{"id":72521,"date":"2022-05-30T12:29:52","date_gmt":"2022-05-30T10:29:52","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=72521"},"modified":"2022-05-30T12:29:52","modified_gmt":"2022-05-30T10:29:52","slug":"la-maledizione-della-cancel-culture","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=72521","title":{"rendered":"La maledizione della cancel culture"},"content":{"rendered":"<p><strong>di DOPPIOZERO (Mario Barenghi)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Basta, ho deciso. Era da parecchio tempo che ci pensavo. La questione mi tornava alla mente di tanto in tanto; l\u2019ultima volta poche settimane fa, in occasione del nuovo allestimento del verdiano\u00a0<em>Ballo in maschera\u00a0<\/em>andato in scena alla Scala all\u2019inizio di maggio. Ora una notizia dalla Francia, che apprendo da un\u00a0<a href=\"https:\/\/www.huffingtonpost.it\/cultura\/2022\/05\/19\/news\/nigger_of_the_narcissus_polemica_francia_conrad-9425033\/?ref=HHTP-BS-I9419240-P10-S3-T1\">articolo<\/a>\u00a0di Adalgisa Marrocco sullo \u00abHuffington Post\u00bb, mi induce a rompere gli indugi. Dichiaro quindi che d\u2019ora in poi riprender\u00f2 a usare normalmente la parola \u00abnegro\u00bb. Dir\u00f2 e scriver\u00f2 \u00abnegro\u00bb in ogni circostanza in cui mi dovesse venire a taglio: in pratica, quando dovr\u00f2 fare riferimento a persone dalla pelle scura di origine africana, o ad aspetti della societ\u00e0, della cultura, dell\u2019arte dell\u2019Africa subsahariana o del Nord-sud-Centro America che lo rendessero opportuno. Non che mi accadr\u00e0 spesso, suppongo. Ma di sicuro capiter\u00e0: il contesto sociale e culturale (l\u2019evoluzione demografica, la circolazione, gli scambi, i flussi migratori) lo rende sempre pi\u00f9 probabile.<\/p>\n<p>Il tema, dunque, \u00e8 l\u2019interdetto sul vocabolo \u00abnegro\u00bb, che viene considerato cos\u00ec irrimediabilmente ingiurioso, cos\u00ec sfacciatamente provocatorio, cos\u00ec intrinsecamente turpe, da meritare di essere bandito sia dalla conversazione civile sia da ogni forma di comunicazione democraticamente orientata. Un\u2019idea, questa, dalla quale dissento con forza. La goccia che per me ha fatto traboccare il vaso \u00e8 l\u2019annuncio della pubblicazione di una traduzione francese del romanzo di Joseph Conrad noto come\u00a0<em>The Nigger of the Narcissus\u00a0<\/em>con il titolo\u00a0<em>Les enfants de la mer<\/em>\u00a0(\u00c9ditions Autrement, 2022). Il titolo, per la verit\u00e0, \u00e8 del tutto lecito, visto che corrisponde a quello della prima edizione apparsa negli Stati Uniti nel 1897 (<em>The Children of the Sea<\/em>), anche se una diffusione molto pi\u00f9 larga aveva avuto il titolo della coeva edizione inglese. Anche in Francia, naturalmente, a partire dall\u2019edizione Gallimard del 1924 (<em>Le n\u00e8gre du Narcisse<\/em>), e in Italia (<em>Il negro del Narciso<\/em>, Corticelli 1926, poi Sonzogno e Mondadori). Ma, titolo a parte, la cosa grave \u00e8 che la parola\u00a0<em>n\u00e8gre<\/em>\u00a0viene censurata nel testo, e sostituita da\u00a0<em>noir<\/em>. Non nei dialoghi, ci tiene a precisare l\u2019editore Alexandre Civico\u00a0<a href=\"https:\/\/www.liberation.fr\/idees-et-debats\/tribunes\/pourquoi-jai-supprime-le-mot-negre-dun-roman-de-joseph-conrad-20220515_E7MVS7GMCVAWTOT5UBWH3TSGOU\/\">intervistato<\/a>\u00a0da \u00abLib\u00e9ration\u00bb: solo nelle parti narrative. Ma questa, a mio avviso, \u00e8 solo un\u2019aggravante.