{"id":72443,"date":"2022-05-26T09:00:43","date_gmt":"2022-05-26T07:00:43","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=72443"},"modified":"2022-05-25T21:19:18","modified_gmt":"2022-05-25T19:19:18","slug":"per-rileggere-federico-caffe-da-una-prospettiva-rivoluzionaria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=72443","title":{"rendered":"PER RILEGGERE  FEDERICO CAFFE\u2019 DA UNA PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA"},"content":{"rendered":"<p><strong>da PER UN SOCIALISMO DEL SECOLO XXI (Carlo Formenti)<\/strong><\/p>\n<p class=\"p3\">\n<div class=\"separator\"><a href=\"https:\/\/blogger.googleusercontent.com\/img\/b\/R29vZ2xl\/AVvXsEioWRD7PlOvSV4CzgiBtJiDNlFhm3aOykVy8In9zq-p1SP8ds1jh_y7MSTl5t_9i0rdjepbG_tN3XeYLPGOD7px19EuwvjK14WEes_KafnODgfQruI3nc0mxGFZhe7SzoQfuLg_bO7BncQQo4py2Ual6DjwtuwLqVQDkimKhaDg_P66jh9MLe3NSw4h\/s803\/copertina.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/blogger.googleusercontent.com\/img\/b\/R29vZ2xl\/AVvXsEioWRD7PlOvSV4CzgiBtJiDNlFhm3aOykVy8In9zq-p1SP8ds1jh_y7MSTl5t_9i0rdjepbG_tN3XeYLPGOD7px19EuwvjK14WEes_KafnODgfQruI3nc0mxGFZhe7SzoQfuLg_bO7BncQQo4py2Ual6DjwtuwLqVQDkimKhaDg_P66jh9MLe3NSw4h\/s320\/copertina.jpeg\" width=\"214\" height=\"320\" border=\"0\" data-original-height=\"803\" data-original-width=\"536\" \/><\/a><\/div>\n<p class=\"p3\">Nella collana Meltemi \u201cVisoni eretiche\u201d \u00e8 appena uscito il nuovo libro (1) di Thomas Fazi, che quattro anni fa aveva inaugurato la serie con <i>Sovranit\u00e0 o barbarie <\/i>(2), dedicato al grande eretico della scienza economica, quel Federico Caff\u00e8 che, dopo la sua misteriosa scomparsa (in data 15 aprile 1987), si \u00e8 sollecitamente provveduto a rimuovere dai programmi di studio della disciplina perch\u00e9 la lucidit\u00e0 con cui aveva denunciato i rischi della svolta neoliberista \u2013 e previsto i disastri che ne sarebbero derivati \u2013 \u00e8 imbarazzante per gli economisti e i politici (in particolare se di sinistra) che di quella svolta si fecero promotori e apologeti. Senza entrare nei dettagli dell\u2019accuratissima ricostruzione che Fazi fa del pensiero e dell\u2019impegno politico e sociale di Caff\u00e8, le pagine che seguono si propongono di: 1) ricordare quale fosse il senso comune condiviso dalla maggioranza degli economisti occidentali fino agli anni Settanta del secolo scorso; 2) riassumere i fondamenti teorici su cui si fondava, cio\u00e8 la teoria keynesiana (e la lettura che ne diede Caff\u00e8, il primo a diffondere il pensiero di Keynes nel nostro Paese); 3) ricostruire a grandi linee della svolta neoliberista degli anni Ottanta, legittimata dalle \u201cinnovazioni\u201d teoriche della sintesi \u201cneokeynesiana\u201d e della scuola neomonetarista; 4) rievocare la tenace quanto disperata opposizione di Caff\u00e8 nei confronti del nuovo corso, con particolare attenzione alla sua irritazione nei confronti della conversione del PCI e del sindacato ai paradigmi del pensiero liberal\/liberista.<\/p>\n<p class=\"p3\">Come ricorda Fazi (3) quando venne avanzata per la prima volta la proposta di istituire una moneta unica europea &#8211; con il cosiddetto piano Werner &#8211; fu bocciata come una bizzarria se non come una vera e propria follia. Questo perch\u00e9, a quei tempi, a livello accademico esisteva ancora un sostanziale accordo sul fatto che la politica economica dovesse essere prerogativa esclusiva dello stato-nazione. Dal che discendeva: 1) l\u2019idea che spettasse a quest\u2019ultimo il controllo delle principali leve di politica economica, a partire da quella monetaria e di bilancio; 2) una diffusa consapevolezza che i fenomeni monetari producono effetti concreti sulla distribuzione del reddito, sui livelli occupazionali sul benessere sociale. In altre parole,<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>la politica monetaria veniva vista come una componente strategica della politica economica generale, di cui in governi in carica dovevano assumere la piena responsabilit\u00e0. (4) Del resto, questa visione