{"id":72289,"date":"2022-05-19T11:00:26","date_gmt":"2022-05-19T09:00:26","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=72289"},"modified":"2022-05-18T11:46:30","modified_gmt":"2022-05-18T09:46:30","slug":"per-una-filosofia-della-geopolitica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=72289","title":{"rendered":"Per una filosofia della Geopolitica"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE (Pasquale Noschese)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-72290\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/catene-del-valore-globali-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/catene-del-valore-globali-300x200.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/catene-del-valore-globali.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Che il prestigio della geopolitica sia in rapida ascesa, \u00e8 possibile constatarlo con disarmante facilit\u00e0: basterebbe guardare le ultime centinaia di ore di trasmissioni televisive. Rimonta che \u00e8 innanzitutto lessicale, un aspetto non proprio secondario, in quanto non possiamo pensiero oltre i confini del nostro vocabolario (citofonare ad Heidegger per un\u2019autorevole conferma). Si tratta, peraltro, di un rarissimo caso di una \u201cmoda\u201d terminologica che non riguardi un anglismo. Un\u2019effervescenza culturale strettamente congiunturale o la premessa di un cambiamento reale nella nostra cultura? Per abbozzare una prima risposta di un dibattito curiosamente silenzioso, \u00e8 di certo utile guardare alle necessit\u00e0 strutturali che si faranno incontro alla nostra collettivit\u00e0, e che probabilmente gi\u00e0 costituiscono le cause remote del revival della geopolitica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Storia non ha fatto in tempo a finire che subito \u00e8 nata la frenesia di inaugurarne il ritorno. Il 2001, il 2003, il 2008, il 2011, il 2014, il 2020 e adesso il 2022. Principali indiziati: il terrorismo, la Cina, Putin, occasionalmente il Covid. Questi annunci, per quanto ispirati dalla buona fede di svegliare l\u2019Italia o l\u2019Europa dal sonno dogmatico della postmodernit\u00e0, sono imprecisi nel voler trovare un evento, pure simbolico, che in virt\u00f9 della sua forza intrinseca riesca a folgorarci col ricordo della storia. Nessun evento (nessun \u201coggetto\u201d in generale) \u00e8 cos\u00ec gentile da regalare un\u2019interpretazione univoca di s\u00e9: \u00e8 un pregiudizio realista quello di far fede su una fantomatica evidenza epistemologica dei fatti, tanto pi\u00f9 se si parla di avvenimenti storici. Il dramma \u00e8 che abbiamo perso la capacit\u00e0 di conferire senso storico (e quindi strategico) agli eventi, abbiamo perso il sentimento della Storia. I problemi di postura culturale non ammettono soluzioni occasionaliste. Una tendenza, per\u00f2, pu\u00f2 lentamente \u2013 non troppo, si spera \u2013 smantellare la mitologia post-storica che ci opprime. La \u201clongue dur\u00e9e\u201d, grande assente della prospettiva di chi ferma all\u2019immediatezza, di chi vede il dato dove c\u2019\u00e8 il risultato. La tendenza in grado di scuoterci noi stessi di dosso potrebbe essere la progressiva lateralizzazione dell\u2019Europa. Prima linea di difesa dell\u2019Occidente a guida americana durante la Guerra Fredda, adesso il Vecchio Continente sperimenta una presenza sempre pi\u00f9 intermittente nei pensieri americani, sempre pi\u00f9 occupati dal pivot to Asia, ormai asceso al rango di slogan, e da un certo affaticamento, che si traduce nell\u2019intensificarsi di un identico sentimento centripeto nelle pi\u00f9 differenti declinazioni. L\u2019Europa dovr\u00e0 tornare a sporcarsi di storia, in vista della scadenza del permesso di soggiorno nell\u2019Aventino che ha scambiato per Parnaso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non \u201ctorneremo\u201d nella Storia, ci accorgeremo di esserci dentro. Un\u2019operazione prevalentemente