<\/p>\n<p>Prima di proseguire, vorrei ricapitolare brevemente quello che \u00e8 successo di recente alla Scala con\u00a0<em>Il ballo in maschera<\/em>. Il libretto di Antonio Somma comprende due occorrenze dell\u2019aggettivo \u00abnegro\u00bb. La prima \u00e8 in un contesto intenzionalmente sprezzante: \u00abRiccardo \u2013 Che leggo\u2026! Il bando ad una donna! Or donde? \/ Qual \u00e8 il suo nome? Di che rea? Giudice \u2013 S\u2019appella \/ Ulrica, dell\u2019immondo \/ sangue dei negri\u00bb (I, iv). La seconda figura in una descrizione: \u00abAmelia &#8211; Odi\u00a0tu\u00a0come\u00a0fremono\u00a0cupi\/per\u00a0quest&#8217;aure\u00a0gli\u00a0accenti\u00a0di\u00a0morte? \/ Di lass\u00f9, dai quei negri dirupi, il\u00a0segnal\u00a0de&#8217;\u00a0nemici\u00a0part\u00ec\u00bb (II, iii). Ora, nel primo caso mi pare evidente che a essere offensiva \u00e8 l\u2019espressione \u00abimmondo sangue\u00bb: la specificazione che segue cambia poco. Nel secondo, \u00abnegri\u00bb significa semplicemente \u00abneri\u00bb, nel senso di \u00abcupi, bui\u00bb. Cambiare la battuta del giudice \u2013 come \u00e8 stato fatto in varie esecuzioni degli ultimi anni \u2013 \u00e8 uno scrupolo che non condivido; ma certo l\u2019espressione suona alquanto brutale. Sostituire \u00abnegri dirupi\u00bb con \u00abneri dirupi\u00bb, invece, \u00e8 un\u2019idiozia pura e semplice. O meglio: \u00e8 un esempio di quel tipo di paranoia linguistica che ha preso piede nella cultura di sinistra, e che a questo punto mi sembra sia diventata davvero pericolosa. Pericolosa, proprio dal punto di vista della battaglia contro il razzismo. Il razzismo \u00e8 ben lungi dall\u2019essere sconfitto, in America e altrove; combatterlo \u00e8 pi\u00f9 che mai necessario. Ma l\u2019anatema su un vocabolo non giova. Al contrario: trasforma una battaglia sacrosanta in una futile caccia a finte streghe lessicali.<\/p>\n<p>Qualche antefatto, per rinfrescare la memoria. Cinquant\u2019anni fa uno scrittore sicuramente democratico come Calvino poteva usare tranquillamente la parola \u00abnegro\u00bb in un brano delle\u00a0<em>Citt\u00e0 invisibili<\/em>\u00a0senza timore d\u2019essere frainteso. Proprio in quell\u2019epoca, tuttavia, chi si occupava di cultura americana \u2013 americanisti, corrispondenti, traduttori \u2013 aveva cominciato la nefasta prassi di censurare la parola \u00abnegro\u00bb, cio\u00e8 di considerare \u00abnegro\u00bb come il corrispettivo italiano dello spregiativo\u00a0<em>nigger<\/em>, e di tradurre sistematicamente\u00a0<em>black<\/em>\u00a0con \u00abnero\u00bb. Il risultato \u00e8 stato trasformare in spregiativo un termine che in origine non lo era per nulla. Lo dimostra, non foss\u2019altro, la presenza a tutt\u2019oggi di una quantit\u00e0 di cognomi di cui nessuno in Italia si \u00e8 mai vergognato (Negri, Negro, Nigro, Nigris, Negrelli, Negretti, Dal Negro, e cos\u00ec via). Non mi risulta che esista nell\u2019anglosfera il\u00a0<em>family name<\/em>\u00a0Nigger, o Negro. Del resto in inglese\u00a0<em>negro<\/em>\u00a0era un ispanismo, un termine importato, mentre il\u00a0<em>negro<\/em>\u00a0italiano, pi\u00f9 prossimo all\u2019etimo latino, era usato non di rado in funzione nobilitante. Teste uno dei pi\u00f9 memorabili canti leopardiani,\u00a0<em>A