era del tutto coerente con il regime keynesiano che, dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Settanta, era stato adottato da tutti i Paesi democratici occidentali (e non solo da quelli: anche i totalitarismi di destra, sia pure a modo loro, lo avevano fatto proprio). La filosofia che inspirava tale regime comportava una<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>forte presenza dello Stato in economia, non solo con politiche industriali a sostegno degli investimenti e della domanda attraverso la spesa pubblica, ma anche con interventi diretti, come lo sviluppo di importanti settori produttivi a capitale pubblico). A complemento di tale indirizzo politico erano previsti il rafforzamento dello Stato sociale (sanit\u00e0, istruzione, indennit\u00e0 di disoccupazione, ecc.), politiche del lavoro finalizzate al raggiungimento della piena occupazione e alla crescita salariale; la valorizzazione del ruolo dei sindacati in quanto istituzioni preposte alla mediazione dei conflitti di interesse fra capitale e lavoro, e l\u2019idea secondo cui la partecipazione delle classi lavoratrici alla vita politica dei loro paesi attraverso i partiti di massa fosse un elemento decisivo per lo sviluppo e il rafforzamento della democrazia (5).<\/p>\n<p class=\"p1\">* * *<\/p>\n<p class=\"p3\">Chi \u00e8 nato dopo gli anni Settanta<b> <\/b>e ha studiato economia nei decenni successivi, di Keynes conosce \u2013 ammesso e non concesso che abbia avuto l\u2019opportunit\u00e0 di accostarsi al suo pensiero \u2013 la versione edulcorata e distorta che ne hanno dato i teorici \u201cneokeynesiani\u201d (sui quali torneremo pi\u00f9 avanti), vale a dire l\u2019idea secondo cui in situazioni di crisi \u00e8 lecito ricorrere all\u2019intervento pubblico per sostenere l\u2019economia. Ma Keynes sosteneva ben altro: l\u2019economia non richiede l\u2019intervento dello Stato esclusivamente in caso di crisi, perch\u00e9 il capitalismo \u00e8 non \u00e8 solo soggetto a crisi periodiche ma \u00e8 intrinsecamente instabile e strutturalmente incapace di assicurare la piena occupazione e un\u2019equa distribuzione di reddito, per cui lasciarlo libero di operare seguendo i suoi \u201cspiriti animali\u201d<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>significa causare disastri. In particolare contestava la tesi liberista, secondo cui la disoccupazione \u00e8 un fenomeno \u201cnaturale\u201d che si aggrava in situazioni di contrazione del mercato ma, se si lascia che i salari<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>fluttuino verso il basso in base alla \u201cleggi\u201d del rapporto fra domanda e offerta, tende \u201cautomaticamente\u201d ad essere riassorbita. Contro tale tesi, Keynes aveva dimostrato la possibilit\u00e0 che, in assenza di idonee misure di intervento pubblico, si instauri un equilibrio stabile di sottoccupazione per cui, al fine di mantenere condizioni di pieno impiego, occorreva<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>stimolare gli investimenti da parte delle autorit\u00e0 di governo centrali e locali, n\u00e9 tale politica avrebbe dovuto trovare ostacolo nel disavanzo del bilancio dello Stato che anzi veniva raccomandato (il cosiddetto <i>deficit spending<\/i>) (6).<\/p>\n<p class=\"p3\">Per Keynes l\u2019ozio forzato era il male assoluto, nella misura in cui vedeva nel lavoro il fondamento della dignit\u00e0 umana (di qui la famosa provocazione secondo cui sarebbe stato meglio pagare le persone per scavare buche e poi riempirle piuttosto che lasciarle in condizioni di inattivit\u00e0 \u2013 battuta che venne interpretata alla lettera dai suoi detrattori, per poterlo accusare di \u201cassistenzialismo\u201d). Questa visione \u00e8 chiaramente eretica in base ai canoni della razionalit\u00e0 e dell\u2019etica capitalistiche, il che lascia intuire come, dietro di essa, non vi fossero semplicemente una concezione alternativa della politica economica ma il tentativo di affermare la possibilit\u00e0 di una civilt\u00e0 completamente \u201caltra\u201d. Nella lettura di Caff\u00e8 \u2013 e in quella di Fazi che la rilancia \u2013 il progetto di Keynes non \u00e8 solo di natura economica, ma anche politico, sociale e morale; non si tratta semplicemente di riformare il capitalismo, ma di prospettare la transizione a una sorta di socialismo liberale e\/o democratico.