culturale, nella quale assume senso e rilevanza la domanda a proposito delle prospettive future della geopolitica. Come caso singolo, ma soprattutto come promessa di una riforma culturale, pi\u00f9 che di una rivoluzione, che non sar\u00e0 indolore. Andando oltre quel riduzionismo promosso da un certo empirismo pop che vede nel fact checking la soluzione di tutti mali e le differenti discipline come asettici insiemi di dati, bisogna prendere atto che sono le forme del pensiero, i presupposti teorici che guidano la nostra attenzione e la nostra comprensione della realt\u00e0, a costituire l\u2019ossatura spirituale di una civilt\u00e0. Questione di \u201cparadigmi\u201d, direbbe Kuhn. Dove si andr\u00e0 a concentrare il cambiamento, o quantomeno la sua necessit\u00e0? Quali forme culturali occludono lo sviluppo della geopolitica?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Comprendere la metodologia che il pensiero dominante, che chiameremo \u201cpensiero dell\u2019epoca\u201d, incarna, significa in primo luogo delineare la comprensione del s\u00e9 che esso offre. Una riforma epistemologica, quale quella che vogliamo immaginare come apporto decisivo della geopolitica nonch\u00e9 sua condizione preliminare, deve necessariamente partire da uno stravolgimento dell\u2019autorappresentazione che sottost\u00e0 alla nostra rappresentazione della Storia e che la produce. Ogni filosofia della storia, e ogni filosofia della storiografia, ha il proprio protagonista. L\u2019indossatore del nostro abito mentale \u00e8 l\u2019individuo prestorico (da non confondere con \u201cpreistorico\u201d). Abilmente descritto, tra i vari luoghi, nel quinto capitolo del pamphlet \u201cChe cos\u2019\u00e8 il Terzo Stato\u201d, protagonista di gran parte della filosofia politica moderna, l\u2019individuo prestorico \u00e8 precollettivo, preideologico, talvolta addirittura prelinguistico. L\u2019unica cosa che non \u00e8 (quasi) mai \u00e8 \u201cpre-economico\u201d. \u201cPrestorico\u201d \u00e8 forse la definizione pi\u00f9 adatta, in quanto non \u00e8 un caso che esso trovi la propria genesi nella tradizione filosofica, tipicamente illuminista, della storia congetturale. Una tradizione il cui intento indiretto \u00e8 quello di sopperire alle lacune della storiografia, ma la cui interrogazione specifica riguarda la possibilit\u00e0 di individuare la \u201cnatura\u201d dell\u2019uomo, natura che, per l\u2019appunto, si trova al di fuori della storia. Da una parte, dunque, oltrepassare la storiografia per ragioni congiunturali; dall\u2019altra, invece, esplicitamente o implicitamente tradirla, sostituendola con un metodo ritenuto in grado di rispondere con maggiore verit\u00e0 alla domanda a proposito della natura dell\u2019uomo. Fondare una scienza, politica o storica che sia, andando oltre l\u2019empiria. Nulla di particolarmente nuovo: la filosofia greca, ad esempio, \u00e8 in grandissima parte un\u2019operazione di espunzione di una contingenza mistificatrice dalla contemplazione pura di una realt\u00e0 pi\u00f9 reale. L\u2019uso particolare che ha fatto la filosofia politica moderna di questa millenaria prassi ha condotto ad una accidentalizzazione della Storia. Gran parte del dibattito filosofico e politico contemporaneo \u00e8 una nota a margine della voce \u201cfine della Storia\u201d, ma essa \u00e8 perlopi\u00f9 tematizzata come evento, non come concetto. In verit\u00e0, la fine della Storia \u00e8 sempre stata dietro l\u2019angolo[1], perch\u00e9 la nostra antropologia filosofica \u00e8 prestorica. O, meglio, \u00e8 astorica, e per questa ragione intrinsecamente monista. Archiviamo come contingenze le differenze qualitative che compongono la Storia, che ne costituiscono la polpa e il principio dinamico. Provocatoriamente, si potrebbe dire che la modernit\u00e0 ci ha donato una anti-filosofia della Storia. L\u2019eredit\u00e0 di un Uomo oggettificato, mai produttore della propria natura, la quale resta intrappolata