Silvia<\/em>: \u00abNon ti molceva il core \/ la dolce lode or delle negre chiome, \/or degli sguardi innamorati e schivi\u00bb (vv. 44-46). A tacere poi del fatto che in molti dialetti \u2013 sostanzialmente, in tutte le parlate settentrionali \u2013 la\u00a0<em>g<\/em>\u00a0etimologica si \u00e8 conservata. A Firenze si diceva\u00a0<em>un gatto nero<\/em>, a Napoli\u00a0<em>nu g\u00e0tt\u0259 n\u00ecr\u0259<\/em>, a Milano\u00a0<em>on gatt n\u00e9gher<\/em>. So what? A chi obietta che i dialetti sono in recessione, specie al Nord, ricorder\u00f2 che \u00abnero\u00bb si dice\u00a0<em>negro\u00a0<\/em>in spagnolo (460 milioni di parlanti) e in portoghese (260 milioni); se si aggiungono il romeno\u00a0<em>negru<\/em>\u00a0(25 milioni) e il catalano\u00a0<em>negre\u00a0<\/em>(10 milioni) si arriva a poco meno del doppio dei madrelingua inglesi.<\/p>\n<p>Sostituire \u00abnegro\u00bb con \u00abnero\u00bb era un\u2019arbitraria fisima (pi\u00f9 o meno come stracciarsi le vesti se uno a tavola augura \u00abbuon appetito\u00bb): si tratta della stessa parola, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno. Appendere all\u2019esile gancio di un\u2019occlusiva velare (sonora, per di pi\u00f9) il discrimine fra ammissibilit\u00e0 e inammissibilit\u00e0 di un discorso rappresenta, in primo luogo, una forzatura fonetica. Certo, molti avvertono, o ritengono \u2013 e molti, a dirla tutta, ritengono doveroso ritenere \u2013 che la parola \u00abnegro\u00bb sia da evitare perch\u00e9 storicamente carica di connotazioni peggiorative. Gi\u00e0. Ma non \u00e8 che nella nostra lingua manchino gli usi negativi di \u00abnero\u00bb. In italiano si dice \u00abun periodo nero\u00bb, \u00abuna sfortuna nera\u00bb, \u00abuna miseria nera\u00bb, \u00abun\u2019anima nera\u00bb.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 dipende, molto banalmente, dal fatto che gli umani al buio non ci vedono, quindi la mancanza di luce \u00e8 avvertita come foriera di minacce e di pericoli; e anche sul piano figurato l\u2019idea generale di oscurit\u00e0 si associa a immagini disforiche \u2013 ostacoli, avversit\u00e0, penuria, perfidia, sciagure. Tutto questo non impedisce di associare l\u2019aggettivo \u00abnero\u00bb a immagini di bellezza: si tratti di pietre (l\u2019ossidiana, l\u2019ematite, il basalto), di abiti, di capelli, di occhi. Perch\u00e9 non dovrebbe valere la stessa cosa per \u00abnegro\u00bb? \u00abNegro\u00bb mi pare una bellissima parola; fra l\u2019altro ho sempre amato particolarmente il termine \u00abnegritudine\u00bb, derivato dal francese\u00a0<em>n\u00e9gritude<\/em>, e coniato da un movimento politico-culturale nato senza dubbio nel segno della battaglia antirazzista \u2013 cos\u00ec come l\u2019espressione\u00a0<em>art n\u00e8gre<\/em>, legata a una stagione artistica che valorizz\u00f2 con inedita spregiudicatezza la cultura africana.