<\/p>\n<p class=\"p3\">Ci\u00f2 che Keynes aveva in mente, secondo Caff\u00e8 e Fazi, era un \u201csistema misto\u201d in cui lo Stato esercita un controllo centrale dell\u2019economia programmando e pianificando l\u2019attivit\u00e0 generale, pur senza escludere l\u2019iniziativa privata, ma disciplinandola nell\u2019interesse della comunit\u00e0 (7). Non solo: la sua visione comportava anche provvedimenti ancora pi\u00f9 indigesti per il punto di vista liberal\/liberista, quali la regolazione politica dei rapporti economici e commerciali con l\u2019estero (onde ottenere quanta pi\u00f9 autosufficienza nazionale possibile), l\u2019abolizione della libera circolazione dei capitali, la cosiddetta \u201ceutanasia del rentier\u201d, cio\u00e8 di coloro che sfruttano a fini speculativi le situazioni di scarsit\u00e0 artificiale di capitale.<\/p>\n<p class=\"p3\">Nel solco di questa visione, argomenta Fazi, Caff\u00e8 insisteva con particolare vigore nel denunciare \u2013 ben prima dell\u2019uso strumentale che le nostre \u00e9lite ne avrebbero fatto dopo l\u2019ingresso dell\u2019Italia in Europa &#8211; la tesi del vincolo esterno, vale a dire l\u2019idea che le singole economie nazionali siano obbligate ad adattarsi alle \u201cleggi\u201d del mercato mondiale, anche a costo di pagare tale acquiescenza con la disoccupazione e la depressione. Una volta accettato il principio che l\u2019azione pubblica \u00e8 chiamata a correggere le varie forme di fallimento del mercato, non si vede perch\u00e9 tale principio non debba applicarsi anche alla sfera delle relazioni internazionali e, non c\u2019\u00e8 motivo di arrendersi al tab\u00f9 della sacra libert\u00e0 degli scambi, \u00e8 chiaro<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>che le forme di regolamentazione degli stessi \u2013 e qui lo scandalo diviene assoluto \u2013 \u201cnon possono prescindere da misure protezionistiche\u201d. In particolare, l\u2019esportazione di capitali a fini speculativi poteva e doveva essere vietata perch\u00e9 Caff\u00e8 &#8211; qui citato da Fazi &#8211; la considerava<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>\u201cun diritto di veto, da parte di una sezione della collettivit\u00e0, nei confronti di provvedimenti che, malgradi le reazioni emotive eventualmente suscitate, siano stati riconosciuti conformi all\u2019interesse della comunit\u00e0 nelle sedi politicamente qualificate a esprimere tale giudizio\u201d (8).<\/p>\n<p class=\"p3\">In che misura questa lettura radicale delle teorie keynesiane pu\u00f2 essere considerata \u201crivoluzionaria\u201d. Bisogna intendersi sul termine. \u00c8 pur vero che nel dibattito su riforme e rivoluzione che si svolse nella socialdemocrazia tedesca fra fine Ottocento e primo Novecento, sia Engels che Luxemburg sostennero che l\u2019alternativa non era fra riforme o rivoluzione, bens\u00ec fra riforme fine a s\u00e9 stesse e riforme in quanto strumento per agevolare la transizione al socialismo. Ci\u00f2 detto, la posizione di Caff\u00e8 pu\u00f2 essere classificata come appartenente al secondo tipo? In un certo senso s\u00ec (e ci\u00f2 vale in parte anche per Keynes), senonch\u00e9 occorre poi definire cosa si intende per transizione al socialismo. Mi pare di poter dire che Caff\u00e8, perlomeno secondo la lettura di Fazi, identifichi il socialismo con l\u2019economia mista configurata dai primi articoli della nostra Costituzione, vale a dire con una societ\u00e0 in cui \u201cl\u2019obiettivo di guadagno del privato imprenditore venga conseguito non a scapito ma congiuntamente all\u2019obiettivo sociale del benessere della collettivit\u00e0\u201d (9). Si d\u00e0 il caso che questa definizione si avvicini molto sia alla concezione del