nel moto perpetuo della propria immobilit\u00e0. Un\u2019ombra pi\u00f9 reale della realt\u00e0, che misconosce le differenze edificate dagli uomini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il misconoscimento di una pluralit\u00e0 sostanziale \u00e8 il prodromo di una deontologia dell\u2019agire storico che nega ogni senso normativo ad una qualsiasi semantica dell\u2019interesse. \u201cSemantica\u201d non a caso: quanto \u00e8 possibile avvertire \u00e8 proprio una generale allergia ad un senso normativo che sia incorporato in una soggettivit\u00e0, ovvero in una progettualit\u00e0. Si tratta di un abito che precede il senso specifico presentato da un qualsivoglia interesse storico particolare. Ogni impeto produttivo, e cos\u00ec ogni sua legittimazione teorica, che trovi la propria fondazione imprescindibile in una realt\u00e0 storica particolare, \u00e8 sistematicamente decurtato di ogni prerogativa normativa, dunque di ogni carattere etico, del diritto di inclusione in un discorso propriamente etico. Tornando indietro, quella che potrebbe sembrare un\u2019esteriorit\u00e0 rispetto ad un discorso di autocomprensione del soggetto storico, ne \u00e8 in verit\u00e0 naturale corollario: come fondare una pretesa etica su una realt\u00e0 posticcia? Se la stessa esistenza storica particolare \u00e8 accidentale, incidentale, e quasi necessariamente d\u2019impaccio ad ogni ottimismo antropologico[2], come \u00e8 possibile riconoscerne un valore in un senso che \u00e8 per sua stessa natura intersoggettivo e spessissimamente universale? D\u2019altronde, se forse \u00e8 forte affermare, pensando ad Aristotele, che ogni etica \u00e8 un\u2019ontoteleologia, tuttavia il pensiero di un\u2019etica non pu\u00f2 prescindere dal pensiero del suo campo di applicazione, e in particolare del soggetto che in esso la realizza. Qual \u00e8, dunque, l\u2019etica, o meglio il campo dell\u2019etica, che il pensiero della nostra epoca ci suggerisce? Forse riempendo l\u2019argomento del contenuto tipicamente occidentale di un radicato razionalismo, siamo indirizzati ad un senso eticamente normativo della verit\u00e0. La Verit\u00e0 deve comandare: in questo senso preliminare e puramente astratto, i postmoderni hanno offerto una lettura critica davvero efficace. In fondo, al di l\u00e0 di alcune sbandate volontariste, l\u2019Occidente e il pensiero occidentale hanno basato la propria filosofia della prassi sull\u2019analisi, sulla (presunta?) forza etica del fatto, della verit\u00e0. Corsi e ricorsi dell\u2019intellettualismo etico? Forse \u00e8 pi\u00f9 corretto parlare di una sua versione depotenziata, priva degli assunti psicologici che il precedente socratico imponeva universalmente. Ad ogni modo, siamo inclini a pensare l\u2019agire politico come diretta scaturigine dei \u201cgiusti principi\u201d (anche qui ci riferiamo a Sieyes) e del loro pi\u00f9 o meno impreciso possesso[3]. \u201cAuctoritas, non veritas, facit legem\u201d \u00e8 tendenzialmente sospeso come cinico borbottio del pi\u00f9 cupo dei filosofi, o occasionalmente applicato come lente interpretativa dello status quo di paesi che non godono della nostra patente di civilt\u00e0. Ad esso preferiamo il riferimento fideistico e giustificativo ad una realt\u00e0 metastorica, e dunque meta-empirica, che immancabilmente incoronerebbe una prassi politica con essa coerente. Invertendo cos\u00ec l\u2019ordine delle cause, che vuole un codice deontologico come il lusso garantito dall\u2019adempimento ai propri doveri strategici capitali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se l\u2019agire politico \u00e8 frutto dell\u2019accessibilit\u00e0 o, al contrario, dell\u2019offuscamento dei principia politica, significa comunque che esiste una gradazione tra le realt\u00e0 politiche cui capita di popolare la Storia. Disponiamo, certo, di una tematizzazione della soggettivit\u00e0, ma solamente a partire da questi presupposti, che ci consegnano lo