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"inline-image\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/nodo767x\/public\/the-nigger-of-the-narcissus-annotated-modern-edition.jpeg?itok=wXH8tUg6\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non mi soffermo sull\u2019obiezione secondo cui, per evitare il rischio di offendere, bisognerebbe astenersi anche dalla parola \u00abnero\u00bb, e usare ad esempio l\u2019espressione \u00abafro-americano\u00bb,\u00a0<em>Afro-American<\/em>, anzi,\u00a0<em>African-American<\/em>. Se ci inoltriamo su questa strada siamo perduti, perch\u00e9 ogni parola ha una storia, e la storia non \u00e8 mai innocente. Gli americani che ora se la prendono con Cristoforo Colombo forse non si sono ancora resi conto che Amerigo Vespucci, l\u2019esploratore fiorentino in onore del quale il continente appena scoperto dagli europei venne chiamato America, non era affatto\u00a0<em>politically correct<\/em>; ma una volta che si decidesse, per amor di coerenza ideologica, di rinunciare al nome \u00abAmerica\u00bb, semplicemente non rimarrebbe nulla per sostituirlo. Vespucci parlava di Nuovo Mondo: c\u2019\u00e8 forse qualcosa di pi\u00f9 eurocentrico, e quindi di offensivo verso i nativi, della denominazione \u00abNuovo Mondo\u00bb? \u00c8 la maledizione della cosiddetta\u00a0<em>cancel culture<\/em>. Dalla cultura della cancellazione alla cancellazione della cultura il passo \u00e8 brevissimo.<\/p>\n<p>In sintesi, le considerazioni principali da fare su questa materia sono due. In primo luogo, tutte le lingue sono indissolubilmente legate alle comunit\u00e0 che le usano, alla loro cultura e alla loro storia. Se il nostro modo di parlare contiene ipoteche razziste (e sessiste, e intolleranti, e eurocentriche, e antropocentriche), non \u00e8 che i problemi si risolvano inventandosi doppioni lessicali o artificiose perifrasi, e meno che mai imponendoli come norma sociale. Igienizzare il vocabolario \u00e8 una sciocca velleit\u00e0: chi disinfetta le parole non fa che renderle, letteralmente, sterili. Paradosso dei nostri tempi: mentre abbiamo capovolto la connotazione di verbi come \u00abibridare\u00bb o \u00abcontaminare\u00bb, che riferiti a prassi artistiche o a processi culturali sono usati oggi in senso positivo, come sintomo o frutto di produttiva vitalit\u00e0, c\u2019\u00e8 chi pretende di ripassare il vocabolario con l\u2019amuchina.<\/p>\n<p>Vorrei fare un esempio. La frase \u00abBarack Obama \u00e8 stato il primo presidente negro degli Stati Uniti\u00bb sar\u00e0 respinta con sdegno dai sostenitori del\u00a0<em>politically correct<\/em>\u00a0a causa della parola \u00abnegro\u00bb. Ma non \u00e8 che le cose migliorino molto dicendo \u00abBarack Obama \u00e8 stato il primo presidente nero degli Stati Uniti\u00bb; n\u00e9 dicendo \u00abBarack Obama \u00e8 stato il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti\u00bb. Il razzismo non sta nella parola \u00abnegro\u00bb o \u00abnero\u00bb, o in qualunque locuzione alternativa si voglia usare, ma nel fatto di considerare negro o nero il figlio di un keniota e di un\u2019americana bianca (una\u00a0<em>Euro-American<\/em>, come tradizionalmente\u00a0<em>non<\/em>\u00a0si usa dire). Dare per scontata la prevalenza di un colore \u00e8 quanto di pi\u00f9 \u00abculturale\u00bb e discutibile si possa immaginare.<\/p>\n<p>Noi conveniamo,\u00a0<em>candidamente<\/em>\u00a0(ah, le astuzie della lingua!), che il figlio di un negro sia automaticamente negro. Ma perch\u00e9 mai dovrebbe essere negro il figlio di una bianca? In una prospettiva culturale specularmente alternativa si potrebbe sostenere che un negro degno di questo nome dovrebbe avere entrambi i genitori negri, e tutt\u2019e quattro i nonni (i quarti di negritudine!), e magari gli otto bisnonni. La verit\u00e0 \u00e8 che noi siamo eredi di una cultura discriminatoria, diciamo