socialismo di un autore come Carl Polanyi (10), sia a quella di \u201csocialismo del secolo XXI\u201d sviluppata dalle rivoluzioni bolivariane in America Latina. Ma, almeno sul piano di alcune politiche economiche, non \u00e8 molto dissimile nemmeno dal regime economico cinese emerso dalle riforme del 1978. Senonch\u00e9, se le somiglianze con la visione di Polanyi sono innegabili, con gli altri sue esempi esiste una differenza radicale:<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>Caff\u00e8 non contemplava che il controllo statale sull\u2019economia fosse imposto con la forza della costrizione giuridica, o addirittura con quella delle armi. La sua visione, radicalmente illuminista, voleva imporsi attraverso la persuasione psicologica pi\u00f9 che tramite la coercizione legislativa (11). Di pi\u00f9: ironizzando nei confronti del massimalismo delle sinistre radicali, parlava di un atteggiamento che tendeva a confondere la necessit\u00e0 di ottenere la piena occupazione e un salario dignitoso con una<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>palingenesi sociale che, in pratica, finiva per coincidere con la promessa della felicit\u00e0 nel regno dei cieli (12). Insomma, la visione di Caff\u00e8 (ignoro fino a che punto condivisa da Fazi) coincide di fatto con quella dei costituenti, i quali non rigettavano tutto l\u2019armamentario del liberalismo, ma solo la sua declinazione economica; per dirla in poche parole: la Costituzione come perfetta sintesi di una nuova visione liberalsocialista, ed \u00e8 appunto questo, come argomenter\u00f2 pi\u00f9 avanti, il punto debole della sua aspirazione utopistica.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\">* * *<\/p>\n<p class=\"p3\">Fazi sottolinea come le posizioni di Caff\u00e8 siano rimaste eretiche e, di fatto, marginali anche durante il \u201ctrentennio glorioso\u201d, che pure viene oggi presentato come l\u2019era dell\u2019egemonia keynesiana. Questo perch\u00e9 la tecnocrazia e l\u2019establishment economico- politico del nostro Paese opposero fin dall\u2019inizio una feroce resistenza contro la messa in pratica dei principi costituzionali, nei quali vedevano un progetto anticapitalistico.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>Il quartier generale di questa opposizione fu la Banca d\u2019Italia, prima<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>con Luigi Einaudi, poi con Guido Carli, il quale, come spiega nelle sue memorie, perseguiva un modello di sviluppo mercantilista, fondato sulle esportazioni cui demandava il compito di trainare l\u2019economia. Un modello le cui implicazioni sul piano dei rapporti di forza fra capitale e lavoro sono evidenti: si tratta di attuare una politica salariale restrittiva e favorire i settori industriali in grado di reggere la concorrenza internazionale.<\/p>\n<p class=\"p3\">Queste posizioni, esplicitamente neoliberali, venivano \u201ccamuffate\u201d e vendute a sinistra grazie all\u2019apporto teorico della scuola neokeynesiana, la quale di keynesiano aveva ormai solo il nome, dal momento che compiva un inversione di centottanta gradi rispetto alla posizione di Keynes, nella misura in cui riconosceva la possibilit\u00e0 di realizzare il pieno impiego mediante l\u2019operare spontaneo dei meccanismi di mercato, senza ricorrere all\u2019intervento pubblico. Autori come Samuelson, Solow, Modigliani pervertivano l\u2019insegnamento di Keynes del quale mantenevano esclusivamente la necessit\u00e0 di ricorrere all\u2019intervento pubblico in caso di crisi, mentre adottavano il punto di vista liberale<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>secondo cui lo Stato, in condizioni \u201cnormali\u201d,<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>deve limitarsi a creare le condizioni ideali per favorire l\u2019aumento della competitivit\u00e0 e della produttivit\u00e0. In questo modo il senso comune liberale, cacciato dalla porta con l\u2019approvazione della Costituzione del 1948, rientrava dalla finestra, riabilitando il concetto di politica dei redditi, vale a dire la necessit\u00e0 che questi ultimi venissero adattati di volta in volta alle condizioni imposte dal mercato. L\u2019obiettivo era convincere la sinistra e i sindacati che in periodi<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>di forte disoccupazione fosse giusto accettare la riduzione del salario perch\u00e9 ci\u00f2 avrebbe favorito una ripresa occupazionale.