spazio appena necessario per una soggettivit\u00e0 transeunte, orientata alla propria obsolescenza. Cos\u00ec lo Stato nazionale, protagonista della vicenda moderna a dispetto di frettolosi annunci della sua morte. Lo Stato resta per\u00f2 solo un esempio, pur significativo, di un testo culturale pi\u00f9 ampio, che si sviluppa intorno al tema della soggettivit\u00e0. \u00c8 arcinota la risposta di Kant alla domanda su cosa sia l\u2019Illuminismo: l\u2019uscita dell\u2019Uomo dallo stato di minorit\u00e0. Un senso storico di sottrazione, di rischiaramento, di un lavoro fondamentalmente decostruttivo e fondamentalmente conoscitivo. Anni dopo, un pensatore schierato su ben altre posizioni, Joseph De Maistre, lamenter\u00e0 proprio il significato storico decostruttivo, diabolico, di quei philosophes che non distingue mai nettamente dai protagonisti politici della Rivoluzione Francese. A ragion veduta. La prima Rivoluzione ad essere esportata non \u00e8 quella bolscevica, ma quella francese; il senso ideologico di questa esportazione \u00e8 quello di restituire l\u2019uomo a s\u00e9 stesso, contro le potenze del vecchio ordine che lo tengono in ostaggio. La modernit\u00e0 ci consegna una soggettivit\u00e0 formalmente transeunte, come vettore che traghetta l\u2019uomo al di fuori della Storia. Il contenuto specifico di questa forma \u00e8 un contenuto pedagogico, educativo. \u00c8 inutile snocciolare l\u2019ideale di civilizzazione che ha guidato l\u2019Et\u00e0 degli Imperi. Tuttavia, con la reductio ad Americamdell\u2019Occidente, questo immaginario \u00e8 andato sostituendosi con quello, pur sensatissimo, del poliziotto globale. Una discontinuit\u00e0 minima, certo, ma forse comunque imprecisa. La cifra ideologica fondamentale resta quella non gi\u00e0 di punire ma di educare, spesso coniugata nell\u2019illusione che imporre un minima moralia orienti l\u2019ordine delle cose verso l\u2019immancabile approdo dell\u2019altro da s\u00e9 al s\u00e9[4]. Un poliziotto \u201cfoucaultiano\u201d, che impartisce disciplina solo perch\u00e9 \u00e8 interessato al senso educativo e produttivo che questa incarna. Un poliziotto che pu\u00f2 produrre un disciplinamento che regga sulle sue proprie gambe, ben conscio dei retti principi che lo alimentano. Un poliziotto che, quindi, ha un compito storico che sulla carta resta transeunte, occasionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La geopolitica incarna, pi\u00f9 o meno consciamente, un\u2019epistemologia totalmente diversa. La verit\u00e0 trova il suo posto solo nella mappatura della realt\u00e0, ma in essa non gioca alcun ruolo. O meglio, non gioca un ruolo principe, non accomuna e non distingue. Non anima la Storia. Nella prassi analitica \u00e8 spodestata, lateralizzata; mappare il reale significa individuare gli interessi contrastanti che lo percorrono, mantenendo un deciso agnosticismo rispetto alle possibilit\u00e0 reali di sacrificarli in nome di una pacificazione di tipo contrattuale, razionale, comunicativo. Per un approccio del genere, tutto \u00e8 ugualmente legittimo: sentimento, simbologia, irrazionalit\u00e0. Tutto quanto di trova nella realt\u00e0, rispetto alla quale, ripetiamo, il compito dell\u2019osservatore \u00e8 di semplice mappatura. L\u2019approccio metaempirico \u00e8 sconfessato, svilito. L\u2019unica verit\u00e0 \u00e8 la verit\u00e0 effettuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le condizioni di possibilit\u00e0 di una fedelt\u00e0 cos\u00ec pura alla materia storica \u00e8 il riconoscimento della natura sostanziale delle soggettivit\u00e0 che la compongono. Ci\u00f2 rientra in un pi\u00f9 generale approccio che perde ogni fiducia metastorica, ogni deformazione escatologica. Oltre la Storia, nulla. Il fatto storico trae la legittimit\u00e0 da s\u00e9 stesso, i rapporti con la Storia sono finalmente pacificati. L\u2019unica legge \u00e8 la capacit\u00e0 di imporsi, da cui le accuse di cinismo mosse alla