pure razzista, che attribuiva ai bianchi \u2013 ai nativi europei \u2013 una posizione di privilegio. Da quell\u2019orizzonte mentale non si esce giocando sui vocaboli. Noi tutti, Obama compreso (che sicuramente, e giustamente, si considera the first black president of the United States) facciamo parte di quella cultura, ne siamo i discendenti. Oggi possiamo e dobbiamo combattere le secolari ingiustizie, gli atavici pregiudizi e soprusi che essa conteneva; ma \u00e8 puerile illudersi che a purificarci dalle nequizie passate e presenti basti evitare una parola \u2013 o, in italiano, un fonema (l\u2019occlusiva velare di cui sopra).<\/p>\n<p>La seconda considerazione da fare \u2013 a mio avviso, la pi\u00f9 importante \u2013 \u00e8 legata al funzionamento della lingua. Il\u00a0<em>politically correct<\/em>\u00a0incorre in un fondamentale errore di metodo, che consiste nel misurare la \u00abcorrettezza\u00bb, cio\u00e8 l\u2019accettabilit\u00e0, la convenienza, la decenza del linguaggio sulla misura del singolo vocabolo. Le parole sono importanti, certo, come diceva Nanni Moretti in una citatissima scena di\u00a0<em>Palombella rossa<\/em>. E vorrei che non ci fossero equivoci: io sono profondamente convinto che bisogna cercare di esprimersi in maniera corretta e rispettosa, perch\u00e9 parlare \u00e8 un modo di agire. Ma quello che conta \u00e8 il discorso, non la singola parola. Conta quello che si dice, quello che si intende dire, non l\u2019isolata tessera lessicale, perch\u00e9 \u00e8 il contesto a determinare il significato. Come ci ha insegnato Michail Bachtin, non c\u2019\u00e8 ingiuria che non si possa ribaltare in espressione di apprezzamento o di ammirazione, e perfino di affetto; cos\u00ec come non c\u2019\u00e8 parola normalmente usata in senso positivo che non possa essere piegata a intenzioni derisorie o ingiuriose. Ripeto: l\u2019imputazione di correttezza deve riguardare gli enunciati, le frasi, i discorsi (e tenendo presenti le circostanze in cui vengono pronunciati): non le parole singole, che di per s\u00e9 significano poco o nulla. Ci\u00f2 a cui assistiamo \u00e8 invece il diffondersi di un\u2019ossessione che rasenta il delirio.<\/p>\n<p>Penso ad esempio all\u2019<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/america-conflitti-insanabili\">episodio<\/a>\u00a0narrato su queste pagine da Alessandro Carrera in una delle sue illuminanti corrispondenze americane, il professore della University of Southern California posto in congedo per essersi soffermato a lezione su una \u00abparola riempitiva\u00bb cinese dal suono simile a\u00a0<em>nigger<\/em>. Un esempio, a mio avviso, di vera patologia linguistica, e dunque culturale, sociale, politica. N\u00e9 va trascurato il fatto che simili eccessi sono controproducenti, giacch\u00e9 a forza di perifrasi ed eufemismi tesi ad azzerare qualunque sfumatura potenzialmente offensiva o discriminatoria si rischia di regalare agli avversari dell\u2019integrazione il valore primario della spontaneit\u00e0 espressiva. Incaponirsi su feticci lessicali \u00e8 fare il gioco dei razzisti.