<\/p>\n<table class=\"tr-caption-container\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td><a href=\"https:\/\/blogger.googleusercontent.com\/img\/b\/R29vZ2xl\/AVvXsEjnhYCQAcFmtRwqyjMcMsPC5GPN2khoiRudAA79i94X95D5OLohCawmzhACqLYMsqg3oZPwoT9zPyVMFzlH5nxH5QWFM1f4EZynDHmqRutydJTUuAprFZRhWE3q1-au3qYTyNItv2h9EvGA6XpZ71NzZg-_Wh3wSgRsHqY-cIrqzK5rqWexDEi_knxj\/s767\/caffe%CC%80.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/blogger.googleusercontent.com\/img\/b\/R29vZ2xl\/AVvXsEjnhYCQAcFmtRwqyjMcMsPC5GPN2khoiRudAA79i94X95D5OLohCawmzhACqLYMsqg3oZPwoT9zPyVMFzlH5nxH5QWFM1f4EZynDHmqRutydJTUuAprFZRhWE3q1-au3qYTyNItv2h9EvGA6XpZ71NzZg-_Wh3wSgRsHqY-cIrqzK5rqWexDEi_knxj\/s320\/caffe%CC%80.jpeg\" width=\"320\" height=\"154\" border=\"0\" data-original-height=\"370\" data-original-width=\"767\" \/><\/a><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td class=\"tr-caption\">Federico Caff\u00e8<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"p3\">La prima met\u00e0 degli anni Settanta, nei quali Caff\u00e8 \u00e8 impegnato a contrastare la controffensiva liberale camuffata da neokeynesismo, sono anche quelli della fine del regime di Bretton Woods.(1971). Caff\u00e8, ricorda Fazi, non lo amava in quanto era convinto che i sistemi a cambi fissi siano congeniati in modo da far ricadere l\u2019onere dell\u2019aggiustamento sui paesi debitori; dal suo punto di vista, il sistema Bretton Woods agiva come un vincolo esterno ante litteram, che consentiva ai ceti dominanti di contrastare le politiche salariali o fiscali favorevoli alle classi lavoratrici, nel nome della salvaguardia della bilancia commerciale (13). Ecco perch\u00e9, dal momento che il nuovo regime di cambi fluttuanti rischiava di danneggiare i Paesi esportatori come la Germania, i maggiori Paesi europei si impegnarono prontamente a ripristinare una qualche forma di cambio fisso, inaugurando (nel 1972) quel serpente monetario che consentiva<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>agli stati della Cee di fissare reciprocamente le loro valute con un margine predeterminato di fluttuazione (14). Sono infine gli anni in cui la Trilaterale lancia il rapporto sulla \u201ccrisi della democrazia\u201d (1975), il cui obiettivo fondamentale era sfruttare la progressiva tecnicizzazione delle discipline economiche per legittimare la spoliticizzazione delle decisioni di politica economica: una materia tanto complessa non pu\u00f2 essere lasciata nelle mani degli umori ondivaghi di un\u2019opinione pubblica<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>sprovvista degli strumenti per comprendere quali sono le scelte giuste da compiere. Caff\u00e8 si illude di poter contare sul PCI e sui sindacati per contrastare questa svolta concettuale, dietro la quale traspare il disegno di scatenare una guerra di classe dall\u2019alto, ma le sue speranze saranno amaramente deluse.<\/p>\n<p class=\"p1\">* * *<\/p>\n<p class=\"p3\">La battaglia di Caff\u00e8, secondo Fazi, era persa in partenza. Gi\u00e0 nel dopoguerra, infatti, Il PCI aveva sposato la linea monetarista suggerita da Einaudi e dalla Banca d\u2019Italia che, in barba alla Costituzione, dava priorit\u00e0 indiscussa della lotta all\u2019inflazione, anche a scapito dell\u2019obiettivo della piena occupazione. Di pi\u00f9: fra gli anni Sessanta e Settanta furono alcuni teorici marxisti, come O\u2019Connor (15), a sostenere che, dal momento che la capacit\u00e0 dello Stato di sostenere la domanda dipende dalla possibilit\u00e0 di tassare il surplus dei capitalisti, la caduta dei profitti \u2013 dovuta anche alla spinta in alto dei salari generata dal ciclo di lotte operaie \u2013 faceva s\u00ec che Stato non fosse pi\u00f9 in grado di svolgere la sua funzione regolatrice. In questo modo, il credo neoliberista che denunciava i rischi associati all\u2019intervento pubblico in economia e l\u2019espansione della spesa pubblica per finanziare le politiche sociali, veniva fatto proprio<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>dalle sinistre. Cos\u00ec la controffensiva padronale iniziata nel 76 (con l\u2019adozione di misure deflazionistiche, il blocco biennale della scala mobile, l\u2019abolizione di alcune festivit\u00e0, l\u2019aumento delle tariffe di elettricit\u00e0, telefono e poste) trov\u00f2 un\u2019autostrada aperta e, grazie alla crescita della disoccupazione, indebol\u00ec il potere contrattuale dei lavoratori. Come se non bastasse, di l\u00ec a poco l\u2019Italia avrebbe aderito allo SME, primo passo verso la moneta unica.<\/p>\n<p class=\"p3\">I nodi vennero al pettine nel 76, durante un convegno del CESPE indetto dal PCI in cui si scontrarono Modigliani e Caff\u00e8. Delle posizioni di Modigliani si \u00e8 gi\u00e0 detto, quanto a Caff\u00e8 era consapevole che la sua lotta non si limitava alla difesa della scala mobile, ma consisteva nel rilanciare i principi sanciti dalla Costituzione, secondo i quali il lavoro non \u00e8 una merce ma un diritto e il dovere dello Stato consiste nel promuovere politiche monetarie, fiscali, industriali sociali tese a realizzare la piena e buona occupazione. Su un piano pi\u00f9 generale Caff\u00e8 contestava l\u2019ideologia del \u201cvincolismo\u201d, che attribuiva alle multinazionali, il potere di imporre vincoli ineluttabili ai singoli Stati, espropriando i governi della funzione di decidere le politiche economiche e sociali. Ugualmente contest\u00f2 l\u2019adesione allo SME, nel quale individuava correttamente l\u2019allineamento di fatto delle valute comunitarie al marco, il che implicava l\u2019assunzione delle linee di politica economica restrittive in vigore in Germania. Infine difese il sistema delle partecipazioni statali \u2013 che pure aveva criticato \u2013 sostenendo che, piuttosto che privatizzare, occorreva estendere il controllo pubblico ai settori bancario e farmaceutico. Fiato sprecato. Pci e sindacati adottarono la linea Modigliani, accordando il proprio consenso alle politiche di compressione salariale e della spesa pubblica nonch\u00e9 all\u2019incremento della produttivit\u00e0 senza chiedere contropartite. inoltre, con la esiziale svolta dell\u2019EUR, la CGIL arriv\u00f2 a sposare la tesi per cui, dato che lo sviluppo dipende dalla capacit\u00e0 competitiva delle imprese sul mercato mondiale, occorreva affrontare lo shock dell\u2019aumento dei prezzi delle materie prime agendo sull\u2019unico ambito di riduzione dei costi disponibile: il salario.<\/p>\n<p class=\"p3\">Qualche<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>anno pi\u00f9 tardi, nel 1982, allorch\u00e9 quelle scelte scellerate avevano gi\u00e0 prodotto i loro disastrosi quanto prevedibili effetti, determinando la disfatta della classe operaia, simbolicamente culminata con la marcia dei quarantamila quadri Fiat del 1980, Caff\u00e8 indirizz\u00f2 \u2013 sulle pagine dell\u2019Espresso \u2013 una lettera aperta a Berlinguer nella quale gli rinfacciava di avere accettato la politica dei redditi in cambio di una illusoria legittimazione del suo partito come forza di governo. Il libro di Fazi la riproduce integralmente, mentre qui ne citiamo un lungo estratto \u201cGli effetti sull\u2019economia italiana sono stati (\u2026) quelli di un apporto di rilevante importanza a una gestione dell\u2019economia di corto respiro, che va avanti giorno per giorno, ma senza che siano in vista traguardi plausibili. Frattanto la critica del cosiddetto assistenzialismo, in quanto si presta a deformazioni clientelari; il ripudio di ogni richiamo alla valorizzazione dell\u2019economia interna, in quanto ritenuta contrastante con la \u2018scelta irrinunciabile\u2019 dell\u2019economia