200\/180\/sin180.html\" rel=\"nofollow nofollow\" target=\"_blank\">http:\/\/www.petiteplaisance.it\/libri\/151-200\/180\/sin180.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A. Monchietto &#8211; Variare il coefficiente di inevitabilit&agrave;. 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