geopolitica. Anche questo \u00e8 un approccio epistemologico: non \u00e8 una scienza esatta da contrapporre alla pseudoscienza della filosofia politica moderna e della sua unica ramificazione superstite, la variante liberale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La geopolitica presenta in un momento unico l\u2019alternativa alla doppia problematica della soggettivit\u00e0 sviluppata prima. Riconoscendo un valore assoluto alle soggettivit\u00e0 che popolano la Storia, disconoscendo ogni possibilit\u00e0 di fraintenderle come \u201ctraviamenti\u201d o di disporle secondo una gerarchia di legittimit\u00e0, ne riconosce la pluralit\u00e0. Pluralit\u00e0 e sostanzialit\u00e0, dunque. Svanisce la possibilit\u00e0 di immaginare una metastoria monistica, da una parte perch\u00e9 il monismo \u00e8 un mitologema, dall\u2019altra perch\u00e9 la demistificazione di tale mitologema passa proprio per l\u2019idea della perennit\u00e0 del tessuto plurale e conflittuale della storia. Che a sua volta, ripetiamo, trova il proprio presupposto nel rifiuto di ogni \u201cfuori\u201d dalla Storia: \u00e8 per questo che la geopolitica incarna la possibilit\u00e0 del tanto anelato superamento della postura post-storica che, a ragione, tutte le realt\u00e0 culturali di buon senso diagnosticano all\u2019Europa in generale, e all\u2019Italia in particolare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Ripetiamo: il dualismo tra il pensiero attuale e la geopolitica non \u00e8 quello tra una pseudoscienza e una scienza. La geopolitica non \u00e8 la pietra filosofale o una scienza rigorosa: come tutte le discipline storiche, \u00e8 scabra e imprecisa. Al di l\u00e0 dei suoi risultati predittivi, non \u00e8 prematuro provare a suggerire il portato culturale dell\u2019avanzare dell\u2019epistemologia che raffigura. Appunto, non perch\u00e9, in quanto scienza, si far\u00e0 largo a colpi di successi scientifici, ma perch\u00e9, se \u00e8 vero che il succedersi delle visioni del mondo \u00e8 il risultato del succedersi dei periodi storici, la geopolitica pu\u00f2 rappresentare una visione pi\u00f9 adatta alla fase storica che ci prepariamo ad affrontare. Nella speranza di affrontarla con i concetti adeguati, perch\u00e9 non saper pensare la realt\u00e0 equivale a non saperla abitare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>[1] Per approfondire possono essere utili Jacob Taubes e Karl L\u00f6wit; un utile guida \u00e8 \u201cIl fine della storia\u201d di Salvatore Natoli.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>[2] Che, pur non essendo una costante e non essendo oggetto della presente riflessione, rappresenta una cifra fondamentale del pensiero dell\u2019epoca presente<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>[3] Anche qui sarebbe possibile un approfondimento, che non possiamo svolgere ma che riteniamo opportuno segnalare. Rispetto ad epoche e a tradizioni pi\u00f9 incerti rispetto all\u2019effettivo possesso di retti principi del vivere politico e civile (si pensi alla \u201cetica provvisoria\u201d di Cartesio), come si colloca il nostro presente? Nella nostra smania di giudizio, abbiamo lasciato spazio per l\u2019incertezza?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>[4] Si veda l\u2019illusione, solo ora in via di disfacimento, per cui la promozione di riforme di mercato in Cina avrebbe trasformato il Dragone in un paese occidentale.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/osservatorioglobalizzazione.it\/osservatorio\/per-una-filosofia-della-geopolitica\/\">https:\/\/osservatorioglobalizzazione.it\/osservatorio\/per-una-filosofia-della-geopolitica\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE (Pasquale Noschese) Che il prestigio della geopolitica sia in rapida ascesa, \u00e8 possibile constatarlo con disarmante facilit\u00e0: basterebbe guardare le ultime centinaia di ore di trasmissioni televisive. 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