aperta; il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell\u2019inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedi ben pi\u00f9 gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito Comunista<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>(\u2026) possono contribuire ad allontanare, anzich\u00e9 facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese. In ultima analisi, ho l\u2019impressione che l\u2019acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell\u2019aspirazione all\u2019egualitarismo, della lotta all\u2019emarginazione, dell\u2019erosione dei principi del privilegio\u2026\u201d (16). Cinque anni dopo Caff\u00e8 spariva senza lasciare traccia, assieme al suo insegnamento che Fazi si \u00e8 meritoriamente incaricato di disseppellire.<\/p>\n<p class=\"p1\">* * *<\/p>\n<p class=\"p3\">Facciamo un passo indietro. Poco sopra, citando l\u2019ironia di Caff\u00e8 nei confronti di coloro che confondono il socialismo con l\u2019avvento del regno dei cieli, ho richiamato il dibattito nella socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento &#8211; primo Novecento in merito al dilemma riforme vs rivoluzione. Ho ricordato che Engels e Luxemburg spostarono giustamente l\u2019attenzione su un\u2019altra opposizione: riforme fine a s\u00e9 stesse vs riforme come tappa sulla via della transizione al socialismo. Questo dibattito \u2013 cruciale \u2013 \u00e8 tornato di attualit\u00e0 in campo marxista di fronte alla necessit\u00e0 di dare un giudizio sia sulla natura dei recenti processi rivoluzionari in America Latina (dove le forze socialiste sono salite al potere per vie legali), sia su quella del regime cinese dopo le riforme di apertura al mercato degli anni Settanta. La questione \u00e8 di estrema complessit\u00e0 e non \u00e8 questa la sede per sviscerarlo (17), per cui limito ad enunciarne alcuni nodi strategici. Se si accettano i seguenti presupposti 1) che il processo di transizione al socialismo sar\u00e0 di lunghissima durata; 2) che esso potr\u00e0 convivere con il mercato e dunque, inevitabilmente, con varie forme di lotta di classe, ne consegue che la transizione potr\u00e0 assumere il carattere di un\u2019economia mista con tratti non molto dissimili da quelli auspicati da un keynesiano radicale come Caff\u00e8. Il punto debole della visione di Caff\u00e8, a mio avviso, non consisteva tanto nel suo approccio teorico quanto 1) nella sua concezione \u201cirenica\u201d della lotta di classe (nell\u2019idea cio\u00e8 che i capitalisti possano essere convinti ad autolimitare il proprio potere attraverso argomentazioni etico-razionali); 2) nella convinzione che la transizione a una nuova civilt\u00e0 si possa ottenere semplicemente applicando i principi della Costituzione del 48 (dimenticandone gli ampi margini di ambiguit\u00e0 che rispecchiavano un compromesso politico, sociale, culturale e geopolitico che solo in quella specifica contingenza storica poteva essere raggiunto). Quindi la questione non riguarda tanto il programma quanto i mezzi per attuarlo. La Cina non pu\u00f2 essere il nostro modello, ma una cosa certamente ci insegna: espropriare i capitalisti del potere politico senza espropriarli di quello economico \u00e8 un<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>miracolo che pu\u00f2 essere realizzato solo da un regime guidato da uno stato-partito comunista. Una volta defunti i partiti socialdemocratici, il socialismo non \u00e8 pi\u00f9 un\u2019alternativa al comunismo: \u00e8 una via per marciare verso la \u201ccivilt\u00e0 possibile\u201d auspicata da Caff\u00e8 che solo i comunisti possono imboccare.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0 \u00a0<\/span><\/p>\n<p class=\"p3\"><b>Note<\/b><\/p>\n<p class=\"p5\">(1) T. Fazi, <i>Una civilt\u00e0 possibile. La lezione dimenticata di Federico Caff\u00e8, <\/i>Meltemi, Milano 2022.<\/p>\n<p class=\"p5\">(2) T. Fazi, <i>Sovranit\u00e0 o barbarie<\/i>. <i>Il ritorno della questione nazionale<\/i>, <i> <\/i>Meltemi, Milano 1918.<\/p>\n<p class=\"p5\">(3) <i>Una civilt\u00e0 possibile, <\/i>cit. p. 30.