{"id":7182,"date":"2012-08-06T10:54:13","date_gmt":"2012-08-06T10:54:13","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=7182"},"modified":"2012-08-06T10:54:13","modified_gmt":"2012-08-06T10:54:13","slug":"luigi-cavallaro-stanno-smantellando-lo-stato-di-diritto-con-la-scusa-dello-spread","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=7182","title":{"rendered":"Luigi Cavallaro: &#8220;Stanno smantellando lo Stato di diritto con la scusa dello spread&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Intervista a <strong>Luigi Cavallaro<\/strong> <a href=\"http:\/\/www.controlacrisi.org\">Contro la crisi<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto&hellip;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pi&ugrave; esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che &egrave; lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. Per capirci, quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dell&rsquo;articolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia l&rsquo;economia pubblica sia quella privata. Lo Stato, ai loro occhi, non doveva essere solo il &ldquo;regolatore&rdquo; dell&rsquo;iniziativa economica e nemmeno il produttore di beni e servizi da offrire in alternativa alle merci capitalisticamente prodotte: doveva porre sia l&rsquo;iniziativa economica pubblica sia quella privata nell&rsquo;ambito di un proprio disegno globale, che individuava priorit&agrave;, strategie, mezzi. Un obiettivo del genere, sebbene fermamente voluto sia dai cattolici che dai comunisti, era particolarmente inviso ai liberali, che erano ben disposti a godere dei benefici della spesa pubblica, ma certo non volevano saperne di cedere allo Stato poteri di indirizzo e controllo sulla loro attivit&agrave;. Si opt&ograve; allora per un compromesso che &ndash; grazie alla mediazione di Luigi Einaudi, capofila dei liberali tra i costituenti &ndash; prese la forma dell&rsquo;art. 81 della Costituzione: ogni legge di spesa doveva indicare la corrispondente fonte di entrata. Era un modo per dire che nemmeno lo Stato poteva sottrarsi al principio del pareggio di bilancio, perch&eacute; Einaudi sapeva bene che, se si fosse consentito allo Stato di indebitarsi (come invece predicavano i keynesiani ortodossi), l&rsquo;economia pubblica, che gi&agrave; si trovava collocata su una posizione di primazia, avrebbe preso il sopravvento sull&rsquo;economia privata.<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un compromesso per la propriet&agrave; e il capitale&hellip;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S&igrave;, ma nel 1966 la Corte costituzionale lo fece saltare, perch&eacute; in una sentenza stabil&igrave; che anche il debito costituiva una forma di entrata. A quel punto &ndash; ricordiamo che in quel periodo il 90% del sistema bancario e un&rsquo;elevatissima percentuale di quello industriale erano di propriet&agrave; pubblica &ndash; c&rsquo;erano tutte le premesse perch&eacute; anche l&rsquo;economia italiana potesse avviarsi lungo i temuti (da Confindustria, beninteso) sentieri della &ldquo;bolscevizzazione&rdquo;: nel corso degli anni &rsquo;70 Guido Carli lo denunci&ograve; a pi&ugrave; riprese e trov&ograve; ascolto, oltre che nelle classi proprietarie, in una nuova leva di economisti e giuristi che presto ne divennero gli intellettuali organici: penso a Eugenio Scalfari, Nino Andreatta, Romano Prodi, Giuliano Amato. In effetti, quando finalmente si scriver&agrave; la storia degli anni &rsquo;70, bisogner&agrave; pur dire che quella che and&ograve; in scena dietro il paravento delle crisi petrolifere, del balzo dell&rsquo;inflazione, delle stragi e del terrorismo fu una vera e propria guerra civile, innescata dai tentativi di &ldquo;rivoluzione dall&rsquo;alto&rdquo; che furono portati avanti dai tanto vituperati governi di solidariet&agrave; nazionale e del compromesso storico voluti da Moro e Berlinguer. Ma lasciamo stare, perch&eacute; quel che ci interessa qui &egrave; la reazione capitalistica. La quale, pi&ugrave; ancora che nella marcia dei 40.000, si manifest&ograve; nel cosiddetto &ldquo;divorzio&rdquo; tra il Tesoro e la Banca d&rsquo;Italia. Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d&rsquo;Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall&rsquo;obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell&rsquo;obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perch&eacute; tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato &ldquo;comandava&rdquo; il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d&rsquo;interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l&rsquo;alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all&rsquo;azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Pu&ograve; essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti scrisse allora che il correlato inevitabile del &ldquo;divorzio&rdquo; doveva essere la dismissione progressiva delle aree d&rsquo;intervento pubblico: se lo Stato non poteva pi&ugrave; indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, c&rsquo;era il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico. Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e cos&igrave; il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arriv&ograve; nel 1992 al 124% del Pil. E bada bene, non perch&eacute; ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppi&ograve; solo per effetto dell&rsquo;aumento della spesa per interessi causato dal &ldquo;divorzio&rdquo;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>E dal 1992 ad ora che &egrave; successo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E&rsquo; successo che quel processo di dismissione delle aree d&rsquo;intervento statale, che fino ad allora non si era potuto realizzare perch&eacute; la nostra Costituzione era &ldquo;interventista&rdquo;, &egrave; stato finalmente intrapreso grazie alla nostra adesione ai Trattati europei. I quali, dal punto di vista delle prescrizioni economiche, sono praticamente antitetici rispetto alla nostra Costituzione: per dirla con una battuta, &egrave; come se da Keynes fossimo tornati ad Adam Smith e David Ricardo. Peggio, alle &ldquo;armonie economiche&rdquo; di Bastiat. Si &egrave; cominciato a privatizzare, si sono tagliate le piante organiche delle amministrazioni pubbliche, si sono riformate la sanit&agrave; e le pensioni in modo da umiliare i malati e impoverire i pensionati. Sono tutte politiche dettate dalla volont&agrave; di spazzar via lo Stato dal processo economico, che per&ograve; hanno generato una diminuzione della domanda, perch&eacute; non esiste alcuna domanda interna o estera capace di soppiantare la minor domanda pubblica di beni e servizi. L&rsquo;unica fiammata di (relativo) benessere la nostra economia lo ha conosciuto tra il 1995 e il 1996, quando si fecero finalmente sentire gli effetti della pesantissima svalutazione della lira attuata (a danno dei lavoratori, grazie alla disdetta della scala mobile) nel 1992. Ma da quando siamo entrati a far parte della banda ristretta di oscillazione che poi (dal 1999) porter&agrave; alla moneta unica, le nostre esportazioni sono crollate e con esse la domanda, il reddito e l&rsquo;occupazione. Guarda i tassi di crescita del nostro Pil dal 1997 a oggi e scoprirai che la &ldquo;decrescita&rdquo; ce l&rsquo;abbiamo in casa fin da prima che Latouche inondasse con la sua bibliografia gli scaffali delle librerie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quindi il &ldquo;fiscal compact&rdquo; non &egrave; una novit&agrave; come sembra&hellip;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La modifica che &egrave; stata adesso apportata all&rsquo;articolo 81 della Costituzione, che ha reso davvero stringente il vincolo del bilancio in pareggio, &egrave; assolutamente coerente con l&rsquo;ingresso del nostro paese nell&rsquo;Unione europea. L&rsquo;attivit&agrave; dello Stato, ci dice l&rsquo;Europa, &egrave; possibile solo in quanto non interferisce con l&rsquo;iniziativa privata. Non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; alcuna politica economica possibile: non una politica fiscale (perch&eacute; si devono solo ridurre le spese), non una politica monetaria (perch&eacute; ci pensa la Banca centrale europea), non una politica industriale (perch&eacute; ci pensa Marchionne). Si devono solo abbassare i salari, perch&eacute; non sono compatibili con un sistema produttivo arretrato come il nostro, che campa ancora di agroalimentare, abbigliamento, arredo casa e un po&rsquo; di automazione meccanica. E dunque via alla balcanizzazione dei contratti nazionali in una miriade di contratti aziendali: a questo serve la modifica dell&rsquo;articolo 18, sebbene molta parte del sindacato non se ne dia per inteso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ma non c&rsquo;erano alternative possibili?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello che &egrave; pi&ugrave; triste &egrave; dover constatare che anche quanti avrebbero dovuto denunciare e contrastare per tempo questa follia di ritornare allo Stato ottocentesco, allo Stato <em>veilleur de nuit<\/em>, hanno avuto un ruolo che possiamo definire di &ldquo;agevolazione colposa&rdquo;. Mi riferisco all&rsquo;antistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta &ldquo;sinistra d&rsquo;alternativa&rdquo;, che nei vent&rsquo;anni trascorsi anni ha coltivato e diffuso nelle generazioni pi&ugrave; giovani una quantit&agrave; impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili &ldquo;terze vie&rdquo; tra privato e pubblico, tra capitale e Stato: prima era il &ldquo;terzo settore&rdquo;, adesso sono i &ldquo;beni comuni&rdquo; e in mezzo ci sono sempre le utopie regressive dell&rsquo;&ldquo;ecologismo radicale&rdquo;. Sono i cascami dell&rsquo;anarchismo, dell&rsquo;autogestionarismo e dell&rsquo;assemblearismo post-sessantottino e post-settantasettino, che &ndash; va da s&eacute; &ndash; hanno assai pi&ugrave; mercato editoriale e visibilit&agrave; massmediatica rispetto alle pi&ugrave; classiche posizioni marxiane o keynesiane: in fondo, non fanno altro che ripetere che la via &ldquo;pubblica&rdquo; &egrave; sbagliata e comunque non &egrave; percorribile, dunque al capitale fanno molto comodo. Quando vedo le marce contro la privatizzazione dell&rsquo;acqua (e va da s&eacute;, per l&rsquo;&ldquo;acqua bene comune&rdquo;), sorrido e mi vien da pensare a una battuta di Flaiano, che pi&ugrave; o meno diceva che quando in Italia si organizza un convegno sull&rsquo;importanza del bovino vuol dire che i buoi sono scappati dalla stalla. &ldquo;No alla privatizzazione dell&rsquo;acqua&rdquo;: bene. Ma dove eravate, vien fatto di dire, quando si privatizzavano le banche e le industrie? Ci siamo dimenticati che il grosso delle privatizzazioni si &egrave; fatto a partire dal 1996, quando Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Rifondazione Comunista sosteneva il governo? O ci siamo dimenticati che il dibattito timidamente avviato da un centinaio di economisti e intellettuali, che nel 2006 avevano sostenuto la possibilit&agrave; di stabilizzare il debito in rapporto al Pil, fu stroncato da Fausto Bertinotti in persona, che mise il veto alla stessa possibilit&agrave; che Rifondazione potesse esprimersi in merito per non ostacolare l&rsquo;ennesima manovra &ldquo;lacrime e sangue&rdquo; voluta dal compianto Tommaso Padoa-Schioppa? Oggi siamo alla conclusione di un processo avviatosi trent&rsquo;anni fa: il &ldquo;fiscal compact&rdquo; approvato in sede europea di fatto rimuove qualunque idea di direzione pubblica dei processi economici per i prossimi cinquant&rsquo;anni. Il fatto che ci sia una tremenda crisi economica in corso pu&ograve; forse offrire una qualche speranza che tutto il marchingegno salti. Ma se questo meccanismo salta, salta da destra: la sinistra, come scrisse ormai quasi dieci anni fa Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale, &egrave; morta da un pezzo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>A proposito di crisi, come giudichi il protagonismo della Bce?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fatto che la banca centrale prometta di diventare prestatore di ultima istanza non risolve le contraddizioni del sistema capitalistico: su questo punto, Marx obiett&ograve; a Bagehot con considerazioni che mi paiono ancora decisive. Quel che si pu&ograve; dire con certezza &egrave; che, se l&rsquo;Italia rester&agrave; nell&rsquo;euro cos&igrave; com&rsquo;&egrave; strutturato adesso, andremo incontro a un impoverimento progressivo e crescente: basti dire che per i prossimi vent&rsquo;anni dovremo fare tagli di spesa per 45 miliardi all&rsquo;anno&hellip;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ma la giustificazione &egrave; che se il debito non diminuisce lo spread aumenta&hellip;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa &egrave; una delle pi&ugrave; colossali mistificazioni spacciate per verit&agrave; dalla borghesia dominante e dagli intellettuali suoi lacch&egrave;. Se l&rsquo;andamento dello spread dipendesse dall&rsquo;ammontare del debito pubblico, il divario tra i nostri titoli e quelli tedeschi dovrebbe essere superiore a quello che c&rsquo;&egrave; fra quelli spagnoli e quelli tedeschi: la Spagna ha infatti un debito pubblico di molto inferiore al nostro. Invece non &egrave; cos&igrave;, e la ragione &egrave; che lo spread risente assai pi&ugrave; dall&rsquo;andamento della bilancia commerciale. In pratica, &egrave; come se i mercati scommettessero che i Paesi che si trovano con una bilancia commerciale in rosso saranno presto o tardi costretti o a svendere tutte le loro industrie ai tedeschi (o ad altri possibili compratori esteri) o a uscire dalla moneta unica e a ripudiare il debito in euro. Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono i Paesi maggiormente &ldquo;indiziati&rdquo; perch&eacute; sono i Paesi con la struttura produttiva pi&ugrave; debole. Sta qui &ndash; detto per inciso &ndash; la vera finalit&agrave; delle manovre finanziarie cui ci sottopongono da vent&rsquo;anni e da ultimo della stessa spending review: l&rsquo;obiettivo &egrave; quello di deflazionare i consumi interni per abbattere il fabbisogno di importazioni e riportare in pareggio la bilancia commerciale. Funzioner&agrave; come funzionavano i salassi praticati dai cerusici ai malati di un tempo: terapie efficaci, ma solo perch&eacute; uccidevano il paziente. Anche in Confindustria cominciano a sospettarlo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista a Luigi Cavallaro Contro la crisi Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto&hellip; Pi&ugrave; esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che &egrave; lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. 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