<\/p>\n<p>Torniamo a\u00a0<em>Les enfants de la mer<\/em>. Titolo legittimo, dicevo, a suo tempo accettato da Joseph Conrad e mai ripudiato in seguito. Va ricordato peraltro che nel 1897 il rifiuto del termine\u00a0<em>Nigger<\/em>\u00a0da parte dell\u2019editore americano (Dodd, Mead &amp; Co.) non nasceva dalla preoccupazione di non offendere i discendenti degli schiavi deportati dall\u2019Africa, quanto dal desiderio di non demotivare i potenziali acquirenti (bianchi) del libro, del tutto ignari (occorre dirlo?) di \u00abBlack Lives Matter\u00bb. Insomma, dietro quella edulcorata dicitura c\u2019era un calcolo commerciale, non uno scrupolo ideologico. Siamo proprio sicuri che oggi le cose siano cambiate? Quanto al\u00a0<em>Ballo in maschera<\/em>, qualcuno potr\u00e0 forse pensare che correggere \u00abnegri dirupi\u00bb in un\u2019aria \u00e8 pi\u00f9 che altro ridicolo, perch\u00e9 l\u2019importanza del libretto in uno spettacolo operistico \u00e8 tutto sommato limitata, e nel melodramma (come nel teatro in genere) la tradizione esecutiva comprende una quantit\u00e0 di aggiustamenti, anche occasionali. Sar\u00e0. Ma sostituire \u00abnegro\u00bb in un testo letterario, alterando la volont\u00e0 dell\u2019autore, \u00e8 un abuso intollerabile. Un\u2019offesa alla cultura, alla lingua e alla storia: e, in ultima analisi, un attentato alla libert\u00e0 di espressione. Bel risultato, per un movimento che per la libert\u00e0 dovrebbe battersi. Come giustamente sostiene Stefano Bartezzaghi (anche nel suo ultimo libro,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/stefano-bartezzaghi-senza-distinzione\"><em>Senza distinzione<\/em><\/a>, People), \u00e8 paradossale che si pretenda di promuovere l\u2019inclusione a colpi di interdizioni e divieti.<\/p>\n<p>Concludo. Questo intervento \u00e8 penosamente tardivo. Avrei potuto decidermi prima: due anni fa, ad esempio, quando\u00a0<em>Ten Little Niggers<\/em>\u00a0di Agatha Christie (<em>And Then There Were None<\/em>\u00a0negli USA), tradizionalmente tradotto\u00a0<em>Dix petits n\u00e8gres<\/em>, \u00e8 stato tradotto in Francia con il titolo\u00a0<em>Ils \u00e9taient dix\u00a0<\/em>(pi\u00f9 complicata la storia del titolo in uso in Italia,\u00a0<em>Dieci piccoli indiani<\/em>, legato a una canzone che riprendeva il testo di una filastrocca)<em>.<\/em>\u00a0O meglio ancora, tredici anni fa, quando la casa editrice WordBridge Publishing pubblic\u00f2 il romanzo di Conrad con il titolo, non saprei se pi\u00f9 bislacco o ipocrita,\u00a0<em>The N-word of the Narcissus<\/em>. Intento conclamato, \u00abnon urtare la sensibilit\u00e0 moderna\u00bb. Non urtare le sensibilit\u00e0: ecco il mantra dei braghettoni del secolo XXI. Ben intenzionati, per lo pi\u00f9. Ma, ci\u00f2 non di meno, fautori di un nuovo e insidioso oscurantismo culturale, del quale \u00e8 venuto il momento di cominciare a preoccuparsi davvero.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/la-maledizione-della-cancel-culture\">https:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/la-maledizione-della-cancel-culture<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Mario Barenghi) &nbsp; Basta, ho deciso. Era da parecchio tempo che ci pensavo. La questione mi tornava alla mente di tanto in tanto; l\u2019ultima volta poche settimane fa, in occasione del nuovo allestimento del verdiano\u00a0Ballo in maschera\u00a0andato in scena alla Scala all\u2019inizio di maggio. Ora una notizia dalla Francia, che apprendo da un\u00a0articolo\u00a0di Adalgisa Marrocco sullo \u00abHuffington Post\u00bb, mi induce a rompere gli indugi. 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