<\/p>\n<p class=\"p5\">(4) <i>Ibidem. <\/i><\/p>\n<p class=\"p5\">(5) Ivi, p. 36.<\/p>\n<p class=\"p5\">(6) Ivi, p. 33.<\/p>\n<p class=\"p5\">(7) Ivi, p. 38.<\/p>\n<p class=\"p5\">(8) Ivi, p. p. 50\/51.<\/p>\n<p class=\"p5\">(9) Ivi, p. 53.<\/p>\n<p class=\"p5\">(10) Cfr. C. Polanyi, <i>La grande trasformazione, <\/i>Einaudi, Torino 1974<span class=\"s1\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"p5\">(11) <i>Una civilt\u00e0\u2026, <\/i>cit., p. 53.<\/p>\n<p class=\"p5\">(12) Ivi, p. 58. Per una critica del comunismo come paradiso in terra vedi quanto ho scritto a proposito del <i>Principio speranza <\/i>di Bloch su queste pagine <a href=\"https:\/\/socialismodelsecoloxxi.blogspot.com\/2022\/05\/%22\"><span class=\"s2\">https:\/\/socialismodelsecoloxxi.blogspot.com\/2021\/07\/glosse-al-principio-speranza-di-ernst.html<\/span><\/a> . Per una riflessione pi\u00f9 complessiva in merito a certi aspetti profetico escatologici dell\u2019utopia marxista cfr. C. Formenti, <i>Ombre rosse. Saggi su Luk\u00e1cs e altre eresie, <\/i>Meltemi, Milano 2020.<\/p>\n<p class=\"p5\">(13) Ivi, p. 100.<\/p>\n<p class=\"p5\">(14) Ivi, pp. 103\/104.<\/p>\n<p class=\"p5\">(15) Cfr. J. O\u2019Connor, <i>La crisi fiscale dello Stato, <\/i>Einaudi, Torino 1977. Curiosamente, la tesi di O\u2019Connor non fu sfruttata solo da destra, cio\u00e8 dal PCI che in essa vedeva la legittimazione della propria svolta in materia di politica economica, ma anche, da sinistra, cio\u00e8 dai teorici operaisti e postoperaisti, i quali la citavano a conferma del fatto che lo sviluppo del capitalismo \u00e8 interamente determinato dalle lotte operaie, le quali non sono solo in grado di influire sui processi di produzione, ma anche su quelli riproduttivi e sugli stessi dispositivi di funzionamento della macchina statale; di pi\u00f9: questa lettura \u201csovversiva\u201d di O\u2019Connor contemplava anche l\u2019idea che il ciclo di lotte operaie degli anni 690 e 70 avesse definitivamente chiuso qualsiasi possibilit\u00e0 di integrare il proletariato nel sistema attraverso provvedimenti riformisti di ispirazione keynesiana.<\/p>\n<p class=\"p5\">(16) Citata in <i>Una civilt\u00e0\u2026, <\/i>cit. pp. 194\/195.<\/p>\n<p class=\"p5\">(17) Me ne occupo estesamente in un libro sul Socialismo del secolo XXI a cui sto lavorando.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE: <a href=\"https:\/\/socialismodelsecoloxxi.blogspot.com\/2022\/05\/per-rileggere-federico-caffe-da-una.html\">https:\/\/socialismodelsecoloxxi.blogspot.com\/2022\/05\/per-rileggere-federico-caffe-da-una.html<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da PER UN SOCIALISMO DEL SECOLO XXI (Carlo Formenti) Nella collana Meltemi \u201cVisoni eretiche\u201d \u00e8 appena uscito il nuovo libro (1) di Thomas Fazi, che quattro anni fa aveva inaugurato la serie con Sovranit\u00e0 o barbarie (2), dedicato al grande eretico della scienza economica, quel Federico Caff\u00e8 che, dopo la sua misteriosa scomparsa (in data 15 aprile 1987), si \u00e8 sollecitamente provveduto a rimuovere dai programmi di studio della disciplina perch\u00e9 la lucidit\u00e0 con cui&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":107,"featured_media":62764,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/laboratorio-per-il-socialismo.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-iQr","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/72443"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/107"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=72443"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/72443\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":72444,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/72443\/revisions\/72444"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/62764"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=72443"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=72443"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=72443"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}